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Piove eppure i ragazzi sono tanti, il Venerdì arrivano i primi, ci sono le testimonianze di alcuni tra i tanti parenti delle vittime di mafia, il giorno dopo, 150.000 persone in corteo sfilano la mattina, e riempiono le aule che accolgono i seminari il pomeriggio.

E’ questo il programma della “XV Giornata nazionale dell’impegno e della memoria in ricordo delle vittime di tutte le mafie” organizzata da Libera eccezionalmente per il 20 Marzo e tenutasi quest’anno a Milano.

L’associazione combatte quotidianamente perché si abbracci la cultura della legalità, del rispetto e della pratica delle leggi. Il 21 Marzo, inizio della primavera, è una data simbolica. Ogni anno rinasce l’idea che si possa rimanere in piedi di fronte alla mafia, intesa non solo come associazione ma come atteggiamento, come allontanamento dalla corresponsabilità.

Grazie alla raccolta di un milione di firme nel 1996, Libera vede approvare la legge 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni in virtù della quale viene prevista l’assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita a quei soggetti – associazioni, cooperative, Comuni, Province e Regioni – in grado di restituirli alla cittadinanza, tramite servizi, attività di promozione sociale e lavoro.

La Lombardia segue Sicilia, Campania, Calabria, Puglia ed occupa il quinto posto della classifica delle regioni con il maggior numero di beni confiscati. In tutto il Nord 1000 sono i beni sottratti alle mani della criminalità organizzata. Di questi, 650 sono quelli individuati in Lombardia. A questo dato (come a quelli relativi al sequestro di cocaina ed alle operazioni antidroga per cui la regione è al primo posto nel Paese) va ad aggiungersi quello relativo all’illegalità ambientale che vede la Lombardia configurarsi come terra di grandi opportunità per i trafficanti di rifiuti tossici e gli organizzatori dello smaltimento di immondizia; caso emblematico è quello documentato nel reportage “Mammasantissima a Milano” realizzato da Mario Sanna per Rai News 24 riguardo ai 65mila metri quadrati di terreni agricoli situati tra Desio, Seregno e Briosco (comuni alle porte della città) ed adibiti a discarica abusiva.

Il perché la scelta di Libera sia ricaduta su Milano per la ricorrenza del 21 Marzo si ricollega ad ognuna di queste problematiche, all’avvicinarsi dell’Expo 2015 con i suoi appetitosi appalti e, soprattutto, all’intenzione di parlare di Milano come esempio della presenza della ‘ndrangheta nel Nord Italia, dove appunto, anche la torta dell’Expo potrebbe finire per essere spartita tra quelle famiglie che dagli anni settanta si sono inserite nel tessuto politico ed economico di Milano.

Sono stati anni di paura quelli tra il 1969 ed il 1998 per la Lombardia. La regione si è trovata al primo posto in Italia per il numero di sequestri di persona: 158 contro i 128 della seconda classificata Calabria. A farne le spese sono i bei nomi dell’imprenditoria milanese ed il jet set locale. Oggi, secondo la Relazione annuale della Commissione Parlamentare Antimafia «Milano e la Lombardia, rappresentano la metafora della ramificazione molecolare della ‘ndrangheta in tutto il Nord Italia». A ribadirlo é lo stesso Vincenzo Macrì, sostituto procuratore nazionale antimafia, autore della relazione, che definisce Milano come «la vera capitale italiana della ‘ndrangheta».

Della mafia a Milano, il 20 Marzo, ne ha parlato Giulio Cavalli, coraggioso attore di teatro che ha scelto di testimoniare contro questa presenza invisibile. Cavalli ha scelto di impegnarsi nel teatro civile, nel dare spazio alla denuncia del peso che le mafie hanno in un Nord dalla realtà economica dinamica, fluida ed adattabile. Dal 2008, anno dello spettacolo Do ut des su riti e conviti mafiosi,
vive sotto scorta. In replica anche nel prossimo Aprile, Cavalli continuerà a portare in scena un secondo spettacolo, A cento passi dal Duomo, centrato sul radicamento di cellule dei clan al Nord e sull’assordante silenzio di una regione che ancora fatica a riconoscere i nuovi mafiosi in giacca e cravatta.

Durante i seminari pomeridiani trovano spazio anche testimonianze d’oltreoceano, racconti legati alla corruzione, ad un’assenza di legalità che va oltre quella delle associazioni a delinquere di casa nostra.

Partecipo ad un seminario sul narcotraffico che si rivela una carrellata di testimonianze. Non si parla del narcotraffico in sé ma di idee per fronteggiarlo; si parla di America Latina e ne parla chi lotta contro una realtà corrotta che Libera insieme a Terra del Fuoco decide di denunciare. L’idea è quella di informare e stimolare la partecipazione ad idee e progetti, perché la solitudine legata al sentirsi portatori di un dolore che gli altri non conoscono possa venire lenita.

Tra le diverse testimonianze vi è quella di un avvocato colombiano impegnato nella difesa dei diritti umani. Racconta la storia dei “falsi positivi”, vittime del narcoparamilitarismo, di esecuzioni extragiudiziali sulle cui vicende uomini come lui si impegnano a fare luce. L’avvocato chiede che dall’Italia, scuole e singoli decidano di “adottare” un falso positivo e di sostenere le spese per le indagini su queste trame rimaste insabbiate. Non è questo l’unico progetto per cui si spera in un aiuto ed un appoggio in una giornata di cui Libera chiede l’istituzionalizzazione.

Il cammino sociale di cui Don Ciotti (fondatore dell’associazione) parla, trovi nel 21 Marzo una giornata in cui venga suggellata la promessa di impegno e grazie alle quale l’attenzione si mantenga viva, affinché davvero le loro idee camminino sulle nostre gambe.

Elena Mazza

 

 

 

 

 

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Alla cronaca dei fatti rimarrà sicuramente più il polverone pre-elettorale che non la Polverini vincitrice. Senza voler nulla togliere al neo Governatore della Regione Lazio, al contrario, si è avuta l’impressione che alla base si fosse partiti con un divario incolmabile tra le due fazioni rivali. I fatti che hanno portato alle dimissioni di Marrazzo (“almeno Berlusconi andava con le donne”, questo uno dei commenti che ho registrato in seguito ai fatti) e i suoi cinque anni di governo poco incisivi avevano già creato le condizioni di partenza per le quali qualsiasi candidato a destra sarebbe stato il nuovo Governatore. Per non sbagliare, il centro-destra ha presentato due novità: un candidato donna e, soprattutto, proveniente dal mondo sindacale. Mossa molto intelligente: sia per equilibrare i lasciti fatti alla Lega nel nord sia per convincere la gente di provincia che soffre più di tutti la crisi economica e che rappresenta il vero patrimonio elettorale della destra. Se poi si ha avuto modo di conoscere la Polverini dal vivo non si può tralasciare quell’accento burino che la fa sentire parte del volgo. La politica vicina alla gente.

Questo divario era importante tanto che il PD, dopo aver cercato nelle proprie carte degli assi mancanti, si è rassegnato ad appoggiare la Bonino ed i radicali. Insomma, per una volta non si è voluto giocare alla meno peggio come in occasione delle ultime elezioni municipali di Roma (in cui il PD si è presentato con Rutelli, spingendo la parte laica della sinistra ad astenersi e lasciando di fatto la vittoria ad Alemanno). Eppure, risiede forse qui il vero errore che sta commettendo il Partito Democratico al giorno d’oggi: “siamo l’unico partito in Italia ad aver organizzato elezioni primarie per scegliere i propri candidati”. Questo lo diceva Bersani in occasione delle primarie in Puglia. Ma se è vero che questa è la democrazia, allora il sistema delle primarie a sinistra andava forse allargato a tutte le regioni in cui si sarebbe andati al voto. Non solo quelle in cui vi sono problemi interni da risolvere, come è effettivamente successo in Puglia. Si perde credibilità e si può pensare che il partito sia democratico solo quando gli fa comodo.

In questo senso, la Bonino, politico di forte esperienza in Italia e all’estero, non è riuscita a convincere tutto l’elettorato di sinistra. Vi è la parte moderata, ricollegabile all’ex Margherita, che non è molto in sintonia con il percorso politico seguito dalla Bonino, così come i partiti di estrema sinistra non hanno mai visto di buon occhio i radicali. Come si è visto, purtroppo, è poi divenuto facile strumentalizzare il passato politico del candidato per farne opposizione. A 4 giorni dalle elezioni, Bagnasco ha preso parola invitando i fedeli a non votare i politici “pro-aborto”. Ci si chiede: può essere l’aborto strumentalizzato in funzione politica? Non sta facendo la Chiesa stessa l’errore madornale di ricollegare discorsi delicati riguardanti bioetica e diritti civili a quel porcile di opposizione chiamato partitismo? Forse non è solo la Chiesa a fare questo errore: in questi giorni stiamo vedendo come la questione delicata della pillola abortiva RU-486 stia diventando “di colore” – regioni rosse sì, regioni blu-verdi no.

Come se non bastasse, il clima si è scaldato con gli errori di presentazione delle liste e il tentativo trafelato di salvare il salvabile. Ma di questo se ne sono occupati abbastanza i giornali nazionali: quello spuntino di troppo, il quarto d’ora accademico e poi giù contro magistrati, questori, TAR, giornali. Ci si chiede se non sarebbe stato meglio dire “scusate” invece di andare avanti sul filo della politica dell’odio. Un Governo che discredita le proprie istituzioni è un governo che in primis riconosce di non aver fatto nulla per riformare gli aspetti che effettivamente non funzionano nel Paese. Ma prima di tutto che non si rende conto di quanto influenzi la società spingendola ancora di più verso un sistema parallelo a quello delle istituzioni, mafioso o anarchico che sia.

L’esclusione della lista del Pdl nella provincia di Roma ha fatto sì che alle elezioni molta gente sia andata in seggio, ha messo la croce sulla lista di Renata Polverini (ammessa senza merenda) scrivendo però il nome di candidati della lista Pdl. Sembrerebbe che nella sola Roma siano state annullate 30.000 schede di questo tipo. Con una differenza di voti tra le due candidate che, a risultato finale, è stata di 70.000 preferenze.

La sera stessa dello spoglio, la Polverini si è ritrovata in Piazza del Popolo a festeggiare mentre il comitato Bonino riconosceva la sconfitta e si augurava cinque anni di buon governo. “La Bonino è buona solo a protestare e non a governare” una tale affermazione la si aspetterebbe dall’opposizione. Invece è Antonio Di Pietro a rilasciarla quella sera stessa, dimostrando per l’ennesima volta (nonostante il risultato politico da parte del suo partito) che la sinistra non smetterà ancora per un po’ di darsi la zappa sui piedi. Proprio Di Pietro, a mio parere, è l’incarnazione della mediocrità di questa sinistra, simbolo di un anti-berlusconismo ad oltranza e vittima del ruolo subalterno rispetto allo sterile PD. Un po’ la crisi del secondo partito che ha toccato anche Casini dall’altro lato.

Una volta dato il risultato, non resta però che fare gli auguri di buon lavoro alla nuova giunta che si trova a dover far fronte a vari problemi di forte rilevanza: la cura di infrastrutture e trasporto urbano di Roma e provincie, la difficoltosa gestione della sanità, il rilancio industriale, agricolo e turistico. L’innovazione tecnologica e architettonica delle città. Sperando che la sintonia politica tra Governo, Governatore e Sindaco di Roma servano ora a fare qualcosa di grande per questa Regione.

Edoardo Buonerba
edoardo.buonerba@sconfinare.net

“La Bonino è buona solo a protestare e non a governare” Antonio Di Pietro, Italia dei Valori, dopo i risultati nel Lazio

Il 20 dicembre ricevo un regalo di Natale un po’ in anticipo. Squilla il telefono e una simpatica signorina mi comunica che sono atteso per uno stage dal 1 febbraio al 29 aprile a Kuala Lumpur, in Malaysia. Avevo quasi dimenticato di aver fatto domanda per quello stage, era passato più di un mese, ma ogni tanto mi stupisco di come la burocrazia riesca a compiere il suo percorso.
Non vi racconterò delle 22 ore di viaggio (so che ci vuole di più per arrivare in Puglia…) sarebbe come raccontare frammentati ricordi tra un colpo di sonno e un altro: inutile. Piuttosto vorrei descrivervi la vita a 3 gradi Nord dall’equatore. Ovviamente il clima è quello che noti appena abbandonata l’atmosfera protettiva dell’aria condizionata dell’aeroporto: 35 gradi e almeno l’80% d’umidità tutti insieme all’apertura della porta scorrevole (un po’ come i pinguini della vecchia pubblicità della Halls, al contrario). Per intenderci sono partito un attimo prima che arrivasse in Europa quell’incredibile settimana di freddo, chiusi aeroporti (partito appena in tempo da Londra), strade e autostrade.
Mi rendo conto solo ora che sono passate circa 6 settimane. Ho appena passato la metà del mio periodo qui, e mi rendo conto di come il tempo sia volato. Intendiamoci: non illudetevi, come ho fatto per un attimo io, che troverete tutto facile e pronto. Le difficoltà sono state tante e non nascondo il fatto di aver più volte ripensato alla mia decisione di essere partito. Fortunatamente il mondo è diventato più piccolo con internet e skype e posso dire di aver ricevuto un incredibile sostegno da chi avevo lasciato in Italia. (Grazie)
L’ente ospitante è l’Istituto italiano per il Commercio Estero (ICE): una sezione staccata dell’ambasciata italiana per la promozione del commercio con l’Italia. Un ufficio piccolo (uno staff di 7 persone) ma al 18esimo piano di un palazzo in pieno centro a due passi e con panorama sulle Petronas Tower. Confesso di non essere ancora andato a visitare l’ambasciata quindi non posso ancora descrivervi la villa con giardino immersa nel verde. Sarà per il prossimo articolo, promesso!
Posso dire che Kuala Lumpur riassuma completamente la Malaysia in una ‘piccola’ città (1,5 milioni di abitanti) rispetto alle altre capitali del mondo. Qui troverete tutti i contrasti e il multiculturalismo di questo stato. La religione ufficiale è l’Islam; considerate dunque di vedere un minareto in ogni angolo della città. Perlomeno per i primi giorni considerate anche di venire svegliati dal canto dei muezzin. Lo stile dei nuovi palazzi o di qualche casa tradizionale ha ovunque dei richiami simbolici islamici (anche l’architettura delle stesse Petronas Tower, orgoglio Malaysiano nel mondo, non fa eccezione). Ma se la società musulmana rappresenta una importante percentuale (53% in calo) di tutta la Malaysia, non può rappresentare da sola questo paese. Le minoranze cinesi e indiane ad esempio contribuiscono in ogni aspetto culturale: la cucina, le usanze, le religioni e le festività, la lingua e lo stile di vita.
La cucina è stata nominata per prima e non è un caso. Ho cercato, da quando sono qui, di evitare il più possibile tutto quanto non fosse malesiano: posso dire finora di aver provato 12 tipi di cucine diverse, ma non essere ancora andato in un ristorante italiano o in un fast food. Confluiscono qui tutte le tendenze culturali di tutto il sudest asiatico: cuochi dall’India, Bangladesh, Birmania, Vietnam, Thailandia, Indonesia, Filippine saranno lieti di infuocare il vostro palato con tutti i tipi di spezie esistenti sulla terra. Preparatevi inoltre a gustare gli infiniti piatti mediorientali, dal Libano all’Iran. Ognuno trova qui in Malaysia il suo posto.
Ad oscurare tutto questo arcobaleno di culture e religioni resiste ancora un governo non completamente democratico, una censura che permea ogni aspetto della società, una corruzione largamente praticata e alcuni elementi di razzismo nei confronti delle minoranze (peraltro più ricche e più laboriose rispetto ai Malaysiani ‘doc’). Mi soffermo sulla censura perché immediatamente visibile. Ho detto una censura presente in ogni aspetto della società ed avete modo di notarlo sopratutto nei luoghi pubblici: ad esempio le coppie (sposate e non, di qualunque età) non possono compiere “dimostrazioni affettive” (per intenderci baciarsi o tenersi per mano) nei luoghi pubblici. Finché si parla di ragazzi che si imboscano nei parchi può starci, ma la vera questione è che si fanno multe (e si rischia la reclusione) se un uomo e una donna passeggiano tenendosi per mano o se si salutano con un bacio. Improvvisamente tutto perde un po’ di colore in questo arcobaleno culturale. Secondo queste disposizioni ogni cosa deve rispettare questa regola, dunque non troverete un bacio in un film, le scene vengono proprio tagliate e tutto ciò che possa rappresentare una carezza oltre l’avambraccio non verrà mai trasmesso in tv (durante una parolaccia salta semplicemente l’audio).
Il risultato di queste norme? La polizia religiosa (sì, avete letto bene) effettua di tanto in tanto raid negli alberghi in occasione di ‘festività’ potenzialmente pericolose (S. Valentino… una festività terrorista!) per beccare le coppie di giovani Malaysiani in flagrante. Chi vuole invece vedersi e gustare completamente un film non farà altro che recarsi nelle affollate vie di Chinatown e comprare per pochi centesimi di euro gli ultimi film ancora al cinema. E che messaggio credete che passi nella mente della gioventù malesiana se si censura ogni dimostrazione di affetto, mentre le scene di omicidio, guerra e violenza vengono trasmesse integralmente?

Diego Pinna
Diego.Pinna@sconfinare.net

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