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Renato Soru non è un politico. Non nel senso italiano del termine. È un politico sardo, una figura che mancava da tanti anni nello scenario regionale. Inoltre è uno dei pochi personaggi in Italia a vantare un lungo elenco di risultati concreti e positivi, che in uno scenario normale (da paese civile?) gli garantirebbero una sopravvivenza politica assoluta. Invece no. Siamo in Italia, dove i successi reali di quattro anni di governo non valgono una rielezione certa. Quello che vale sono le speculazioni, le chiacchiere e le manovre dietro le quinte.

Non molti conoscono il cammino della Sardegna dei passati 5 anni, ma è necessario avere un quadro chiaro per potersi schierare con l’uno o con l’atro candidato alle prossime elezioni. Nelle elezioni regionali del giugno 2004 Renato Soru vinse con il 50,1% delle preferenze, circa 487mila voti. La sfida che gli si presentò era quella di combattere il degrado e l’arretratezza della Sardegna, valorizzando il suo ampio potenziale di sviluppo e portando la regione da una situazione di “mezzogiorno” a una di “centro”.
L’impresa era tutt’altro che facile. Soru iniziò con un riordino del bilancio, una semplificazione e ottimizzazione della spesa regionale, il recupero e la salvaguardia del patrimonio naturale sardo. La prima legge del 2004 è stata la c.d. Salvacoste, che impone di rispettare una distanza di 2 km dalla costa quando si costruiscono edifici. Le successive iniziative sono state la riduzione del numero delle comunità montane (soprattutto dove l’elemento montano non esisteva proprio) e la costruzione di linee digitali e infrastrutture che hanno portato la popolazione della Sardegna ad essere la prima con copertura adsl al 100%. Il primo passo della nuova era digitale sarda, è stato il sito internet della regione, che fu inoltre garanzia di una maggiore trasparenza nella vita politica sarda.
Altri grandi risultati negli anni successivi sono stati la chiusura della base militare americana de La Maddalena entro il 2008 e la creazione di un unico ente regionale per la gestione del servizio idrico: la nuova società Abbanoa (acqua-nuova, NdR) ha sostituito i cinque enti esistenti. Senza nessun licenziamento, Abbanoa ha sistematicamente ridotto gli sprechi, e, di conseguenza i costi.
Con la legge finanziaria regionale del 2007, lo Stato ha riconosciuto alla Regione Sardegna il diritto graduale di compartecipare al gettito tributario maturato nel territorio regionale a partire dallo stesso anno. Tra il 2007 e il 2009 tale gettito è cresciuto di circa 1,4 miliardi di euro. A partire dall’anno 2010 le maggiori entrate regionali ammonteranno ad oltre 3 miliardi di euro. In cambio la Regione si fa carico degli oneri del Fondo sanitario nazionale e delle funzioni di trasporto pubblico locale, compresa la continuità territoriale, mantenendo un saldo positivo di circa 1,8 miliardi di euro.
Per quanto riguarda l’istruzione pubblica, mentre i tagli dei finanziamenti colpiscono tutta l’Italia, nell’Isola sono stati aumentati i fondi per l’edilizia scolastica, per un totale di circa 300 milioni di euro. La regione attribuisce inoltre assegni per merito fino a 500 euro mensili, agli studenti diplomati con almeno 80/100  che si iscrivono all’Università (con priorità per le facoltà scientifiche) e agli studenti universitari in regola con i crediti che abbiano almeno la media del 27. Inoltre, la Regione ha finanziato nell’ultimo triennio più di 3000 studenti per alta formazione, tirocini e “percorsi di rientro” in Sardegna, per favorire la crescita accademica e professionale dei neolaureati e garantire un efficace inserimento nel mondo lavorativo sardo. Le fonti di quanto riferito sono documenti, atti regionali e dati Istat per il periodo 2004-2008.
Tornando alla questione delle elezioni, le argomentazioni del candidato per il PDL – un certo Cappellacci ex consigliere del comune di Cagliari – sono tutte “contro”: egli afferma che quanto realizzato nel mandato Soru sia stato una delusione e un fallimento per la Sardegna. Per il programma alternativo vengono spese invece poche, pochissime parole. Anzi, in generale sono veramente poche le parole pronunciate direttamente da Cappellacci. Chi chiacchiera di più è Berlusconi: è lui che in realtà gestisce e ordina la campagna elettorale del PDL. È lui, il primo ministro italiano, che organizza e predispone le assemblee e i comizi. Ed è sempre lui che racconta le barzellette durante i convegni. Ma della Sardegna non si parla mai? Sì, il programma elettorale del “candidato del PDL Cappellacci” è preciso: cancellare tutte le norme che dal 2004 sono state fatte da Soru (Berlusconi ha detto proprio così). E quando mai un avversario politico in una campagna elettorale in Italia ha dato dei meriti al presidente uscente? Che campagna elettorale sarebbe?
In realtà, quali sono le condizioni della Sardegna? Esiste davvero il “peggioramento delle condizioni di vita” sbandierato da Berlusconi, pardon Cappellacci? Ci sentiamo davvero più indietro del 2004? Basta leggere i dati reali e si avrà la dimostrazione del contrario: la Sardegna va in direzione esattamente opposta a quella nazionale, e lo affermano i giudici più credibili i cittadini stessi.
Questa campagna elettorale purtroppo non parte dal lavoro realizzato negli ultimi quattro anni: si cerca consenso promettendo, ma non parlando di fatti concreti. E colui che si candida alla guida della regione non è che un muto e sorridente fantoccio. Nel frattempo Soru gira la Sardegna per ricordare ciò che è stato realizzato dalla sua giunta, ciò che ancora sarà fatto e soprattutto come, con i soldi risparmiati e guadagnati e non con illusioni o sogni impossibili.

Troppo serio il Presidente Soru.

Fidatevi che è meglio Soru.

Diego Pinna diego.pinna@sconfinare.net
Enrico Casu enricasu@libero.it

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Lo so, non è un discorso facile cui approcciarsi. Intanto, sgombriamo il campo dagli equivoci: non intendo fare un discorso tecnico, che è, per la gran parte degli studiosi, ormai chiuso. Difatti, già dal ’99 è in vigore una legge per il riconoscimento del Friulano come lingua (sottolineiamo, lingua) minoritaria, in applicazione del principio dell’art. 6 della Costituzione (‘La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche’). Non mi dilungherò di più sulle questioni giuridiche: fatto sta che il Friulano è stato riconosciuto come lingua dallo Stato italiano, e non voglio discuterne il merito.

Voglio, piuttosto, discutere l’uso che di questo riconoscimento se ne fa, e che ben possono intendere tutti coloro che hanno del Friuli un’idea da ‘esterno’, scevro da condizionamenti familiari e/o scolastici. Intendo dire che in Friuli esiste una sorta di ‘condizionamento ambientale’ per via del quale il Friulano è percepito come La lingua.

Ma partiamo da un po’ più lontano, e facciamoci una domanda. Quant’è importante la tradizione, oggi? E’ una questione cui ho già accennato, tra le righe, su questo giornale, e alla quale sono molto interessato. La risposta è sì, ovviamente; è, però, un sì molto condizionato.

E’ importante se non diventa prevaricazione nei confronti del vicino (vicinissimo) ‘compatriota’ –usiamolo pure, ma è un termine per me obsoleto-, quale potrebbe essere il triestino o il veneto.

E’ importante se non diventa arroccamento; un arrotolarsi su se stessi; una fuga dalla modernità; un rifiuto di ciò che rappresenta il ‘diverso’.

A differenza di quanto possa sembrare, io non sono nazionalista. Tutto l’opposto. Non è bello parlare di sé in un articolo, ma preciso soltanto che il mio orientamento è per un’unione federale europea, con poteri politici centralizzati e poteri amministrativi devoluti alle mille ‘piccole patrie’ europee (e quindi i Paesi Baschi, certo la Sardegna, e così via, sino a, se lo vorrà, il Friuli). Non mi si può quindi tacciare di conservatorismo e nazionalismo glotto-culturale. D’altro canto, stando così la situazione, con una pessima percentuale di italiani parlanti una seconda lingua (come Inglese o Francese), mi sembra una questione ridicola quella dell’insegnamento, per fare un esempio concreto, del Friulano nelle scuole. Si tratta, a mio avviso, non di una questione di merito: infatti ho già detto che in quella non voglio entrarci e che, anzi, la questione si sia più o meno risolta; bensì di una questione di principi, direi quasi filosofica se non fosse per la mia profonda insipienza in questo campo. L’idea che mi disturba è infatti l’arroccamento culturale. Finché si parla di protezione e rivitalizzazione del Friulano (come di tutti gli altri dialetti/lingue italiane; su questo punto ritornerò più avanti), sono del tutto d’accordo; come del resto sono contro l’abolizione del Greco persino nei licei classici, idea birichina che è sempre in agguato. Cosa può salvaguardare una cultura (quella greca come quella friulana), se non la sua propria lingua? Lo stesso valore di un termine, il numero dei suoi sinonimi, la sua presenza/assenza nel vocabolario, ogni sua lettera, vocali e consonanti, tutto può parlarci di un popolo, dei suoi costumi, delle sue tradizioni, dei suoi valori. E questo era il pensiero di un grande cultore della lingua friulana, Pierpaolo Pasolini, che da ottimo scrittore qual era amava perfino il suo suono, il suo ritmo.

Questi sono i motivi per cui una lingua, ma anche (forse soprattutto) un dialetto, andrebbero salvaguardati. Ma di questo si devono occupare i linguisti, gli studiosi di etnoantropologia, anche i sociologi. Comunque, gli studiosi. Non i politici.

E il guaio del Friulano è che i politici se ne sono occupati fin troppo, lo hanno strumentalizzato e lo hanno distorto; o, meglio, ne hanno distorto il significato. Così, torniamo al principio del nostro discorso. Quello che ho definito ‘condizionamento ambientale’, che porta chiunque sia stato educato in provincia di Udine a pensare al Friulano come La lingua, finalmente riconosciuta. La lingua, alla pari dell’italiano, del ladino e del sardo.

Ma qui si sbagliano. Sono lingue riconosciute anche l’Emiliano-Romagnolo, il Ligure, il Lombardo (che risulta parlato anche in Sicilia!), il Napoletano (detto anche Volgare pugliese), il Piemontese (riconosciuto lingua già dal 1981, ben prima del Friulano), il Siciliano…E così via.

Nulla di speciale, quindi.

La sua particolarità nasce da questo grande equivoco, di questa ritenuta unicità causata dalla politica locale, che ha spinto su questo aspetto (buono in partenza) così importante per la comunità, per operare una disgregazione campanilistica esasperata, e in buona sostanza anche assurda.

Prendiamo l’insegnamento delle scuole: perché il Friulano di Udine sì, e quello di qualunque altra comunità no? Che si fa, si insegna una lingua diversa in ogni paese? E ci sono abbastanza insegnanti per farlo? Si capisce che così si finisce nel caos.

Si ritorna al solito discorso dei cartelli in dialetto, sparsi per il Nord leghista: fuori da ogni ironia, il significato di quei cartelli mi fa tristezza. Il Friulano sbandierato come ‘Totem anti-altro’ mi fa tristezza. Non è un caso che questa del Friulano sia una questione tanto particolare, perché è stata indotta dall’esterno, da una politica furba e disgregatrice (il contrario della buona Politica, quindi). Un fattore così importante, cioè la lingua/dialetto (la differenza, sul piano politico, per me non esiste: abbiamo visto come anche parlate considerate ‘dialetti’ siano in realtà ‘lingue’), diventa semplice, ottuso e controproducente particolarismo. Ed è contro quest’ultimo che mi batto; ed ecco perché, provocatoriamente e al di fuori da qualunque discorso tecnico-glottologico, dico: ‘Il Friulano non è una lingua, ma un dialetto!’

Permettetemi una piccola postilla. Ho tralasciato volontariamente di parlare della ragione più comune (ma anche, scusatemi, la più stupida) che viene addotta per giustificare la definizione di ‘lingua’ per il Friulano: ‘Se mi metto a parlarla, tu non mi capiresti!’ Cosa, questa, che avviene in realtà per qualunque altro dialetto (ma questa obiezione solitamente viene zittita dalla faccia profondamente offesa dell’interlocutore friulano). Per rispondere a questa argomentazione, vorrei chiudere con una citazione in ligure, che molti ritengono dialetto, ma che in realtà è una lingua allo stesso modo del friulano. E allo stesso modo di quasi tutte le parlate d’Italia, che però non hanno subito la stessa strumentalizzazione del Friulano, e sono tutelate senza rumorosi e prepotenti strepiti di tromba.

 

E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi

emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi

finché u matin crescià da puéilu rechéugge

frè di ganeuffeni e dè figge

bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä

che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä.’

(Fabrizio De Andrè, Creuza de mä)

 

Francesco Scatigna (francesco.scatigna@sconfinare.net)

Amico fragile, in Volume VIII. 1975

 
“Evaporato in una nuvola rossa in una delle molte feritoie della notte con un bisogno d’attenzione e d’amore troppo, “Se mi vuoi bene piangi “, per essere corrisposti…”

 
E’ l’unica canzone autobiografica di De Andrè, scritta da solo, in una notte, con molto alcol tra le vene. Da qui bisogna partire per capire, o almeno parlare seriamente di Fabrizio De Andrè. Poi pian piano, aggiungere altri tasselli. Le musiche oniriche di Amico fragile accompagnano tutto quello che De Andrè ha scritto e cantato nella sua vita, i temi ricorrenti e quello che sembrava essergli più urgente: svelare l’ipocrisia, la speranza in una nuova umanità e dunque il bisogno di cantare e dar voce agli ultimi della terra, una visione del cristianesimo depurato dalle sovrastrutture della chiesa, l’amore e la politica. Tutto questo era Fabrizio De Andrè, morto dieci anni fa lasciando un tangibile vuoto.

Oggi la nostra Italia – dalla memoria corta, culturalmente lenta e conservatrice – ha dedicato 88 luoghi, tra piazze, scuole e teatri al genovese, che credo se la rida quando pensa che la sua musica è una di quelle poche cose che tiene assieme noi italiani: fine curiosa per un anarchico.

La sua vita musicale è stata influenzata da elementi diversi. Ha contribuito Genova, il mare e le mulattiere che lì vi arrivano(creuza de ma), l’amore per le donne, e ovviamente il caso. A sei esami dalla laurea in legge abbandona una possibile carriera da avvocato, quando trova il successo musicale grazie all’interpretazione di “Marinella” di Mina, dirà: “Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 La canzone di Marinella, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all’avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti”.

Inizia a scrivere e comporre, collabora con Piovani, De Gregori, Bentivoglio e Cohen, traduce Dylan e Brassens, mette in musica “l’antologia di Spoon River”, arrivata in Italia grazie alla traduzione della Pivano. Partecipa alla contestazione del 1968, segue il maggio francese, nel 1973 esce “storia di un impiegato”, irride l’ipocrisia borghese e condanna le degenerazioni dei violenti.

Fa ridere leggere oggi le inchieste dei servizi segreti italiani di quegli anni che lo volevano vicino al terrorismo di sinistra, arrivando a sospettare che la tenuta acquistata in Sardegna sarebbe servita come base per una comune. Era il 1973 ed erano altri tempi, oggi questa storiella non può che unirsi alla schiera di barzellette sulle forze dell’ordine. Lui in Sardegna c’era andato per cercare ragioni profonde dell’essere e, neanche i 117 giorni di sequestro faranno diminuire il suo amore per quella terra: dei sardi dirà che come i pellerossa sono un popolo orgoglioso, fiero delle tradizioni e vittima della “civiltà”.

Qualche sera fa, su Rai3 Fabio Fazio ha presentato un programma(di 3 ore,3!) dedicato al cantautore genovese-dovrà pur servire a qualcosa pagare il canone Rai!-, era presente anche la seconda moglie di De Andrè, Dori Ghezzi. Sorrideva, ringraziava e canticchiava ma, non ha ceduto ad un’emozione, una qualunque manifestazione non controllata, difficile in una serata nella quale tutti avevano gli occhi lucidi. Non credo fosse triste per la perdita del compagno, sembrava semplicemente assente, distante da quanto le accadeva intorno. De Andrè prima di tutto non è un rito collettivo, è qualcosa di più profondo che ognuno segue col proprio pensiero, credo Dori Ghezzi volesse significare questo l’altra sera.

Non dobbiamo cadere nell’errore di volerne fare un’icona, cercando di santificarlo, almeno per amore di verità, era estremamente umano, sapeva godersi la vita, era piuttosto pigro e per nulla al mondo avrebbe perso una partita del Genoa calcio. Era un uomo dalla smisurata sensibilità , ascoltandolo ci si può riavvicinare all’umanità, alla parte più profonda di essa, sfiorare la verità e ignorare la meschinità del quotidiano. Questo era Fabrizio De Andrè, grande poeta che oscilla tra umano e sublime.

Federico Nastasi

Flickr Photos

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