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Tbilisi inciampa sugli gli oleo-gasdotti stesi dall’Occidente

Scavando dietro la versione semplificata che ci hanno servito i media occidentali durante la crisi georgiana di quest’estate, si scoprono molte ottime ragioni per solidarizzare con la Russia. Dal progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, alle rivoluzioni colorate georgiana e ucraina; dallo spettacolare riarmo della Georgia (che in aprile aveva incrementato del 28% il suo bilancio militare), al programma di adesione delle due repubbliche alla Nato: queste dimostrazioni di forza (?) orchestrate dagli Usa si sono trasformate in altrettanti buoni pretesti per l’offensiva russa di quest’estate. È innegabile comunque che, togliendosi questi sassolini dalle scarpe, la Russia abbia in realtà agito in difesa di interessi ben più forti.
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Ventitrè maggio millenovecentonovantadue.

Diciannove luglio millenovecentonovantadue.

In cinquantasette giorni, la mafia riuscì a colpire lo Stato, nelle persone di Giovanni Falcone, nominato da appena un giorno nuovo Superprocuratore antimafia a Roma, e di Paolo Borsellino, Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo.

Da quei giorni sono passati sedici anni e poco più, e quindi qualcuno si potrebbe chiedere come proceda la lotta alla mafia, della quale Falcone e Borsellino sono stati protagonisti ma non certo iniziatori, e soprattutto, purtroppo, non le ultime vittime.

Un modo originale di rispondere a questa domanda è volgersi in tutt’altra direzione. Il nostro Parlamento, si sa, non brilla per alacrità, ma riesce comunque a produrre una certa quantità di leggi e decreti, il cui impatto, quand’anche sembri dimesso, spesso si rivela travolgente.

Ed eccoci, al Senato, al nove ottobre duemilaotto. E’ al voto un decreto legge che ha come obiettivo l’aumento di retribuzione per i magistrati in sedi disagiate. Ma, come spesso succede, il decreto è infarcito di paroline e di articolini che c’entrano come i cavoli a merenda. La norma che ci interessa recita: ‘L’articolo 36 del decreto legislativo 5 aprile 2006 n.160, come modificato dall’articolo 2 comma 8 della legge 30 luglio 2007 n.111, è abrogato.’ Semplice, no? Mica tanto: significa, sempre che il decreto in questione passi anche alla Camera -il che non è scontato- che la norma varata dal governo Prodi, che vietava ai magistrati inquisiti ma poi assolti –e a cui quindi era concessa una ‘ricostruzione di carriera’- di poter occupare comuque posti di vertice oltre i 75 anni di età, è abrogata; significa cioè l’esatto opposto: che quella categoria di magistrati può ora occupare posizioni di vertice; e non ce ne sono tanti, in questa situazione: soprattutto, ce n’è uno solo che si è imposto all’attenzione dei –pochi- media che se ne sono interessati. Questo personaggio si chiama Corrado Carnevale.

Ora, bisognerà sottolineare l’importanza di questo nome ai fini della nostra vecchia domanda: in che stato è la situazione dell’antimafia, sedici anni dopo Falcone e Borsellino?

E Carnevale è molto, molto importante. Chi è, dunque, e perché si cerca di porlo in pole position per il ruolo di Presidente della Corte Suprema di Cassazione, con una norma ad hoc? Il ruolo è ora occupato da Carbone, che andrà comunque in pensione nel 2010, cosicchè rimarrà per Carnevale una finestra di tre anni (lui, in virtù di questa ‘ricostruzione di carriera’, andrà in pensione nel 2013, a 83 anni), che potrà sfruttare agilmente per essere eletto presidente: è praticamente certo, perché è il primo per anzianità.

Ma ancor più interessante non è tanto la norma, ma il personaggio in questione. Il suo soprannome era, ai tempi di Falcone e Borsellino, ‘l’ammazzasentenze’. Cosa faceva? In qualità di presidente della prima sezione della Corte di Cassazione, non faceva altro che essere molto pignolo: nel corso del tempo, ha cassato decine di processi a carico di mafiosi –ma non solo: persino uno contro la Banda della Magliana naufragò per sua decisione-, per via di difetti nella documentazione, come un timbro mancante, una virgola da spostare, una data imprecisa, e così via. Era inoltre nemico dichiarato del pool antimafia: sosteneva che quei magistrati fossero ‘sceriffi’, ‘armi rivolte contro i nemici politici della sinistra di matrice comunista’, e in particolare nutriva un odio profondo nei confronti di Falcone e Borsellino: li definiva ‘due incapaci’, e per lui Falcone era ‘faccia da caciocavallo’; il culmine lo raggiunse dopo la loro morte, quando esclamò: ‘Io i morti li rispetto, ma certi morti no.’ Giudizi confermati poi anche in tribunale.

Sì, perché Carnevale, che alcuni ben vedrebbero al vertice della Suprema Corte, il massimo organo della Magistratura, ha scavalcato la sbarra, passando da giudice ad imputato. Il processo a suo carico, iniziato nel marzo 1993, concluse una sua prima parte con la condanna (giugno 2001) della Corte di Appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa (pena: sei anni di reclusione, oltre all’interdizione dai pubblici uffici). La Cassazione lo ha poi assolto nell’ottobre 2002 con formula piena, ma tra le polemiche per la dubbia esclusione di alcune testimonianze chiave, inficiate solo dal fatto che erano scaturite da fatti avvenuti in camera di consiglio; fatti che sono generalmente considerati coperti da segreto, ma non così quando al suo interno si consumano dei reati: in tali casi, secondo molti, la loro segretezza dovrebbe venir meno.

Questo non è, com’è evidente, il pensiero della Cassazione, che, venute meno tali prove (alcune altre testimonianze, provenienti dall’esterno della camera di consiglio, sono state inspiegabilmente coinvolte nell’annullamento generale), ha assolto Carnevale, liberandolo da ogni accusa.

Ora, bisogna distinguere tra legalità e opportunità: legalmente, Carnevale è da considerarsi innocente; ma è forse opportuno non tanto lasciarlo lavorare, cosa che non gli si può negare, ma addirittura adoperarsi positivamente per spingerlo ad occupare il vertice massimo della Magistratura?

Ecco chi è Carnevale. A che punto è, dunque, la lotta alla mafia in Italia? E’ pretestuoso accostare quello che sta accadendo in favore dell’ormai ottantenne ‘ammazzasentenze’ ad un giudizio sullo stato attuale dell’Antimafia?

Francesco Scatigna

Francesco.scatigna@sconfinare.net

In questi giorni, mentre i forti Alisei delle elezioni americane e gli intricati turbini della protesta universitaria soffiano poderosi e portano con sé aria di speranza e voglia di cambiare, è difficile riuscire a sentire la bava di vento che viene da sud, dalla lontana Africa. Laggiù, e più precisamente in Congo, essa è un vento dall’odore greve, che porta con sé aria colma di sangue, morte e paura: si sta compiendo l’ennesimo intricatissimo dramma del continente nero. I ribelli del CNDP (Congrès national pour la défense du peuple), hanno messo in scacco le forze dell’esercito regolare congolese. A guidarli c’è Laurent Nkunda che, fermando i propri uomini non lontano da Goma, capoluogo della regione del Kivu nord, ha decretato un “cessate il fuoco” unilaterale, e chiesto l’apertura di trattative con il governo congolese. Obiettivi delle trattative con il governo congolese dei ribelli del CNDP sarebbero l’annullamento di accordi commerciali con la Cina del valore di 5 miliardi di dollari – che secondo il loro capo avrebbero svenduto le ricchezze naturali del Paesi – e il disarmo dei ribelli Hutu delle Forces Democratiques de Liberation du Rwanda(FDLR), rifugiatisi in Congo al termine del genocidio ruandese del 1994 e fautori di rappresaglie e discriminazioni nei confronti della etnia Tutsi in Kivu, di cui Nkunda si dice difensore. Ulteriori richieste del CNDP sono la creazione di un esercito nazionale repubblicano, un più forte impegno nelle strutture sanitarie, una maggiore trasparenza nei contratti minerari ed un federalismo a livello nazionale. Ma nel frattempo,nonostante la tregua stabilitasi, i soldati dell’esercito regolare congolese in ritirata, sono entrati nei villaggi, saccheggiando, ferendo, violentando ed uccidendo. Anche i due ospedali cittadini di Goma sono stati saccheggiati dai soldati, peggiorando ulteriormente la già grave crisi umanitaria. La gente ha cercato di fuggire come ha potuto verso le frontiere dell’Uganda e del Ruanda, portando con sé a mala pena quello che è riuscita ad afferrare, ma il fronte della guerra va dal massiccio del Masisi fino al confine con Ruanda e Uganda ed è in continuo mutamento. Così, molti dei profughi (1 milione e 600 mila) si ritrovano chiusi “tra due fuochi”. Le ONG e l’ONU hanno sfruttato il “cessate il fuoco” e cercato di portare aiuto ai profughi, ma molti dei campi sono stati trovati deserti: le persone erano rifuggite, perché di nuovo perseguitate, ora dai soldati congolesi, ora dai ribelli del FDLR, comunque operante in zona. L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha stimato in 2,5 milioni il numero delle persone minacciate da epidemie di colera e di morbillo nella provincia del Nord-Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, mentre Medici senza Frontiere (Msf) denuncia l’assoluta mancanza di organizzazioni umanitarie nelle zone più colpite dal conflitto. Intanto, ci sono stati degli scontri tra le forze di Nkunda e miliziani Mai-Mai di Rutshuru, una località situata ad appena una sessantina di chilometri a nord di Goma. Questi miliziani, sebbene attivissimi in tutte le guerre susseguitesi nella zona dei grandi laghi, non sono altro che gruppi armati senza legami né etnici né politici: fanno capo ad anziani della tribù, a signori della guerra o capi villaggio e, in teoria, si batterebbero per la difesa del proprio territorio ma, in realtà si mettono al servizio del miglior offerente, cambiando continuamente le alleanze.

Al fine di trovare una soluzione diplomatica all’ultimo di una lunghissima serie di conflitti a catena che coinvolgono la zona, l’Unione Europea ha inviato in Congo il ministro degli esteri francese – Bernard Kouchner – ed il ministro degli esteri britannico – David Miliband. Dopo aver visitato Goma per tentare una mediazione impossibile si sono mossi ad aprire trattative diplomatiche con i due paesi coinvolti (Repubblica Democratica del Congo e Ruanda). Il presidente del Congo accusa il Ruanda di essere il principale sostenitore dei ribelli di Nkunda, mentre il governo di Kigali sostiene che le FDLR abbiano il pieno appoggio dell’esercito regolare congolese, mettendo così in pericolo l’integrità territoriale del Ruanda.

Il tentativo di Kouchner di porre fine ai massacri della popolazione tramite il dispiegamento di un contingente europeo a sostegno dei pochi caschi blu dell’Onu – finora incapaci di proteggere a pieno la popolazione – si è risolto in nulla a causa dell’opposizione del governo Ruandese, che ben ricorda delle operazioni francesi di peacekeeping del 1994, durante il genocidio ruandese , accusate da una recente inchiesta di aver lasciato la possibilità ai genocidiari di fuggire in Congo. In più, all’opposizione del Ruanda, si sono aggiunte le perplessità degli europei stessi: David Miliband, infatti, ha sostenuto di essere lì non per discutere di una forza europea, ma della situazione umanitaria. Dello stesso parere è l’Alto rappresentante degli Affari esteri UE, Javier Solana, secondo cui la priorità numero uno dell’Unione Europea è l’ambito umanitario. In pratica: l’Europa non ha intenzione di invischiarsi più di un certo limite in certi affari. Londra, però, si è resa disponibile a convincere il Ruanda a spingere i ribelli di Nkunda a rispettare gli accordi di pace del gennaio del 2008 (Trattato di Amani). Ciò mette a nudo la situazione del Ruanda nella regione dato che il regime di Kagame è sospettato di usare gli estremisti hutu per mettere le mani su un territorio ricco di risorse come il Kivu.

Ora, sebbene la comunità internazionale ben sappia che la crisi è un problema interno allo stato congolese, si spera che qualcosa possa essere risolto con il summit di Nairobi in cui parteciperanno i 2 stati contendenti più gli stati confinanti di Uganda, Burundi e Tanzania , l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Così, mentre la lunga e complessissima epopea delle guerre centroafricane prosegue con un nuovo sanguinoso capitolo, l’unico ruolo svolto dalle potenze occidentali in tutta questa storia è sempre stato quello di osservare da lontano una situazione che avevano creato e che, incapaci di comprendere veramente , hanno lasciato e lasciano continuamente scivolare in secondo piano.

Tommaso Ripani

Tommaso.ripani@sconfinare.net

Barack Hussein Obama II (Honolulu, 04/08/1961) è, dunque, il quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d’America. O, meglio, lo sarà dal 20 gennaio 2009, quando ci sarà la cerimonia di insediamento e riceverà i pieni poteri. Della sua storia, a tratti addirittura messianizzata e che non pochi imbarazzi ha creato allo stesso candidato durante la campagna elettorale (‘A differenza di quanto si dice in giro’, esclamò tra l’altro, ‘non sono nato in una mangiatoia.’), hanno parlato e parleranno in tanti. Così pure della lunghissima campagna elettorale, dello sconfitto McCain, di Biden e della Palin. E se ne parlerà così a lungo che si rischierà di perdere di vista –e forse già si è perso- il dato politico. Che non è il colore della pelle di Obama, o non solo e non principalmente: un afroamericano (tale, in effetti, solo a metà) alla Casa Bianca è certo un fatto di per sé positivo, un segnale di apertura al mondo, magari anche di un certo coraggio. Un fatto non previsto né prevedibile anche solo pochi anni fa, e sarebbe stato un fulmine a ciel sereno anche se fosse arrivato dall’elefantino repubblicano, piuttosto che dall’asinello democratico. Un presidente nero, va aggiunto, non è necessariamente un ottimo presidente. Dato che dalla sua posizione condizionerà pesantemente le nostre vite negli anni a venire, possiamo sperare in bene, ma certo non possiamo esserne sicuri. Potrebbe rivelarsi un completo incompetente, a dispetto di tutto ciò che abbiamo visto in quresti anni. Quindi, forse sorprendentemente, suggerisco che, a ben vedere, il dato più importante –il dato politico intendo, non certo sociologico o storico o culturale, in quei campi il colore della pelle conta, eccome-, è la novità di questa elezione, e della campagna elettorale che l’ha preceduta. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto, la relativa originalità dei due sfidanti principali, Obama e McCain. Uno molto giovane, l’altro molto vecchio, entrambi piuttosto slegati dall’establishment dei loro partiti: Obama per l’età e perché, nonostante amicizie importanti (a cominciare dal ex candidato del 2004, Kerry), ha osato sfidare e battere l’imponente organizzazione Clinton, evitando abilmente di perdere l’appoggio del partito, seducendolo giorno dopo giorno. McCain per il suo carattere spigoloso, per la sua consolidata abitudine a criticare il suo stesso partito e per le sue tendenze quasi liberal, al confronto con gli altri politici della sua area.

In secondo luogo, il programma del presidente in pectore, per il quale è stato addirittura additato come ‘socialista’, uno degli insulti più gravi nel Nordamerica. Rimane pur sempre un programma moderato, se visto con ottica europea; ma negli Stati Uniti il suo è un programma interno indubbiamente avanzato, progressista, che propone un timido abbozzo di riforma dello stato sociale, che si dice fuori dalla logica delle lobby, che avanza proposte sorprendenti sulla politica energetica e sulle alternative al petrolio.

In terzo luogo, il modo in cui Obama ha vinto. Non solo nei luoghi in cui tradizionalmente un democratico vince, come il Maine, l’Oregon, Washington, New York e gli Stati delle coste in generale, o come in Illinois. Non solo in alcuni degli Stati che solitamente avevano votato un repubblicano, come la Virginia o l’Ohio. Ad un’analisi più precisa emerge un particolare piuttosto interessante: Obama non è stato votato solo dagli elettori democratici; ha sottratto tantissimi voti non tanto (o non soltanto) ai repubblicani, ma in gran parte ai partiti che vanno sotto la voce ‘altri’. Ha ricevuto voti, insomma, da coloro che solitamente non si riconoscono nella bipolarismo americano. Ma, e questo è significativo, ha ricevuto la fiducia della maggioranza dei giovani, nuovi elettori.

Basti un esempio, che poi è il più eclatante: il Texas dei Bush ha, com’era prevedibile, votato in maggioranza l’elefantino, ma McCain è passato dal 61%(4.495.797 voti) di Bush 2004 ad un ‘normale’ 55%(4.450.403), mentre Obama ha incrementato il 38%(2.816.501) di Kerry, arrivando al 44%(3.514.788). Un guadagno di ben 698 mila voti e spiccioli, su un totale di circa otto milioni di votanti. Moltissimo, e sorprendente.

Sarà capace di meritarli, il primo presidente afroamericano del paese che per decenni ha discriminato quelli come lui? O questo sogno non si rivelerà piuttosto un incubo, e si scoprirà che in realtà Barack Obama è davvero troppo inesperto per governare gli Stati Uniti d’America?

Il bello della vita è che per avere certe risposte bisogna prima vivere.

Francesco Scatigna

francesco.scatigna@sconfinare.net

 

Pubblichiamo una lettera inviataci da un lettore in seguito all’uscita dell’articolo “Foibe: tra verità e polemica” sul numero del maggio scorso. Eventuali repliche verranno pubblicate nel prossimo numero. Scrivete a sconfinare@gmail.com

Care amiche ed amici di “Sconfinare”, innanzi tutto mi presento; sono Alessandro Perrone, consigliere provinciale eletto nelle liste del PdCI, partito del quale sono anche responsabile provinciale, in quella sede ho avuto modo di conoscere il vostro giornale universitario (il numero 1 del maggio scorso), pur in ritardo voglio complimentarmi con voi per l’eccellente lavoro e l’innovativo “taglio” della rivista, vi auguro di poter continuare con la bravura e l’entusiasmo di questo numero.

Come avrete letto dall’oggetto, intendo portare il mio contributo riguardo all’ottimo articolo “Foibe: tra verità e polemica” di Athena Tomasini e Antonio Ferrara, poiché anche loro, malgrado l’impostazione corretta e distaccata sull’argomento, sono caduti sull’errore di proporre la lista di nomi pubblicata dalla stampa locale alla fine dello scorso inverno sotto la cornice del tema delle foibe in quando così non è, ciò fatto salvo naturalmente il rispetto per ogni vita umana e nei confronti dei morti sotto ogni bandiera.

Gli stessi redattori in prima pagina accennano al fatto che è impossibile calcolare il numero esatto dei deportati e come questi morirono in seguito (infatti, come si evince anche dalla lista molti deportati nei luoghi di prigionia morirono in seguito per malattie soprattutto dovute al contagio da tifo).
Nell’elenco pubblicato dalla stampa locale su circa 1100 persone 110 sono i nominativi di persone rientrate dalla prigionia, fatto che nessuno ha segnalato all’opinione pubblica, poiché è difficile spiegare come mai dei “martiri dell’italianità” eliminati, appunto, in quanto italiani, possano poi ritornare a casa dalla prigionia nelle mani dei slavo-comunisti.

Inoltre ben 149 persone morte prima del 1/5/45, quindi in periodo bellico, in queste zone, dove vigeva l’amministrazione tedesca, sostituitasi a quella italiana con il bene placido dei repubblichini di Salò, sotto il nome di : Zona d’operazione “Litorale Adriatico” o meglio “Adriatisches Küstenland”, la guerra fini solo il 1° maggio del 1945.

Altri 500 sono nominativi non di “deportati” goriziani, ma di militari (provenienti da tutta Italia) appartenenti a formazioni italiane collaborazioniste che erano di stanza nell’ex provincia di Gorizia (i bersaglieri del battaglione “Mussolini”, ad esempio sono stati fatti prigionieri nella zona di Tolmino, mentre il battaglione costiero nella zona di Cal di Canale), compaiono anche 33 “domobranzi”, che non erano una formazione italiana, ma di sloveni inquadrati come “freiwillige” (cioè volontari) nell’esercito del Reich .

Troviamo anche 38 nominativi d’arrestati nella zona di Monfalcone, ed alla fine, dei “deportati civili” da Gorizia ci rimane un elenco di circa 200 nomi, dei quali, se leggiamo le qualifiche indicate, scopriamo che molti erano squadristi, funzionari del Fascio e gerarchi, alcune donne erano
ausiliarie della contraerea (quindi militari da ogni punto di vista), altri ancora collaborazionisti con la polizia nazista e via di seguito tutti soggetti alle leggi di guerra e per questo imprigionati ed in quanto nemici passibili di morte.

Un discorso a parte va fatto per i carabinieri indicati nell’elenco: ricordiamo che l’Arma dei Carabinieri fu sciolta, nell’Adriatisches Küstenland, per ordine dei comandi germanici, con decorrenza 25 luglio 1944.

I carabinieri furono quindi inquadrati in altre formazioni collaborazioniste: generalmente nella Milizia Difesa Territoriale, cioè il corrispettivo della Guardia Nazionale Repubblicana della Repubblica di Salò.

Altri carabinieri furono inquadrati negli organismi di polizia (sempre soggetta al comando germanico), tuttavia mantenendo una relativa autonomia soprattutto nei piccoli centri, però i carabinieri che si rifiutarono di essere inquadrati nelle formazioni militari soggette al Reich, perché ritenevano ancora valido il proprio giuramento di fedeltà al Regno d’Italia, furono deportati nei lager germanici dove molti persero la vita.

Ovviamente queste precisazioni non cambiano il senso del dramma patito dalle popolazioni di queste terre, soprattutto dalle famiglie dei deportati che non hanno mai saputo quale fine abbiano fatto i loro congiunti; tuttavia una cosa è certa, almeno a mio (ma non solo) parere, la responsabilità di tutto questo è attribuibile al fascismo e della monarchia, per l’aver da prima tentato la nazionalizzazione di sloveni e croati, poi puntato al loro annientamento attraverso l’aggressione militare in alleanza con i nazisti, queste precondizioni hanno prodotto un concatenamento di fatti, di volta in volta più terribili e sanguinosi, ai quali nessuna parte s’è sottratta.

In fine riguardo le liste dei deportai, come fatto di due redattori c’è il dubbio sul come siano state pubblicate e il perchè siano state consegnate alla signora Morassi in quanto figlia di un deportato, che a sua volta le ha consegnate alla Prefettura, la quale le ha trattenute per circa tre masi e fatte pubblicare alla vigilia delle elezioni.

Monfalcone, 12 luglio 2006

Alessandro Perrone

Sembra non trovare pace questa Francia, che ha ancora negli occhi le immagini delle auto in fiamme, delle banlieues  in rivolta e dei loro figli dimenticati in cerca di riscatto e che oggi affronta una nuove paralisi,ben piu’ trasversale ed estesa,in grado di mobilitare un intero popolo contro il governo e contro l’ormai famoso CPE.
Alla base di tutto un binomio che riguarda il mondo intero,disoccupazione e flessibilità,chimera e bellerofonte,che il governo francese aveva creduto di armonizzare e risolvere  nel contratto di primo impiego. Questo,permettendo ai datori di lavoro di licenziare i dipendenti sotto i 26 anni senza offrire una giusta causa nell’arco dei primi due anni di lavoro,avrebbe dovuto abbassare l’allarmante tasso di disoccupazione che,secondo fonti ministeriali arriva a toccare il 40% nei giovani minori di 25 anni.
Il provvedimento,che ha fatto gridare allo scandalo era stato concepito,in realtà,proprio per sostenere la stabilità del lavoro giovanile:il CPE ,infatti,a dispetto del trend che vede i giovani assunti  a contratti determinati e sottopagati ,è una forma nuova di contratto indeterminato,senza scadenza ,quindi,e che prevede sì un lungo periodo di prova ,ma offre una remunerazione adeguata  e numerose garanzie al dipendente in materia di indennizzi di licenziamento,accesso al credito bancario e formazione professionale.
Era tuttavia evidente ai francesi che tale libertà decisionale concessa agli imprenditori e il sostanziale annullamento di qualsivolglia regolamentazione in materia di licenziamento ,avrebbe fatto camminare su un filo sottilissimo e precario i giovani lavoratori per 24 interminabili mesi.

La reazione è stata immediata,una moltitudine composita e compatta le cui file annoveravano età e ceti i più diversi si è riversata prontamente nei boulevards e nelle piazze,come solo i francesi più volte hanno dimostrato di saper fare. In principio è stato lo scontro,governo e studenti più sindacati irremovibili,gli uni nel sostenere il progetto di legge,gli altri nel contestarlo,poi la paura di una vera guerriglia urbana e la forza dei quasi tre milioni di manifestanti scesi in strada il 28 Marzo durante lo sciopero generale hanno convinto il Governo ad ammorbidire  la propria posizione.
La questione assume una certa rilevanza politica se si considera  che de Villepin,primo ministro e più accanito sostenitore del Cpe si sta giocando la reputazione in vista di una sua molto probabile candidatura alla presidenza e che Chirac,al termine del mandato,vorrebbe concludere degnamente e senza macchie indelebili  la sua lunga carriera.
Il presidente della repubblica ha affermato che “quando una legge è approvata va applicata”,oltretutto la Corte Costituzionale francese  ha giudicato valido senza riserva alcuna il progetto,il CPE è divenuto dunque patrimonio o disgrazia,per come lo si veda,dei Francesi.
In molti avevano sperato in un repentino ritiro del progetto,ma ciò avrebbe costituito un grave precedente oltre che un segno di debolezza del Governo. A dispetto della rigidità ancora dimostrata dai sindacati,le istituzioni e Chirac in prima linea si sono parzialmente aperti al dialogo,quest’ultimo auspicando una riduzione a un anno del periodo di prova e sostenendo il diritto del lavoratore a conoscere le ragioni del proprio licenziamento.Il La fumata bianca di Chirac,tuttavia,non ha, schiarito il cielo di Parigi ,che anzi rimane grigio,l’opinione pubblica,secondo recenti sondaggi,si è detta contraria alla legge,pure con le modifiche ,per il 66%.
Il confronto,a questo punto,è ancora aperto, le sorti del CPE e del precariato giovanile dipenderanno in parte dalla resistenza dei manifestanti e dalla loro capacità di  trasporre le mille grida e i colori apparse sulle rues francesi in un’unica voce,seduti a un tavolo,e dalla posizione di de Villepin ,sempre più solo e ragionevolmente preoccupato per il tracollo della propria immagine pubblica.
E’difficile immaginare l’esito di questa crisi che ha riportato con la mente al sessantotto e ai suoi sogni  gli uomini che hanno marciato in questi giorni e che ha permesso ai più giovani,per una volta,di sentirsi padroni del proprio futuro,come una volta.
Ciò che rimane ,a mio avviso,è la grandezza e la coerenza di una repubblica come si deve,con istituzioni forti,ma pronte a recepire,pur non senza esitazioni,il messaggio della gente e con un popolo unito,convinto delle proprie idee e capace di sostenerle a lungo,con l’ostinazione di chi sa essere nel giusto. D’altronde le agitazioni di questi giorni non sono state la manifestazione di una battaglia,ma come diceva la voce più frequente,“Reve generale”(sogno generale,invece di “greve”,sciopero), l’inseguimento di un sogno comune.

“Perdere la memoria è come camminar nella neve senza lasciar impronta”. Edoardo Pittalis, editorialista  e vicedirettore del Gazzettino, spiega così le necessità del suo ultimo parto letterario. “Il sangue di tutti. 1943-1945 in Triveneto”  si muove da un preciso territorio, e dalla gente comune, per raccontare uno degli avvenimenti tra i più studiati della storia recente e, forse proprio per questo, tra i più discussi.
“Quando il fascismo cade l’Italia è spaccata in due, ai milioni rimasti fascisti se ne contrappongono altrettanti d’antifascisti”. E’ poi l’armistizio dell’8 settembre a “spappolare quel che ne rimane: iniziano due anni d’occupazione nazi-fascista, due anni in cui la scelta tra Repubblica di Salò e resistenza è un niente, mancano gli elementi e la consapevolezza per capire; d’altronde l’unica certezza nel Veneto d’allora era la fame”.  E nella “gran fame del tempo di guerra”, persone qualunque diventano, quasi inconsapevolmente,  artefici della storia.
Una storia di morte, di sofferenze, che racconta d’eccidi di bande nere, che riecheggia le gesta disumane di Julio Valerio Borghese (proprio quello del tentativo di “golpe” del ’70) e dei suoi della X^M.A.S. nel Montello,  che fotografa le macerie di una Treviso bombardata alla vigilia di Pasqua di 72 anni fa, che riscopre la crudele verità delle impiccagioni di Belluno, storia che sconfina fino a Trieste, nella Risiera di San Sabba dove ci fu chi si chiese da dove venivano quelle ceneri che cadevano sulle case di Servola e sul mare…
Ma è anche una storia che non dimentica le rivalità interne sul confine orientale, come a Porzus dove, al grido di una libera Italia contrapposto al sogno rosso titino, s’uccisero tra loro partigiani e cadde tra gli altri Ermes, nome di battaglia di Guidoalberto Pasolini, il fratello del genio letterario di Casarsa. Storia che non trascura la sommersa verità delle foibe, il disegno oscuro di chi nel cancellare la memoria altrui la seppellisce nelle voragini della madre terra.
E’ tutto questo e altro ancora il libro di Edoardo Pittalis, il tutto scritto con un inchiostro che vuole rimanere indelebile nella mente dei lettori. Perchè quel “sangue di tutti” non può versarsi nel già straripante fiume dell’oblio.

Davide Lessi

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