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Tbilisi inciampa sugli gli oleo-gasdotti stesi dall’Occidente

Scavando dietro la versione semplificata che ci hanno servito i media occidentali durante la crisi georgiana di quest’estate, si scoprono molte ottime ragioni per solidarizzare con la Russia. Dal progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, alle rivoluzioni colorate georgiana e ucraina; dallo spettacolare riarmo della Georgia (che in aprile aveva incrementato del 28% il suo bilancio militare), al programma di adesione delle due repubbliche alla Nato: queste dimostrazioni di forza (?) orchestrate dagli Usa si sono trasformate in altrettanti buoni pretesti per l’offensiva russa di quest’estate. È innegabile comunque che, togliendosi questi sassolini dalle scarpe, la Russia abbia in realtà agito in difesa di interessi ben più forti.
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Monsieur le Président,

per fortuna non sono un parente delle vittime delle Br, né sono venuto a trovarla all’Eliseo per sentire le sue meschine giustificazioni, ma sono un osservatore e il mio disgusto basta a darmi la volontà di prendere il computer e scriverle questa lettera aperta.

Il suo atto di rifiutare l’estradizione della ex brigatista Petrella risulta supponente e senza giustificazioni. Innanzitutto, ancora non mi capacito di come la Francia abbia potuto essere nella storia il rifugio di criminali condannati da Tribunali dello Stato italiano: se ancora oggi si discute dell’estradizione di tali persone, vuol dire che vi è stata una protezione da parte della Francia, ignara per lo più di ciò che è stato il terrorismo rosso. A prescindere da queste valutazioni storiche, mi fermo sui fatti ultimi accaduti.

Lei rifiuta l’estradizione appellandosi al trattato italo-francese sull’estradizione di terroristi, più in particolare all’articolo che prevede il potere presidenziale di impedire l’estradizione per cause legate al rispetto dei diritti umani. Questo mi scaturisce una doppia riflessione.

In primo luogo, il suo atto vela supponenza e superiorità della Francia nei confronti dello Stato italiano. Crede che qui sia il terzo mondo? Crede forse che i diritti umani non siano rispettati ancora oggi in Italia? Forse lei dovrebbe spolverare le sue idee e ricordarsi che l’Italia ha promosso presso le Nazioni Unite la mozione contro la pena di morte. E in fin dei conti, gli stessi ex brigatisti sono trattati con i guanti, visto che il Sig. Sofri ha addirittura trovato lavoro in Biblioteca, nonostante la crisi occupazionale. La clausola del rispetto dei diritti umani è quindi un pretesto o forse un gesto di pretesa superiorità. Quali sono le vere cause allora? Se la Petrella sta davvero male, ci sono fior fiore di primari che possono aiutarla anche in Italia. E se il problema è psicologico, ci son fior fiore di preti in Italia. Il viaggio poi non è così massacrante.

In secondo luogo, lei si crede la giustizia in persona. Pretende col suo atto di dare assoluzione ad una persona che assoluzione non ha mai avuto né da Tribunali né dalle famiglie delle vittime. Lei, straniero, mette in discussione la giustizia italiana del suo operato e questo, in un contesto europeo è gravissimo. Il Rubicone è passato da tempo, l’Unione Europea è nata e si è sviluppata in primis grazie ai nostri due paesi. Potremmo mai arrivare ad un’unione politica efficiente, se tra uno Stato e l’altro continuano le discriminazioni politiche?

Non aggiungo parole per riportare i sentimenti delle vittime. Immagino che queste lo abbiano fatto all’Eliseo meglio di qualsiasi altro. A questo punto però, se la giustizia dei Tribunali non riesce a fare il proprio corso, bisognerà appellarsi ad un altro tipo di giustizia. Se è vero che la Petrella sta male al punto da non poter essere estradata, allora che soffra atrocemente fino alla fine della sua vita, una volta per ogni vittima che ha fatto. Per ogni volta che si è confusa l’ideologia e la violenza. Per ogni volta che un’amnistia tale copre il senso della giustizia.

Vive la République et vive l’Italie!

Edoardo Buonerba

Edoardo.buonerba@sconfinare.net

GORIZIA. Jean Lapeyre è il consigliere per gli affari sociali dell’ambasciata francese a Roma. Gli abbiamo posto alcune domande sulla questione del CPE.

Alla luce del passo indietro compiuto dal Governo e delle modifiche introdotte al CPE, ritiene che la Francia sia un paese difficile da riformare?
La Francia è da sempre un Paese difficile da riformare senza concertazione. Non è quindi disposta ad accettare riforme imposte brutalmente dal Governo. E’ quindi necessario un coinvolgimento attivo di tutti gli attori sociali attraverso il dialogo. In realtà, considerando la
storia francese possiamo dire che i più grandi cambiamenti si sono verificati in seguito alle rivoluzioni. Il dietrofront del Governo costituisce senza dubbio un indebolimento della sua capacità di avanzare delle proposte. Non è stato comunque il primo esempio di ritiro di una proposta di legge in seguito a contestazioni popolari: la legge anti fumo ne è un valido esempio.

Che strategia politica si nasconde dietro la proposta del CPE, in considerazione della possibile candidatura del primo ministro De Villepin alle presidenziali del 2007?
Non c’è una vera e propria strategia, se non la volontà di ottenere risultati in tempo brevi riguardo al problema della disoccupazione giovanile. Naturalmente con uno sguardo verso le prossime elezioni, sapendo che un probabile risultato positivo potrebbe aiutarlo a vincere la concorrenza nella corsa all’Eliseo.
E la posizione di Sarkozy, suo probabile rivale per la presidenza?
Non si può affermare che egli sia in disaccordo con il suo primo ministro, poiché in tal caso sarebbe costretto alle dimissioni. Il ministro dell’interno, infatti, condivide globalmente la politica del Governo: si sta dimostrando solidale con De Villepin, pur facendo sentire un’altra musica. Finora Sarkozy non si è posto in aperto contrasto, ha semplicemente indicato un’altra via. Il fallimento del
CPE non ha indebolito la posizione del ministro dell’interno, al contrario: una larga maggioranza dei Francesi ripone la propria fiducia in lui per la risoluzione della crisi. Man mano che le elezioni si avvicinano, le tensioni saranno sempre più forti, a destra come a sinistra. Sarebbe davvero interessante sapere in che momento Sarkozy deciderà di uscire dal Governo…

Possiamo ipotizzare un parallelo tra il CPE e la legge Biagi, varata in Italia nel 2003?

Mi sembra del tutto azzardato: la legge Biagi aveva la ben più grande ambizione di realizzare una riforma organica dell’intero mercato del lavoro. Il CPE invece s’indirizza unicamente alla risoluzione del problema della disoccupazione giovanile.

Qual è stato l’atteggiamento dei giovani delle banlieues rispetto alla contestazione degli studenti?

La situazione delle banlieues era ed è tuttora critica. Il CPE, a differenza del nuovo provvedimento varato in sua sostituzione, non andava a risolvere i problemi dei “banlieusards”, i quali, privi di qualsiasi speranza, manifestano la propria rabbia con la violenza. Non si può sperare di risolvere la questione delle banlieues nel giro di pochi mesi, e neppure di qualche anno. In questo caso,si manifesta in tutta la sua evidenza il fallimento delle politiche di integrazione della seconda e della
terza generazione di immigrati.

La generazione del ’68 è stata colpevole di non avere assicurato il futuro della generazione seguente?

Premetto che non sono molto obiettivo perché anch’io ho faccio parte di quella generazione. I sessantottini hanno perso la capacità d’indignarsi, integrandosi nella società
borghese. Ci sono delle grandi differenze tra i due movimenti di protesta: le ideologie sono scomparse a vantaggio degli ideali. I contestatori di oggi mirano a risultati concreti e materiali, mentre quelli del ’68 volevano cambiare il mondo. Il coinvolgimento in associazioni con finalità umanitarie e ambientalistiche rende l’impegno dei ragazzi di oggi più pragmatico

E’ possibile un avvicinamento di Francia, Italia, Spagna e Germania al modello scandinavo, che sta dando ottimi risultati nella lotta alla disoccupazione giovanile?
Sarebbe disonesto indicare il sistema di “flex securité” scandinavo come la risposta ideale in contesti così differenti. Il sistema dei Paesi nordici si regge su una diversa organizzazione della società e su una pressione fiscale forte, che permette allo stato di offrire maggiori garanzie di reinserimento all’interno del sistema lavorativo. Elementi che non si possono inserire nei Paesi sovracitati.

Agbe Komi
Davide Goruppi
Andrea Luchetta

Flickr Photos

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