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Massimo Bubola a Gorizia, 6 novembre 2009

Ci sono degli artisti che si vanno a vedere solo quando suonano gratis. E’ il caso di ammetterlo. Massimo Bubola, purtroppo, è uno di loro.

Non so se nel panorama della canzone italiana possano esistere (a buona ragione) personalità altrettanto frustrate di quella di Bubola: autore di tutte le migliori canzoni di De André, e tuttavia talento rimasto senza il giusto plauso della massa. Cantastorie di prim’ordine, Massimo Bubola. Eppure destinato all’oblio del grande pubblico. E nessuno è mai andato a dire a dio che ha scritturato un grande attore come comparsa. Per rifarsi degli smacchi della storia, ha perfino cominciato a tenere un corso di songwriting.

Non ti preoccupare Massimo, son qui a renderti ciò che è giusto. Ero così convinto delle tue capacità che mi sono presentato davanti al teatro un’ora prima dell’inizio. Devi sapere che qui a Gorizia non c’è molto da fare, eh, ed ogni volta che c’è una parvenza di avvenimento l’intera città cerca di andarci. Pensa che per un pirla come Travaglio, qualche tempo fa, c’era così tanta gente che il marciapiede non bastava più a contenerli e tanti aspettavano in strada (me compreso). Per te, come minimo, mi aspettavo una folla oceanica, che si aprisse al tuo passaggio sventolando anche qualche foglia di palma, cose così.

E invece, pazzesco! Non ci saranno più di quaranta persone in tutto, e io devo farmi pure una passeggiata perché le porte le hanno aperte giusto un attimo prima del tuo concerto. E tu te ne stai tranquillo seduto in platea tra il pubblico, altro che star. Non ti danno nemmeno il posto dove ritirarti ed essere richiamato in scena, neanche il beneficio del “dietro le quinte” ti hanno concesso. Hai dovuto rinunciare ad uno dei riti più importanti per un musicista: i bis.

Il fatto è che, purtroppo, il tuo ingiusto destino è quello di essere un cantante tributo a De Andrè. Non importa quanto tu possa essere bravo, finirai come la PFM. Potrai anche scrivere il capolavoro universale del prossimo mezzo secolo, ma la gente applaudirà sempre canzoni come “Fiume Sand Creek” o “Andrea” o “Volta la Carta” (e, tra parentesi, la tua versione di “Volta la Carta” cancella e di gran lunga l’originale) oppure “Il Cielo d’Irlanda” (“ma come, non è della Mannoia?”) . E’ inutile, sarai sempre un secondo, ed in nulla sarai considerato meglio di quel buono a nulla del figlio del Genovese che, se non altro, ha avuto l’onestà di accettare la propria mediocrità: non potendo essere meglio del padre, tanto vale decidere di fare ciò che la gente si aspetta, e rinunciare alle proprie canzoni per portare avanti un’operazione nostalgia (a mio modesto parere, di discutibile gusto).

Non ti preoccupare, Massimo, a ‘sto punto io il Don Chisciotte della situazione lo faccio fino in fondo e me la prendo con tutti i mulini del caso. Perché il tuo concerto è stato stupendo e molte delle tue canzoni brillano di una luce propria intensissima, ed è un peccato che in pochi se ne accorgano. Si fa questo gran parlare di De Andrè ma solo perché è già sepolto, sia ben chiaro. Tutti quelli che si esaltano quando tiri fuori dal cilindro “Rimini” dovrebbero porsi un paio di domande, perché forse il padre fondatore del cantautorato italiano andrebbe un poco ridimensionato. Ecco, lo sapevo, ho rinnegato il mio Dio. Ma alla fine doveva succedere. Perché se sottrai dal novero di canzoni di De André quelle riprese da Dylan, Brassens e Cohen; e se sottrai dalla sua opera quelle scritte “in comproprietà” con qualcun altro (con De Gregori e soprattutto con te) – se sottrai tutti questi brani, le canzoni memorabili del Primo che ti rimangono in mano non sono poi tantissime. “Via del Campo”, forse. E a me, onestamente, “Via del Campo” non è mai piaciuta.

UN’APOLOGIA DEL SECONDO

Massimo Bubola a Gorizia, 6 novembre 2009

Ci sono degli artisti che si vanno a vedere solo quando suonano gratis. E’ il caso di ammetterlo. Massimo Bubola, purtroppo, è uno di loro.

Non so se nel panorama della canzone italiana possano esistere (a buona ragione) personalità altrettanto frustrate di quella di Bubola: autore di tutte le migliori canzoni di De André, e tuttavia talento rimasto senza il giusto plauso della massa. Cantastorie di prim’ordine, Massimo Bubola. Eppure destinato all’oblio del grande pubblico. E nessuno è mai andato a dire a dio che ha scritturato un grande attore come comparsa. Per rifarsi degli smacchi della storia, ha perfino cominciato a tenere un corso di songwriting.

Non ti preoccupare Massimo, son qui a renderti ciò che è giusto. Ero così convinto delle tue capacità che mi sono presentato davanti al teatro un’ora prima dell’inizio. Devi sapere che qui a Gorizia non c’è molto da fare, eh, ed ogni volta che c’è una parvenza di avvenimento l’intera città cerca di andarci. Pensa che per un pirla come Travaglio, qualche tempo fa, c’era così tanta gente che il marciapiede non bastava più a contenerli e tanti aspettavano in strada (me compreso). Per te, come minimo, mi aspettavo una folla oceanica, che si aprisse al tuo passaggio sventolando anche qualche foglia di palma, cose così.

E invece, pazzesco! Non ci saranno più di quaranta persone in tutto, e io devo farmi pure una passeggiata perché le porte le hanno aperte giusto un attimo prima del tuo concerto. E tu te ne stai tranquillo seduto in platea tra il pubblico, altro che star. Non ti danno nemmeno il posto dove ritirarti ed essere richiamato in scena, neanche il beneficio del “dietro le quinte” ti hanno concesso. Hai dovuto rinunciare ad uno dei riti più importanti per un musicista: i bis.

Il fatto è che, purtroppo, il tuo ingiusto destino è quello di essere un cantante tributo a De Andrè. Non importa quanto tu possa essere bravo, finirai come la PFM. Potrai anche scrivere il capolavoro universale del prossimo mezzo secolo, ma la gente applaudirà sempre canzoni come “Fiume Sand Creek” o “Andrea” o “Volta la Carta” (e, tra parentesi, la tua versione di “Volta la Carta” cancella e di gran lunga l’originale) oppure “Il Cielo d’Irlanda” (“ma come, non è della Mannoia?”) . E’ inutile, sarai sempre un secondo, ed in nulla sarai considerato meglio di quel buono a nulla del figlio del Genovese che, se non altro, ha avuto l’onestà di accettare la propria mediocrità: non potendo essere meglio del padre, tanto vale decidere di fare ciò che la gente si aspetta, e rinunciare alle proprie canzoni per portare avanti un’operazione nostalgia (a mio modesto parere, di discutibile gusto).

Non ti preoccupare, Massimo, a ‘sto punto io il Don Chisciotte della situazione lo faccio fino in fondo e me la prendo con tutti i mulini del caso. Perché il tuo concerto è stato stupendo e molte delle tue canzoni brillano di una luce propria intensissima, ed è un peccato che in pochi se ne accorgano. Si fa questo gran parlare di De Andrè ma solo perché è già sepolto, sia ben chiaro. Tutti quelli che si esaltano quando tiri fuori dal cilindro “Rimini” dovrebbero porsi un paio di domande, perché forse il padre fondatore del cantautorato italiano andrebbe un poco ridimensionato. Ecco, lo sapevo, ho rinnegato il mio Dio. Ma alla fine doveva succedere. Perché se sottrai dal novero di canzoni di De André quelle riprese da Dylan, Brassens e Cohen; e se sottrai dalla sua opera quelle scritte “in comproprietà” con qualcun altro (con De Gregori e soprattutto con te) – se sottrai tutti questi brani, le canzoni memorabili del Primo che ti rimangono in mano non sono poi tantissime. “Via del Campo”, forse. E a me, onestamente, “Via del Campo” non è mai piaciuta.

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La Valmarecchia giunta in sordina a segnare la storia del nostro paese

Quest’estate, 7 comuni d’Italia(Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, San Leo, Sant’Agata Feltria e Talamello) sono riusciti ad ottenere quello che tanti avevano bramato ma che nessuno aveva mai ottenuto: la secessione. Il 29 luglio scorso, infatti, il senato ha approvato in seduta deliberante il Ddl che ha sancito il passaggio dell’Alta Valmarecchia in Emilia Romagna. Val …che? VALMARECCHIA: è una vallata dell’Italia centro settentrionale, che scende dall’Alpe della Luna, in Toscana, divisa nella parte centrale dalle Marche,ed arriva fino al mare Adriatico presso Rimini. O almeno così è stato fino a poco tempo fa. Tutto incominciò quando il “comitato per la Valmarecchia unita in Emilia Romagna” riuscì a riproporre ai sette comuni sotto le Marche il referendum – che ha avuto luogo il 17 e 18 dicembre 2006 – circa il passaggio di tutta la vallata dalla Provincia di Pesaro ed Urbino alla Romagna. L’83,91% dei votanti si espresse favorevole all’annessione. E si può facilmente capire il perché, vista la distanza geografica dal capoluogo, Pesaro. Posso io stesso testimoniare che, utilizzando le strade provinciali, il tempo di percorrenza per il tragitto Pesaro – Pennabilli è di circa 2 ore!Fortunatamente la mia era una gita di piacere ma chiunque altro avrebbe seri problemi se per necessità lavorative o di servizi dovesse recarsi frequentemente a Pesaro. E Rimini è lì a soli 30 minuti di distanza … il piatto della bilancia non poteva che pendere a favore dei favorevoli. Da ciò nascono altre opportunità – come la possibilità di poter usufruire di servizi sanitari superiori più prossimi – ma anche di natura economico. La provincia di Rimini, di recente creazione(1992), ha avuto fin ad oggi un territorio molto ridotto, occupato per la maggior parte dall’hinterland costiero. L’aggiunta dei sette comuni, nuovo ed agognato entroterra, non può che invogliarla a spostarvi i suoi investimenti, soprattutto a livello turistico, contrariamente alla provincia marchigiana che deve spalmare i suo fondi su un entroterra ben più vasto.

Ovviamente, i pareri delle giunte delle 2 regioni non potevano che essere completamente opposte: tanto l’Emilia-Romagna si è dimostrata entusiasta e sicura ad accettare l’annessione, quanto le Marche sono state titubanti e poco convinte nel rifiutare la secessione. Anche le motivazioni di tale rifiuto sono state alquanto misere e poco sostenute. La difesa dell’unità del territorio storico del Montefeltro non ha sortito alcun effetto – neutralizzato dalle contro risposte di coloro che sostengono che non solo la vallata del Marecchia, ma tutto il Montefeltro fosse da sempre storicamente Romagnolo – mentre la difesa del delicato equilibrio economico è stato quasi del tutto ignorata. Infatti, agli abitanti dei Sette l’idea di diventare l’unica fonte di turismo culturale del riminese fa troppo gola. Ma è proprio questo equilibrio che rischia di essere rotto: la mancanza di un turismo culturale locale che potesse coprire i giorni di mare “sprecati” per colpa del cattivo tempo, spingeva le agenzie turistiche del riminese ad organizzare eventi e gite nella provincia marchigiana. Ora con la molto probabile attrazione di questo genere di “tappabuchi” verso la sola Valmarecchia( ricca di magnifici paesaggi, paesini storici e rocche medievali) si rischia di assestare un grave colpo al turismo prevalentemente culturale di Pesaro ed Urbino.

Il 6 maggio di quest’anno la camera ha approvato il disegno di legge con la successiva approvazione del senato. Così, il 3 agosto 2009 i sette comuni dell’Alta Valmarecchia hanno segnato una parte importante nella storia della”Questione dei confini regionali”, fenomeno che coinvolge da tempo ormai tutta la Penisola.

Le prime avvisaglie si ebbero negli anni ’60, con il rientro di Trieste all’Italia e la formazione della Regione “Friuli-Venezia Giulia”. Nel progetto di creazione di una provincia del Friuli occidentale, infatti, il comune di Pordenone coinvolse i comuni del mandamento di Portogruaro – parte storica del Friuli – ma, sebbene la provincia di Pordenone nacque, per il Portogruarese non si ottenne alcun risultato . Ciò fu dovuto fondamentalmente a causa delle scelte del parlamento, desideroso al più presto di istituire la nuova regione ed accantonare, inoltre, un iter legislativo come quello del passaggio di regione,ancora non ben disciplinato.

La questione restò così assopita fino agli anni ’90, quando nella zona iniziarono a formarsi i primi comitati popolari che chiedevano l’annessione al Friuli-Venezia Giulia. Da quel momento, la questione prese piede e si diffuse in tutta Italia, andando ad interessare altre aree, come quella Dolomitica (con il caso di Cortina d’Ampezzo e i Comuni ladini confinanti). Ma l’art. 132, comma II della Costituzione – che dal 1970 disciplinava la materia – rendeva praticamente impossibile il cambiamento: prescriveva, infatti, che il Comune, o i Comuni interessati, producessero una delibera con la quale richiedere l’indizione del referendum, corredata da un numero di delibere comunali e/o provinciali interessate di entrambe le regioni e rappresentanti un terzo della popolazione regionale. Solo in seguito, si sarebbe tenuto il referendum in entrambe le regioni.

Nel 2001 si ebbe , per opera del governo Amato, la riforma del titolo V della Costituzione, comprendente anche l’Art 132. D’ora in avanti è necessaria per l’indizione del referendum la sola “approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati”. Si ha avuto così negli ultimi anni il fiorire di un gran numero di Referendum, alcuni approvati ed in attesa dell’adempimento dell’iter istituzionale, come Carema e Noasca( dal Piemonte alla Valle d’Aosta), altri invece respinti, come Leonessa (nel Lazio). Il comitato per la Valmarecchia unita in Emilia Romagna può ritenersi dunque ben soddisfatta del suo primato.

Ma le avversità non sono ancora finite: la giunta regionale delle Marche non ha alcune intenzione di mollare, ed ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge parlamentare. Sono in ballo l’onore e l’identità delle Marche . L’onore è quello dell’amministrazione provinciale di Pesaro ed Urbino che non accetta la mutilazione del suo territorio – ma che, ad essere sincero, non si è mai impegnata attivamente a mantenere. Infatti, abituata ormai da circa 60 anni ad avere la vittoria in tasca alle elezioni locali, la sinistra si è adagiata sugli allori, ed ha completamente ignorato problemi e necessità che andassero oltre i soliti inciuci politici. Ma ora che quello che sembrava impossibile è diventato realtà, l’ansia da “effetto domino” di perdere altri comuni a favore della Romagna – come quelli della Val Conca,altra vallata a metà tra Marche e Romagna– li sprona ad una disperata contro misura. Si lotta anche per la difesa dell’identità culturale della provincia, che per ragioni storiche, non può che comprendere anche la Valmarecchia, visto che lì hanno origine prodotti gastronomici tipici e lì sono accaduti fatti ed eventi che hanno segnato la storia della provincia.

Purtroppo, però, i problemi che si pongono di fronte ai nostri intrepidi comuni non provengono solo dalle Marche. Infatti, sebbene così ansiosa di annettersi i nuovi comuni, sembrerebbe che l’Emilia Romagna non sia in grado di finanziare l’oneroso processo di trasferimento amministrativo – che secondo il progetto iniziale doveva essere a costo zero per entrambe le regioni. Inoltre, sembrerebbe che non tutti i romagnoli siano così entusiasti come le proprie istituzioni, poiché quella manciata di comuni già nell’entroterra di Rimini vedrebbero ridotti i pochi fondi che la provincia vi investe, visto che, la maggior parte, finisce nelle tasche dei comuni dell’ultraproduttiva riviera. Si spera ancora che i fondi necessari giungano da Roma ma, siamo in tempi di crisi …

Si prevedono tempi duri per i neo-romagnoli: un riordinamento amministrativo non può avvenire dall’oggi al domani, ma richiede molto tempo. Ci sono piani catastali da consegnare, cambiamenti di ordine ed albo professionale da effettuare , processi giudiziari da trasferire e tante altre cose ancora; per non parlare dei progetti di investimento che la regione Marche ha dovuto troncare di colpo e che, invece, l’Emilia Romagna probabilmente non ha nemmeno iniziato a considerare. Chissà quando sapremo se tutto ciò sarà servito a qualcosa, se i 7 comuni della Valmarecchia saranno passati dalla padella alla brace o se, infine, la Corte Costituzionale gli imporrà retro fronte?

Tommaso Ripani

tommaso.ripani@sconfinare.net

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