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“Quello che succede ogni giorno, non trovatelo naturale”

(Bertolt Brecht)

Proviamo ad immaginare. C’era una volta una bambina che correva per sentieri di pietra. Voleva arrivare, svelta, alla fontanella della piazzola, e siccome per bere doveva girare la testa, andava sempre a finire che uno sguardo, al cielo, lo regalava. Non era un cielo sconfinato. Aveva limiti precisi, che erano poi le creste di quelle montagne che stavano intorno a tutta la valle. Ti senti al caldo, quando hai un cielo piccolo, ti senti sicuro, non pensi mai di essere troppo solo, non pensi mai che possa cadere giù, che si squarci.  Un po’ come facciamo tutti con casa nostra, con le persone. Poi, succede che un mattino quel cielo divenga troppo grande,mancano un pezzo di montagna, e con lui duemila persone e quel senso di appartenenza a una terra che ti ha tradito, che si è rigirata nel sonno e ha spinto sotto le sue coperte case e stalle, senza risparmiare neanche le chiese e i bar, preghiere e bestemmie che si mescolano nell’arco dell’onda, lasciandoti in cambio un mattino livido e cinque minuti. Quei cinque minuti di tempo che hai per prendere la tua roba e seguire il militare gentile sull’elicottero che ti porta al campo profughi, non fai neanche in tempo a prendere tutto, e il tempo, a dire il vero, non ti basta neanche per guardarti indietro. Non è facile riassumere il Vajont in poche parole. Ma anche se nella realtà il cemento ha tenuto, la diga immaginaria che contiene questa storia fa acqua da tutte le parti.  Ascoltatevi l’orazione civile di Marco Paolini se volete capire gli intrighi e le speculazioni, guardate gli occhi dei vecchi ertocassani se volete capire cosa ha portato via, quell’onda, il 9 ottobre 1963. Per il resto, sfidando la noia, andatevi a leggere il Codice Penale, Libro secondo, Titolo VI, capo III, che all’articolo 449 tratta del “Delitto per disastro colposo”, punendolo da uno a cinque anni di reclusione, con pena raddoppiata in caso di danni a persone. Andando avanti, vien fuori che i requisiti per tale delitto si possono ricercare nell’estensione e nella complessità dei danni, nella non comune gravità dell’evento ma, soprattutto, nella pubblica indignazione che ne deriva. In effetti il termine “pubblica indignazione” regala un’atmosfera nostalgica all’insieme. L’aggettivo “pubblica” ricorda un sentimento di, come dire, coinvolgimento. E magari per una volta, non mero coinvolgimento emotivo, come quello con cui è stata approvata alla Camera la proposta di far diventare il 9ottobre “giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo”. Nulla in contrario, beninteso, alle “Giornate del Ricordo”, rimaste unico omaggio nominale per tanti dimenticati da una società con l’Alzheimer, ma se non si capisce il senso del termine “fare memoria”, forse non servono a nulla.  Fare memoria dovrebbe significare anche, e non è una frase banale, imparare dagli errori del passato.  Eppure, solo nell’ottobre dell’anno scorso, da un’altra parte d’Italia tre frazioni di Messina -Giampilieri, Altolia e Molino – e il vicino Comune di Scaletta Zanclea vengono sepolti da fango e detriti. Una trentina i morti, un migliaio i senza casa. I montanari della diga, 47 anni fa, l’aveva capito subito, lo sapevano già: non è la natura ad essere cattiva, ma è l’uomo ad essere irrimediabilmente stupido.  E infido. Infatti, le case in questione erano state costruite abusivamente, con l’autorizzazione di qualche consigliere comunale, o con la grazia di qualche condono edilizio qui e là. I meccanismi di speculazione non sono poi tanto differenti da quelli di una SADE (l’ente privato proprietario della diga del Vajont) che per fare i propri interessi marcia sulla vita di gente comune, sudore comune, sangue comune, in nulla diverso da quello di un montanaro veneto o friulano. Il fango se le è portate via, macinate, rosicate, quelle case abusive. E ricordiamoci dopo che dentro c’era della gente, e chiediamoci se erano abusive anche loro, le persone.  Si può attribuire la colpa alla conformazione geologica del territorio italiano. Ma dovremmo ammettere di avere una coda di paglia. I lemmi per il termine “abusivismo edilizio” che si trovano in Google Italia sono 237.000; 570.000 i nuclei abitativi abusivi stimati costruiti dopo il grande condono edilizio del 1985; il 99,4% dei Comuni in provincia di Salerno si trovano in territorio rischio di frana; da Nord a Sud del nostro bel Paese, sono circa 6milioni gli italiani che abitano nei 29.500 chilometri quadrati di territorio considerati ad “elevato rischio idrogeologico”; 1.260.000 gli edifici a rischio frane e alluvioni, e di questi 6mila sono scuole,e gli ospedali 531 (si veda il ‘Rapporto sullo stato del territorio italiano’ realizzato dal centro studi del Consiglio nazionale dei Geologi (Cng), in collaborazione con il Cresme, presentato a Roma, 13 ottobre 2010) .  La coda di paglia ci è già bruciata da un pezzo. Se fare memoria è buono e giusto, evitare tragedie da ricordare è allora sacrosanto.  “Ho un debito verso gli Ertani: raccontare la loro storia. Oggi, dopo vent’anni in cui l’Italia e gli italiani sono stati offesi, umiliati, tiranneggiati, uccisi in mille altre maniere, forse questa storia sembrerà una delle tante ‘casualmente’ accadute. Forse più ‘pulita’ di quelle che accadono oggi. Ma non è così. Assomiglia molto a quelle di oggi. E’ contrassegnata dallo stesso marchio: il potere. E dall’uso che ne fanno le classi politiche e sociali che lo detengono.”(Tina Merlin, Sulla pelle viva )

https://sconfinare.files.wordpress.com/2010/04/fornello-smaltato-73246811.jpg?attachment_id=2266È un’altra volta primavera e gli ormoni sono animalescamente alle stelle. La vostra stoica coinquilina si è trovata una nuova fiamma che bivacca sistematicamente
a casa vostra. Ormai il drudo che s’intrude si è impadronito anche del bagno: non si cambia mai il maglioncino radical chic a collo alto, ma si fa sempre la doccia da voi. Cosa fate? “Domani sera viene a cena… puoi cucinare qualcosa di buono tu che sei tanto bravo?” vi chiede lei con gli occhioni dolci. Come agire? Questa volta vi attrezzate a puntino e gli preparate un bello scherzo!

ATTO I: Ars bibendi

Ore 19.00: il vostro parassita plautino si è installato sul divano. Mentre lei è ancora in bagno ad imbellettarsi con la sua puntualità da Trenitalia, preparate un drink all’ospite. Martini bianco, vodka, gin, schweppes, anche grappa se n’avete e tanto, tanto tabasco. Finché il tutto non diventa rosso. Lo servite all’ospite che strabuzzerà gli occhi al primo sorso. “Certo con questo non ho vinto lo shaker d’oro! Ma è buono no?”. “Oh, sì…” accondiscenderà lui “Ma come si chiama?”. “Attila. Perché dove passa lui, non cresce più l’erba”.

ATTO II: Rimedi casalinghi

“Ma lo sai che più ti guardo più mi convinco che la mia coinquilina abbia buon gusto? Sei proprio bello…”. Nell’imbarazzo creato potrete versargliene un altro. “Ma che c’è dentro oltre la dinamite?”. “Un po’ di tutto! Bevi, bevi!”. Ubriacarlo sarà la vostra prima mossa vincente. Quando con la coda dell’occhio vedrete la ragazza sgattaiolare dal bagno in camera per agghindarsi (20 minuti), preparate l’affondo. Mettetegli nella tasca dei pantaloni una scatola di pastiglie per la gola per bambini spiegandogli che è metanodina, per il sistema nervoso. “Sai, è contraria a certe delusioni…” “Di che tipo?” “Oh, d’ogni tipo! Ora è normale, ma se succede, due o tre pillole di quelle e smette subito di piangere! Devi solo essere un razzo a dargliele, prima che allaghi la casa”. Mossa cattiva sì, ma la vostra pazienza l’avete già cucinata da tempo.

ATTO III: Suggestioni

Lasciato solo l’ospite con la sua morosa, finalmente preparate la cena: il vero e proprio colpo di grazia. Non c’è tempo per forni e grandi cose. Petto di pollo. Infarinatelo e mettetelo in padella con un po’ di burro e qualche spicchio d’arancia. Sale, pepe e un po’ di curry. Semplicissimo. Una volta cotto mettetelo sul piatto con altre due o tre fettine d’arancia di guarnizione e servitelo a tavola con del vino rosso. “Et voilà! Anatra, all’arancia!”. Lui è cotto e non coglie la differenza, lei non è certo un’intenditrice. “Un piatto speciale, per una coppietta speciale! Vi avverto che ci ho messo un po’ di piticarmo. Una spezia afrodisiaca potentissima, originaria della Polinesia. Ho dovuto girare mezza Gorizia per trovarla! Assaggiate, assaggiate!”. Dopo qualche boccone i vostri piccioncini saranno travolti dall’effetto placebo, perché il piticarmo non l’avete mica messo. Lei inizierà ad accusare vampate di calore e lui la seguirà a ruota. In un turbine di passione inizieranno a baciarsi fino a cadere dalle loro sedie. Dicendo “Si sente, eh sì che si sente!”. Li avviserete che ne avete messo pochissimo. Continueranno dicendo “Eh ma si sente lo stesso!” ancora convinti. “Guardate che di piticarmo non ne ho messo neanche un po’!” li avvisate dopo qualche minuto. “Ma te guarda la suggestione!” dice lei e si rialza mettendosi nuovamente a tavola con la nonchalance degna di una diplomatica, ma vergognandosi come una ladra per la figura da anatra, seppur all’arancia. Lui, però, sarà fuori combattimento, steso a terra sonnecchiante per la sbronza e in preda all’imbarazzo dell’orgoglio ferito, nei suoi sogni.

Ultima mossa: a fine cena lasciate sparecchiare a lei, così le darete l’opportunità di scaricare il fidanzatino e vi risparmierete una fatica. Poi anche dalla vostra camera sentirete lo stesso la scenata ad alto volume che vi aiuterà a digerire con un sorriso il ricordo del dis-drudo.

Su! cosa aspettate? Correte ai fornelli!

Daniele Cozzi

Intervista con l’autore, Giovanni Fasanella

Sig. Fasanella, che cos’ha significato per lei scrivere questo libro? Qual è stato l’input e quale la difficoltà nel relazionarsi con lo studio dei movimenti di estrema destra?

L’input è stata la cronaca. Alcuni avvenimenti di violenza accaduti di recente hanno presentato elementi di analogia e mi è sembrato che si potessero riunire ad un filo conduttore: la violenza contro il diverso. La difficoltà è stata sicuramente andare a cercare informazioni riguardo a movimenti che esistono al di fuori della legge, la cui caratteristica principale è una mimetizzazione impressionante.

Come lei dice, la violenza è l’elemento caratterizzante di tali movimenti. Quali sono gli obiettivi di questa violenza?

Prese di mira sono le diversità, che si parli di etnia, religione o scelta sessuale. Sono azioni che nascono da una vera e propria cultura dell’odio (soprattutto xenofobo) e riemergono da un sottofondo, che è quello nazi – fascista. A capo di questa violenza vi è comunque una rete e un network organizzativi internazionali sorprendenti. In Italia sono organizzazioni, quelle in esame nel libro, che si rifanno a vecchie sigle della destra eversiva degli anni ’60, ’70 ed ’80. Basti pensare che è stato arrestato poco tempo fa un uomo che tentava di reinserire il Ku Klux Klan. Al giorno d’oggi, vi è anche una maggior radicalizzazione a seguito della svolta di Fiuggi, con la quale Alleanza Nazionale ha ripudiato alcuni elementi fondanti del proprio passato. In questo senso, Fini ed Alemanno sono considerati dei traditori, agli occhi dei neofascisti.

In questo senso, non crede che queste organizzazioni stiano lavorando alla base, facendo oggi quelle attività politiche e culturali che venivano portate avanti una volta nelle sezioni comuniste?

Questa destra è pericolosa e subdola: usa oggi effettivamente delle parole d’ordine rubate alla sinistra. La destra si occupa dei centri sociali e del territorio, crea una vera e propria cultura di estrema destra attraverso case editrici, musica e soprattutto internet. Non è solo azione, sono pensiero ed azione insieme.

Gli episodi di omofobia degli ultimi mesi sono da ricollegare a questi movimenti di estrema destra o sono più da vedere come una difficoltà da parte della società tutta ad accettare nuove realtà sociali?

Entrambe le cose. Non si può negare comunque che all’interno dei movimenti di estrema destra vi sia omofobia.

A mio parere, le sacche di estremismo si vengono a creare lì dove la politica, attraverso il governo, non riesce a dare risposte adeguate a macroproblematiche che possono creare tensioni sociali. Cosa ne pensa?

Vi sono dei fenomeni dilaganti qualora la politica non sa dare risposte a problemi sociali emergenti. L’esempio più emblematico della questione è il problema dell’ondata migratoria. Dopo il 1989 si sono aperte le frontiere ad Est ed è arrivata gente affamata. Molti vengono da esperienze di guerre civili (basti pensare ai Balcani). Stessa cosa vale per le genti del Sud, dall’Africa. L’impatto della nostra società con questo macro-fenomeno ha creato un problema con cui non si era fatto i conti. La sinistra ha sicuramente sottovalutato il problema mentre a destra, con Lega Nord e La Destra, si è saputo dare solamente risposte xenofobe. Politica di accoglienza e politica di sicurezza sono due cose diverse e bisognerebbe spiegarlo alla nostra classe dirigente politica. La Lega Nord non si può definire “estrema” ma si basa sulla xenofobia e al suo interno si sono infiltrati personaggi provenienti dall’estrema destra, come ad esempio Borghezio. Si parla di “entrismo” nella Lega.

L’esistenza di movimenti estremisti non è mai venuta meno, ma leggendo il suo libro appare una situazione molto più importante a livello di numeri e questo traspare anche dai risultati delle ultime elezioni regionali. Quali sono i fattori alla base di tale amplificazione oggi? Che differenza c’è con l’estremismo di destra degli anni di piombo?

I fattori di quella che lei chiama amplificazione sono due: immigrazione e crisi sociale. A questo quadro si aggiunge la costante dell’antisemitismo. Quella descritta è una destra identitaria, che si rifà ad antichi valori, alla tradizione e si identifica nel filoarabismo ed antiamericanismo. Rispetto alla destra degli anni di piombo, possiamo affermare che vi sono elementi di continuità – ideologici, politico-organizzativi e nelle persone – ma non bisogna dimenticare che nel mentre è caduto il muro di Berlino. Se prima quindi la lotta politica si faceva contro il comunismo, al giorno d’oggi è il diverso ad esser preso di mira.

Il recente film “Genitori & figli” rappresenta, tra l’altro, uno dei problemi attualmente esistenti presso i giovani: un rigurgito di forte razzismo e forme di bullismo nelle scuole. Dove hanno sbagliato la società, la scuola, la famiglia?

Si sbaglia quando di fronte al rinascere di culture, come il nazifascismo, non si mette sufficiente attenzione da parte della scuola e della società nel contrapporre una cultura diversa. Si rimuove la storia quando è dal nostro passato che dobbiamo imparare. E’ quindi fondamentale ristabilire una cultura della tolleranza opposta a quella dell’odio che al giorno d’oggi, anche se propagata da un’estremità politica, ha contagiato tutta la società. E’ sicuramente questo il più grande demerito che ha la Lega in Italia.

Per finire, come nei telegiornali, lo sport. Nel libro lei sottolinea come fabbriche dell’estremismo di destra siano diventati gli stadi. E’ impensabile sperare in una presa di posizione da parte delle società di calcio contro determinati fenomeni razzisti e neofascisti? Penso soprattutto alla futura costruzione di stadi privati per club che potrebbero diventare nuovi templi per la fede, calcistica e politica…

Una presa di posizione non risolverebbe comunque il problema e le società sono troppo divise tra aspetti commerciali e la necessità di avere una tifoseria forte. Andare contro i propri tifosi sarebbe dannoso e la linea politica scelta è quella della prudenza e del “benestare tacito”. Dall’altra parte, i movimenti politici hanno capito di poter far leva sulla fede calcistica e hanno trovato nelle curve un terreno dove ottenere consenso. Si tratta ancora di contrapporre una cultura ad un’altra. I mezzi di informazione e le società sportive hanno di sicuro avuto il torto di assecondare e tollerare troppo nel passato. Ciò nonostante la Legge Mancino comporta mezzi per reprimere idee razziste e xenofobe e la repressione è fondamentale e deve essere implacabile, quando necessaria. Basti vedere come in Gran Bretagna siano riusciti a limitare gli hooligans. Le leggi sono necessarie, così come servono iniziative politico culturali e di tolleranza. E nel campo di gioco, il messaggio principale dello sport, di unione e fratellanza, non deve mai essere dimenticato, soprattutto non da chi il gioco lo pratica.

Il libro: “L’orda nera” di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, ed. BUR 2010, € 9,80

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net

Ferrara ormai ci è abituata. Ma io non ero preparato, quasi per nulla. Alla folla, le file, le corse tra i corridoio del teatro in cerca di un posto, anche in piccionaia, giusto quel tanto che basta per sbirciare il palco.

C’è la festa di Internazionale, ecco. E come ogni anno, la città si riempie di persone, mica solo giovani, mica solo professoroni in tweed e sigaro d’ordinanza. C’è di tutto, dal cileno che ti offre del vino mentre sei in fila, alla napoletana che ti chiede ‘ma come, tutta ‘sta gente??’. Tutte le età, tutti i ceti, tutte le direzioni. Perché la festa di Internazionale, e qui non ne vorrei aver frainteso lo spirito ma penso sia realmente così, è soprattutto movimento. Spostarsi lungo i confini, come fa idealmente tutte le settimane, passando pagina dopo pagina dall’Europa al Sudamerica, dal Giappone alla Sierra Leone. E anche qui a Ferrara, nel suo piccolo, ci sono confini. Quelli del Teatro Comunale, invaso da ragazzi che forse non ne hanno mai visto uno, e da abbigliamenti che contrastano con quelle ‘sacre stanze’.

E così, ti sposti anche tu, fisicamente e idealmente. Una mattina sei in Iran, l’altra in Europa, passando per l’Italia della politica e quella della mafia –anche se alle volte, e quante!, tendono a coincidere. Assisti a dibattiti colti e terra terra, riconosci volti e impari a conoscerne di nuovi, trovi spunti di riflessione, conferme, motivi di contrasto.

Trovi Ginsbourg, Foot e Marc Lazar, ad esempio. E ti senti fortunato a far parte di un dibattito che assomiglia di più ad una cena informale che ad un incontro ufficiale, mentre i tre si scambiano frecciatine e risate ironiche, si battono punto per punto per i propri principi per il gusto di sentire cosa dirà poi l’altro. L’essenza del dibattito, e dunque Internazionale diventa: movimento, ma anche parole. Parole utili, parole che si inseguono e si perfezionano, cercano di trovare una giusta quadratura alla questione, si scontrano e si ritrovano.

O trovi Saviano, che da troppi è considerato un vip, e da troppo pochi uno delle nostre ultime voci libere, perché così è più facile. E ascoltandolo dire che non si pente di aver parlato della mafia, che parlare delle nostre vergogne è l’esatto opposto di gettare vergogna, che il silenzio è vergognoso e davvero antipatriottico…Ascoltandolo, ecco che pensi che Internazionale a Ferrara significa movimento, parole e coraggio. Non un coraggio di atti. Di pensiero. Il coraggio della chiarezza, anche se non dici niente di che. Il coraggio di esprimere il proprio pensiero davanti ad una platea attenta, severa e preparata, che è la cosa più difficile, in fondo.

E, dunque, a Ferrara trovi tante cose a cui pensare. Gente, atmosfera. Pensieri che si agitano dell’aria.

Ma forse esagero. Sì, forse esagero, e questo non è un reportage fatto bene. Anzi, non è per nulla un reportage, ma un diario di emozioni e pensieri sparpagliati, brandelli di ciò che mi è passato per la testa durante la tre giorni di Festa. Sensazioni, più che altro. Ma forse è questo l’importante. Forse è questo che conta, vero? La sensazione. Le informazioni, alla fin fine, non sono tante. Tutte cose che si sanno, o si possono sapere. Ma la sensazione.

La sensazione di poter pensare, ancora. La sensazione che ci sia ancora qualcosa a cui pensare. Su cui pensare. Per cui pensare.

E la sensazione che ci sia ancora qualcuno che pensa. Non solo tra il pubblico, ma sul palco, persino. Una cosa rara.

Per quanto riguarda i temi, quasi dimenticavo. Sì, c’erano anche cose utili, tra ciò che volevo dire. Le scelte sono state buone, devo dire, anche se è arrivato il momento delle critiche. Mancava qualcosa, in effetti. Qualche tema un po’ tralasciato. La Russia, ad esempio. O il Sudamerica. D’altronde, qualcosa sfugge sempre. Il collegamento audio video per l’intervento era a dir poco pessimo. Le file assurdamente lunghe, i posti al primo che capitava. Certo che, però, questo dava anche sale alla manifestazione. Il brivido del ‘chissà se lo vedo’, l’eccitazione del ‘questa volta il posto sarà mio’.

E Ferrara è uno scenario pressoché perfetto. Il Castello, le stradine, il Duomo, il Teatro. L’aria stessa che si respira, la gente che vi abita. Rassegnata, a volte, e a ragione, a vedersi invasa da migliaia di migranti dell’informazione, desiderosa di conoscere ciò che succede al di là della nostra siepe. Perché i telegiornali nazionali, se sono a corto di notizie, parlano dei gatti sugli alberi. Gli altri fanno inchieste, perché sanno che le notizie non finiscono mai. Sapete, succede questo, da qualche parte, lontano da noi. E, per una volta all’anno, succede anche a Ferrara. All’anno prossimo, Internazionale!

Francesco Scatigna

Francesco.scatigna@sconfinare.net

Questo articolo è un atto d’amore per l’Europa, dunque è ingenuo. E’ un atto d’accusa alla nostra politica, dunque è banale. Parla delle elezioni europee, dunque è originale. Davvero. Superate le polemiche circa le frequentazioni del nostro premier, che certo non mi sorprendono, e quelle circa le ‘veline’ che prima c’erano e dopo no, qualche giornale finalmente deciderà –magari, si spera, prima del sei e sette giugno- di parlarci compiutamente delle europee e dei candidati, o addirittura –ma questo è un sogno- del referendum, graziosamente spostato al ventuno giugno per la gioia di tutti gli universitari fuori sede d’Italia.

Europee, dunque.

Facciamo parlare i dati e i fatti. Primo fatto: al 2009, gli eurodeputati italiani sono i più pagati d’Europa, pur essendo presenti in media a Bruxelles per meno del cinquanta –sic!- per cento del tempo. Uno degli esempi più gustosi è Bova, PD, presente in parlamento una sola volta, il giorno in cui, due mesi dopo l’elezione, veniva finalmente dichiarato decaduto per incompatibilità (era incompatibile fin dall’elezione però). Mica solo Bova, però. I nostri eurodeputati sono anche i più veloci nel farsi sostituire. Si sono visti anche i sostituti dei sostituti.

Cosa vuol dire tutto questo? Che per noi, semplicemente, l’Europa non conta. E’ un ottimo parcheggio, in attesa di un posto migliore. Soprattutto a partire da quest’anno, dopo la riforma europea degli stipendi degli europarlamentari, che sono stati fissati allo stesso livello per tutti i Paesi. Risultato? Che molti nostri consiglieri regionali guadagneranno di più dei nostri europarlamentari, e quindi tutti aspireranno alla carica in Regione, piuttosto che a Bruxelles.

Bene, si potrebbe commentare. In fondo, il messaggio che l’attuale governo fa passare è che l’Europa non sia altro che un ostacolo alle giuste italiche. Un’Europa pesantemente burocratica. Un’Europa per nulla unita sulle questioni importanti. Un’Europa insignificante, ma che riesce comunque ad essere fastidiosa.

Ma è anche l’Europa dell’Euro, che nonostante quel che dice la vox populi, ci ha salvati dalla Lira, che non avrebbe retto nemmeno alle crisi degli anni scorsi, figuriamoci a questa.

E’ l’Europa che con una riforma seria della questione dell’unanimità potrebbe risolvere i suoi problemi politici, e questo se i governi europei solo volessero.

E’ l’Europa dei cavilli burocratici, su questo non c’è alcun dubbio, e assurda come qualunque burocrazia. Ma è l’Europa che riesce a far convivere 27 paesi, 23 lingue, quasi 500 milioni di abitanti e le loro leggi, nel più ardito tentativo di unione di popoli della storia. E come tutte le burocrazie enormi –ma qualcuno ricorda quella sovietica?- ha risvolti da follia. Ma questo non ci autorizza ad ignorarne le norme, come l’Italia fa ormai per prassi.

Perché il nostro, lo ripeto spesso, è un Paese strano, che dice una cosa e poi ne fa un’altra. Il nostro governo odia Bruxelles, e ne è fortemente ricambiato. Rimane Paese membro, ma i suoi eurodeputati fanno tutto tranne che andare alle sedute del parlamento. Ignora con gran faccia tosta le leggi che si approvano lì, facendo poi credere al popolo che noi, alla fin fine, si fa quel che si vuole. Ah, sì? Guardiamo un po’.

Annualmente, quante leggi italiane sono in realtà state approvate dal parlamento europeo? Sparate pure una qualunque percentuale, non indovinerete mai. L’ottanta per cento.

L’ottanta per cento delle leggi italiane sono state prodotte a Bruxelles. E, il più delle volte, i nostri eurodeputati non ci sono. L’ottanta per cento delle nostre leggi, se i dettami di Aristotele sono esatti, sono dunque scritte dagli altri Paesi. E non è una cosa indifferente, sapete. Tre esempi per dimostrarlo.

Primo. E non per tirare in ballo la mia terra, ma un fatto che danneggia l’Italia intera. In queste settimane è stata approvata una legge per la quale il Vino Rosato può essere prodotto anche con uve di diversi tipi –bianche e rosse. Il Rosato del Salento viene prodotto con un solo tipo di uva: tutt’altra qualità, ma adesso il nome è lo stesso. La nostra sparuta delegazione –cioè chi dei nostri si trovava a passare da lì- ha votato a favore.

Secondo. E’ stata approvata una bella leggina che rende possibile produrre pasta con grano tenero, anziché duro. Qui, in tutta sincerità, non ho idea di dove fossero i nostri.

Terzo. Le reti da pesca. Secondo una legge voluta dai Paesi scandinavi, i buchi delle reti dovrebbero essere di un certo diametro. Bene: diametro ottimo per i pesci dei mari nordici, enormi, ma non per quelli del Mediterraneo. Se i siciliani seguissero la norma europea, non pescherebbero nulla.

Ora, voi potrete pure dire che queste sono sottigliezze. Ma per l’ottanta per cento le nostre leggi sono scritte da altri. A questo punto, o usciamo dall’Unione Europea, o cominciamo a mandare gente che all’europarlamento poi ci vada.

Ho esaminato le liste dei candidati per le europee. Liste quasi del tutto impresentabili. Quelle del Pdl, vergognose, dal Nino Strano che mangiava la mortadella al gran ritorno di Mastella –e non aggiungo altro, per pietà verso i lettori. Quelle del Pd, dove presentabili, impresentabili e ottime scelte sono ben mischiati in modo tale da perdere quanti più voti possibile; quelle dell’Idv, macchiate dalla candidatura di gente che poi a Bruxelles non ci andrà, a cominciare da Di Pietro; quelle dell’Udc, in assoluto le più atroci, e davvero non saprei da dove cominciare a criticare: da Magdi Allam o da Emanuele Filiberto? Ma forse andrei sul sicuro citandovi De Mita, per la serie ‘giovani leve all’Europarlamento’. E infine le liste di Sinistra e Libertà, per le quali però alla fine non si possono fare grandi discorsi perché non saprei dire quanti deputati potrebbe riuscire a portare in parlamento (ma spicca tra di loro Margherita Hack, questo va sottolineato).

E’ una carrellata assolutamente arbitraria, lo riconosco. Ma riconoscetemi almeno, al di là delle idee politiche di ognuno, che decidere di mandare in Europa dei rappresentanti come De Mita, o Mastella, o chi per loro, non è sintomo di grande considerazione per l’Europa. Non lo è davvero, a maggior ragione dopo tutte le considerazioni di cui sopra.

Un’Europa da cui, volenti o nolenti, non possiamo più prescindere. E che noi continuiamo a considerare alternativamente un parcheggio di lusso, un cimitero di elefanti, o un nuovo Bagaglino dove scaricare i nostri nani, le nostre ballerine e, perché no, qualche pregiudicato.

Francesco Scatigna

Centinaia di richiedenti asilo passano per la città e diventano gli “invisibili della Caritas”. Reportage

A Gorizia è facile per uno studente sentirsi un po’ fuori luogo, le giornate sono appesantite da un ambiente un po’ spento e burbero. Le ferite di un confine opprimente sono riuscite a chiudere in sé stessa una città che la geografia e la storia hanno voluto ponte fra realtà diverse.

Per scoprire un angolo di mondo accogliente, sorridente e multiculturale, basta però fare un salto alla Caritas diocesana. Entrando non te l’aspetti, sei accolto da un ingresso in penombra e da odori che il naso non vorrebbe respirare. Presto però voci, volti indaffarati e accoglienti compaiono a ogni porta, e svanisce dal visitatore spaesato ogni senso di imbarazzo.

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La corda vibra. Il tamburo esalta. La cassa urla. Stasera il palcoscenico del Teatro Verdi ingoia in sé l’intero mondo. Le luci danzano a ritmo di diversità, fra anime fibrillanti e lingue inesplorate. Con avidità, cerco di captare ogni singola sfumatura di quei mondi a me così sconosciuti. Le mani, veloci, scorrono lungo tutte le tastiere. Le note, al limite del palpitante, trasudano rabbia e rancore per una società che troppo bene ha imparato a denigrarle. Leggi il seguito di questo post »

Uno dei primi giorni del mio stage alla rappresentanza italiana presso l’OSCE a Vienna il mio responsabile mi disse che ognuno dei tre periodi di stage ha un evento importante: autunno-inverno la Ministeriale, estate la festa del 2 giugno, e inverno-primavera il Ballo di Carnevale.

Io ero capitata nel periodo della festa del 2 giugno, ma mi era sembrato un vero peccato aver perso un’occasione come quella di andare ad un ballo nel palazzo imperiale di Vienna, città dove i balli sono un’istituzione.

 Così sono riuscita a ottenere l’invito: e qui comincia il bello. Perché ogni ragazza, anche la meno femminile, sogna sempre di andare ad un ballo, di vestirsi come una principessa e ballare un valzer con il principe azzurro. Allora ha inizio la caccia al vestito, agli accessori, alle scarpe: vestito da sera, scialle, tacchi alti, pochette, gioielli.

 Ed eccoci a Vienna. Due principesse davanti all’Hofburg, nervose come non mai, impaurite dal dover affrontare quei diplomatici con i quali abbiamo lavorato per 3 mesi, ma che tuttora incutono quel timore reverenziale proprio di questa casta. La tensione scema quasi subito: appena entrate si torna indietro all’estate, quando in quelle sale ci si andava per le riunioni e ci si restava dalla mattina alla sera. Si  capisce immediatamente che l’ansia da prestazione legata alla fatidica domanda “Ma i nostri vestiti saranno appropriati?” risulta inutile, dato che il buongusto italiano vince sempre. Infatti mentre gli uomini sfoggiano il frac, un completo, o ancor meglio la divisa da cerimonia, molte delle signore non si distinguono per una scelta di abito appropriata: c’era chi aveva un vestito da cocktail (inappropriato), chi aveva un vestito evidentemente troppo piccolo (cattivo gusto), e chi aveva il vestito identico ad altre tre (poca fantasia).

 Tra i primi che riconosco tra la folla ci sono i diplomatici italiani, che ci accolgono con grande calore: il tempo di scambiarsi i convenevoli e fare un breve riassunto dei mesi precedenti, che veniamo interrotti dal cerimoniere che dalla cima delle scale addobbate da cascate di fiori annuncia l’inizio del ballo. Si salgono le scale tra fiori e giovani militari sull’attenti, con lunghe e doverose pause per le foto di rito, e finalmente si arriva alle sale: una rutilanza di luci, di tavole imbandite, camerieri che sistemano gli ultimi dettagli.

 E così ha inizio lo spettacolo. Le debuttanti fanno il loro ingresso trionfale, anche se con alcune cadute di stile, come una collana nera su abito bianco e degli evidenti problemi di coordinazione tra le coppie, e si aprono le danze: ballare il valzer a Vienna è un must, figuratevi dentro al palazzo imperiale!

Ormai eravamo all’Hofburg da quasi due ore, la fame iniziava a farsi sentire pesantemente, ma di cibo non ce n’era quasi traccia, solo un buffet un po’ improvvisato di specialità tipiche della Grecia, che quest’anno detiene la Presidenza dell’OSCE. Un po’ sconsolate cerchiamo comunque di tornare al nostro tavolo, e lì notiamo finalmente che la cena è iniziata: un buffet molto ricco, di specialità greche e ceche ( dato che la presidenza EU è della Rep. Ceca questo semestre). Bisogna dire che un dubbio ci attanagliava fin da quando avevamo scoperto che la cena era inclusa nel biglietto del Ballo: avremmo ritrovato le “Tartine dell’OSCE” che tanto ci avevano saziato e allo stesso tempo nauseato durante l’estate, o saremmo state graziate da un buffet più ricco e quasi quasi, più gustoso? Beh, la risposta è arrivata in fretta: alla vista sembrava un grande salto di qualità, ma all’assaggio si capiva che il catering era sempre quello di un tempo, applicato però a culture culinarie differenti.

  Tra una chiacchierata tra vecchi compagni di stage e la conoscenza dei compagni di tavolo si è arrivati ben presto alla mezzanotte, che come da programma riservava una sorpresa: era infatti prevista l’estrazione tra i biglietti venduti per la serata dei fortunati che avrebbero vinto dei viaggi in centri benessere di lusso nelle varie isole greche (ovviamente avevamo 4 biglietti, ma nessuno era vincente) seguito da uno spettacolo di musica e balli tipici greci. Questa è stata la parte più divertente della serata , perché se in una sala si ammiravano dei ballerini pseudo greci (Evan, il mio amico della presidenza, mi ha confermato che solo 3 tra il gruppo musicale e il corpo di ballo erano greci, gli altri erano austriaci doc) che si sbizzarrivano in canti e balli, coinvolgendo gli ambasciatori in un sirtaki un po’ stentato e  portando una ventata di Mediterraneo nella fredda capitale asburgica, nella sala adiacente un’altra orchestra suonava brani tra i più disparati, dai Beatles a alla colonna sonora di Nove Settimane e mezzo, da Asereje a What a Wonderful World. Ed è stato in quest’ultima sala che i diplomatici, sempre composti, hanno lasciato fuori la veste di diplomatico, per mostrare loro stessi, lanciandosi in balli sfrenati, che mi ricordavano le feste dei miei genitori e dei loro amici, a colpi di rock ‘n’ roll e musica anni ’70.

 Così al momento di andarsene verso un’altra festa, lasciamo questo meraviglioso palazzo e questa festa, finalmente diventata genuina e poco formale, che anche se di ballo viennese tradizionale, come ha detto la mia esperta in materia, ha ben poco, rappresenta perfettamente lo spirito dell’organizzazione che l’ha organizzata.

 

Leonetta Pajer

Tarda serata del 28 dicembre, siamo all’ingresso del cinema e osserviamo lo schermo su cui vengono proposte le varie programmazioni della serata: la scelta è rapida e avviene, come d’abitudine, per via negativa. Escludiamo a priori tutto quel cinema pseudo-gogliardico e troppo commerciale che ha il piacere ogni anno di invadere le sale cinematografiche della nostra Italia, soprattutto durante le feste, soprattutto se sono quelle natalizie. Tra le poche possibilità rimaste la nostra scelta cade subito sull’ultimo film di Salvatores: Come Dio comanda.

Non voglio annoiarvi, lettori, sia che siate una giovane o un giovane studente universitario immerso nella preparazione degli esami, sia un simpatico e raro affezionato di Sconfinare autoctono e residente nella città di Gorizia, con la trattazione della trama. Per questo mi affido al vostro livello di cinefilia e di frequenza delle sale di proiezione.

Vi vorrei piuttosto rendere partecipe di alcune, perdonate la mia presunzione, considerazioni emerse dopo la visione del suddetto.

Due sono gli aspetti che più mi hanno colpito: la descrizione del paesaggio e della società, pur nei limiti della rappresentazione, del nostro caro e vicino Nord-Est, e le peculiarità che contraddistinguono ciascuno dei personaggi.

Una compagine regionale, la nostra, in cui forte appare la sviluppo, l’impegno e l’operosità dei suoi abitanti, che però non sono stati altrettanto capaci di accompagnare questo sviluppo meramente economico ad una viva e decisa crescita sociale e direi anche ad una maturità mentale e relazionale dei suoi fautori. Con la devastante conseguenza che molti settori e sempre più ampie fette della nostra società non sono riuscite e tutt’ora non riescono a prendere parte a questo lauto e ricco banchetto. Così si viene a creare una nuova borghesia che, nonostante si senta forte sul piano delle conquiste e dell’operosità, ha dimenticato di saper vivere e affrontare le più vicine tematiche di povertà affettiva e culturale che la investono.

Emblematiche sono scene come quelle del funerale della giovane Fabiana o dell’incontro tra Rino e il suo vecchio datore di lavoro, troppo preoccupato al mero guadagno, tanto da dimenticare di avere alle dipendenza degli esseri umani e non delle macchine. A questo mondo, malato al suo interno, ma limpido, se osservato dal di fuori, si contrappone l’esistenza di Rino, del figlio Cristiano e del ritardato Quattro Formaggi, splendidamente interpretato da Elio Germano, che pur apparendo in tutta la loro difficoltà e desolazione di esclusi dal resto della società, sanno far valere e contemplare gli ideali di amicizia, di sacrificio e di vero amore che li unisce, soprattutto tra padre e figlio. Tanto da poter ottenere, agli occhi dello spettatore, quel riscatto e quella riabilitazione che cancella o se non altro smorza i loro crimini, che restano sempre atti da condannare, ma che dimostrano un attaccamento alla vita e un’autentica vitalità che non si dà mai per vinta, che sa affrontare le fatiche di ogni giorno, e che il resto della società ha ormai irrimediabilmente perso e abbandonato.
Francesco Plazzotta

Amico fragile, in Volume VIII. 1975

 
“Evaporato in una nuvola rossa in una delle molte feritoie della notte con un bisogno d’attenzione e d’amore troppo, “Se mi vuoi bene piangi “, per essere corrisposti…”

 
E’ l’unica canzone autobiografica di De Andrè, scritta da solo, in una notte, con molto alcol tra le vene. Da qui bisogna partire per capire, o almeno parlare seriamente di Fabrizio De Andrè. Poi pian piano, aggiungere altri tasselli. Le musiche oniriche di Amico fragile accompagnano tutto quello che De Andrè ha scritto e cantato nella sua vita, i temi ricorrenti e quello che sembrava essergli più urgente: svelare l’ipocrisia, la speranza in una nuova umanità e dunque il bisogno di cantare e dar voce agli ultimi della terra, una visione del cristianesimo depurato dalle sovrastrutture della chiesa, l’amore e la politica. Tutto questo era Fabrizio De Andrè, morto dieci anni fa lasciando un tangibile vuoto.

Oggi la nostra Italia – dalla memoria corta, culturalmente lenta e conservatrice – ha dedicato 88 luoghi, tra piazze, scuole e teatri al genovese, che credo se la rida quando pensa che la sua musica è una di quelle poche cose che tiene assieme noi italiani: fine curiosa per un anarchico.

La sua vita musicale è stata influenzata da elementi diversi. Ha contribuito Genova, il mare e le mulattiere che lì vi arrivano(creuza de ma), l’amore per le donne, e ovviamente il caso. A sei esami dalla laurea in legge abbandona una possibile carriera da avvocato, quando trova il successo musicale grazie all’interpretazione di “Marinella” di Mina, dirà: “Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 La canzone di Marinella, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all’avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti”.

Inizia a scrivere e comporre, collabora con Piovani, De Gregori, Bentivoglio e Cohen, traduce Dylan e Brassens, mette in musica “l’antologia di Spoon River”, arrivata in Italia grazie alla traduzione della Pivano. Partecipa alla contestazione del 1968, segue il maggio francese, nel 1973 esce “storia di un impiegato”, irride l’ipocrisia borghese e condanna le degenerazioni dei violenti.

Fa ridere leggere oggi le inchieste dei servizi segreti italiani di quegli anni che lo volevano vicino al terrorismo di sinistra, arrivando a sospettare che la tenuta acquistata in Sardegna sarebbe servita come base per una comune. Era il 1973 ed erano altri tempi, oggi questa storiella non può che unirsi alla schiera di barzellette sulle forze dell’ordine. Lui in Sardegna c’era andato per cercare ragioni profonde dell’essere e, neanche i 117 giorni di sequestro faranno diminuire il suo amore per quella terra: dei sardi dirà che come i pellerossa sono un popolo orgoglioso, fiero delle tradizioni e vittima della “civiltà”.

Qualche sera fa, su Rai3 Fabio Fazio ha presentato un programma(di 3 ore,3!) dedicato al cantautore genovese-dovrà pur servire a qualcosa pagare il canone Rai!-, era presente anche la seconda moglie di De Andrè, Dori Ghezzi. Sorrideva, ringraziava e canticchiava ma, non ha ceduto ad un’emozione, una qualunque manifestazione non controllata, difficile in una serata nella quale tutti avevano gli occhi lucidi. Non credo fosse triste per la perdita del compagno, sembrava semplicemente assente, distante da quanto le accadeva intorno. De Andrè prima di tutto non è un rito collettivo, è qualcosa di più profondo che ognuno segue col proprio pensiero, credo Dori Ghezzi volesse significare questo l’altra sera.

Non dobbiamo cadere nell’errore di volerne fare un’icona, cercando di santificarlo, almeno per amore di verità, era estremamente umano, sapeva godersi la vita, era piuttosto pigro e per nulla al mondo avrebbe perso una partita del Genoa calcio. Era un uomo dalla smisurata sensibilità , ascoltandolo ci si può riavvicinare all’umanità, alla parte più profonda di essa, sfiorare la verità e ignorare la meschinità del quotidiano. Questo era Fabrizio De Andrè, grande poeta che oscilla tra umano e sublime.

Federico Nastasi

Il nuovo libro intervista di Corrado Augias, questa volta in collaborazione con Remo Cacitti, docente di letteratura cristiana antica e storia del cristianesimo antico presso l’università degli studi di Milano segue il percorso già tracciato da “Inchiesta Su Gesù”(Mondadori, 2006) e cerca di ricostruire secondo quelle che sono ad oggi le fonti storiografiche sul cammino evolutivo e di formazione del cristianesimo. E’ una delle poche letture italiane destinate al grande pubblico che affrontano la religione dal punto di vista storico e non da quello della fede, tracciando un quadro accurato sui primi quattro secoli di vita del cristianesimo, nei quali questa fede è ancora un cantiere aperto, dove si possono rintracciare innumerevoli tesi e pensieri, da quelli che poi sono entrati a far parte della dottrina ufficiale della chiesa fino a quelli che in seguito sono stati dichiarati eresie, e che molte volte nella fase aurorale del cattolicesimo, prima che venisse definitivamente stabilito un “canone”, erano invece ortodossia. Si scoprono molte altre cose sorprendenti sui primordi del cristianesimo, come il fatto che molta parte nella formazione di questo culto più che Gesù l’hanno avuta San Paolo, da molti studiosi considerato il vero padre fondatore della chiesa, Costantino e il concilio di Nicea del 325 per esempio. Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, la distanza fra la ricostruzione storica dei fatti e quella fideistica dei vangeli e degli altri testi sacri è sì evidente, ma non così enorme; le differenze più macroscopiche rispetto alla storia si trovano invece nell’interpretazione ufficiale che dei testi viene data. In conclusione, come quasi tutte le religioni anche il cristianesimo ha subito evoluzioni e cambiamenti nel corso dei secoli,contaminandosi e prendendo spunti da altre fedi, cercando di adattarsi allo spirito di varie epoche storiche fino ad arrivare ai giorni nostri.

Matteo Sulfaro

Luci e ombre del decreto anticrisi

Il 28 Novembre è stato varato il decreto legge n. 185/2008, meglio noto come “decreto anticrisi”, che ha acceso una vivace discussione all’interno del Parlamento. Le misure adottate muovono circa 80 miliardi di € nel corso dei prossimi 2-3 anni, con l’obiettivo immediato di ristabilire la fiducia, come ha detto il ministro Tremonti.

Il ddl è composto di 36 articoli, divisi in 5 titoli, e le misure più importanti sono quelle a sostegno delle famiglie più bisognose – bonus da 200€ a 1000€, compensazione per l’acquisto di gas naturale – e in generale a tutti i cittadini (ammortizzatori sociali dotati di 1,2 mld circa di € in più per il triennio 2009-2011), oltre ad altre misure di varia natura (tra cui sostegno alle Ferrovie, misura per contrastare la fuga di cervelli e di sostegno ai precari).

Il punto su cui però il dibattito è stato più intenso è la pesante riduzione delle risorse disponibili per gli sgravi fiscali a sostegno dell’efficienza energetica, che in pratica permettono a chi vuole migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione di pagare solamente il 45% del costo degli interventi necessari. Con la modifica introdotta all’articolo 29, infatti, il limite di spesa per questi interventi è “pari a 82,7 milioni di euro per l’anno 2009, a 185,9 milioni di euro per l’anno 2010, e 314,8 milioni di euro per l’anno 2011” (art. 29 comma 7). Per rendere l’idea di quanto sia ridicolmente bassa questa cifra, basti sapere che nel solo 2007 ci sono state richieste di sgravi fiscali per 825 milioni di €.

Inoltre, il procedimento per accedere a questi già scarsi fondi si è complicato, prevedendo l’invio di una “apposita istanza per consentire il monitoraggio della spesa e la verifica del rispetto dei limiti di spesa complessivi” di cui sopra: vale la regola del “silenzio dissenso”, cioè, se non si riceve entro 30 giorni la risposta dall’Agenzia delle Entrate, il contributo si intende non concesso.

Inizialmente il ddl rendeva questa norma addirittura retroattiva a partire dal 31 dicembre 2007 (riferito alle opere in corso a quella data): in pratica tutti coloro che avevano ottenuto degli sgravi fiscali da quella data in poi non ne avrebbero più beneficiato. Tuttavia, il 3 Dicembre ’08 il governo ha fatto marcia indietro eliminando la retroattività, quindi chi ha già ottenuto gli sgravi fiscali nel corso del 2008 dovrebbe stare tranquillo (il condizionale è d’obbligo!).

Evidentemente il disaccordo è forte anche all’interno della maggioranza, se Tremonti ha subito ventilato l’ipotesi di porre la fiducia sul decreto. E per restare nell’ambito regionale, la Lega Nord del Friuli Venezia-Giulia ha duramente condannato questi tagli.

La motivazione ufficiale di questi tagli sarebbe evitare che i crediti d’imposta vengano “usati come dei bancomat”, cioè per finanziare spese per le quali non c’è la copertura necessaria da parte dei privati. Proposito ovviamente condivisibile, che però non può certo giustificare le dimensioni di questo taglio che di fatto blocca la diffusione degli interventi di risparmio energetico e dà anche un durissimo colpo alla giovane e attiva industria delle energie rinnovabili, una delle poche in buona salute anche in questo periodo di crisi.

Nel frattempo, in Europa e negli USA, si è ormai affermata una strategia di uscita dalla crisi economica che non solo non danneggi l’ambiente, ma anzi faccia dell’industria delle energie rinnovabili e del risparmio energetico due pilastri fondamentali per rilanciare l’economia. Su questo tema, che giustamente ha inserito fra le priorità del suo mandato, Obama è atteso al varco (il primo è la firma all’accordo di Kyoto). In Europa, invece, già da tempo ci sono paesi che investono nelle energie rinnovabili e che ne stanno traendo i benefici. Tanto per evitare di essere accusato di faziosità politica, faccio notare che è stato proprio il conservatore Sarkozy a difendere a spada tratta il pacchetto europeo contro il cambiamento climatico.

Ma si deve andare al di là dei benefici puramente economici ricavabili sul medio e lungo periodo dallo sviluppo delle energie rinnovabili. Non si tratta solamente di freddi calcoli economici,  non è una questione né di destra né di sinistra: la difesa dell’ambiente è una questione che tocca tutti, indistintamente, non perché tutti debbano amarla, ma semplicemente perché le conseguenze peseranno sulle spalle di tutti noi. Anzi, non peseranno sulle spalle di chi ora ha 60 o 70 anni e sta al governo o all’opposizione, ma soprattutto su quelle di noi giovani.

Vorrei abbandonarmi a un elogio lirico sull’amore per la Natura, ma so che non avrebbe molta presa (e non ne sarei capace!). Quindi preferisco tenere una linea “leggermente” più brusca: non possiamo permetterci di attendere troppo, è già tardi per evitare danni ma non è troppo tardi per evitare il peggio. Questa crisi è l’occasione di staccarci da un modello di sviluppo distorto che considera i danni ambientali una variabile quasi irrilevante: spero che si comprenda la mostruosità di questo errore senza doverlo provarlo sulla nostra pelle e senza che il nostro futuro venga compromesso. Abbiamo il diritto di non pagare le colpe altrui: rendiamocene conto e cominciamo noi stessi a cambiare le cose.

Federico Faleschini
federico.faleschini@sconfinare.net

Per gli studenti di Gorizia. Quelli che non hanno potuto esserci all’assemblea di mercoledì 23 ottobre. E quelli che non potranno esserci all’assemblea del 29 a causa delle lauree programmate nella sede staccata goriziana per quel giorno (nonostante che la centrale Trieste abbia decretato la sospensione dell’attività didattica). Ma anche, e soprattutto, per quelli a cui questa protesta non interessa. Con la speranza ma non la presunzione, di fare cosa sgradita.

Stato d’agitazione. Una condizione che ricorda lo stato d’allerta, quasi si trattasse di guerra o, com’è successo recentemente, di minaccia terroristica. Sennonché a dichiarare siddetta condizione d’urgenza, non è il ministero della difesa, ma un’assemblea degli studenti. Una delle tante in questi giorni di protesta anti-Gelmini. “Fate l’amore con il sapere” lo striscione appeso, non senza comiche difficoltà, sulle finestre al terzo piano dell’Università di Trieste. Sotto, senza il popolare yogurt, la mul(l)eria, gli studenti. Saranno novecento, millecinquecento. Chi azzarda 3 mila. Tanti, tantissimi, troppi per me che non sono mai stato bravo a far stime.

Di certo, come non era bastata a contenerci la sala Venezian, prima destinazione, così l’aula magna, seconda ma altrettanto vana sistemazione. “Fuori!”, l’urlo parte da quelli che s’accalcano all’entrata dell’aulone maestoso e oscuro. C’è voglia di partecipare, il grido si fa applauso e poi coro unisono. E fuori sia. Tempo d’organizzare una cassa e un microfono, nonché di percorrere le scale all’interno dell’edificio. Sembra di stare alla simulazione di un’evacuazione, quelle delle scuole dell’obbligo per intenderci. Solo che, a differenza di allora, non tutto scorre fluido e veloce. Niente maestro unico qui.

Percorro i gradini e mi risuonano in testa motivetti gucciniani da feste a base di rossi (i vini, ormai d’annata ci sono solo quelli). A me, che il ’68 non so nemmeno cosa sia, e non me ne importa nemmeno più tanto, vien da sorridere. Penso a Gaber, al bar Casablanca. La locomotiva, intanto, procede lenta fino al cortile, lì come all’uscita di una stretta galleria, riprende a correre. E’ un anfiteatro che si apre al mare, il cortile di piazzale Europa.

“E’ in questo luogo simbolo dell’Unione Europea che, significatamene, ci ritroviamo”. Apre le orazioni il rettore Peroni. Svelto e attento a liberarsi da ogni critica di strumentalizzazione della protesta. Issato al muro centrale, sventola debolmente lo stendardo europeo, affiancato dall’ancora più stanco tricolore. Che il Magnifico mi venga ad informare sullo stato delle cose, invitando la mobilitazione degli studenti a me, uno pocofico, un po’ puzza. L’atmosfera è da grandi parole, senza bisogno di scomodar la retorica. Basta guardar la folla e, per i più romantici, spingersi oltre, fino al golfo. E’ il sentimento che ti frega nella massa, e così ti ritrovi, senza volerlo, ad applaudire la non-negoziabilità della carta costituzionale. Il giurista Peroni dimostra di saper usare i termini del mestiere e chiude con un appello all’apostolato per la costituzione. Amen. Meno accesi di un requiem, gli interventi istituzionali a seguire. Con a ruota la rappresentanza dell’Ateneo di Udine e della SISSA (la scuola internazionale superiore di studi avanzati). La platea rimane attenta, in uno stand-by continuo, pronta ad accendersi, ad alzarsi, ad infiammarsi.

Finchè, finalmente, arriva il momento degli studenti, della sedicente muleria. Si capisce subito che i pompieri non serviranno. Non questa volta, troppa pacatezza nell’aria. Si salutano le parole di tutti con degli applausi più da conferenza che d’assemblea. Poche le interruzioni da standing ovation. E difatti, lo scopo è quello d’informare prima di tutto. E, stando al silenzio, più di assento che di assenso, ce n’è davvero bisogno. La legge 133, chi era costei? E il DL 112? Potrei indovinare che più della metà dei presenti non si è nemmeno preso la briga di leggere gli articoli d’interesse. Così la demogagia di una mobilitazione, fosse anch’essa giusta, può dilagare.

C’è spazio anche per il dissenso del dissenso. E’ uno studente della destra studentesca che denuncia gli sprechi del mondo universitario. Per difendere il suo diritto allo studio, non c’è bisogno dell’intervento dei poliziotti-guardiani chiamati alle armi dal Cavaliere-capitano. Infatti, lo sfortunato navigante si becca la sana dose di fischi ed evapora nella folla, felicemente. L’impavido lo sa, verrà premiato l’indomani con una citazione nel giornale locale, anche questo, nel suo Piccolo, conta.

Scorre da un’altra parte la corrente della protesta. Studentesse e studenti, ricercatori, precari, docenti con e senza cattedra. Le parole sembrano fluire insieme, in un corso morbido come l’Isonzo, romantico come la Soča. E insieme alle parole le cifre. Un miliardo e mezzo di euro, tanto si taglierebbe all’Università da qui al 2013. Togliere fondi all’Università e alla ricerca è come sparare su una croce rossa che di rosso ha già anche il bilancio.

Tanti si rivoltano in nome della pubblica scuola. Tanti tacciono nell’indifferenza passiva e sedentaria che ha ormai prodotto questa democrazia da reality. Tanti, soprattutto tra i non universitari (ma non solo), si chiedono se, tra sprechi e baronati, stringere la cinghia non abbia effetti su un uso più efficiente delle risorse. La verità probabilmente rimane sottaciuta: di progetti di riforma non si fa nemmeno accenno, solamente si spenderà meno e si continuerà a spendere male, e questo non farà menomale. Anzi.

Ma è bello pensare che, come hanno ripetuto fino all’autoconvincimento gli studenti intervenuti, “Non finisce qui”. Ci s’illude di essere meno soli a parlar di “sogni”. Ad unirsi all’appello dei “cittadini civili che oggi insorgono”. E’ romantico e serve. Unendomi al corteo partito spontaneamente per le trade triestine, ho sentito ragazzi uscirne per la paura di essere “segnalati” alle forze dell’ordine. Di più: una ragazza mi ha rivelato che appena ha visto i poliziotti vestire i guanti ha subito pensato ad uno scontro violento e si è dileguata. Mi chiedo che paese sia l’Italia, dove chi manifesta ha paura, chi governa usa questa paura come strumento, e chi, come la muleria, non dovrebbe aver niente da perdere, abbassa il muso e decide di convivere con questa paura. Democrazia o Paurocrazia? Nel dubbio, meglio scender impavidi nelle piazze, invadere le strade, far lezioni in città. E il quarto d’ora accademico? Al bar Casablanca. “Al bar Casablanca seduti all’aperto la birra gelata. Guardiamo le donne, guardiamo la gente che va in passeggiata. Con aria un po’ stanca, camicia slacciata in mano un maglione, parliamo, parliamo, di studentato, di rivoluzione.” Ma come? Con tutte le libertà che abbiamo, vogliamo anche la libertà di cambiare?

Un nipote illegittimo del signor G.

(Davide Lessi)

Per avere qualche idea delle cifre proposte mercoledì 23 ottobre e appena accennate nell’articolo, rimando al sito della facoltà di scienze: http://www.smfn.units.it/default.aspx

in particolare al link del powerpoint pubblicato dal professor Rui, preside di facoltà e primo docente a tenere lezione in Piazza Unità a Trieste, per sensibilizzare sui temi della protesta la società civile.

http://www.smfn.units.it/Lists/Announcements/DispForm.aspx?ID=85&Source=http%3A%2F%2Fwww%2Esmfn%2Eunits%2Eit%2Fdefault%2Easpx


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