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Finalmente è il turno della danza. Di quella danza che piace a me. Mi ricordo di quando ero piccola, di quando mi arrabbiavo con la televisione italiana per il poco spazio che riservava alla danza. Aspettavo con ansia il primo dell’anno per vedere, assieme con il concerto in diretta dal Musikverein di Vienna, qualche stralcio di balletto classico. E di stralci proprio si trattava, perché il cameraman della Rai amava indugiare prima sul lampadario in cristallo, sugli scaloni in marmo, sulle decorazioni floreali con fiori provenienti da San Remo … poi, finalmente, dopo tanta suspense, una scarpetta! Un braccio in aria! Un tulle svolazzante! Ma mai che si vedesse una ballerina tutta intera. Perché per una bambina appassionata di danza in una città senza teatro, quando ancora internet non esisteva, e con una tv totalmente impermeabile a questo tipo di intrattenimento, le occasioni per veder ballare erano davvero più uniche che rare.

Totalmente arresa alla dura realtà dei fatti, negli ultimi anni ho cominciato invece ad assistere fiduciosa al nascere di molti programmi televisivi, con protagonista la danza nelle più svariate versioni. Per poi rimanere nuovamente delusa, perché quella danza da competizione spiccia, da show business, tutta salti e prese, non era, a parte qualche rara eccezione, la danza che avevo imparato con un po’ di snobismo ad apprezzare io. La danza che piace a me è quella che si vede in teatro, con coreografia, scenografia, costumi di scena, con la tensione della “diretta”, ma, soprattutto, con ballerini veri. Ballerini cioè che svolgono la loro professione con professionalità. Cosa non del tutto scontata.

E per fortuna, gli ultimi due spettacoli di danza presentati al Teatro Verdi di Gorizia non mi hanno delusa. Due spettacoli completamenti diversi, ma accomunati dalla tematica dell’amore infelice. Il primo era Otango, The Ultimate Tango Show (ideazione e direzione di Oliver Tilkin & Sabrina Gentile Patti), presentato il 21 dicembre 2008 dalla compagnia belga Artemis Production. Il secondo era invece Romeo & Juliet (da un’idea di Mauro Bigonzetti e Fabrizio Plessi), andato in scena il 10 gennaio 2009 con la Fondazione Nazionale della Danza – Reggio Emilia Aterballetto.

Otango proponeva una storia d’amore perduto in un excursus storico e spaziale che da Buenos Aires portava a Parigi, dal primo Novecento al secondo dopoguerra. Sul palco si esibivano non solo i ballerini, ma anche l’Orquesta Otango, con pianoforte, due violini, contrabbasso e bandoneón, e due cantanti argentini: Claudia Pannone e Sebastian Holz. Classici del tango, come La Cumparsita, Milonga de mis amores o Libertango, venivano riproposti in una partitura originaria e accompagnati o inframmezzati dalle voci dei cantanti. Bellissima quella di Claudia Pannone che, con grande padronanza scenica, spesso dominava il palco da sola.

Romeo & Juliet utilizzava invece le musiche del balletto classico omonimo di S. Prokofiev per riproporre la storia di Romeo e Giulietta in una versione moderna e astratta. Molte coppie di Romeo e Giulietta ballavano la tragedia imminente del loro amore: vestiti di corsetti in pelle nera o costumi color carne, con un piede infilato in un casco da moto affrontavano impegnativi esercizi di equilibrio, a rappresentare il loro destino perennemente in bilico.

Entrambi i balletti a tratti provocatori, il primo con un tango lesbo, il secondo con la sensualità molto esplicita dei due amanti, mettevano in scena non tanto una trama vera e propria, quanto i sentimenti che accompagnano l’amore di ogni tempo: la passione, la gelosia, la rivalità, la tragedia incombente.

I due spettacoli hanno avuto una riposta diversa dal pubblico. Mentre il primo è stato accolto con grande entusiasmo, il secondo ha incontrato una buone dose d’incomprensione, probabilmente per il modo inatteso con cui un tema molto noto era stato trattato. Ma entrambi sono riusciti a coniugare assieme tutti quegli elementi che fanno della danza uno spettacolo: le coreografie interpretavano la musica; scenografie, luci e costumi andavano d’accordo; i ballerini ballavano. E con un’altissima preparazione. Ma cosa più importante, sono anche riusciti a comunicare qualcosa: sono riusciti a interpretare sul palco la complessità dei sentimenti.

Scordatevelo che riesca a farlo anche la televisione.

Margherita Gianessi

margherita.gianessi@sconfinare.net

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