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QUANDO IL VERMONT NON TI LASCIA DORMIRE

Non c’è un’unica realtà, caporale. Ce ne sono molte. Non c’è un unico mondo. Ci sono molti mondi, e tutti continuano in parallelo l’uno all’altro, mondi e antimondi e mondi-ombra, e ciascun mondo è sognato o immaginato o scritto da qualcuno in un altro mondo. Ciascun mondo è la creazione di una mente.




Uomo nel buio

Man in the dark
Paul Auster

Romanzo, Stati Uniti, 2008
152 pp.
Einaudi, 2008

***

August Brill, noto critico letterario, è costretto a letto a seguito di un incidente stradale. Non riesce ad addormentarsi e allora lui, che per tutta la sua vita ha letto storie di altri, decide di passare il tempo creandosele.
Dal 21/03 al 04/04 Auster sarà il protagonista della XV edizione di Dedica festival, a Pordenone.
***

Il nuovo romanzo di Paul Auster, Uomo nel buio, è così convincente nell’ evocare lo stato di insonnia che, almeno che non siate asausti, partecipereste molto volentieri alla colazione della penultima pagina: “uova strapazzate, bacon, pane fritto, frittelle, non ci si fa mancare niente”!
Arrivato a questo punto, il lettore è sopravvissuto non solo ad una normale notte di insonnia, ma anche ad una notte dell’ anima, nera come la pece.
Nel 2007, il settantaduenne August Brill giace sul suo letto nel Vermont, a casa di sua figlia.
La loro è una casa di anime profondamente ferite: Brill ha perso la moglie e si è frantumato una gamba in un incidente stradale; sua figlia Miriam è sui 50 ed è divorziata; sua nipote Katya ha 23 anni ed ha da poco subito una perdita. Tutti loro cercano di dormire da soli.
Per non pensare al suo dolore personale o a quello della sua famiglia, Brill si racconta la storia di un mondo parallelo nel quale l’ America non è in guerra contro il terrorismo, ma contro se stessa.
In questa America parallela, in cui le Twin Towers sono ancora al loro posto e non esiste alcuna guerra in Iraq, c’è stata una secessione dalla federazione da parte di 16 stati democratici a seguito della illegittima elezione di Bush nel 2000. New York è stata bombardata, 80 mila individui sono morti, e nel Paese infuria la guerra civile.
In questo mondo parallelo il protagonista è Owen Brick, un giovane prestigiatore che si trova per caso nella condizione di essere stato trasportato contro la sua volontà da un’ America all’ altra. Si sveglia all’ interno di una fossa nel terreno e tutto intorno a lui sente spari e urla di gente terrificata. Per la prima volta ha veramente paura di morire.
Auster utilizza tecniche post-moderne per riflettere sulla pazza logica degli incubi. A Brick viene ordinato di trovare e uccidere Brill per far finire la guerra che è cominciata e sta continuando solo perchè un vecchio, scontento della sua vita, la sta immaginando.


E come mai questo uomo merita di morire?
Perchè possiede la guerra. L’ha inventata lui, e tutto quello che succede o succederà sta dentro la sua testa. Elimina quella testa e la guerra finisce. Semplice.
Semplice?Da come ne hai parlato, sembra Dio.
Non Dio..solo un uomo. Sta tutto il giorno seduto in una stanza a scrivere, e quello che scrive si avvera. Secondo i rapporti dell’ intelligence è tormentato dal senso di colpa, ma non può fermarsi. Se quel bastardo avesse il fegato di farsi saltare le cervella, ora non saremmo qui a fare questi discorsi.

Ma è Auster, ora sessantunenne, non Brill, il bastardo che fa esistere gli orrori della guerra.
I tentativi di Brill di distrarsi hanno poco successo. Continua a pensare a sua moglie deceduta, ai dolori della figlia e della nipote. Guarda film con Katya che, prima della morte del suo ragazzo, studiava cinematografia.
Poco prima dell’ alba Katya, che non riesce a prendere sonno, entra nella stanza del nonno. Comunemente insonni, parlano francamente delle rispettive vite. Possono parlare di tutto, aprirsi completamente a vicenda. Ma ciò di cui non parlano – non possono parlarne!- è il video della decapitazione di Titus, il ragazzo di Katya, assassinato in Iraq per mano di un manipolo di “terroristi”. I tre inquilini l’ hanno guardato quel video e lo continueranno a vedere, perchè lo devono alla vittima di quell’ insensata violenza, per accompagnarlo in quel buio spietato che l’ha inghiottita.
Sarebbe un romanzo molto più irritante se, leggendolo, non si continuasse a sentire il dolore che male si nasconde dietro alla scherzosità dei toni.
I personaggi di Auster sanno che la solidarietà e la compagnia sono ciò che più desideriamo in momenti di dolore e di insonnia.
Un romanzo da leggere e meditare.

Alessandro Battiston
schlagstein@gmail.com

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Si è conclusa il 31 ottobre la quinta edizione del Festival Internazionale del Cinema di Roma, con grande partecipazione di pubblico e ovviamente della stampa. Ho provato ad accedere alla struttura dell’Auditorium del Parco della Musica, il luogo con il maggior numero di sale e di proiezioni, quello con i tappeti rossi e la gente urlante ad acclamare attori e attrici ma anche con i prezzi più alti (alcuni film costavano anche 20 euro secondo il programma) Ma non mi è andata bene: la prima volta dopo una fila di un’ora i posti erano già esauriti, la seconda era una proiezione riservata ai soli giornalisti (ho provato a passare come giornalista di Sconfinare, ma come si può immaginare non mi hanno fatto entrare). Un po’ sconsolata dalle esperienze, stavo quasi abbandonando l’idea di godermi qualche buon film, ma poi ho scoperto la Casa del Cinema: un edificio nel parco di Villa Borghese inaugurato a tale uso nel 2005 e che sotto la direzione di Felice Laudario propone rassegne cinematografiche con ingresso gratuito. Nell’ambito del Festival, alla Casa del Cinema sono stati proiettati i film della categoria La Fabbrica dei Progetti, comprendenti cioè le opere prime di alcuni registi. Tra quelli che ho potuto vedere, da segnalare è “Astropia”, film islandese di Gunnar Bjorn Gudmundsson, in cui una giovane donna dell’alta società si ritrova improvvisamente povera e per guadagnarsi da vivere inizia a lavorare in un negozio di fumetti e giochi di ruolo, mondo del quale è completamente ignara. Col tempo imparerà a conoscerlo e nel frattempo a maturare, imparando a guardare oltre le apparenze e nonostante un ex fidanzato intrigante. Vincitore della categoria è risultato “Bird Can’t Fly”, di produzione sudafricana e irlandese, premiato probabilmente per l’intensità dei personaggi e la bravura della protagonista (Barbara Hershey), anche se a tratti è un po’ pesante. Nel film, una donna di nome Melody, dopo la morte improvvisa della figlia, fa ritorno in Sudafrica peri suoi funerali e lì ritrova il suo passato ma anche un nipote di cui non sapeva l’esistenza. Altra iniziativa interessante, sempre alla Casa del Cinema durante il festival è stata la giornata dedicata alla Mosfilm, una casa di produzione sovietica e che ancora oggi, seppur con minore successo, è attiva. Sono stai proiettati 4 film: “L’Impero Scomparso” (2007, l’unico che non ho visto), “Quando Volano le Cicogne” (1957, vincitore del Festival di Cannes, molto bravi gli interpreti), “Cinque Serate”(1978, storia d’amore dopo 18 anni di lontananza) e “The Inner Circle” o “Il Proiezionista” (1991, del regista Andrej Konchalovskij, quest’ultimo molto bello in quanto racconta la storia di un uomo devotissimo a Stalin e alla causa comunista, ma che proprio in nome di essa perde il suo grande amore, e nonostante ciò non rinnega le sue convinzioni. Non ho partecipato quindi al Festival ufficiale, è vero, ma sono soddisfatta di quello che ho visto: ne valeva assolutamente la pena!

Lisa Cuccato

Lisa.cuccato@sconfinare.net

I miei anni con Falcone e Borsellino di Giuseppe Ayala

“È bello morire per ciò in cui si crede: chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”: la frase di Paolo Borsellino da cui è significativamente tratto il titolo riassume perfettamente la vita di questi 2 grandi magistrati, incrollabilmente onesti e coerenti.

Giuseppe Ayala fu il loro più stretto collaboratore, a partire dalla costituzione del superpool all’interno della procura di Palermo fino a rappresentare l’accusa al maxiprocesso contro la mafia di fine anni ’80.

Lo stile scelto da Ayala è quello del racconto, condito da numerosi squarci sulla sua vita privata: questo libro infatti non è solo un doveroso ricordo dei suoi colleghi e amici Falcone e Borsellino, ma anche una maniera per Ayala di rispondere a tutte le malignità che i suoi avversari hanno continuamente insinuato sul suo conto e sulle loro iniziative in generale. Come scrive lui stesso: “Qualcuno ha scritto che, a 15 anni di distanza da quel tremendo 1992, Ayala ha pagato il torto di essere vivo”: questa frase condensa il dolore provato per tutte le umiliazioni che Ayala ha dovuto subire in dignitoso riserbo.

D’altronde, i grandi uomini hanno sempre molti nemici. Quando poi si vanno a toccare interessi di enorme portata, è ovvio che il minimo che ci si possa aspettare siano falsità e attacchi continui.

Forse Ayala, il miglior erede di quella grande esperienza civile che fu il maxiprocesso a Cosa Nostra, non avrebbe dovuto tacere e tenere gli occhi bassi, se il governo e la classe politica tutta avessero sostenuto lui (e anche Falcone e Borsellino, finché erano in tempo) o gli avessero riconosciuto tutti i meriti che gli spettavano. Il problema è che il supporto che lo Stato diede fu a tratti forte (durante il maxiprocesso vero e proprio, ad esempio), ma discontinuo: è Falcone stesso a dire che “Prima di tutto bisogna non essere soli…”, dopo l’omicidio di un mafioso, uno delle migliaia di omicidi che insanguinavano la Sicilia degli anni ’80. Soli come Dalla Chiesa, Ninni Cassarà, Rocco Chinnici e molti altri, che non devono essere dimenticati e che Ayala ricorda dalla prospettiva unica di chi è stato protagonista di quelle vicende.

Già alla fine degli anni ’80, la classe politica italiana cominciò a intuire il disastro imminente di Tangentopoli: non era certamente il clima adatto per permettere di scavare più a fondo in quel mare di omertà e collusioni che avrebbe sicuramente affrettato una fine comunque inevitabile. L’istinto alla sopravvivenza prevalse sulla volontà di squarciare il velo di ipocrisia, quasi impenetrabile, che nascondeva le collusioni con la mafia: un comportamento umanamente comprensibile, certo, ma che ebbe conseguenze di portata incalcolabile. Sarebbe stata forse l’ultima occasione di dimostrarsi classe politica seria e responsabile (sia a sinistra che a destra) e non fu colta. L’amarezza di Ayala nel vedere lo smantellamento della struttura investigativa e processuale faticosamente messa in piedi assieme agli altri magistrati della Commissione Antimafia è grande, tanto più vedendo che a questo di accompagnava l’emarginazione sua e di Falcone e Borsellino, specie da parte dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura.

A che gli domandava perché fosse stato l’unico a sopravvivere alla mafia, Ayala rispondeva: “Mi ha salvato l’ENEL”: risposta provocatoria ma non troppo ed indicativa del processo di isolamento ed esclusione che Falcone, Borsellino e Ayala dovettero subire una volta che l’attenzione dei media e soprattutto la protezione delle istituzioni svanirono. Il fatto che Ayala fosse deputato a gestire pratiche irrilevanti non fece scattare la fatale combinazione di cui parlava Della Chiesa: essere personaggi scomodi, pericolosi, e soprattutto essere isolati. Ayala fu “depotenziato”: dalle pagine in cui affiora la stanchezza di una vita continuamente in tensione, con la paura di essere uccisi da un momento all’altro, si potrebbe pensare che sia stata una scelta in parte volontaria. Io, francamente, non posso certo biasimarlo.

Falcone e Borsellino, per quanto sfiduciati e depressi dalla cappa di ostilità che li copriva, furono più tenaci. Le conseguenze sono note: 23 Maggio e 19 Luglio 1992, l’Italia perde gli avvocati che tutto il mondo ci invidiava (tanto per dare una misura di questa ammirazione, nella scuola della CIA fu eretta una statua a Falcone!).

Non ci si può certo illudere che un problema enorme come quello della mafia abbia soluzioni facili. Osservando le cifre e studiandone le cause, ci si può facilmente abbandonare a un cinismo senza speranza riguardo alle possibilità di successo della lotta contro la mafia. Prima di leggere questo libro, non ero certo lontano da un simile pessimismo: ora non posso comunque abbandonare uno sguardo disincantato, però sento il dovere di continuare la lotta, assolutamente giusta, per rendere onore alla memoria di questi grandi uomini.

Un libro che vale più di 1000 lezioni di educazione civica e di discorsi ufficiali: se non si vuole perdere la speranza, quasi obbligatorio.

Federico Faleschini

Federico.faleschini@sconfinare.net

Inaugurata la nuova Festa del Cinema

Un mese dopo la Mostra di Venezia, a Roma è stata varata con successo dal 13 al 21 ottobre la nuova Festa Internazionale del Cinema, una manifestazione fortemente voluta dal sindaco della Capitale, Walter Veltroni, e che si è proposta come un evento diverso, pensato per il pubblico: l’originalità si intuisce già dalle denominazione, “festa” e non “festival”. Sede centrale della kermesse è stato l’Auditorium Parco della Musica, ma sono state interessate molte parti della città, dalla Casa del Cinema alla Casa del Jazz e alla Casa delle Letterature, passando per Piazza del Popolo e via Veneto,. Hanno sfilato sul tappeto rosso molte star mondiali come Nicole Kidman, Richard Gere, Harrison Ford, Viggo Mortensen, Monica Bellucci e soprattutto Sean Connery, insignito del Premio Campidoglio.

Sono stati presentati, in cinque sezioni principali, 95 film da tutto il mondo, di cui 16 inediti in concorso: tra questi, ricordiamo “La Sconosciuta” di Giuseppe Tornatore ed “N – Io e Napoleone” di Paolo Virzì. Forte elemento innovativo è stata la giuria, presieduta da Ettore Scola ma composta per il resto da cinefili sorteggiati nella primavera scorsa tra i frequentatori più assidui dei cinema romani.

Grazie a ciò, le assegnazioni dei premi non sono state per nulla scontate: a vincere il premio per il miglior film è stata infatti la pellicola russa “Playing the Victim”, di Kirill Serebrennikov, una black comedy sospesa tra vita e morte. Un risultato che ricorda la Mostra del Cinema di Venezia: anche in laguna, infatti, ha vinto un film visto e commentato da pochi giornalisti e critici.

L’Italia non è rimasta a bocca asciutta: il premio per la miglior interpretazione maschile è andato a Giorgio Colangeli, protagonista di “L’aria salata” di Alessandro Angelici. La miglior attrice invece è Ariane Ascaride, interprete principale di “Le voyage en Arménie” di Robert Guédiguian. A completare l’albo d’oro, il premio speciale della giuria è andato all’opera forse più amata da pubblico e critici: “This is England” di Shane Meadows, storia di un ragazzino che si unisce a un gruppo di skinhead nell’Inghilterra anni Ottanta.

Questa prima edizione si è conclusa con successo, strizzando l’occhio alla Mostra veneziana, i cui organizzatori pare stiano già pensando a come coinvolgere maggiormente il pubblico della laguna sullo stile della Festa di Roma.

Federico Permutti

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Voto: 9

Nazione: Francia
Durata: 122’
Produzione: Filmmauro
Sceneggiatura: Jean-Paul Gautier
Fotografia: Thierry Arbogast
Cast: Bruce Willis
Milla Jovovich
Gery Oldman
Ian Holms
Chris Tucker
Lee Evans

Siamo nel 2259. In un futuro tecnologizzato e iper-popolato si ripropone l’antica lotta tra bene e male. Grazie ad un’antica alleanza con i simpatici -ma bruttini- robot extraterrestri solo l’essere perfetto: il quinto elemento (Milla Jovovich), potrà tentare di sconfiggere il male.

Non manca ovviamente l’eroe umano: Corbend (Bruce Willis), che parteciperà all’immancabile salvataggio di mondo e umanità.

Una delle tematiche principali di Besson: la contrapposizione tra ingenuità e realismo che solitamente si rispecchia nei personaggi principali, viene qui esaltata e potenziata dal contesto e dalla bravura degli attori. Assolutamente immancabile la scena dove la protagonista guarda degli spezzoni di filmati storici e ne rimane  talmente sconvolta fino ad affermare che non ha scopo lottare per salvare la vita, considerato l’uso che ne facciamo.

Assolutamente magnifiche sono le parti comiche del film (anche se il termine più appropriato sarebbe eccentriche), amplificate dai costumi meravigliosi creati da Jean Paul Gautier che, col suo stile inconfondibile, riesce a dare un tocco di follia a tutti i personaggi.

Il fattore che rende  questo film diverso da tutti gli altri del genere è che riesce a coniugare gli elementi tipici dei colossal (effetti speciali, l’eroe/eroina comunque vincenti, alieni, antieroi cattivissimi, il mondo da salvare) con un cinema di qualità. La storia, che se vogliamo è scontata sin dall’inizio, non è resa banale ma impreziosita da personaggi particolari (conduttore radiofonico, i due preti, il cattivo). I vari caratteri sono talmente ben inseriti nell’insieme da rendere il film assolutamente unico.

Francesca Fuoli

Con la pronuncia del 13 marzo 2006, il Giurì dello I.A.P. (Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria) ha sentenziato il ritiro della pubblicità delle patatine “Amica Chips”, in quanto lesiva della dignità della persona e delle convinzioni morali, civili e religiose, nonché indecente e volgare. La questione era stata sollevata dal movimento italiano dei genitori (Mo.I.Ge.) che, incuranti della grande ipocrisia che avrebbero dimostrato, si sono lamentati del doppio senso dei dialoghi presenti nello spot. Un’ulteriore obiezione, apportata da svariate sedicenti femministe, sottolineava l’offesa che l’intera categoria delle donne sarebbe stata costretta a subire, perché trattate come oggetto sessuale.
Credo che il mio punto di vista sia già trasparso, ma intendo in ogni modo delineare le argomentazioni a favore della mia posizione. In primo luogo, riporto una considerazione del protagonista della vicenda, il quale, provocatoriamente, afferma di disprezzare l’ipocrisia di quanti lo hanno riconosciuto: se sanno chi è, sanno anche che lavoro fa, essendo il suo nome inscindibile dalla sua immagine, ma allora lo devono aver visto almeno una volta “all’opera”…
Poi non penso che le donne debbano sentirsi umiliate dalle affermazioni di Siffredi che, scelto proprio per la sua esperienza sul campo, dichiara di “averle provate tutte”…in fondo è solo ironia.
In terzo luogo, i bambini che, secondo il  Mo.I.Ge., potrebbero restare turbati nel guardare tale spot, non conoscono Rocco Siffredi, dunque per loro egli resterà solo un signore che passeggia lungo i bordi della sua piscina durante un party, sgranocchiando patate da una busta di plastica.
Inoltre, pare che si sia scatenata una gara di moralità proprio contro una pubblicità che certo non è fine, ma che fa dell’ironia maliziosa la sua arma, piuttosto che utilizzare scene volgari o scabrose che appaiono invece in diversi altri spot o in numerosi programmi, in onda anche nella fascia protetta. Un esempio palese è l’apparizione come co-conduttrice di un noto programma di filmati divertenti, nell’orario post telegiornale serale, dell’ex-pornodiva Eva Henger. Nessuno dei genitori, tanto meno i padri, si è mai lamentato delle continue “provocazioni” lanciate dai succinti tanga della “ben fornita” attrice. Eppure io, personalmente, trovavo tali immagini decisamente inappropriate a quel contesto.
Quinto, e ultimo, punto a favore dello spot in questione è che, a discapito di molte altre trovate, questa svolge appieno la sua funzione: infatti, grazie proprio alla presenza dell’attore, è inevitabile ricordarsi il nome della marca produttrice delle patatine pubblicizzate.
Per concludere, una mia breve riflessione: è indubbio che si possa ritenere questa pubblicità azzardata, eccessivamente maliziosa o inopportuna, ma ritengo ingiusto imporre la censura a qualcosa che non si approva. Credo non sia la migliore soluzione, quella che comporta l’eliminazione di ogni cosa non sia conforme alle nostre norme morali. È ridicolo che dei genitori abbiano segnalato questo spot per i suoi dialoghi “poco corretti” e non scatenino le loro ire contro manifestazioni ben più degne di censura. Si potrà dunque mostrare in TV qualsiasi immagine, purché non sia accompagnata da parole poco consone?

M.F.

In qualunque modo la si voglia vedere,il primo mese di non-governo dell’Unione ha avuto un solo,vero protagonista:Massimo D’Alema. Non Prodi,che con lui dovrà fare i conti e non ha ancora potuto formare il suo governo;non Bertinotti,accontentato come un bimbo capriccioso ed ingessato nella sua nuova veste istituzionale;e nemmeno Napolitano,eletto comunque in opposizione:al baffetto d’Italia,al centro-destra,al fattore K e pure al buon senso,che vorrebbe un presidente nato almeno dopo la ferrovia.
D’Alema ha monopolizzato la scena,non si sa quanto volontariamente o meno,e,come spesso accade quando è lui a tirare le fila,si è capito ben poco. Sarà che è sempre stato un uomo contraddittorio,almeno a vederlo a centinaia di chilometri da palazzi,salotti e salottini:uomo di rottura e compromesso,appassionato contestatore e politico finissimo,sembra vittima della sua stessa intelligenza,in nome della quale è spesso costretto a compier scelte contrarie alla sua ambizione,o altrimenti inspiegabili. Certo,può sembrare davvero eccessivo voler tentare di capire una persona che,negli anni dei duri e puri,tirava molotov contro la polizia fascista e guerrafondaia,se poi la si ritrova nel ’99 ad ordinare il bombardamento della Serbia. O se pensiamo anche al suo arrivo a quel governo,dopo aver stragiurato di non voler fare il Presidente del Consiglio senza investitura popolare. Tutte scelte apparentemente contraddittorie,quasi quanto il suo rapporto con la socierà civile.
Ma sono anni difficili,con la Prima Repubblica ormai defunta e la Seconda ancora da sognare;e allora,possiamo forse pensare che il suo atteggiamento di fronte a Berlusconi sia frutto della confusione di quel periodo. A dire il vero,sembra più un comportamento schizofrenico,che caotico. O,forse,autenticamente politico. Si passa dalla lotta dura senza paura contro l’anomalia del sistema democratico,alla magnanimità sul conflitto d’interessi,fino ai presunti inciuci della Bicamerale,splendido laboratorio politico che a nulla portò,se non alla caduta di Prodi.
Difficile giudicare una personalità così poliedrica. Impossibile allontanare il sospetto che,forse,il gioco di squadra non è la sua dimensione ideale. Assolutamente inevitabile leggere nella sua bocciatura al Colle un regolamento di conti aperti nel passato. Se alla Camera l’esito poteva sembrare scontato,per la tentazione di imbalsamare Bertinotti e perché lo stesso vecchio sindacalista era pronto a riesumare l’orgoglio proletario in nome dell’occupazione delle poltrone,al Quirinale la situazione era diverso:lo skipper di Gallipoli sembrava veleggiare sicuro verso l’elezione,alcuni sostengono spinto dalle correnti berlusconiane,pronto a porsi al timone non più dell’Ikarus,ma dell’intero Transatlantico. E invece,adesso rimane solo da chiedersi se Massimo il navigatore non ha scelto troppo presto il suo lato di regata,o se forse qualcuno gli ha fatto girare il vento;probabilmente,più che all’Olimpo,sarebbe il caso di rivolgersi al nuovo Eolo di Palazzo Chigi…Sempre che D’Alema,da tattico lungimirante,non abbia scelto dal principio di lasciare la gara nobilmente,in previsione di un ben più importante giro di boa,quello del non troppo lontano(pare)dopo-Prodi.
E infatti,il nuovo passo indietro di D’Alema ha portato ad una celebrazione quasi inedita per uno sconfitto,seconda forse solo a quella di Ettore di Troia e di Massimo Moratti. Dicono che una persona si riconosca da come si comporta sul campo di gioco;chi ha conosciuto D’Alema da giovane,giura che fosse un ottimo giocatore di ping-pong. Ecco,per me non è difficile vederlo confondere l’avversario,imbrigliarlo in un gioco di palle lente e tagliate,per piazzare poi,dal nulla,un’accelerazione imprevista. E non è così improbabile ipotizzare che il suo prossimo rivale sarà,ancora una volta,l’ormai non più bonario Prodi.

Andrea Luchetta

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