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Fonte: Limes online

 

Qualche settimana fa Mosca si risvegliava sconvolta da due bombe. Alcune donne musulmane, “fidanzate di Allah”, hanno fatto tremare la terra e ucciso 39 persone. Inadatte (e indegne) alla resistenza armata contro il governo russo combattuta nei boschi montagnosi del Caucaso, sono loro che i mariti spingono fino al cuore della Federazione. La donna diventa ordigno e passa facilmente inosservata nella cultura russa, che non è abituata a vedere il femminile come una minaccia.

Il Caucaso è una zona tanto ricca culturalmente quanto martoriata da guerre e povertà. Dietro ogni versante di montagna si nasconde una minoranza etnica, in un mosaico intricatissimo. All’inizio della sua storia il comunismo sovietico prometteva ai popoli di Russia l’autodeterminazione negata da secoli di imperialismo zarista. Ben presto però Mosca si accorse che ogni concessione alle “nazionalità” rappresentava un passo compiuto verso l’autodistruzione dell’URSS. In un clima di nazionalismi emergenti, ben pochi stavano ad ascoltare l’appello alla “Rivoluzione Mondiale”. Così nel corso dell’ultimo secolo è stata la forza a tentare di sovrapporre ad ogni particolarismo nazionale un unico modello di homo sovieticus capace di tenere insieme popoli diversissimi. Dalle migrazioni forzate di Stalin alla gestione ambigua di Gorbachev, nel mosaico caucasico si è consolidata una memoria storica fatta di scontri e oppressioni. Per non parlare della Russia democratica.

Putin sale sulla scena politica a cavallo del nuovo millennio come il risolutore dell’enigma caucasico. Porta un po’ d’ordine in una Russia rotta in mille pezzi, e lo fa con la violenza e la sospensione di ogni diritto per i ribelli caucasici. Le operazioni antiterroristiche si sono concluse solo l’anno scorso. Distrutta dalla guerra e isolata fra le montagne, per la regione al dramma storico si aggiunge una totale mancanza di prospettive di sviluppo. In certe regioni del Caucaso russo la disoccupazione raggiunge l’85 per cento. Il secondo pilastro della strategia putiniana è quindi quello di inviare fiumi di denaro (650 milioni di euro nel 2009) lasciandoli gestire, è il caso della Cecenia, ad un uomo forte, mafioso e a capo di milizie temibili, il leader paramilitare Ramzan Kadyrov.

La vita delle famiglie sospettate di collaborare con il terrorismo non è stata facile. Ci sono madri che hanno visto sparire tutti i loro figli, uno dopo l’altro. All’alba, un convoglio di auto blindate entra nel giardino sgommando, un gruppo di incappucciati totalmente anonimi entra armato in casa, rapisce un familiare e scompare. Nella disperazione di chi resta e che, quasi automaticamente, cade nelle braccia del terrorismo islamico indipendentista che infiamma in particolare le Repubbliche federate di Cabardino Balkaria, Ingushezia, Cecenia e Daghestan. Esprimere il proprio disagio mandando qualche donna a esplodere nella metropolitana di Mosca non è troppo difficile. Infilare una bomba umana in un circuito sotterraneo di quasi 300 kilometri e 180 stazioni è un gioco da ragazzi. La bomba è ancora più efficace se mette di fronte ai sopravvissuti che escono dalla metro il palazzo della Lubyanka, sede di quell’FSB che dovrebbe garantire la sicurezza a Mosca seminando il terrore nel Caucaso. È per questo che il presidente Medvedev non può che rispondere alla provocazione terrorista con le parole “Li prenderemo e li ammazzeremo tutti”. Una forza verbale che nasconde tuttavia qualche dubbio sul piano strategico.

In effetti si capisce sempre meno in quale misura la politica “antiterrorista” nel Caucaso faccia capo a Mosca o ai signori della guerra messi a capo delle province. Ultimamente infatti il vassallo Kadyrov di Cecenia è sempre più indisciplinato. Con il denaro che arriva da Mosca, crea nel centro di Groznyj un’illusione di benessere; ma soprattutto rafforza il suo potere e si rende sempre più indispensabile per il governo del suo feudo. È per questo che all’inizio di quest’anno Medvedev e Putin hanno compiuto di comune accordo un passo piuttosto nuovo rispetto alla loro precedente strategia, creando un’unica maxi-regione caucasica. Se il controllo amministrativo resta nelle mani dei potentati locali, la gestione dei fondi farà invece capo ad un unico “console”, rappresentante ufficiale del governo centrale. Per questo incarico è stato scelto un uomo “nuovo”, Aleksandr Khloponin: per la prima volta qualcuno senza un passato nei servizi segreti e che, al contrario, ha dato prova di buona amministrazione durante il suo incarico precedente in Siberia. Un disegno di lungo termine potrebbe così vedere le Repubbliche separatiste a maggioranza musulmana diluite con la regione a maggioranza russa di Stavropol in una nuova superprefettura (vedi carta).

Il futuro nel Caucaso russo dipenderà insomma da quale delle linee il governo vorrà seguire dopo gli attentati a Mosca: quella dell'”ammazziamoli tutti”, capace di trovare il sostegno dell’opinione pubblica russa ma inefficace nel lungo periodo, o quella più lungimirante della “buona amministrazione”. La scelta non è scontata.

Francesco Marchesano
francesco.marchesano@sconfinare.net

Nell’ambito dei lavori interni alla NATO sulla definizione del nuovo Concetto Strategico si è svolto a Roma il 23 Novembre 2009 il Rome Atlantic Forum. La sessione italiana di presentazione e riflessione sui termini elaborati dalla rappresentanza italiana stessa sui quali questo concetto si fonderà ha visto la partecipazione di ambasciatori, ministri, ufficiali, accademici nonché membri del group of experts incaricati direttamente della sua definizione. Anche Gorizia si è resa partecipe con alcuni soci dello YATA che hanno avuto la possibilità di assistere ai lavori tenutisi presso il Ministero degli Affari Esteri.

L’idea di sviluppare un nuovo Concetto Strategico muove dalla necessità di evolvere le basi della Dichiarazione di Washington del 1999, inadatta nei termini a contrapporsi alle nuove sfide della sicurezza collettiva che l’Alleanza è chiamata ad affrontare; prima fra tutte, quella della minaccia asimmetrica. Assieme ad essa si affiancano target come la sicurezza energetica e quella marittima, il contrasto alla tratta dei migranti, del traffico di droga, della pirateria nonché l’ambito della cyberwarfare e della proliferazione delle armi di distruzione di massa. Una ridefinizione delle sfide, anche in ambiti innovativi come la considerazione dell’importanza di tematiche globali e più proprie della contemporaneità come i cambiamenti climatici.

Dall’avvicendarsi degli interventi di illustri relatori alla tavola quadrata del MAE sono emersi alcuni concetti chiave fondanti l’idea della NATO come garante della sicurezza collettiva; in particolare tre nuclei principali: il rilancio del fondamentale rapporto transatlantico, che storicamente caratterizza l’organizzazione, i rapporti NATO-EU e lo sviluppo dei
partenariati
ed il dialogo con i paesi medio orientali sulle sponde del Mediterraneo. Al giorno d’oggi, l’Alleanza raggruppa 28 paesi membri e può contare sulle relazioni con altri 34 paesi attraverso la Partenrship for Peace, il Dialogo Mediterraneo e la Istanbul Cooperation Initiative; ricordando anche il NATO-Russia Council e le commissioni NATO-Ucraina e NATO-Georgia. Queste relazioni hanno di fatto proiettato l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord in una funzione di assistenza e cooperazione militare per perseguire obbiettivi comuni e garantire stabilità sia direttamente ai paesi membri, sia indirettamente su più ampia scala.

Per quanto riguarda i rapporti NATO-EU si riscontra una stabilità riaffermata dal completamento del rientro della Francia anche all’interno del comando militare integrato. Nonostante ciò permangono i punti interrogativi del rapporto tra competenze NATO e PESD; anche fra gli stati d’Europa che sono membri sia dell’Alleanza atlantica che dell’Ue non c’è infatti accordo: alcuni vorrebbero che le questioni di difesa e sicurezza si discutessero in ambito NATO altri ritengono che l’Ue non possa fare a meno di dotarsi di uno strumento militare autonomo. L’Alleanza andrebbe privilegiata per le operazioni militarmente più impegnative, mentre l’UE si manterrebbe sui così detti Petersberg tasks. In particolar modo si è puntata l’attenzione sulla problematica dell’unità europea e si è riscontrata una incapacità a condurre negoziazioni in modo coordinato e nel chiarire gli interessi comuni a gli europei.

Riguardo alle nuove sfide, si è discusso sul futuro della NATO e sulle sue competenze; c’è chi ci vede la necessità di garantire gli interessi fuori area cercando nuove collaborazioni secondo il binomio sviluppo e sicurezza ed altri che vorrebbero un ritorno alle origini limitandosi a mantenere il proprio carattere difensivo abbandonando il criterio di promozione democratica e le così dette non-article 5 operations. Certo è che le questioni che avvicinano la NATO alle problematiche globali sono molteplici, dall’Iran alla Cina, dal Medioriente all’Afghanistan per non parlare degli approvvigionamenti energetici e la stabilizzazione delle aree di crisi passando per un rinnovato rapporto con la Russia. Riguardo ad essa, l’ambasciatore russo ha insistito in particolar modo su come essa non intenda essere isolata e si dica pronta, dal partenariato, a sviluppare una collaborazione stabile. Il principio di porta aperta rimarrà e sicuramente le collaborazioni congiunte saranno favorite in un’ottica di interlocking institutions.

Ai temi geopolitici susseguirono quelli giuridici ed economici riguardo alla necessità di ridurre il deficit spending degli stati per favorire una collaborazione effettiva limitando l’effetto di quei membri più parchi nella determinazione della spesa per la difesa, definiti ironicamente come free riders. Una soluzione delineata sarebbe quella di orientare gli attori nazionali nel fornire determinate competenze specifiche e specializzate.

Concludendo, il Capo di Stato Maggiore Gen. Camporini ha sottolineato come questo nuovo Concetto Strategico debba essere come un continuum costantemente aggiornato per la sicurezza della nostra civiltà, improntato a risolvere su base di un approccio comprensivo quei problemi organizzativi che
rischiano di tradursi in serie difficoltà sul terreno.

Enrico Minardi
enrico.minardi@hotmail.it

La lectio magistralis del Ministro Frattini a Trieste

Trieste. La nostra generazione è davvero indifferente alla politica? Rassegnati o semplicemente disinformati? L’8 marzo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha tenuto una lezione all’Università di Trieste sul tema “Dai Balcani all’Afghanistan quali lezioni per la comunità internazionale?”.

Segno positivo: aula magna piena. Il Rettore Francesco Peroni ha accolto il titolare della Farnesina con un certo compiacimento “perché – ha dichiarato il Magnifico – la
missione dell’Università è creare una coscienza civile”. Obiettivo: esercizio del dialogo.

Inizia la conferenza. “Negli anni ’90 – ha dichiarato il ministro – la guerra nei Balcani segnò il fallimento della comunità internazionale e la necessità di guardare avanti. Dopo la fine del bipolarismo – ha proseguito Frattini – l’unico metodo di azione è il multilateralismo, nell’ottica di una nuova governance globale”.
Filo rosso di tutta la conferenza la questione dei Balcani Occidentali. “Per la stabilizzazione dell’area – ha detto l’Onorevole – l’ingresso nell’UE è prioritario”. Frattini ha lanciato due messaggi politici importanti alla Bosnia Erzegovina, a rischio ghetto e frammentazione dopo gli accordi di Dayton (1995) che hanno spaccato il paese in due entità: “presentarsi in maniera unitaria all’Ue e liberalizzazione del regime dei visti in area Schengen”. Secondo il ministro inoltre, la Croazia entro l’anno potrà firmare i negoziati per diventare membro effettivo nel 2011.

A parte un vago riconoscimento alla vocazione europea del Kosovo, si glissa elegantemente sulla spinosa questione.

Ciò che conta è che l’Europa sia la guida politica nella partita dei Balcani. E il titolare della Farnesina sembra puntare particolarmente su un successo: il vertice dell’Unione Europea sui Balcani – un’iniziativa italiana – che si terrà a giugno a Sarajevo. Al summit si intende invitare anche Russia e Stati Uniti. L’Italia insomma vuole giocare un ruolo di primo piano nella partita. La conferenza a Sarajevo, indetta dai ministri degli esteri UE, sembra l’unica piattaforma legittimata per discutere i destini dei Balcani Occidentali.
Si sa, un Ministro è pieno di impegni, una vita sempre di corsa. Dopo la lectio magistralis c’è spazio solo per poche domande. Ma la percezione è di una vaga disabitudine da parte dei giovani a far sentire la propria voce. Certo, difficile appassionarsi di politica in
Italia. Pigri o sfiduciati? Forse è solo colpa del poco esercizio.

Lorenza Masè

Alla manifestazione del 13 marzo scorso a Roma, tutto il centrosinistra si è ritrovato per protestare contro l’azione del governo sulle liste elettorale per le regionali.

I giornali e i siti internet titolavano “la piazza contro Napolitano”, la “grande manifestazione del popolo viola”. E’ un mestiere di pazienza, quello di Bersani, che ha voluto, convocato e organizzato la manifestazione, ricucendo strappi nel centrosinistra, riuscendo a riempire la piazza, non certo per attaccare il Presidente della Repubblica. Il suo discorso è stato più da uomo di governo che da agitatore.

Il messaggio di quel discorso, tutto quello che ha fatto e sta facendo da quando è stato eletto segretario del Partito Democratico, è di trasmettere l’immagine di un grande partito nazionale competente e responsabile.

Il tema della responsabilità è stato il filo rosso che ha tenuto assieme la politica della sinistra italiana, del PSI e del PCI, durante i quarant’anni della Prima Repubblica.

L’idea che non si potesse “fare come la Russia” è espressa sia da Togliatti che da Nenni, da Berlinguer e da Craxi. Le ragioni di questa politica avevano le loro radici in una lettura dell’Italia come un paese culturalmente conservatore e fortemente cattolico, legato più ai campanili che al tricolore, un paese troppo lungo e sempre a rischio di spezzarsi. Motivo per cui, per cambiare la società, fare le riforme e migliorare le condizioni delle classi operaie, era necessario entrare nelle istituzioni e confrontarsi con la cultura maggioritaria, quella espressa dalla DC e dal Vaticano. Lo scontro frontale non avrebbe portato a nulla, peggio avrebbe fatto incancrenire i problemi del Paese.

Se oggi l’Italia è un paese socialmente più avanzato di allora, che ha rafforzato il suo Welfare State, ha conosciuto un’importante crescita economica, ha ancora un ruolo sul piano internazionale, lo si deve anche a quella visione politica.

Bersani riprende questa prospettiva, sa che l’anomalia Berlusconi non passerà con Berlusconi, l’Italia rimane quella che è, con le profonde trasformazioni che hanno portato il berlusconismo e gli anni novanta.

 Di Pietro vuole presentarsi come la nemesi di Berlusconi, uomo contro uomo. Lo scontro sul tema della giustizia è indispensabile per dare forma al suo messaggio. Berlusconi rappresenta la vittima o il nemico principale, a seconda di come la si legga, del sistema giudiziario italiano, Di Pietro per la sua storia personale sembra essere la chiave per risolvere il problema. I risultati elettorali però non danno ragione a Di Pietro, o meglio non a lui individualmente(il consenso di IDV è cresciuto negli ultimi anni), ma sono insufficienti per una coalizione alternativa a Berlusconi.

Il centrosinistra quando ha vinto le elezioni, lo ha fatto proponendo politica e presentandosi in coalizione, non parlando di sé stesso o del suo leader. Nel 1996 la scommessa era andare in Europa, nel 2006 restarci, risanando i conti dello Stato. Politica dunque.

Ogni volta che si è cercato di fare il contrario, contrapponendo presunti uomini-simbolo, si è perso. Una delle regole del berlusconismo è quella di imporre referendum impropri, sulla persona, su questo terreno il centrosinistra ha ceduto al gioco, con Rutelli nel 2001 e Veltroni nel 2008, nella parte del deuteragonista, competitori di Berlusconi, sempre sconfitti.

La proposta popolare e riformista di Bersani è imperniata su alcuni punti fondamentali: responsabilità della politica, lavoro, Costituzione, istruzione, pensioni. Tra questi, la giustizia non è esclusa, ma è affrontata come problema di sistema e non come problema di Berlusconi.

Come arrivare al governo e cosa fare una volta arrivatici. Di questo stiamo parlando: ed allora è chiaro il perchè Bersani non può fare come Di Pietro. E chiaro anche perché Di Pietro non può fare diversamente. L’IDV è nata attorno alla sua figura, alla sua storia di magistrato, il partito non può fare a meno di lui-basta vedere come si è svolto l’ultimo congresso-la sua organizzazione, riprende il modello di Berlusconi, speculare per la forma interna, ma con valori radicalmente diversi. Il suo partito ha avuto un exploit di consensi nel 2008, ultimo esempio di referendum improprio, adesso si stabilizza o tende a calare, i suoi successi sembrano troppo legati in un rapporto di dipendenza alla figura di Berlusconi.

La società italiana è cambiata parecchio dal ’93 in poi, la politica ha perso potere a favore dei gruppi economici e finanziari, spesso stranieri, l’astensionismo è aumentato e si sono ridotte le forme di partecipazione attiva dei cittadini, frutto avvelenato dell’abolizione delle preferenze. In questo solco è nato è cresciuto il berlusconismo, basato sopratutto sul rapporto diretto tra l’uomo e il popolo, in un’illusione di democrazia del fare.

Il risultato delle elezioni regionali non è una vittoria, ma un miglioramento c’è: il PD ha iniziato a lavorare per una coalizione di centrosinistra, questa è la principale inversione di tendenza, precondizione indispensabile per una possibile vittoria futura.

La battaglia di Bersani è duplice. Di fronte la destra, ma deve guardarsi ai fianchi, dove si trova dei moderni Torquemada che influenzano l’opinione dell’elettorato di sinistra. Il lavoro di giornali come Repubblica, le trasmissioni di Santoro e Travaglio, hanno appiattito il dibattito e annullato la cultura politica molto più dell’attuale gruppo dirigente del PD. L’errore, forse l’unico, della campagna elettorale, è stato proprio quella piazza di Roma. Certo, non era nell’intento di Bersani, ma si è offerta l’occasione per ricreare il dibattito tra chi è con Berlusconi e chi è contro. Di Pietro ha preso gli applausi e il PDL ha avuto facilità a rispondere con un’altra piazza la settimana successiva.

L’urgenza è dunque uscire dalla palude dell’antiberlusconismo, senza bisogno di pontefici stranieri, con una coalizione forte, parlando dei problemi del quotidiano e con un’idea del futuro.

 

Ferrara ormai ci è abituata. Ma io non ero preparato, quasi per nulla. Alla folla, le file, le corse tra i corridoio del teatro in cerca di un posto, anche in piccionaia, giusto quel tanto che basta per sbirciare il palco.

C’è la festa di Internazionale, ecco. E come ogni anno, la città si riempie di persone, mica solo giovani, mica solo professoroni in tweed e sigaro d’ordinanza. C’è di tutto, dal cileno che ti offre del vino mentre sei in fila, alla napoletana che ti chiede ‘ma come, tutta ‘sta gente??’. Tutte le età, tutti i ceti, tutte le direzioni. Perché la festa di Internazionale, e qui non ne vorrei aver frainteso lo spirito ma penso sia realmente così, è soprattutto movimento. Spostarsi lungo i confini, come fa idealmente tutte le settimane, passando pagina dopo pagina dall’Europa al Sudamerica, dal Giappone alla Sierra Leone. E anche qui a Ferrara, nel suo piccolo, ci sono confini. Quelli del Teatro Comunale, invaso da ragazzi che forse non ne hanno mai visto uno, e da abbigliamenti che contrastano con quelle ‘sacre stanze’.

E così, ti sposti anche tu, fisicamente e idealmente. Una mattina sei in Iran, l’altra in Europa, passando per l’Italia della politica e quella della mafia –anche se alle volte, e quante!, tendono a coincidere. Assisti a dibattiti colti e terra terra, riconosci volti e impari a conoscerne di nuovi, trovi spunti di riflessione, conferme, motivi di contrasto.

Trovi Ginsbourg, Foot e Marc Lazar, ad esempio. E ti senti fortunato a far parte di un dibattito che assomiglia di più ad una cena informale che ad un incontro ufficiale, mentre i tre si scambiano frecciatine e risate ironiche, si battono punto per punto per i propri principi per il gusto di sentire cosa dirà poi l’altro. L’essenza del dibattito, e dunque Internazionale diventa: movimento, ma anche parole. Parole utili, parole che si inseguono e si perfezionano, cercano di trovare una giusta quadratura alla questione, si scontrano e si ritrovano.

O trovi Saviano, che da troppi è considerato un vip, e da troppo pochi uno delle nostre ultime voci libere, perché così è più facile. E ascoltandolo dire che non si pente di aver parlato della mafia, che parlare delle nostre vergogne è l’esatto opposto di gettare vergogna, che il silenzio è vergognoso e davvero antipatriottico…Ascoltandolo, ecco che pensi che Internazionale a Ferrara significa movimento, parole e coraggio. Non un coraggio di atti. Di pensiero. Il coraggio della chiarezza, anche se non dici niente di che. Il coraggio di esprimere il proprio pensiero davanti ad una platea attenta, severa e preparata, che è la cosa più difficile, in fondo.

E, dunque, a Ferrara trovi tante cose a cui pensare. Gente, atmosfera. Pensieri che si agitano dell’aria.

Ma forse esagero. Sì, forse esagero, e questo non è un reportage fatto bene. Anzi, non è per nulla un reportage, ma un diario di emozioni e pensieri sparpagliati, brandelli di ciò che mi è passato per la testa durante la tre giorni di Festa. Sensazioni, più che altro. Ma forse è questo l’importante. Forse è questo che conta, vero? La sensazione. Le informazioni, alla fin fine, non sono tante. Tutte cose che si sanno, o si possono sapere. Ma la sensazione.

La sensazione di poter pensare, ancora. La sensazione che ci sia ancora qualcosa a cui pensare. Su cui pensare. Per cui pensare.

E la sensazione che ci sia ancora qualcuno che pensa. Non solo tra il pubblico, ma sul palco, persino. Una cosa rara.

Per quanto riguarda i temi, quasi dimenticavo. Sì, c’erano anche cose utili, tra ciò che volevo dire. Le scelte sono state buone, devo dire, anche se è arrivato il momento delle critiche. Mancava qualcosa, in effetti. Qualche tema un po’ tralasciato. La Russia, ad esempio. O il Sudamerica. D’altronde, qualcosa sfugge sempre. Il collegamento audio video per l’intervento era a dir poco pessimo. Le file assurdamente lunghe, i posti al primo che capitava. Certo che, però, questo dava anche sale alla manifestazione. Il brivido del ‘chissà se lo vedo’, l’eccitazione del ‘questa volta il posto sarà mio’.

E Ferrara è uno scenario pressoché perfetto. Il Castello, le stradine, il Duomo, il Teatro. L’aria stessa che si respira, la gente che vi abita. Rassegnata, a volte, e a ragione, a vedersi invasa da migliaia di migranti dell’informazione, desiderosa di conoscere ciò che succede al di là della nostra siepe. Perché i telegiornali nazionali, se sono a corto di notizie, parlano dei gatti sugli alberi. Gli altri fanno inchieste, perché sanno che le notizie non finiscono mai. Sapete, succede questo, da qualche parte, lontano da noi. E, per una volta all’anno, succede anche a Ferrara. All’anno prossimo, Internazionale!

Francesco Scatigna

Francesco.scatigna@sconfinare.net

Dal G8 al G20

 

C’era una volta il G8, esclusivo consesso in cui i leader degli otto paesi capitalisti più potenti del “mondo libero” (e capitalista) discutevano sull’andamento dell’economia mondiale, tralasciando molto spesso le considerazioni riguardanti la tutela dell’ambiente e il benessere degli altri paesi (capitalisti, neutrali o socialisti che fossero). Il G8 (“Gruppo degli otto” o “Grandi otto”) è nato nel 1975 per offrire una piattaforma di discussione non ufficiale ai capi degli otto paesi più industrializzati del mondo, che possedevano quote assai significative delle ricchezze economiche e delle capacità tecnologiche e militari mondiali. Una struttura di governo dell’economia mondiale come il G8, a quei tempi (e perlomeno fino al crollo dell’URSS), poteva essere considerata efficiente e sufficiente principalmente per 2 motivi: primo, raggruppava effettivamente i paesi più potenti del mondo e secondo, doveva confrontarsi con un sistema economico su cui gli stati avevano ancora un buon grado di controllo anche a livello internazionale. Non bisogna poi dimenticare che l’esistenza del “blocco comunista” faceva sì che un gran numero di paesi fossero di fatto fortemente limitati nella loro libertà di commercio, il che rendeva il sistema economico mondiale relativamente semplice e facilmente gestibile.

Il G8 in realtà non si è mai evoluto in qualcosa di diverso da forum informale di discussione, ma ha certamente avuto un ruolo rilevante dato il peso delle economie dei suoi paesi membri, peso che a livello internazionale si fa fortemtente sentire, specie in sede di organismi economici mondiali come il “Fondo monetario internazionale”, la “Banca mondiale” e la “Organizzazione mondiale per il commercio” (organizzazioni in cui la preminenza degli USA in particolare è schiacciante, basti pensare che nel ’91 il presidente americano Bush senior rifiutò di concedere il prestito domandato da Gorbaciov al FMI per evitare il collasso dell’URSS, cosa che puntualmente avvenne).

 

Nell’era della globalizzazione e del post-modernismo e di tanti altri mille velocissimi processi, ognuno con la sua brava etichetta, il G8 si è dimostrato uno strumento svuotato di gran parte del suo significato a causa della crescente incapacità degli Stati di controllare i flussi economici mondiali (soprattutto nelle loro conseguenze nefaste) e dell’ascesa politica, economica e anche militare, di quei paesi “quasi sviluppati” come Cina, India, Brasile, Indonesia, Sud Africa e altri ancora. Tutti paesi non occidentali, non tutti democrazie e non tutti capitalisti (perlomeno non secondo i dettami liberali).

Un tentativo di allargare in maniera graduale e relativamente indolore il G8 era venuta nel 2005 da Francia e Inghilterra, che avevano creato il G14 (G8 più Brasile, Cina, Egitto, India, Messico e Sud Africa). L’importanza di questo gruppo è però assai più limitata perché le 6 “economie emergenti” non possono partecipare ai lavori preliminari degli incontri del G8, riservati ai soli membri del G8, ma solo alle discussioni seguenti e alla redazione delle dichiarazioni comuni. Questa formula, dal sapore vagamente neo-colonialista, è stata subito osteggiata da USA e Russia ed infatti è rimasta priva d’importanza, anche in occasione del recente vertice G8 a L’Aquila.

 

Il G20 nasce alla fine del 1999, dopo che la crisi delle borse asiatiche aveva scosso le cosiddette “Tigri asiatiche” (Corea del Sud, Taiwan e altri peasi del Sud-Est asiatico) e ne aveva temporaneamente rallentato la fortissima crescita economica. All’inizio era nato semplicemente come un forum di discussione dei governatori delle banche centrali e dei ministri dell’economia, ma si era rivelato ben presto troppo esteso e differenziato al suo interno per essere di reale utilità (ancora oggi è sempre molto difficile radunare tutti i partecipanti per la foto di gruppo di fine incontro!). D’altronde, l’elevata crescita economica a livello mondiale per tutto il decennio successivo aveva ben presto fatto dimenticare persino il significato del concetto stesso di “crisi economica” e quindi il G20 era rimasta solamente un’esperienza sporadica in cui declamare le bontà del capitalismo finanziario e della crescita infinita (e quindi di per sé non sostenibile).

Come tutti i cambiamenti profondi, anche questo passaggio dal G8 al G20 non è stato rapido e indolore; anzi, è stato fulmineo e doloroso! Le dimenticanze infatti possono essere molto pericolose e così, nel Settembre 2008, il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers e il precipitare della crisi hanno ricordato a tutti gli economisti e i capi politici del mondo che non soltanto il concetto di crisi è inerente al sistema economico capitalista, ma anche che la globalizzazione finanziaria ha creato un sistema talmente complesso e interdipendente da rendere imperativa una soluzione mondiale della crisi. Questa urgenza di una soluzione condivisa al livello più ampio possibile ha fornito una spinta fortissima al G20, che si è rapidamente imposto come gruppo di riferimento per la discussione sulla gestione della crisi e sulla riforma e il controllo dell’economia mondiale (i suoi membri infatti detengono l’85% della ricchezza mondiale).

 

Dallo scoppio della crisi sono stati organizzati ben 3 incontri del G20, pieni di dichiarazioni retoriche e ad effetto, com’è inevitabile in questi casi, ma anche con risultati concreti e decisamente innovativi.

L’incontro del Novembre 2008 a Washington, vissuto ovviamente in uno stato d’animo a dir poco confuso, ha per prima cosa reso chiaro che la piattaforma di dialogo prediletta per affrontare la crisi economica sarebbe stata il G20. In generale i paesi membri si osno dati obiettivi di breve termine, entro il 31 Marzo ’09, in direzione soprattutto dell’aumento della trasparenza delle transazioni finanziarie (anche grazie ai nuovi poteri dati al Financial Stability Forum – FSF – o “Forum per la stabilità finanziaria”) e dell’imposizione di norme più rigide per l’azione dei managers delle banche e degli istituti finanziari. Si è data anche particolare rilevanza all’importanza della solvabilità delle banche, un problema che si è dimostrato particolarmente drammatico nel caso del fallimento di istituti di (troppo) grandi dimensioni.

 

Il 2 Aprile, in una Londra blindata fino all’inverosimile, si è avuto l’incontro più importante e significativo. Si è infatti stabilito il varo di un mastodontico pacchetto di stimolo sia all’interno dei paesi membri ($5 trilioni, cioè miliardi di miliardi) sia verso i paesi più poveri, principalemte sotto forma di maggiori riserve del FMI ($1,1 trilione): cifre così elevate da risultare difficilmente comprensibili… e stanziabili, come dimostrato dal fatto che gran parte dei fondi promessi non sono ancora stati versati (mentre sul piano interno alcuni paesi europei come Francia e Germania si sono dimostrati reticenti ad espandere in maniera eccessiva la spesa pubblica). Dal punto di vista delle istituzioni finanziarie mondiali, il FSF è stato sostituito dal Financial Stability Board, con sede a Basilea, che discuterà di molti aspetti riguardanti la gestione delle banche dai bonus dei managers alle quote di capitale minimo. Molto importante poi la riorganizzazione delle quote di capitale del FMI, che ha permesso di rendere – finalmente – più rappresentativa questa istituzione, aumentando la quota di Cina e India in particolare.

Ha sicuramente avuto successo l’offensiva contro i paradisi fiscali: molti stati hanno cambiato la loro regolamentazione in materia fiscale e/o hanno deciso di collaborare, mentre per quelli che ancora non hanno agito il termine ultimo per evitare sanzioni peggiori è stato fissato a Marzo 2010.

 

Dopo l’incontro di Londra molti commentatori, pur impressionati da un evento che rappresenta qualcosa di assolutamente unico fino ad oggi, hanno cominciato a esprimere dubbi sulla reale possibilità che un gruppo così vasto ed eterogeneo potesse andare al di là delle semplici parole e per questo l’incontro di Pittsburgh, il 24 e 25 Settembre, è stato seguito con grande attenzione. Anche se non tutti gli obiettivi sono stati raggiunti, si vedono i frutti di una collaborazione così vasta. È importante notare come gli ambiti trattati in questo incontro si siano estesi oltre la crisi economica e le necessità più contingenti, per abbracciare il tema di una riforma approfondita delle istituzioni finanziarie internazionali (sono state chiarite le modifiche alle quote del FMI e della “Banca mondiale”, a favore dei paesi in via di sviluppo, attualmente fortemente sottorappresentati) e delle regole bancarie (maggior capitale minimo e riduzione del rischio eccessivo) e per definire assieme una “cornice di riferimento per una crescita forte, sostenibile e bilanciata”, secondo le parole del presidente USA Barack Obama.

Una particolare attenzione è stata data all’esigenza di sganciarsi dai combustibili fossili il più in fretta possibile (con buona pace della Russia e soprattutto del Brasile, che ha recentemente scoperto e nazionalizzato vasti giacimenti di petrolio e gas naturale al di là delle sue coste… non devono comunque preoccuparsi più di tanto, dato che la dipendenza dai combustibili fossili continuerà comunque ancora per decenni!). Sono stati fatti anche passi in avanti molto importanti sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica nel medio (2020) e lungo (2050) periodo: in particolare, Cina e India hanno ottenuto che i paesi occidentali prendano la responsabilità di tagliare per primi e più massicciamente le loro emissioni di CO2, viste le loro “responsabilità storiche” nella crescita dell’inquinamento ai livelli attuali.

 

Col vertice di Pittsburgh, il G20 si è trasformato in un forum permanente di confronto dei paesi membri sulle principali questioni economiche mondiali. Certo, in linea di principio può darsi che tutta questa imponente organizzazione che si è venuta formando crolli come un castello di carte non appena la crisi allenterà la sua morsa e quindi la necessità di cooperare per uscirne, ma la trasformazione in forum permanente, l’allargamento delle tematiche affrontate e la grande enfasi posta dai membri del G20 sulla conferenza ONU di Copenaghen sul cambiamento climatico, che si terrà a Dicembre, sembrerebbero indicare che ormai il G20 sia un protagonista centrale della vita internazionale, a livello economico e non solo. Un problema grave sarà garantirne l’efficacia anche in situazioni di “ordinaria amministrazione” dove i contrasti potrebbero essere tali da bloccare ogni decisione congiunta (e nell’UE ne sappiamo qualcosa al riguardo); essendo infatti un organismo basato sul consenso, non può avere la stessa efficacia e forza di una organizzazione nata da un trattato e dotata di strumenti coercitivi.

Nonostante i forti scontri tra manifestanti e polizia che si sono avuti durante tutti e tre gli incontri, è difficile che ci siano molti nostalgici del vecchio sistema, e anche se così fosse, il loro istinto di sopravvivenza politica gli suggerirà di evitare di tesserne le lodi davanti alle folle inferocite e impoverite dalla crisi. Quel che è certo è che i manifestanti si sono scagliati più che altro contro i simboli del capitalismo finanziario sfrenato degli ultimi 10 anni: non a caso gli scontri più violenti sono avvenuti a Londra, nel cuore di quella City che è stata centro simbolico e reale della finanza mondiale nell’ultimo decennio.

Quel che è certo è che a perderci più di tutti saremo noi Europei, specialmente finché ogni paese continuerà a tirare l’acqua al suo mulino e non riusciremo a definire una politica estera comune, forte e autorevole. Speriamo che il prezzo da pagare sia quello necessario per avere un futuro, uno qualunque… magari sostenibile!

 

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

Malpagati e contenti

«Sorvegliante, sorvegliante, portinaio, attacchino, sorvegliante, spazzino, spazzino…». Ogni mattina, sulla scalinata del palazzo del Comune, un impiegato magrolino distribuisce alla fila di disoccupati le cedole con le offerte di lavoro. Accadeva nella Roma anni ‘50 di “Ladri di biciclette”, ma una scena simile me la sono immaginata spesso girando per le strade di Mosca.

La Russia è una grande agenzia di collocamento. La filosofia sovietica in materia di occupazione, “un poco a ciascuno”, sembra tutt’altro che tramontata. Ognuno riceve di che vivere in cambio di un lavoretto semplice e ripetitivo.

Davanti all’ingresso dell’MGIMO, i figli d’oligarca fumano sorridenti; tra le gambe e i tacchi a spillo delle ragazze zigzaga impacciato ma preciso un piccolo spazzino a raccogliere le cicche ancora fumanti. Poco più in là, nel parcheggio, un ometto tagiko dipinge di bianco chilometri di cordoli dei marciapiedi con un pennellino.  A ogni ingresso (centrale, studentato, sport-center, parcheggi) uno o due portinai passano la giornata in attesa di un “buongiorno”.

Appena la neve si è sciolta, squadre di giardinieri hanno piantato migliaia di tulipani lungo i viali della città. Un esercito – di trattorini, motozappe, innaffiatoi e, soprattutto, uomini – aiuta la primavera a sbocciare.

Le stazioni della metro sono percorse in lungo e in largo da spazzini che, piegati su una scopetta di 80 centimetri e senza manico, raccolgono le cartacce. Alla fine di ogni scala mobile lunga, una signora osserva attraverso uno schermo i gradini scorrere, ondeggiare, rabbuiarsi e si appisola in uno sbadiglio.

Tutti hanno un’occupazione, ognuno è incasellato in un sistema sperimentato di ordine apparente. Mosca è pulita, rinnovata dopo il lungo letargo invernale, quanto mai sorvegliata. Ma che prezzo ha la noia?
Umori ecologici

L’ambiente plasma chi lo abita. Come sono i russi?

«Vi piace? Questo è il quartiere ecologico di Mosca», ci ha spiegato un’amica russa. Abbiamo fatto fatica a credere alle nostre orecchie, coi polmoni intasati dalle marmitte sovietiche delle Lada incolonnate nel traffico; lo scioglimento della neve ha lasciato fango nero nei giardini. All’improvviso, però i tronchi argentati delle betulle hanno smesso di mimetizzarsi nel grigiore dei palazzoni: in tre giorni il verde ha inondato la zona. Dopo il lungo letargo invernale, sboccia inaspettata una primaverestate breve e iperattiva. Così sono i russi: compiono grandi imprese in poco tempo; guerre, rivoluzioni, opere pubbliche, coppa del mondo di hockey sul ghiaccio. Dirompenti, ma solo all’ultimo momento.

La temperatura delle case russe durante l’inverno e quella dell’acqua che scorre dai rubinetti, le decide il Cremlino. Pochi russi capivano il nostro stupore di fronte ai grossi termosifoni in ghisa senza valvola di regolazione, saldati direttamente all’impianto. Un unico mitico rubinetto di quartiere accende la caldaia in autunno e la spegne definitivamente in primavera dopo una settimana di minima notturna di 8°C.

Con gli sprechi prodotti da questo sistema centralizzato, la Russia potrebbe soddisfare il fabbisogno di gas della Germania per un anno intero; ma nessuno pare preoccuparsene, anche in tempi in cui gli storici giacimenti sovietici stanno esaurendosi. I russi cercano stabilità e amano sentire la mano forte dello Stato che li protegge.

Francesco Marchesano

Da buon studente di relazioni internazionali, durante il mese in Russia non ho saputo resistere alla tentazione di discutere delle vicende che affliggono la Russia: della “guerra e pace” con la Georgia, del rapporto UE-Russia ma soprattutto della questione democratica. È stato un dialogo molto interessante, sia perché privo delle distorsioni e semplificazioni a cui i mass media ci hanno ormai abituato, sia perché la maggior parte dei ragazzi russi che abbiamo conosciuto avevano già fatto numerosi viaggi in Europa e conoscevano la realtà delle democrazie occidentali (e conoscevano quindi anche ciò che i media “ufficiali” russi tacciono o distorcono).
Storicamente la Russia non ha mai conosciuto una vera democrazia, perché è passata dall’assolutismo degli Zar al totalitarismo del regime comunista. Quello che accomuna queste due realtà apparentemente così diverse è l’idea imperiale, un’idea da sempre parte integrante della cultura russa: idea d’altra parte evidentemente inconciliabile con una cultura democratica.
Se vogliamo considerare quello di Putin un governo autoritario, allora bisogna concludere che la Russia ha vissuto solo 10 anni di democrazia, durante gli anni ’90. Bene, per la Russia e soprattutto per i russi gli anni ’90 sono stati gli anni peggiori negli ultimi 2 secoli: molti hanno conosciuto la fame, anche fra i genitori dei nostri amici russi, e la Russia ha perso ogni influenza a livello internazionale. È certamente una semplificazione eccessiva dire che la colpa di tutto ciò sia da attribuire alla democrazia (nominale) di quegli anni, però certamente questa è l’impressione più diffusa in Russia.
Parlando con i ragazzi russi, la sensazione che ho avuto è che il popolo russo abbia una scala di valori molto diversa da quella occidentale: il valore e fine ultimo non è la libertà, ma piuttosto la stabilità. Tutti i russi sono coscienti che il loro paese è estremamente fragile e che un potere centrale forte è necessario per evitare che l’unità statale crolli come un castello di carte; questa convinzione è parte integrante della cultura russa ed ha origine fin dal XVI secolo, con Pietro il Grande, non è certamente un invenzione di Putin per accrescere il proprio consenso. Questo punto è spesso omesso in Occidente: si ha infatti l’impressione che la popolazione russa sia totalmente asservita, che non osi esprimere il proprio dissenso solo per paura. In verità, c’è molto di più dietro il larghissimo consenso di cui gode Putin: non solo ignoranza e paura, ma anche tradizioni culturali e sentimenti diverse dalle nostre. Anche questo è multiculturalismo, fuori dai soliti cliché.
Federico Faleschini
federico.faleschini@sconfinare.net

Mosca, Giorno della Vittoria. Una veterana riceve fiorni dal suo nipotino.

Madre di una religione, di una cultura, di un modo di pensare e di  agire diverso da quello di tutti gli altri, a mezza via tra il razionalismo tedesco e il fatalismo asiatico, tra le raffinatezze dei francesi e la barbarie degli unni. Il russo si sente diverso da tutti e nella maggior parte dei casi e’ fiero di esserlo, nel bene e nel male. Il 9/05 e’ la “Festa della Vittoria” della Grande Guerra Patriottica. Grandi manifestazioni di piazza, sfilate di carri armati, missili e aerei fanno gonfiare il petto dei russi, che per l’occasione indossano un nastrino nero-arancio, simbolo della loro vittoria sullo straniero oppressore. Ho osservato tutto cio’  con scetticismo e, lo confesso, con un po’ di puzza sotto il naso. Pensavo a quanto fosse eccessivo e trabordante un tale sciovinismo, quanto fosse imbottito di retorica, a come regimi diversi e distanti si servano degli stessi simboli allo stesso modo e per gli stessi fini. Ho capito che per noi italiani è difficilmente comprensibile un patriottismo di questo tipo, un patriottismo che autocelebra la propria diversità e superiorità: storicamente siamo a lungo stati alla mercè di eserciti stranieri, influenzati da culture, lingue, tradizioni diverse, per cui nessuno di noi ha mai avuto bisogno di celebrare la patria, di sentirsi più forte e superiore agli altri: non lo siamo e non ci interessa esserlo (e le guerre condotte dal fascismo lo dimostrano, lo stesso Mussolini disse che per mandarli a combattere, gli italiani bisogna prenderli a “calci nel culo”), convinti che nessuno in fondo sia superiore a nessun altro. Ma per arrivare a questo punto abbiamo dovuto vivere insieme per decine di secoli, tra invasioni, vittorie, sconfitte, saccheggi e via dicendo, arrivando alla conclusione che ciò che conta sotto tutti i punti di vista è la pace. Viceversa in Russia, da Vladivostok a San Pietroburgo, esiste un solo paese: forte, grande, unito, che non ha bisogno di nient’altro e di nessun altro. Quello che in sostanza divide i russi è l’età: chi non ha vissuto i tempi sovietici vive diversamente la grande festa da chi invece ha perso qualche parente stretto sul fronte (sono morti 26 milioni di russi…) e per questo la festa ha svolgimenti diversi a seconda che si svolga al Parco della Vittoria (dove I veterani sfilano come se fossero calciatori in Italia), al Gorkij Park, dove si svolge la festa “per i giovani” o alla Piazza Rossa, dove I giovani salutano I veterani, ricevendone idealmente il testimone, affinchè il vessilo bianco-blu-rosso sventoli ancora alto sui cieli d’Asia e d’Europa.

Edoardo Da Ros
edoardo.daros@sconfinare.net

Gli ultimi giorni di maggio hanno visto un folto manipolo di studenti del SID, iscritti e simpatizzanti, partecipare al viaggio di visita presso le istituzioni europee organizzato dalla sezione goriziana del Movimento Federalista Europeo.

Il tour di cinque giorni ci ha visto raggiungere la città tedesca di Francoforte e quella francese di Strasburgo, dove hanno sede importanti organi comunitari.

Trascorsa una entusiasmante notte in autobus, la fredda e piovosa accoglienza della città sul Meno è stata mitigata dal benvenuto riservatoci presso la Banca Centrale Europea, nella quale dopo la visita guidata abbiamo assistito alla conferenza dei dott. Mazzaferro e Zisola sul ruolo e le funzioni della BCE, spaziando attraverso argomenti di più stretta attualità quali i rischi continente di fronte alla crisi economica e le risposte europee.

Dopo un lauto pasto e una breve visita della città sul Meno, ci siamo diretti oltreconfine verso la città di Strasburgo e il luogo di pernottamento per le successive tre notti: Munster, un piccolo comune alsaziano di 4000 abitanti con una pensione a conduzione familiare la cui capacità ospitante ha sorpreso tutti noi.

Il giorno successivo è stato dedicato alla visita libera della città, che per la sua identità biculturale è conosciuta come una delle capitali dell’Unione: dalla cattedrale gotica al centro storico della Grand Ile, patrimonio Unesco; oltre che, ovviamente, alla ricerca di qualche specialità alsaziana per i pasti e qualche svago serale.

Il viaggio è proseguito l’indomani, con la visita al Consiglio d’Europa, il tour guidato alla Debating Chamber dell’Assemblea e la conferenza sul ruolo di questa organizzazione internazionale, ancora troppo spesso sconosciuta, o peggio, confusa, con le strutture istituzionali dell’Unione Europea (il Consiglio Europeo). Questa organizzazione (di cui fanno parte, per intenderci, anche paesi come Russia e Turchia) ha lo scopo di promuovere l’identità culturale europea vegliando sul rispetto per i diritti e la democrazia, predisponendo e favorendo la stipulazione di accordi e convenzioni internazionali tra gli stati membri. Tra le istituzioni che dipendono dal Consiglio d’Europa, la Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU).

L’ultima sera a Strasburgo abbiamo avuto modo di trascorrerla in compagnia dei giovani della sezione JEF (Jeunes Européens Fédéralistes), occasione di svago e di confronto sulle tematiche e le battaglie comuni che portiamo avanti nei rispettivi paesi.

Come ultima tappa del viaggio, la visita al Parlamento Europeo ci ha portato ad assistere dalle tribune a parte della seduta parlamentare dalla tribuna e all’entusiasmante e piacevolmente informale dibattito con la parlamentare europea uscente P. Napoletano, vice presidente del PSE e della Commissione esteri. Oltre al coinvolgente entusiasmo della nostra connazionale nel raccontare il funzionamento di una sessione plenaria e la sua personale esperienza politica, l’onorevole ci ha intrattenuto con il resoconto del recente viaggio a Gaza con la delegazione europea nei territori palestinesi colpiti dal recente conflitto.

Un viaggio che ora, a meno di un mese dalle elezioni per il rinnovo del parlamento, non poteva che risvegliare le coscienze europeiste di ciascuno di noi.

Matteo B. Lucatello
www.matteolucatello.it

Ti svegli alle 9 del mattino, controlli la posta, stampi i moduli dell’assicurazione sanitaria per la Russia per te e i tuoi colleghi. Hai scoperto meno di  2 giorni prima che essi sono necessari per ottenere il visto, scopo della tua visita al consolato, ma sei riuscito a spargere la parola in maniera sufficientemente efficiente (ente… ente… ente…). Esci di casa alle 10.30: sei ancora davvero rincoglionito: prendi la metro o la 91 per arrivare in via Sant’Aquilino? Opti per la seconda per una questione di velocita’ o semplicemente perche’ e’ meno faticoso. Scendi in piazzale Zavattari e prosegui a piedi. Arrivi al consolato: decine di signore e signorine russe (capelli piu’ biondi del grano, occhi piu’ azzurri del Volga) in attesa di rinnovare il passaporto. Ascolti le loro conversazioni con grande curiosita’ e ti rendi conto che un corso da autodidatta teoricamente da 70 ore (in pratica da almeno 200) non ti e’ servito a un emerito par di balle, se non a cogliere qualche pacemu, shto e sivodnja. Il panico passa col tempo, col tuo raffinato orecchio cominci a comprendere qualcosa di piu’, ma capisci perfettamente anche che la tua vita in Russia sara’ esclusivamente nelle mani della tua collega moldava che il russo lo parla per davvero.

La paurogena coda e’ gestita da un esperto usciere napoletano sui trentacinque/quaranta che tra un “kak della’?” (non depurato da una simpatica inflessione meridionale) e un “vsjo-f-parjadkje?” smista noi avventori della burocrazia russa controllando all’ingresso ogni borsa, ogni tasca, ogni piega dei cappotti per assicurarsi che nessuno di noi sia un qualche tipo di terrorista, perdendo molto piu’ tempo con le avvenenti figliole che gli si presentano che con noi ragazzi italiani, ma in tutta sincerita’ non ti senti di fargliene una colpa. Entri in un ufficio in cui ci sono 2 sportelli aperti su 4 (di cui uno riservato ai visti), tanta gente, poca aria. Il destino quella mattina ti ha messo davanti in coda 3 operatori turistici, ciascuno col suo malloppo di passaporti, fototessere, richieste di visto e certificati assicurativi: tu ne hai 5, loro ne hanno almeno 50 a testa. Oltre a loro, un ragazzo sui 25/30 che parla davvero poco. Scopri 5 minuti dopo, quando ti rivolge domande sulla compilazione di alcuni moduli con un improbabile accento inglese, che e’ irlandese. Interdetto dall’accento, inabilitato dalle poche ore di sonno, stordito dalle continue imprecazioni in russo di una baffuta donnona che sta sputando sul vetro che la separa dall’operatrice consolare, non trovi migliore risposta di un “je ne sais pas” che in una circostanza normale avrebbe suonato come fiele ai tuoi orecchi e che invece scivola leggero e melodioso sulla tua lingua come le unghie di Edward mani di forbice su una lavagna. Ripresoti dallo shock, gli rispondi in un confuso inglese che li’ deve scrivere il periodo e il motivo del suo soggiorno in Russia. Terminata la discussione col timido irlandese, osservi la fauna che popola l’ufficio: da un lato le solite russe che parlano mischiando italiano e il loro idioma, riservando alla nostra lingua in particolare gli accidenti alla burocrazia, dall’altro compatrioti che imprecano con perfetto e gustoso accento milanese riguardo le inefficienze dell’operatrice che ha dimenticato di farsi pagare (35 euro) un visto: questo simpatico contrattempo le fara’ perdere almeno 25 minuti: 25 minuti che le saranno sicuramente fatali un giorno o l’altro dato il numero di maledizioni che gli astanti le hanno riservato concentrandosi sulle sue rotule. Passata un’ora buona in coda, noti che gli operatori turistici si salutano tutti piuttosto calorosamente e che soprattutto si danno del tu con gli operatori “Ciao Olga (che assomiglia terribilmente all’insopportabile bidella delle medie), ci vediamo quando sistemate il Telex”. Ma soprattutto evinci da questa frase che il consolato ha dei problemi di comunicazione con il Ministero degli affari esteri russo, il temibilissimo MID, una sorta di leviatano del viaggio in Russia. Tu a differenza di Mourinho sei un pirla e non presti troppa attenzione a tutto cio’. Arriva il tuo turno, sei pronto: “dobryi din’” e sorriso d’ordinanza (lo esige la tua dimestichezza con gli affari diplomatici che hai assunto per osmosi vivendo a Gorizia), passi i documenti dei tuoi colleghi sotto il vetro che ti separa dall’ormai condannata Olga. Non risponde al sorriso, forse sa di essere ormai destinata a una brutta fine? No. Ti guarda come se avesse gia’ capito che non sei come Mourinho e ti dice con un italiano dolce e rotondo come una zolletta di soda caustica: “voi ripassate! Oggi telex non funziona, non posso vedere vostro invito”; rispondi poco convinto “allora ripasso domani?” e lei, adorabile come sempre, “come vi piace, domani, fatemi lavorare”, permettendoti di capire che quantomeno ha la parola “lavorare” nel suo personalissimo dizionario Olga-Clientechelestasullepalle, ma, nonostante questo, i due sentimenti che si accavallano sul tuo intestino sono entrambi molto forti e soprattutto entrambi rivolti alle sue lunghe ed esili gambe: uno ha a che fare con dei chiodi e l’altro con un diapason da 50kg. Abbandoni l’ufficio, convinto che il giorno dopo il Telex funzionera’.

Edoardo Da Ros

edoardo.daros@gmail.com

Il 26 novembre si è svolta presso la sede dell’Università di Trieste in Via Alviano la conferenza dal titolo “Gli impatti delle elezioni presidenziali sulla politica estera americana: premesse, sviluppi, prospettive”, durante la quale sono intervenuti il giornalista Demetrio Volcic, il professore AntonGiulio De’ Robertis e il responsabile per i Public Affairs del Consolato Generale degli Stati Uniti a Milano John Hillmeyer.

L’incontro è stato organizzato dall’associazione YATA (Youth Atlantic Treaty Association) Gorizia in collaborazione con il Consolato Generale degli Stati Uniti a Milano e il Corso di Laurea in Scienze Int.li e Diplomatiche e ha visto una partecipazione molto attiva degli studenti del polo goriziano, che hanno riempito l’aula magna come pochi eventi sono riusciti a fare.

La scelta di tre personaggi di calibro alquanto elevato, ma esperti di ambiti differenti, ha fatto sì che la tavola rotonda sia riuscita a toccare molte delle sfaccettature delle relazioni esterne degli States, dalla composizione del nuovo esecutivo, alle relazioni tra Stati Uniti e Russia, dalle aspettative sulla risoluzione dell’intervento in Iraq, al possibile ritorno della politica estera americana verso il multilateralismo.

E’ stato infatti su questa falsariga che il Hillmeyer ha svolto il suo intervento: un perfetto esempio di diplomazia, in cui ha esposto le linee principali del nuovo esecutivo, le aspettative degli americani stessi e del resto del mondo. Premettendo che le aspettative che si sono create attorno a questo nuovo presidente sono fin troppo alte, Hillmeyer ha affermato che, almeno nel primo periodo, l’interesse del nuovo esecutivo sarà focalizzato sulla politica interna, in particolare sulle misure da attuare per contrastare la crisi economica che solo nel novembre scorso ha portato al licenziamento di più di mezzo milione di persone. La priorità di Obama è quindi giustamente quella di salvaguardare il proprio Paese, cercando di consolidare gli Stati Uniti, che ora come mai hanno bisogno di un capo che sia in grado di guidarli verso un nuovo inizio.

Il responsabile per i Public Affairs ha comunque rincuorato la platea, assicurando che nel medio periodo Obama si dedicherà con profondo coinvolgimento alla politica estera, assicurando maggior impegno in Afghanistan e e un lento ma costante ritiro delle truppe e delle strutture statunitensi dall’Iraq. Analizzando le possibili candidature dei diversi membri dell’esecutivo, tra cui Hillary Clinton come Segretario di Stato, successivamente confermata dal neo-eletto presidente, Hillmeyer si è mostrato fiducioso verso un maggiore interesse del suo paese verso la questione mediorientale anche se i risultati si vedranno solo nel lungo periodo.

Nota dolente è stata purtroppo quella riguardante l’impegno americano in Africa: pare infatti che nell’agenda di Obama il continente da cui la sua stessa famiglia proviene non trovi grande spazio, e sia subordinato ad altri temi che per il neo presidente sono prioritari.

Dei rapporti tra Stati Uniti e Federazione Russa si è occupato il giornalista emerito Demetrio Volcic, goriziano e storico inviato a Mosca del TG1, il quale con una lezione magistrale è riuscito sia a spiegare le relazioni tra le due grandi potenze, sia a fare un quadro della Russia contemporanea e passata che solo un esperto del suo calibro era in grado di fare. Nel suo intervento Volcic ha innanzitutto toccato il delicato tema della crisi finanziaria, che ha investito anche la Federazione Russa, la quale in pochissimi mesi si è vista costretta a ridimensionare le proprie azioni e le proprie aspettative. Si è quindi parlato di una diplomazia più morbida da parte di Medvedev e Putin, volta a mantenere un profilo basso in seno alle organizzazioni internazionali. Questo avrà forse risvolti importanti sia verso i propri vicini, che molto spesso sono considerati dalla Russia come questioni quasi domestiche, sia verso l’Unione Europea e gli Stati Uniti. E proprio verso questi ultimi l’atteggiamento molto probabilmente cambierà, visto che con l’elezione di Obama sarà sempre più difficile sfruttare il comune denominatore dell’antiamericanismo, carta che molto spesso la Federazione ha usato negli ultimi tempi contro le azioni della amministrazione Bush jr.

Infine il professor De’ Robertis, docente emerito di Storia dei Trattati presso l’Università di Bari, ha analizzato lo spinoso argomento del multilateralismo nelle relazioni tra Stati Uniti e resto del mondo. Egli ha infatti notato un cambiamento epocale nella linea delle relazioni esterne degli Stati Uniti proposta da Obama durante la sua campagna elettorale: dopo 8 anni di amministrazione Bush jr. estremamente neoconservatrice e tendenzialmente unilaterale, si evince dai discorsi elettorali del neo presidente un impegno a considerare maggiormente i propri alleati e il valore dei fora internazionali. Ciò pare si espleterà attraverso il rifiuto dell’uso unilaterale della forza, tranne in caso di attacco sul suolo statunitense; la fine dell’occupazione dell’Iraq, per estendere il proprio impegno a tutta l’area; l’impegno a considerare maggiormente le proposte provenienti dagli altri Paesi riguardo alla riforma, ormai ritenuta unanimemente necessaria, della struttura e del funzionamento delle Nazioni Unite.

Questo incontro, si spera il primo di una lunga serie, ha visto come veri protagonisti gli studenti del Cdl in Scienze Int.li e Diplomatiche, che oltre a partecipare numerosissimi all’evento, si sono distinti per la quantità e soprattutto per la qualità delle domande poste ai relatori, le quali hanno permesso un dibattito molto vivo e certamente di alto valore culturale.

Leonetta Pajer
leonetta.pajer@sconfinare.net

Tbilisi inciampa sugli gli oleo-gasdotti stesi dall’Occidente

Scavando dietro la versione semplificata che ci hanno servito i media occidentali durante la crisi georgiana di quest’estate, si scoprono molte ottime ragioni per solidarizzare con la Russia. Dal progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, alle rivoluzioni colorate georgiana e ucraina; dallo spettacolare riarmo della Georgia (che in aprile aveva incrementato del 28% il suo bilancio militare), al programma di adesione delle due repubbliche alla Nato: queste dimostrazioni di forza (?) orchestrate dagli Usa si sono trasformate in altrettanti buoni pretesti per l’offensiva russa di quest’estate. È innegabile comunque che, togliendosi questi sassolini dalle scarpe, la Russia abbia in realtà agito in difesa di interessi ben più forti.
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E’evidente che l’Italia e la Russia sono due paesi difficilmente comparabili. E non solo perché il nostro primo ministro è un cattolico bacchettone, mentre il loro presidente si lascia andare ad apprezzamenti su stupratori e simili. Una delle tante differenze, forse più pregnanti, sta nello sviluppo della coscienza politica di quella che, con una formuletta magica, quasi onnicomprensiva, viene chiamata “società civile”. Per numerose ragioni, in primo luogo di tipo storico, questa benedetta società civile, in Russia, non ha mai trovato un terreno fertile. E nemmeno dalle ceneri del regime sembra che sia sorto l’humus necessario. Del resto, è storia di questo inverno, Putin ha fatto approvare una legge per cui una ong può essere chiusa d’arbitrio se si dimostra irrispettosa verso il potere.

Membro attivo di un’ong è Sasha Philippova: trent’anni, sposata con una figlia di nove, lavora come impiegata presso un’azienda privata e vive a Cheboksary, in Chuvasha. Ho avuto la fortuna di conoscerla quest’inverno, partecipando ad un campo da lei organizzato nella sua città. Le ho chiesto cosa pensava del suo paese, dopo l’omicidio della Politkovskaya.

La sua e-mail è più disillusa di un industriale di fronte al governo. Inizia affermando che in Russia non c’è alcuna democrazia. Per sottolineare, nemmeno mezza riga dopo, la sua lontananza dalla politica. Dice:”So solo che la politica non è mai buona. E che i politici usano il proprio potere a fini personali. La scorsa settimana c’erano le elezioni in Chuvashia. Non sono nemmeno andata a votare, perché non ci credo. Davvero, qua è meglio starne fuori”. Successivamente, afferma:”Per me è difficile scrivere qualcosa di negativo riguardo alla Russia: è come una madre che, per quanto cattiva, continui ad amare”. La soluzione che Sasha ha trovato è un impegno diretto, slegato da qualsiasi tipo di pensiero politico strutturato, tramite la sua associazione. Organizza infatti dei campi di volontariato, volti a far socializzare gli studenti russi con dei ragazzi stranieri. E riesce a creare un clima di rispetto reciproco e di vicinanza fra le diverse culture davvero singolare. A me pare evidente che, dietro la stessa natura del campo, si possa rintracciare un’attitudine ben definita, in tempi di chiusura e sospetto come questi. Per lo meno, un embrione di attivismo politico. Il problema è che, quando si cerca di spostare questo impegno dal piano puramente idealistico a quello politico, portandolo sulla realtà russa, ci si scontra contro un muro. Doppiamente difficile da scavalcare, perché alla disillusione si unisce l’influenza del controllo mediatico. Ricordo ancora delle discussioni sulla Cecenia con una ragazza da poco laureata. Niente da fare, continuava a ripetere che l’intervento russo è giustificato, perché bisogna pur difendersi dai ceceni che ammazzano i bambini. Sembrava la parodia di Berlusca che rispolvera i bambini bolliti dai comunisti. Solo che lei era sincera. E da una marea di stronzate del genere nasce il supporto alla guerra, che così tante limitazioni della libertà ha giustificato. Abbiamo avuto molte altre discussioni del genere: noi stranieri non ci spiegavamo come i russi non volessero reagire alla decisione di Putin di nominare direttamente il governatore della Chuvasha, con la solita scusa di dover rafforzare il potere centrale, per questioni di sicurezza. Niente, o la buttavano sul ridere, o allargavano le braccia. Giusto per rendere l’idea della situazione, appena rientrato in Italia, ho letto che un imprenditore di Cheboksary è stato arrestato per impedirgli di presentarsi contro al governatore in carica. Guarda caso, è stato rilasciato non appena sono scaduti i termini per la candidatura.

Ecco, quello che mi ha maggiormente colpito è che una disillusione così forte non viene da un vecchio nato e cresciuto sotto il regime sovietico; ma da una persona abbastanza giovane da aver sfiorato l’URSS e sufficientemente vecchia per essere già disgustata della nuova Russia.

Andrea Luchetta

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