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Freedom House è un ente privato che ogni anno compie un’accurata indagine sulla diffusione della libertà di stampa nel mondo, analizzando 1) il contesto legale in cui operano i giornalisti 2) le interferenze economiche che essi incontrano nella diffusione delle informazioni 3) le pressioni politiche cui i media sono sottoposti. A tale indagine è associata una classifica dei paesi con la stampa più libera. L’Italia si trova alla settantatreesima posizione, preceduti da Benin e Israele, in ex aequo con le isole Tonga e subito prima di Hong Kong. Ci precedono in graduatoria paesi dove la tutela dei diritti civili ancora non si è del tutto affermata, come la Corea del sud. Peggio di noi trai nostri partner europei, solo la Bulgaria (76) e la Romania (92). Insomma, secondo FH siamo nella lista dei paesi con stampa parzialmente libera. Nell’analisi sul 2007 eravamo nella lista dei paesi con stampa totalmente libera. FH motiva la nostra discesa nella graduatoria riferita al 2008 con le leggi restrittive imposte ai giornalisti (la famosa “legge bavaglio”?) e con l’imbarazzante numero di querele di politici da cui essi si devono difendere. Vengono citate anche organizzazioni di estrema destra e le varie mafie (spicca sicuramente il caso Saviano) come lesive della libertà di stampa con le loro minacce e intimidazioni, ma, sempre secondo FH, un pericolo sarebbe dato anche dal “ritorno del magnate dei media Silvio Berlusconi alla carica di premier” che “ha risvegliato paure in merito alla concentrazione degli sbocchi informativi pubblici e privati sotto un solo leader”.

Come si porrebbe il nostro premier nei confronti di quest’analisi? Potrebbe dire come al solito che FH è stata imbeccata dalla sinistra sull’argomento, e molti italiani gli crederebbero. Fatto sta che FH non riceve finanziamenti dai governi e non ha pertanto nessun guadagno a “parlare male” dell’Italia, così come nessun guadagno deriva ai giornali europei dal criticare l’Italia. Non risulta, infatti, che la copertura che i nostri media stanno dando al caso Mitterand faccia lievitare gli ascolti o aumentare sensibilmente le vendite. Appare tuttavia increscioso che un pedofilo reo-confesso diriga uno dei ministeri più prestigiosi di Francia. Così come appare increscioso che a capo del governo si trovi un pluriindagato, più volte prescritto (che, diciamolo a scanso di equivoci, significa solamente che il reato di cui si è accusati è “scaduto”, non che chi è accusato sia innocente). Infatti per il presidente del consiglio il modo migliore di porsi sulla questione sarà di dimenticare che questa graduatoria sia mai esistita e di farlo dimenticare anche agli italiani, per esempio bandendo il tema dai telegiornali.

La delegittimazione dell’informazione italiana ed estera serve al premier a evitare di confrontarsi con essa su questioni scottanti. Questa strategia di delegittimazione è seguita meticolosamente: lo stesso Economist sostenitore di Reagan e Thatcher è stato ribattezzato “ecommunist”. L’Economist si pone il problema in termini di assoluto realismo e sostiene che il premier non sia la persona giusta per guidare l’Italia per molti e noti motivi, ma Berlusconi invece di rispondere a tono a un autorevole settimanale letto da tutte le élites mondiali sui dubbi più che legittimi che esso solleva, fa finta di niente, gli dà del comunista e la questione finisce lì. Nessuno del suo elettorato ha chiesto spiegazioni, nessuno dei suoi alleati politici ha accennato una reazione, nessuno dei suoi quotidiani liberi ha posto la questione, anzi hanno seguito Berlusconi sostenendo che l’Economist fosse una rivista trascurabile, bollandola appunto come comunista. Infatti essere comunista in Italia non significa “essere d’accordo con Marx”, ma solamente “dover essere ignorati”. Chi viene bollato come comunista non ha la dignità di porre domande, o quantomeno, di meritarne le risposte.

La libertà di stampa in Italia esiste solo su alcune questioni, mentre su altre viene calato una coltre di fumo. Così nei telegiornali la questione Alitalia passa per essere uno dei grandi successi di questo governo, quando invece, a causa del blocco imposto da Berlusconi al governo Prodi sulla cessione ad Air France, ci siamo trovati a doverne pagare i debiti e migliaia di persone hanno perso il lavoro (la prima offerta bloccata da Berlusconi prevedeva 2150 licenziamenti, quella accettata dal suo governo ne ha causati circa 7000; nella prima offerta i debiti di Alitalia sarebbero stati ripagati da Air France, con l’offerta fatta dopo, i debiti se li è accollati lo stato, cioè noi). Altro esempio: L’emergenza rifiuti, grande successo del governo Berlusconi. A Napoli. Nel casertano invece le strade sono ancora piene di immondizia. I telegiornali del servizio pubblico però si guardano bene dall’approfondire tali tematiche, come farebbe qualunque servizio pubblico. Ora i lettori di centrodestra riterranno queste considerazioni frutto della propaganda di un comunista e le ignoreranno. Questo è uno dei problemi.

In Italia infatti non c’è dialogo tra i due “schieramenti” di elettori, si tende a delegittimare l’altro perché “comunista” o “fascista”. E questo è anche colpa dell’atteggiamento delegittimante tenuto da Berlusconi nei confronti di chiunque non sia lui stesso; lo stesso Fini e le sue dichiarazioni sono stati più volte smentite da Berlusconi perché in disaccordo con le sue. I governi negli ultimi anni finiscono quindi per trasformarsi in una dittatura della maggioranza, causando una prima seria distorsione al sistema democratico italiano. Quante volte sentiamo Berlusconi pronunciare dati sul consenso? Questo, in un’ottica populista, è facilmente traducibile nella frase: “ho un mandato che il tot% degli italiani continuano a rinnovarmi ogni giorno, per cui faccio come vogliono loro”. Infatti altrettanto spesso ultimamente, sentiamo dire i suoi alleati: “Berlusconi è l’unico che capisce il popolo”. Il che significa in sostanza che la volontà del popolo è la volontà di Berlusconi e viceversa. Ammesso e non concesso che i dati sul consenso siano veritieri (nessuno si è ancora peritato di smentirli anche se palesemente falsi, visto che cambiano di giorno in giorno), il problema che si pone è serio; il restante 25% degli italiani cosa deve fare? La democrazia fa governare la maggioranza, ma dà all’opposizione il ruolo di contrappeso. Se l’opposizione viene totalmente ignorata e delegittimata (grazie anche al famoso premio di maggioranza che esiste solo in Italia e che in sistema maggioritario trova poche giustificazioni), la democrazia perde molto del suo significato.

Quello della libertà di stampa rimane un problema di fondo che molto ha a che fare con questa distorsione. È stata proprio la stampa a privarsi del ruolo che essa dovrebbe esercitare in una democrazia, ovvero quello di arbitro imparziale: dovrebbe infatti portare le notizie nella società civile affinché quest’ultima possa scegliere al meglio a chi affidare la propria delega al governo. Se a sinistra si delegittimano molti quotidiani di destra perché “sono tutti del padrone”, a destra si delegittimano i quotidiani di parte opposta perché “comunisti”, “complottatori” e via dicendo. Alla fine l’informazione diventa duplice: ci sono l’informazione di destra e l’informazione di sinistra, i quotidiani di destra sono letti da elettori di destra e viceversa, creando due visioni diametralmente opposte della situazione in Italia, che però è una sola. Ne risulta una contrapposizione sorda, tutti urlano le proprie ragioni convinti di quello che dicono senza che l’altro ascolti perché altrettanto fortemente convinto.

Altro problema è quello dell’intoccabilità dei suoi leaders. Ancora una volta la libertà di stampa ha un ruolo cruciale. Berlusconi nella sua carriera politica si è dimesso una volta, nel 1994, in seguito alla consegna di un avviso di garanzia inviatogli dalla questura di Milano per il reato di concorso in corruzione. Berlusconi allora, responsabilmente, si dimise: come poteva rimanere in carica un presidente del consiglio sospettato di aver commissionato la corruzione di giudici? Nel 1994 la situazione però era ben diversa: si usciva da tangentopoli e i politici sospettati di corruzione erano il bersaglio di moltissimi quotidiani (quello di Feltri in primis), oltre che dell’insofferenza della maggioranza degli italiani. Inoltre Berlusconi ancora non aveva giocato le sue carte in termini di censura e propaganda: nel 2001, quando Travaglio da Luttazzi, Santoro e Biagi sollevarono nuove critiche non dissimili da quelle del ’94 sul passato di Berlusconi, furono accusati di fare informazione di parte. Nel ’94 però sollevare le magagne del premier come fecero quasi tutti i quotidiani non era fare informazione di parte, mentre dal 2001 lo è diventato. Oppure semplicemente l’opinione pubblica era più sveglia e combattiva nel 1994. La differenza comunque si è notata: Luttazzi, Santoro e Biagi sono stati allontanati dalla RAI (Santoro ci è rientrato dopo aver vinto una causa contro la RAI per licenziamento senza motivo). Fatto sta che nessuno dal 94 ha più chiesto le dimissioni del premier.

Altro grave problema che sicuramente ha influito sulla nostra posizione nella graduatoria di FH è la cosiddetta legge bavaglio. Oltre a porre un limite molto debilitante alle indagini per intercettazioni, tale legge rende impossibile per la stampa informare l’opinione pubblica di ciò che le intercettazioni mettono in luce, a causa delle multe salatissime imposte agli editori che contravvngono a questa norma. La motivazione è che è moralmente sbagliato portare fatti anche privatissimi sulle prime pagine dei quotidiani, il che sarebbe giusto, se non fosse che questo vale solo per i cosiddetti “potenti”. Luca Stasi è sputtanato quotidianamente su tutti i telegiornali, ma per il fatto di non farlo grazie a delle intercettazioni, ciò è considerato lecito.

Edoardo Da Ros
Edoardo.daros@sconfinare.net

Lo so, non è un discorso facile cui approcciarsi. Intanto, sgombriamo il campo dagli equivoci: non intendo fare un discorso tecnico, che è, per la gran parte degli studiosi, ormai chiuso. Difatti, già dal ’99 è in vigore una legge per il riconoscimento del Friulano come lingua (sottolineiamo, lingua) minoritaria, in applicazione del principio dell’art. 6 della Costituzione (‘La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche’). Non mi dilungherò di più sulle questioni giuridiche: fatto sta che il Friulano è stato riconosciuto come lingua dallo Stato italiano, e non voglio discuterne il merito.

Voglio, piuttosto, discutere l’uso che di questo riconoscimento se ne fa, e che ben possono intendere tutti coloro che hanno del Friuli un’idea da ‘esterno’, scevro da condizionamenti familiari e/o scolastici. Intendo dire che in Friuli esiste una sorta di ‘condizionamento ambientale’ per via del quale il Friulano è percepito come La lingua.

Ma partiamo da un po’ più lontano, e facciamoci una domanda. Quant’è importante la tradizione, oggi? E’ una questione cui ho già accennato, tra le righe, su questo giornale, e alla quale sono molto interessato. La risposta è sì, ovviamente; è, però, un sì molto condizionato.

E’ importante se non diventa prevaricazione nei confronti del vicino (vicinissimo) ‘compatriota’ –usiamolo pure, ma è un termine per me obsoleto-, quale potrebbe essere il triestino o il veneto.

E’ importante se non diventa arroccamento; un arrotolarsi su se stessi; una fuga dalla modernità; un rifiuto di ciò che rappresenta il ‘diverso’.

A differenza di quanto possa sembrare, io non sono nazionalista. Tutto l’opposto. Non è bello parlare di sé in un articolo, ma preciso soltanto che il mio orientamento è per un’unione federale europea, con poteri politici centralizzati e poteri amministrativi devoluti alle mille ‘piccole patrie’ europee (e quindi i Paesi Baschi, certo la Sardegna, e così via, sino a, se lo vorrà, il Friuli). Non mi si può quindi tacciare di conservatorismo e nazionalismo glotto-culturale. D’altro canto, stando così la situazione, con una pessima percentuale di italiani parlanti una seconda lingua (come Inglese o Francese), mi sembra una questione ridicola quella dell’insegnamento, per fare un esempio concreto, del Friulano nelle scuole. Si tratta, a mio avviso, non di una questione di merito: infatti ho già detto che in quella non voglio entrarci e che, anzi, la questione si sia più o meno risolta; bensì di una questione di principi, direi quasi filosofica se non fosse per la mia profonda insipienza in questo campo. L’idea che mi disturba è infatti l’arroccamento culturale. Finché si parla di protezione e rivitalizzazione del Friulano (come di tutti gli altri dialetti/lingue italiane; su questo punto ritornerò più avanti), sono del tutto d’accordo; come del resto sono contro l’abolizione del Greco persino nei licei classici, idea birichina che è sempre in agguato. Cosa può salvaguardare una cultura (quella greca come quella friulana), se non la sua propria lingua? Lo stesso valore di un termine, il numero dei suoi sinonimi, la sua presenza/assenza nel vocabolario, ogni sua lettera, vocali e consonanti, tutto può parlarci di un popolo, dei suoi costumi, delle sue tradizioni, dei suoi valori. E questo era il pensiero di un grande cultore della lingua friulana, Pierpaolo Pasolini, che da ottimo scrittore qual era amava perfino il suo suono, il suo ritmo.

Questi sono i motivi per cui una lingua, ma anche (forse soprattutto) un dialetto, andrebbero salvaguardati. Ma di questo si devono occupare i linguisti, gli studiosi di etnoantropologia, anche i sociologi. Comunque, gli studiosi. Non i politici.

E il guaio del Friulano è che i politici se ne sono occupati fin troppo, lo hanno strumentalizzato e lo hanno distorto; o, meglio, ne hanno distorto il significato. Così, torniamo al principio del nostro discorso. Quello che ho definito ‘condizionamento ambientale’, che porta chiunque sia stato educato in provincia di Udine a pensare al Friulano come La lingua, finalmente riconosciuta. La lingua, alla pari dell’italiano, del ladino e del sardo.

Ma qui si sbagliano. Sono lingue riconosciute anche l’Emiliano-Romagnolo, il Ligure, il Lombardo (che risulta parlato anche in Sicilia!), il Napoletano (detto anche Volgare pugliese), il Piemontese (riconosciuto lingua già dal 1981, ben prima del Friulano), il Siciliano…E così via.

Nulla di speciale, quindi.

La sua particolarità nasce da questo grande equivoco, di questa ritenuta unicità causata dalla politica locale, che ha spinto su questo aspetto (buono in partenza) così importante per la comunità, per operare una disgregazione campanilistica esasperata, e in buona sostanza anche assurda.

Prendiamo l’insegnamento delle scuole: perché il Friulano di Udine sì, e quello di qualunque altra comunità no? Che si fa, si insegna una lingua diversa in ogni paese? E ci sono abbastanza insegnanti per farlo? Si capisce che così si finisce nel caos.

Si ritorna al solito discorso dei cartelli in dialetto, sparsi per il Nord leghista: fuori da ogni ironia, il significato di quei cartelli mi fa tristezza. Il Friulano sbandierato come ‘Totem anti-altro’ mi fa tristezza. Non è un caso che questa del Friulano sia una questione tanto particolare, perché è stata indotta dall’esterno, da una politica furba e disgregatrice (il contrario della buona Politica, quindi). Un fattore così importante, cioè la lingua/dialetto (la differenza, sul piano politico, per me non esiste: abbiamo visto come anche parlate considerate ‘dialetti’ siano in realtà ‘lingue’), diventa semplice, ottuso e controproducente particolarismo. Ed è contro quest’ultimo che mi batto; ed ecco perché, provocatoriamente e al di fuori da qualunque discorso tecnico-glottologico, dico: ‘Il Friulano non è una lingua, ma un dialetto!’

Permettetemi una piccola postilla. Ho tralasciato volontariamente di parlare della ragione più comune (ma anche, scusatemi, la più stupida) che viene addotta per giustificare la definizione di ‘lingua’ per il Friulano: ‘Se mi metto a parlarla, tu non mi capiresti!’ Cosa, questa, che avviene in realtà per qualunque altro dialetto (ma questa obiezione solitamente viene zittita dalla faccia profondamente offesa dell’interlocutore friulano). Per rispondere a questa argomentazione, vorrei chiudere con una citazione in ligure, che molti ritengono dialetto, ma che in realtà è una lingua allo stesso modo del friulano. E allo stesso modo di quasi tutte le parlate d’Italia, che però non hanno subito la stessa strumentalizzazione del Friulano, e sono tutelate senza rumorosi e prepotenti strepiti di tromba.

 

E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi

emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi

finché u matin crescià da puéilu rechéugge

frè di ganeuffeni e dè figge

bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä

che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä.’

(Fabrizio De Andrè, Creuza de mä)

 

Francesco Scatigna (francesco.scatigna@sconfinare.net)

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