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SERVIZIO CIVILE INTERNAZIONALE

A luglio nella generale atmosfera stressante a causa degli esami gli studenti si concedono tregue mentali pensando alle prossime vacanze estive. Per quanto mi riguarda decido di fare un’esperienza che, partecipando attivamente, mi dia la possibilità di conoscere realtà sociali distanti dalla mia. Da alcuni mesi sento parlare del servizio civile internazionale da amici che raccontano entusiasti del loro lavoro nei campi. Scopro sul sito www.sci-italia.it che è possibile fare volontariato in diverse zone del mondo in svariati ambiti: organizzazione di festival locali, supporto a disabili, recupero di quartieri socialmente disagiati, pulizia di aree invase dai rifiuti.

Scelgo un campo di aiuto sociale in un quartiere di Palermo, in quella affascinante Sicilia dove popoli e culture si sono mescolati dai tempi antichi e lo stato stenta ad imporsi. Non mi sembra sprecato restare in patria per un’esperienza internazionale, tanto più che l’isola è da me poco conosciuta e molti sono i pregiudizi settentrionali che disturbano la mia italianità e mi spingono, per essere smentiti, a recarmi sul posto.

Il clima sans frontière si rivela vincente sin dall’incontro con i volontari: i miei compagni sono una ragazza slovena, una austriaca, una serba, due ragazzi spagnoli,uno nepalese e un palermitano. Il continuo e vivace scambio d’idee e opinioni, il confronto di culture e abitudini rendono piacevole la convivenza nella nostra microcomunità, che alloggia in una casa-famiglia nel centro della città.

Lavoriamo come supporto al centro polivalente di aggregazione giovanile TAU che è attivo stabilmente nella zona di via Cipressi (quinta circoscrizione, quartiere Zisa) e per il periodo estivo nell’adiacente piazza dei Danisinni. Esso è finanziato dal comune di Palermo e si avvale di un paio di educatori fissi e di alcuni giovani del servizio civile nazionale. L’obiettivo è il recupero della zona coinvolgendo in svariate attività i bambini cui si aggiunge spesso il complesso familiare (essenzialmente madri poiché i padri sono al lavoro o in prigione). Alle quattro ore pomeridiane che passiamo al centro in cui si organizzano giochi (tornei di calcetto, rugby basket, carte) o laboratori (pittura, musica) si aggiungono due serate settimanali con eventi di aggregazione (riproposta di beato tra le donne, miss o mr Danisinni o proiezioni di film).

Inizialmente veniamo accolti con gran diffidenza: la presenza di estranei alla comunità disturba e la nostra volontà di conoscere lingue e luoghi stranieri stupisce. La novità diventa però un pretesto per mettere in discussione le convinzioni e l’entusiasmo di scoprire un mondo diverso inganna il sospetto e fa nascere gruppi spontanei d’insegnamento di lingue e del dialetto palermitano. Lo scambio linguistico è il primo passo verso la nostra accettazione nella comunità: presto veniamo trattati come parenti, con straordinarie manifestazioni d’affetto, rispetto e stima.

Questo profondo legame reciproco è accompagnato in me dall’amarezza di vedere le condizioni disagiate in cui vivono alcune di queste persone, che non hanno nemmeno l’acqua corrente in casa, pur trovandosi accanto ad uno dei palazzi più belli e importanti di Palermo: la sede della regione Sicilia. L’ignoranza che accompagna la povertà permette di ingannare l’età anagrafica: le bambine si presentano come donne e le madri già vecchie a trent’anni si credono bimbe. La generosità e bontà di queste persone mi permettono di smentire i pregiudizi che ho ascoltato al nord: la mafia e l’illegalità sono presenti ma sono conseguenze dell’indifferenza del sistema in genere, oltre che delle condizioni di vita precarie; la cultura dev’essere usata come arma per sconfiggere l’ignoranza e salvare intelligenze brillanti e cuori nobili.

Ricordo l’intensa esperienza che ho vissuto come una di quelle che cambiano davvero l’estate, se “il servizio civile nazionale” è una di quelle che ti “cambiano la vita”. La consapevolezza che ho acquisito avendo vissuto pienamente con e per la comunità, mi suggerisce di consigliare a tutti di fare un campo del genere, scegliendo quello più adatto ai propri interessi.

Giulia Cragnolini

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Intervista alle sette studentesse che hanno deciso di sperimentare il rugby inglese

Da marzo 2006 Noemi De Lorenzo, Roberta (Cortina) De Martin, Francesca (Fra) Fuoli, Arianna (Turin) Olivero, Francesca (Rosy) Rosada, Chiara Taverna (tutte del I S.I.D.) e Anna Rizzoli (III anno di Relazioni Pubbliche), si incontrano settimanalmente in via dei Faiti. Hanno deciso di tentare una sfida davvero interessante, sotto la guida dei loro “coaches”, Edoardo Buonerba (II S.I.D.) e Marco Chimenton (III S.I.D.): imparare a giocare a rugby. “Sconfinare” le ha intervistate per scoprire le peculiarità di questa squadra tutta femminile!

Il rugby è tradizionalmente uno sport maschile: perché avete deciso di praticarlo?

Chiara: “Per rompere questi stereotipi maschili che limitano l’accesso femminile a molti sport interessanti”.

Rosy: “E perché è uno sport inusuale, perlomeno tra le ragazze”.

Infatti…Voi, però, praticate rugby all’inglese. Quali sono le differenze rispetto a quello americano?

Rosy: ” Per prima cosa la palla, più grande di quella americana, può essere passata solo indietro. Poi è ammesso il placcaggio (bloccaggio dell’avversario) solo del giocatore che tiene la palla”.

Turin: “E non abbiamo le divise imbottite perché è meno violento”.

Anche se è meno violento, però, prevede degli allenamenti intensi. Com’è stato all’inizio?

Tutte: “Durissima!”

Rosy: “La prima volta che abbiamo fatto il giro del campo di corsa a momenti ci lasciavo un polmone!”

Però…E come vi sembra questo sport ora che lo conoscete direttamente?

Chiara: “E’ uno sport da signore!”

Anna: “C’è una filosofia dietro, che implica il rispetto non solo delle regole di gioco, ma anche dell’avversario”.

Rosy: “Cosa che manca in altri sport più in voga…”

Concordo pienamente. Quindi lo consigliereste anche ad altre ragazze.

Anna: “Certo! Non esiste una taglia corporea per praticarlo. Va bene per qualsiasi fisico”.

Chiara: “Anzi, speriamo che qualcuno si aggiunga, perché dobbiamo raggiungere i 15 elementi!”

Magari qualche lettrice raccoglierà l’invito! E sugli allenatori…?

Tutte: “Sono super-professional, simpatici, pazienti…”

L’anno prossimo, però, andranno all’estero. Come farete?

Fra: “Giocheremo a tennis!”

Turin: “Andremo a Lisbona (meta di Edoardo)!”

Cortina: “Beh, Rosy terrà un corso di can-can…”

Chiara: “No, dai. C’è un vice, Diego (Pinna, I S.I.D.). Ci seguirà lui.”

E a quando la prossima partita?

Cortina: “La prima vorrai dire! Ancora non lo sappiamo”.

Beh, ragazze, speriamo sia presto, perché vi vogliamo vedere in campo. In bocca al lupo a tutte voi!

 

Isabella Ius

elan_isa@hotmail.it

Cronaca di una giornata da sostenitori della squadra azzurra

In un sabato romano, il grigio del cielo è compensato da colonne di tifosi multicolore che errano per la città ingombrando viale Flaminio e i mezzi di trasporto della capitale. Molti di questi, in attesa del fischio d’inizio, si riscaldano con considerevoli quantità di birra. Per molti scozzesi è la prima volta nel nostro paese e il “leone” Italia li aspetta nel Colosseo del rugby: lo stadio Flaminio. Non c’è bisogno di polizia, non c’è bisogno di “spartiacque”, si parla la lingua dello sport, ci si capisce benissimo senza intermediari. C’è un grande rispetto da entrambi i lati, nessuna pretesa di superiorità: solo la concentrazione prima di una partita importante e la voglia di vivere un’esperienza memorabile. Da una parte i tifosi scozzesi incitano la squadra italiana con una pronuncia stentata, dall’altra gli italiani applaudono calorosamente i giocatori britannici.
Si è disputata così sabato 18 marzo allo Stadio Flaminio di Roma l’ultima giornata del torneo delle 6 nazioni 2006. Quest’anno l’Italia del rugby aveva tutte le possibilità di far bene e battere la Scozia, dopo l’ottimo gioco dimostrato con le tre grandi del torneo, Francia, Inghilterra e Irlanda e dopo il promettente pareggio del sabato precedente contro il Galles a Cardiff (18-18). La Scozia, dopo un’esaltante partenza in questa edizione con la vittoria sulla Francia, ha perso slancio e anche la possibilità di fare il “grande slam” (i.e. la vittoria di tutte le partite). A conferma dell’entusiasmo scozzese, i biglietti per assistere alla partita erano già terminati con un mese di anticipo; considerati poi i risultati effettivi ottenuti dalla loro nazionale, molti degli allegri tifosi in kilt hanno deciso di restare a casa e guardarsi la partita in tv. Nonostante questa ritirata all’ultimo momento, molti sostenitori scozzesi hanno comunque voluto esserci per incitare con i loro cori e le loro cornamuse i giocatori in maglia blu, e lo stadio figurava comunque straripante. Tutto nella massima tranquillità e allegria, con le tifoserie, al solito, pacificamente mischiate tra loro per tifare ognuno la propria nazionale, ma soprattutto per divertirsi e festeggiare questa grande giornata di rugby.
L’esecuzione degli inni è avvenuta in segno di profondo rispetto: un silenzio rotto solo alla fine da grandi applausi per l‘inno scozzese, “Flowers of Scotland”, interpretato da una banda composta interamente da cornamuse, e un unico grande coro per l’inno di Mameli che sicuramente è servito a scaldare gli animi dei giocatori e a far entusiasmare gli spettatori. In alto i cuori! l’arbitro irlandese ha fischiato l’inizio.
Con un po’ di ritardo, arriva anche un gruppo di scozzesi, impegnati più a bere piuttosto che a vedere la partita, vestiti solo di lenzuola bianche a modo di senatori romani. Intorno a noi, molte società di rugby venute da tutta Italia: Taranto, Messina, Ascoli, Latina, Venezia, e spettatori di origini emiliana e toscana. L’ennesima dimostrazione che lo sport, ed il rugby in particolare, unisce.
L’Italia ha iniziato scoppiettando, andando in meta già al 6’ minuto con Mirko Bergamasco, ennesima conferma di questo torneo, con un’azione partita da un raggruppamento a terra e un ingegnoso calcio in avanti di Ramiro Pez che ha lanciato in meta il biondo numero 12. L’autore della meta, trasformata poi dallo stesso Pez, ha festeggiato sotto la nostra postazione, a pochi metri dal campo. Stadio in delirio, un unico sventolio di tricolori, urla di giubilo per un grandissimo e inaspettato 7-0 a pochi minuti dall’inizio. Ma la “nave Scozia” non è affondata così facilmente e grazie al superiore gioco di piede gli scozzesi sono riusciti a controllare il timone e a recuperare la rotta, mandando in meta il capitano Chris Paterson. Ristabilita la parità dopo la trasformazione della meta, l’Italia si è lasciata imbrigliare dal gioco scozzese ed ha cominciato a giocare di piede, lasciando in secondo piano il gioco di mano di cui aveva fatto buon uso finora nel torneo. La partita ha quindi cambiato volto rendendosi a tratti addirittura noiosa. Questo torpore è stato scosso da un drop italiano (calcio in mezzo ai pali) purtroppo non realizzato e da un drop scozzese invece messo a segno che ha chiuso il primo tempo sul risultato di 10-7 per la Scozia. Nel secondo tempo, sotto un cielo sempre più carico di pioggia, l’Italia non ha reagito come doveva ed è riuscita soltanto a riportare il risultato in parità con una punizione del solito Pez. Per il resto la situazione è rimasta invariata: un’Italia visibilmente sempre più stanca, che vedeva andare in fumo tutti gli sforzi e per sfortuna e per errori basilari. La Scozia dal canto suo non ha cercato veramente la meta continuando a respingere a perfezione gli attacchi italiani, rimandando la palla lontano di quaranta metri con dei calci millimetrici. A quattro minuti dalla fine poi, la beffa: l’arbitro ha frantumato i gloriosi sogni azzurri concedendo una punizione alla Scozia da posizione non difficile; con la riuscita di questa da parte di Paterson, sicuramente il migliore in campo, la Scozia si è portata a tre punti, aggiudicandosi così la seconda vittoria in questo torneo e scatenando la gioia dei suoi numerosi supporters i quali non hanno certo indugiato a cantare, ballare e soprattutto lanciarsi in memorabili bevute per festeggiare il successo della loro nazionale. All’Italia i nostri complimenti, nonostante la sconfitta; la bevuta, ancora una volta, sarà per dimenticare. Il primo punto all’estero guadagnato a Cardiff contro i temibili gallesi è assolutamente da tenere in considerazione e fa ben sperare per il prossimo torneo delle 6 nazioni e soprattutto per i mondiali dell’anno prossimo che si svolgeranno in Francia.
Come al solito, il finale più bello: dopo 80 minuti di placcaggi e colpi duri, le due squadre si complimentano a vicenda e si abbracciano, nella consapevolezza di far parte di un mondo dove non esiste violenza, ma solo sana competizione.

Edoardo Buonerba
Andrea Romani

Flickr Photos

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