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Quando a mancare sono le soluzioni

Lo sport più praticato in Italia non è mai stato il calcio. No, è sempre stato la capacità di criticare. Siamo i primi al mondo per criticare e auto criticare, insuperabili e instancabili adoratori del bicchiere mezzo vuoto, mai contenti e mai soddisfatti. Qualunque risultato è sempre arrivato ‘ad un costo sempre esagerato’ dunque con i ricorrenti miti della Vittoria Mutilata o della Vittoria di Pirro, scegliete voi.

Non dirò nulla di straordinario parlando delle critiche che circolano in questo periodo. L’Italia è sotto attacco. Come non lo sapevate? Una coalizione di nazioni straniere ha da tempo dichiarato guerra alla nostra amata patria. I leghisti pensando di sfruttare la situazione hanno già pensato di avviare

freedomhouse[1]

trattative separate, firmare la pace e inaugurare la tanto agognata Repubblica Padana. Sfogliare i giornali in questo periodo è una continua tragedia, migliaia e migliaia di parole spese a parlare degli attacchi giornalmente subiti dalle nostre bonificate pianure, dalle nostre fertili colline e dalle nostre bianche e italianissime montagne.

Effettivamente però (ah, il bicchiere mezzo vuoto) a mancare sarebbero solo le vittime di questa guerra. Eppure ci sono, anzi c’è. Ma si sa, dalla storia non si impara mai nulla. Non sono bastate le violenze, i soprusi, le angherie sopportate dagli ebrei, dai palestinesi, dalle popolazioni balcaniche, dai tibetani e dalle numerose etnie africane. Noi adoratori del bicchiere mezzo vuoto, siamo riusciti a trovare qualcosa per cui lamentarci ancora di più.

L’Italia è sotto attacco nella sua Italianità, con la I maiuscola. E la nostra italianità è messa in crisi dalle continue critiche e spregiudicati attacchi effettuati contro il primo rappresentante di tale Italianità, sempre con la I maiuscola. L’Italia è sotto attacco perché è il nostro Presidente del Consiglio ad essere sotto attacco. Ecco la vittima di questa guerra. L’unico oggetto di così tante persecuzioni, tanto da potersi (auto)definire “senza alcun dubbio la persona che è stata più perseguitata nella storia del mondo intero e dell’umanità”… Ora, in questo articolo ho già detto stupidate a sufficienza che potrei andare in pensione in questo momento. Anzi, potrei candidarmi (e vincere le elezioni) come parlamentare di un qualunque partito di un qualunque colore.

La domanda che mi sono posto spesso in questo periodo è stata: come è possibile pensare che attaccando il Presidente del Consiglio Italiano, l’italiano possa sentirsi offeso nella sua italianità? Ma, onestamente, come è possibile pensare che una persona come il nostro attuale Presidente del Consiglio Italiano possa rappresentare l’Italianità? Non voglio fare anti-berlusconismo da quattro soldi, ci sono fin troppi giornalisti per questo. Riflettendo su tale aspetto sono arrivato alla conclusione che le critiche che l’Italia subisce in questo periodo non siano indirizzate semplicemente e in esclusiva al miglior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni, nonostante lui si impegni per essere sempre al centro dell’attenzione.

Quegli attacchi sono provocati dalla Nostra incapacità di essere popolo, essere nazione, essere civili ed essere in grado di scegliere. Che cosa? Sicuramente una classe politica responsabile.

L’anti-berlusconismo, come già detto, lo metto da parte, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa (e mi scuso per il paragone, non vorrei mancare di rispetto ai volontari). Non voglio difendere il PD che fa finta di andare alla deriva: i comandanti (quelli veri) ci sono veramente e il timone è in mano loro. Non voglio nemmeno fare il grillino e attaccare “la casta”: è esclusivamente colpa dell’elettorato se certe persone ora possono vantare il titolo di Onorevole e non pagano il conto del ristorante (perché i signori Onorevoli non pagano il conto al ristorante). Chiunque ha trovato posto in Parlamento è stato votato da un numero sufficiente di persone che hanno trovato in lui una persona degna di fiducia che possa portare i loro interessi a Roma (e questo vale da nord a sud – Padania compresa).

Vorrei precisare a caratteri cubitali un piccolo particolare: qui non si tratta di attaccare una parte o di difenderne un’altra. È giunto il momento di rendersi conto del baratro in cui ci troviamo. Lo dico e lo ribadisco che parlo senza colore politico.

In questo momento della nostra storia Italiana e Repubblicana, iniziata perché abbiamo pagato un salatissimo conto, è il momento di rendersi conto di quali siano le priorità della nazione (si, è ora di considerare l’Italia una nazione, anzi Nazione), quali gli interessi personali di qualcuno e quali gli interessi personali di pochi. Differenziare queste tre categorie e iniziare a lavorare per le cose che contano veramente: quelle di tutta la popolazione.

E allora da qualche parte bisogna pur iniziare. Dovremo risistemare il bilancio dello stato, riuscire a portare sotto controllo il debito pubblico, recuperare quell’enorme porzione del PIL che viene eufemisticamente chiamata economia sommersa e avviare una riqualificazione della spesa pubblica.

Anzi chiamiamo le cose con il loro nome: dobbiamo eliminare gli sprechi. Ci siamo abituati a vedere ogni giorno fin troppi sprechi, e non parlo degli sprechi che vede Brunetta nei finanziamenti per la cultura (spiccioli che vanno bene per un po’ di populismo). Parlo del numero di auto-blu che portano i Signori Onorevoli dal ristorante a prendere l’aereo (che non paga, perché i Signori Onorevoli non pagano nemmeno i biglietti aerei) – circa 624 mila unità contate nei primi 6 mesi del 2009; parlo degli sprechi di tempo e di denaro dovuti e causati dai sindacati, che anche questo sia ben chiaro, svolgono una funzione fondamentale e indispensabile nella nostra Italia Repubblicana, ma è da troppo tempo che i loro costi superano di gran lunga i benefici e fanno politica quando invece dovrebbero focalizzare le loro attenzioni sul proteggere le categorie più svantaggiate e più a rischio.

Sfortunatamente siamo abituati a vedere tutti i giorni sprechi di questo genere, che non ci sorprendiamo più e cosa ancor peggiore non ci scandalizziamo più, non protestiamo più, non ci interessiamo più, non ci informiamo più.

Ed ecco apparire magicamente un ultimo spreco. La libertà di stampa in Italia appare alle volte come un vero e proprio spreco. Da una parte perché sono innumerevoli i casi in cui tale libertà viene abusata e violentata per esercitare una propaganda di basso, scarso, infimo livello, per proteggere l’interesse di quel qualcuno o di quei pochi. Dall’altra parte perché tante, tantissime volte è veramente penoso e triste vedere tante persone, lavoratori, pensionati, politici, dipendenti pubblici, professori e studenti che sprecano la possibilità di ragionare liberamente con la propria testa e che decidono di non leggere più i giornali, non leggere più libri, ascoltare o leggere approfondimenti tecnici di un argomento di attualità. E scelgono invece di affidarsi al Tgcom o allo Studio Aperto nella pausa tra il primo e secondo tempo del film in prima serata per rimanere “informati”. Mah.

Allora sprechiamo parole e aria per parlare del secondo uomo più perseguitato della storia, perché il primo è troppo impegnato a non farsi processare come qualunque altro cittadino (almeno quel diritto lasciamolo ai Signori Onorevoli). Sprechiamo parole per parlare della crisi economica peggiore dal 1929 e dei modi che non stiamo attuando per poterne uscire il più velocemente possibile. Sprechiamo parole per parlare di fantomatici attacchi che una coalizione di nazioni straniere, e i loro giornali nazionali, stanno scagliando contro i migliori rappresentanti da oltre 150 anni della nostra povera Italia.

Italiani stringiamci a coorte contro il nemico che senza alcun rispetto osa attaccarci (là dove ci fa più male).

Diego Pinna
diego.pinna@sconfinare.net

Eliminati i curriculum della specialistica! A rischio anche il numero chiuso. Si prenda esempio da Architettura!

Tutto da rifare! Ad un mese dall’entrata in vigore della riforma dei piani di studio dettata dal Decreto Mussi sono già in cantiere altre norme ministeriali destinate a stravolgere nuovamente l’offerta formativa… Il MIUR ha infatti diramato il 4 settembre una nota ministeriale che annuncia nuovi provvedimenti per la “razionalizzazione e qualificazione dell’offerta formativa”.

Per quanto concerne i piani di studio, il Ministro Gelmini annuncia di voler rivedere il decreto 544/2007 (cosiddetto Decreto Mussi) che, in attuazione del decreto 270/2004 (Ministro Moratti) fissava i requisiti minimi per la formazione di corsi di laurea. Proprio il Decreto Mussi, in applicazione del quale da quest’anno sono partiti i corsi di laurea rivoluzionati, fissava una serie di requisiti qualitativi e quantitativi miranti a ridurre il numero dei corsi di laurea e degli insegnamenti attivati: rendeva necessario un numero fisso di personale di ruolo per ciascun anno e vietava l’assegnazione di una percentuale troppo elevata di insegnamenti a personale contrattista esterno, oltre a stabilire precise tabelle ministeriali contenenti gli esami da attivare per ciascuna classe di laurea.

Eppure le università sono state veloci a trovare le falle (più o meno volute) della legge per cercare di mantenere il sistema il più simile possibile a prima. Si potrebbe citare ad esempio proprio la nostra Facoltà di Scienze Politiche che, pur essendo costretta a rinunciare alla specialistica in Scienze Politiche ed Internazionali, ha ostinatamente mantenuto il corso di laurea in Sociologia, comunque destinato a scomparire nei prossimi anni con il pensionamento di alcuni professori. Con il piccolo artificio delle lauree interclasse è inoltre riuscita a mantenere sia la laurea in Scienze Politiche (classe LM-62) sia quella in Scienze dell’Amministrazione (classe LM-63), mentre sul fronte SID sono stati mantenuti i 3 curriculum della specialistica, seppur con pesantissimi cambiamenti sul piano contenutistico.

Il ministro Gelmini evidenzia dunque che “Il risultato conseguito, per quanto sicuramente apprezzabile, non appare ancora soddisfacente”. Se nell’anno accademico 2008-2009 il 48% dei corsi di laurea aveva dei curriculum al proprio interno, nell’anno 2009-2010 tale percentuale è salita al 68%. Insomma, curriculum e lauree interclasse hanno sostituito de facto i corsi di laurea.

Da qui una serie di misure volte a contrastare questo fenomeno, nel cui dettaglio è meglio non entrare in questa sede [invito però a scaricare la nota ministeriale originale con tutti i dati e le regole ministeriali]. Il risultato?

La nostra Facoltà  non potrà permettersi più di 2 lauree triennali e 2 lauree magistrali! Occorre quindi fare scelte ancora più dolorose che in passato. Cosa tagliare? Le ipotesi, nel Consiglio di Facoltà di ottobre, sono state le più disparate! L’esistenza del corso di Scienze Internazionale e Diplomatiche di Gorizia non sembra in pericolo (almeno nella forma) grazie alla legge del 29 gennaio 1986 sugli “Incentivi per il rilancio dell’economia delle province di Trieste e Gorizia” [il testo in originale disponibile su http://www.sconfinare.net], ma non manca chi propone di modificarne in profondità la sostanza.

Molti hanno infatti evidenziato che sarebbe poco conveniente per la Facoltà sopprimere i corsi di laurea in Scienze dell’Amministrazione e Sociologia (attualmente i meno frequentati) per conservare il SID e Scienze Politiche, le cui lauree triennali appartengono alla medesima classe di laurea (L-36). C’è pertanto chi propone di mantenere a Trieste Scienze dell’Amministrazione ed a Gorizia Scienze Internazionali e Diplomatiche (in modo da rispettare la legge del 1986), cambiando però in profondità il corso Goriziano: numero aperto (per avere più studenti! Sigh!) ed un piano di studi più vicino a Scienze Politiche. Insomma un’abolizione de facto del SID!

Fortunatamente gli orientamenti del Consiglio sembrano essersi indirizzati verso il mantenimento del SID a Gorizia e di Scienze Politiche a Trieste. Il nostro corso di laurea dovrà rinunciare ai curriculum della specialistica. Il piano di studio resterà nella sostanza invariato, ma sarà perso il riconoscimento formale dei tre indirizzi: PD, EI e SEE.

Se il MIUR confermerà  la linea annunciata nella nota del 4 settembre, ci saranno ben pochi margini di manovra. Di fronte a questo non  possiamo fare altro che tornare a chiedere, come ormai facciamo da 2 anni, che l’Università degli Studi di Trieste, la Facoltà di Scienze Politiche e gli enti locali goriziani prendano seriamente in considerazione la creazione a Gorizia di una Scuola Superiore di Studi Internazionali e Diplomatici.

L’insediamento a Gorizia della Facoltà di Architettura è stata indubbiamente un grande passo in avanti per il PUG e per la comunità studentesca goriziana. Ma non possiamo non dire che l’idea di una Scuola Internazionale di Architettura, lanciata con clamore dal Preside Borruso ed accolta con tanto favore dalla comunità locale goriziana (un favore fruttato ad architettura il pagamento di 300,000 euro l’anno per 3 anni), non può che essere accolta da noi con un pizzico di amarezza. Non sarebbe stato meglio spendere quei soldi per creare attorno al SID la Scuola Superiore? Non potevano essere spostati da Trieste corsi di laurea che avrebbero creato maggiori sinergie con quanto di già esistente? Perché non portare a Gorizia l’intera Facoltà di Scienze Politiche? Interpreti e Traduttori? Oppure corsi di laurea ad indirizzo internazionalistico di Economia e Giurisprudenza? Si sarebbe così creata una base sulla quale costruire la Scuola Superiore, che avrebbe allargato le possibilità di formazione degli studenti iscritti a questi corsi di laurea, creando un Polo di Eccellenza che avrebbe avuto nel nuovo Conference Centre la sua sede naturale.

Non vogliamo ricostruire qui il processo politico che ha portato allo spostamento di architettura a Gorizia. Certo è che l’operazione ha avuto per protagonista l’intraprendenza del Preside Borruso che, in un momento di crisi per l’università, in cui la sua Facoltà rischiava di uscire fortemente ridimensionata dalle politiche governative, ha saputo sfruttare al meglio le condizioni esistenti per operare una coraggiosa scelta di rinnovamento.

Forse coloro che in passato ci accusavano di essere irrealistici per le nostre proposte si sono oggi ricreduti di fronte alla creazione della Scuola Internazionale di Architettura. È evidente che alla nostra causa è mancato solo un Borruso che la perorasse con efficacia presso gli enti locali goriziani e l’Università di Trieste. È necessario che le belle parole spese durante l’Alumni Day dal Presidente Agostinis, dal Preside Scarciglia e dal Rettore Peroni abbiano ora un seguito concreto. Il SID non deve diventare la cenerentola del panorama universitario goriziano, ed il suo destino non può essere affidato  alla sola intraprendenza dei suoi studenti e di qualche professore di buona volontà.

Attilio Di Battista
attilio.dibattista@sconfinare.net
Rappresentante degli Studenti, Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche

Tutto da rifare: cambiati di nuovo i requisiti minimi del MIUR

Eliminati i curriculum della specialistica!

A rischio anche il numero chiuso. Si prenda esempio da Architettura!

Tutto da rifare! Ad un mese dall’entrata in vigore della riforma dei piani di studio dettata dal Decreto Mussi sono già in cantiere altre norme ministeriali destinate a stravolgere nuovamente l’offerta formativa… Il MIUR ha infatti diramato il 4 settembre una nota ministeriale che annuncia nuovi provvedimenti per la “razionalizzazione e qualificazione dell’offerta formativa”.

Per quanto concerne i piani di studio, il Ministro Gelmini annuncia di voler rivedere il decreto 544/2007 (cosiddetto Decreto Mussi) che, in attuazione del decreto 270/2004 (Ministro Moratti) fissava i requisiti minimi per la formazione di corsi di laurea. Proprio il Decreto Mussi, in applicazione del quale da quest’anno sono partiti i corsi di laurea rivoluzionati, fissava una serie di requisiti qualitativi e quantitativi miranti a ridurre il numero dei corsi di laurea e degli insegnamenti attivati: rendeva necessario un numero fisso di personale di ruolo per ciascun anno e vietava l’assegnazione di una percentuale troppo elevata di insegnamenti a personale contrattista esterno, oltre a stabilire precise tabelle ministeriali contenenti gli esami da attivare per ciascuna classe di laurea.

Eppure le università sono state veloci a trovare le falle (più o meno volute) della legge per cercare di mantenere il sistema il più simile possibile a prima. Si potrebbe citare ad esempio proprio la nostra Facoltà di Scienze Politiche che, pur essendo costretta a rinunciare alla specialistica in Scienze Politiche ed Internazionali, ha ostinatamente mantenuto il corso di laurea in Sociologia, comunque destinato a scomparire nei prossimi anni con il pensionamento di alcuni professori. Con il piccolo artificio delle lauree interclasse è inoltre riuscita a mantenere sia la laurea in Scienze Politiche (classe LM-62) sia quella in Scienze dell’Amministrazione (classe LM-63), mentre sul fronte SID sono stati mantenuti i 3 curriculum della specialistica, seppur con pesantissimi cambiamenti sul piano contenutistico.

Il ministro Gelmini evidenzia dunque che “Il risultato conseguito, per quanto sicuramente apprezzabile, non appare ancora soddisfacente”. Se nell’anno accademico 2008-2009 il 48% dei corsi di laurea aveva dei curriculum al proprio interno, nell’anno 2009-2010 tale percentuale è salita al 68%. Insomma, curriculum e lauree interclasse hanno sostituito de facto i corsi di laurea.

Da qui una serie di misure volte a contrastare questo fenomeno, nel cui dettaglio è meglio non entrare in questa sede [invito però a scaricare on-line su www.sconfinare.net la nota ministeriale originale con tutti i dati e le regole ministeriali]. Il risultato?

La nostra Facoltà  non potrà permettersi più di 2 lauree triennali e 2 lauree magistrali! Occorre quindi fare scelte ancora più dolorose che in passato. Cosa tagliare? Le ipotesi, nel Consiglio di Facoltà di ottobre, sono state le più disparate! L’esistenza del corso di Scienze Internazionale e Diplomatiche di Gorizia non sembra in pericolo (almeno nella forma) grazie alla legge del 29 gennaio 1986 sugli “Incentivi per il rilancio dell’economia delle province di Trieste e Gorizia” [il testo in originale disponibile su www.sconfinare.net], ma non manca chi propone di modificarne in profondità la sostanza.

Molti hanno infatti evidenziato che sarebbe poco conveniente per la Facoltà sopprimere i corsi di laurea in Scienze dell’Amministrazione e Sociologia (attualmente i meno frequentati) per conservare il SID e Scienze Politiche, le cui lauree triennali appartengono alla medesima classe di laurea (L-36). C’è pertanto chi propone di mantenere a Trieste Scienze dell’Amministrazione ed a Gorizia Scienze Internazionali e Diplomatiche (in modo da rispettare la legge del 1986), cambiando però in profondità il corso Goriziano: numero aperto (per avere più studenti! Sigh!) ed un piano di studi più vicino a Scienze Politiche. Insomma un’abolizione de facto del SID!

Fortunatamente gli orientamenti del Consiglio sembrano essersi indirizzati verso il mantenimento del SID a Gorizia e di Scienze Politiche a Trieste. Il nostro corso di laurea dovrà rinunciare ai curriculum della specialistica. Il piano di studio resterà nella sostanza invariato, ma sarà perso il riconoscimento formale dei tre indirizzi: PD, EI e SEE.

Se il MIUR confermerà  la linea annunciata nella nota del 4 settembre, ci saranno ben pochi margini di manovra. Di fronte a questo non  possiamo fare altro che tornare a chiedere, come ormai facciamo da 2 anni, che l’Università degli Studi di Trieste, la Facoltà di Scienze Politiche e gli enti locali goriziani prendano seriamente in considerazione la creazione a Gorizia di una Scuola Superiore di Studi Internazionali e Diplomatici.

L’insediamento a Gorizia della Facoltà di Architettura è stata indubbiamente un grande passo in avanti per il PUG e per la comunità studentesca goriziana. Ma non possiamo non dire che l’idea di una Scuola Internazionale di Architettura, lanciata con clamore dal Preside Borruso ed accolta con tanto favore dalla comunità locale goriziana (un favore fruttato ad architettura il pagamento di 300,000 euro l’anno per 3 anni), non può che essere accolta da noi con un pizzico di amarezza. Non sarebbe stato meglio spendere quei soldi per creare attorno al SID la Scuola Superiore? Non potevano essere spostati da Trieste corsi di laurea che avrebbero creato maggiori sinergie con quanto di già esistente? Perché non portare a Gorizia l’intera Facoltà di Scienze Politiche? Interpreti e Traduttori? Oppure corsi di laurea ad indirizzo internazionalistico di Economia e Giurisprudenza? Si sarebbe così creata una base sulla quale costruire la Scuola Superiore, che avrebbe allargato le possibilità di formazione degli studenti iscritti a questi corsi di laurea, creando un Polo di Eccellenza che avrebbe avuto nel nuovo Conference Centre la sua sede naturale.

Non vogliamo ricostruire qui il processo politico che ha portato allo spostamento di architettura a Gorizia. Certo è che l’operazione ha avuto per protagonista l’intraprendenza del Preside Borruso che, in un momento di crisi per l’università, in cui la sua Facoltà rischiava di uscire fortemente ridimensionata dalle politiche governative, ha saputo sfruttare al meglio le condizioni esistenti per operare una coraggiosa scelta di rinnovamento.

Forse coloro che in passato ci accusavano di essere irrealistici per le nostre proposte si sono oggi ricreduti di fronte alla creazione della Scuola Internazionale di Architettura. È evidente che alla nostra causa è mancato solo un Borruso che la perorasse con efficacia presso gli enti locali goriziani e l’Università di Trieste. È necessario che le belle parole spese durante l’Alumni Day dal Presidente Agostinis, dal Preside Scarciglia e dal Rettore Peroni abbiano ora un seguito concreto. Il SID non deve diventare la cenerentola del panorama universitario goriziano, ed il suo destino non può essere affidato  alla sola intraprendenza dei suoi studenti e di qualche professore di buona volontà.

Attilio Di Battista

Rappresentante degli Studenti, Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche

La settimana prossima andrà in stampa il 21esimo numero di Sconfinare. Il primo del nuovo anno accademico, e speriamo il primo di tanti altri. Immediatamente gli articoli saranno disponibili qui su sconfinare.net e il giornale in formato pdf. Come sempre vi invito a commentare e a far sapere la vostra opinione, Sconfinare è uno spazio aperto a tutti voi.
Buona lettura e buon fine settimana.

Diego

Un dialogo col Presidente del Consorzio per lo Sviluppo del Polo Universitario

Con l’uscita del nuovo numero di Sconfinare ci è parso giusto cercare di fare un po’ di luce sulla situazione universitaria a Gorizia. Per fare questo abbiamo scelto di intraprendere una strada, per certi versi rischiosa, quella cioè di andare a porre delle domande a quelle istituzione che in prima persona scelgono e sviluppano le politiche locali e regionali per migliorare la situazione universitaria di noi studenti.

La prima tappa di questo viaggio ci ha posto a confronto con l’Ing. Fornasir Presidente del Consorzio per lo sviluppo del Polo Universitario di Gorizia. Per chi ancora non lo sapesse tale istituzione, di concerto con le altre realtà regionali, si occupa di sviluppare e predisporre tutte quelle scelte che servono al mantenimento e alla crescita della realtà universitaria nel capoluogo isontino.

Si evince dunque, come una Regione a statuto speciale quale è il Friuli Venezia Giulia mantenga delle forti connotazioni di autonomia anche nel campo dell’istruzione, ma anche purtroppo anche in questa realtà la “riforma” universitaria proposta dall’attuale governo sembrerebbe avere delle ripercussioni. Infatti se la voluta razionalizzazione non verrà sviluppata in termini di qualità, ma al contrario verrà effettuata solo in chiave di risparmio sarà possibile che per la realtà universitaria goriziana arrivino tempi duri e si sviluppino problematiche reali. Altresì se si scegliesse la via dello sviluppo delle “specialità” sia a livello locale sia a livello accademico Gorizia troverebbe un ruolo forte non solo in ambito regionale ma anche in ambito internazionale.

A questo proposito il Presidente ci ha ricordato come si stanno sviluppando con particolare forza due nuovi progetti: da un lato lo sviluppo del conference center, e dall’altro il trasferimento del corso di Architettura dell’Università di Trieste qui a Gorizia.

Tali ipotesi per avere successo devono, sempre citando il Presidente, riuscire a far sistema con le realtà preesistenti nella zona ed in Regione. Ci si riferisce in particolare al corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche e per quanto riguarda Architettura alla volontà di sviluppo del “Polo Tecnologico” ed alla collaborazione con Area Science Park. Per quanto riguarda il progetto “Architettura” la scelta è ricaduta su Gorizia in primo luogo perché qui ci sono già a disposizione circa 12000 mq di aule e strutture libere e sono incorso di ultimazione o finanziamento investimenti atti a predisporre circa altri 18000 mq di spazi utili a contenere aule e laboratori universitari; dove per contro le strutture e gli spazi oggi utilizzati a Trieste dalla Facoltà di Architettura sono almeno definibili come impropri. Inoltre mancando ad Udine un corso in Architettura, gli studenti friulani potrebbero beneficiare della maggior centralità del centro isontino rispetto la città giuliana.

Parlando di centralità e marginalità l’attenzione si è posta sul ruolo di Gorizia quale punto di cooperazione e collaborazione tra Italia e Slovenia. In quest’ottica la collaborazione tra il Consorzio di parte italiane ed il parigrado di parte slovena (VIRS), già attiva da molti anni, sta ora dando i suoi frutti attraverso il prossimo sviluppo del progetto EuroKampus www.eurokampus.si dove, dopo una prima bocciatura del progetto di un università internazionale andato a Pirano (SLO) si stanno proponendo nuove collaborazioni quali lo sviluppo di un polo tecnologico transfrontaliero e di una casa dello studente internazionale.

Forti sono però ancora le lacune che a più livelli pesano su noi studenti, la principale riguarda indubbiamente la mancanza di un servizio mensa nelle sedi di Via Alviano e di Via Diaz. Stando alle parole del Presidente più volte il Consorzio si è fatto carico di tale problema proponendo una soluzione che unificasse le necessità dei poli di Trieste ed Udine. Essendo in questo senso responsabili i due ERDiSU nelle prossime settimane si instaurerà un nuovo tavolo di confronto tra il Consorzio e tali enti con la speranza di trovare un soluzione in tempi brevi. Purtroppo anche ad altri livelli si stanno creando piccoli nuovi problemi, in quanto il territorio e le sue istituzione locali non sembrano appoggiare delle concrete misure di integrazione e sviluppo tra società locale e studenti; basti pensare aglii ormai famosi comitati anti schiamazzi, causa anche della chiusura del noto Fly e alla completa mancanza delle istituzioni e del mondo imprenditoriale locale all’interno dell’Università, soprattutto in Via Alviano.

Ci è parso dunque di capire che al di là delle solite polemiche si stanno sviluppando dei progetti concreti ma che essi per diversi motivi non riescano a venir completati in quell’ottica di collaborazione in primo luogo tra città ed università, poi tra i due atenei ed ancora tra Italia e Slovenia. Una situazione non proprio favorevole in questo momento di difficoltà per il mondo universitario e non solo.

Oggi più che mai, sembra necessario riuscire a superare queste barriere poste su più livelli; per creare politiche di comune intento atte a sviluppare la presenza universitaria a Gorizia. Per questo motivo nel prossimo numero cercheremo di porre queste domande all’attuale Assessore Regionale all’Istruzione.

Marco Brandolin

Marco.brandolin@sconfinare.net

Per gli studenti di Gorizia. Quelli che non hanno potuto esserci all’assemblea di mercoledì 23 ottobre. E quelli che non potranno esserci all’assemblea del 29 a causa delle lauree programmate nella sede staccata goriziana per quel giorno (nonostante che la centrale Trieste abbia decretato la sospensione dell’attività didattica). Ma anche, e soprattutto, per quelli a cui questa protesta non interessa. Con la speranza ma non la presunzione, di fare cosa sgradita.

Stato d’agitazione. Una condizione che ricorda lo stato d’allerta, quasi si trattasse di guerra o, com’è successo recentemente, di minaccia terroristica. Sennonché a dichiarare siddetta condizione d’urgenza, non è il ministero della difesa, ma un’assemblea degli studenti. Una delle tante in questi giorni di protesta anti-Gelmini. “Fate l’amore con il sapere” lo striscione appeso, non senza comiche difficoltà, sulle finestre al terzo piano dell’Università di Trieste. Sotto, senza il popolare yogurt, la mul(l)eria, gli studenti. Saranno novecento, millecinquecento. Chi azzarda 3 mila. Tanti, tantissimi, troppi per me che non sono mai stato bravo a far stime.

Di certo, come non era bastata a contenerci la sala Venezian, prima destinazione, così l’aula magna, seconda ma altrettanto vana sistemazione. “Fuori!”, l’urlo parte da quelli che s’accalcano all’entrata dell’aulone maestoso e oscuro. C’è voglia di partecipare, il grido si fa applauso e poi coro unisono. E fuori sia. Tempo d’organizzare una cassa e un microfono, nonché di percorrere le scale all’interno dell’edificio. Sembra di stare alla simulazione di un’evacuazione, quelle delle scuole dell’obbligo per intenderci. Solo che, a differenza di allora, non tutto scorre fluido e veloce. Niente maestro unico qui.

Percorro i gradini e mi risuonano in testa motivetti gucciniani da feste a base di rossi (i vini, ormai d’annata ci sono solo quelli). A me, che il ’68 non so nemmeno cosa sia, e non me ne importa nemmeno più tanto, vien da sorridere. Penso a Gaber, al bar Casablanca. La locomotiva, intanto, procede lenta fino al cortile, lì come all’uscita di una stretta galleria, riprende a correre. E’ un anfiteatro che si apre al mare, il cortile di piazzale Europa.

“E’ in questo luogo simbolo dell’Unione Europea che, significatamene, ci ritroviamo”. Apre le orazioni il rettore Peroni. Svelto e attento a liberarsi da ogni critica di strumentalizzazione della protesta. Issato al muro centrale, sventola debolmente lo stendardo europeo, affiancato dall’ancora più stanco tricolore. Che il Magnifico mi venga ad informare sullo stato delle cose, invitando la mobilitazione degli studenti a me, uno pocofico, un po’ puzza. L’atmosfera è da grandi parole, senza bisogno di scomodar la retorica. Basta guardar la folla e, per i più romantici, spingersi oltre, fino al golfo. E’ il sentimento che ti frega nella massa, e così ti ritrovi, senza volerlo, ad applaudire la non-negoziabilità della carta costituzionale. Il giurista Peroni dimostra di saper usare i termini del mestiere e chiude con un appello all’apostolato per la costituzione. Amen. Meno accesi di un requiem, gli interventi istituzionali a seguire. Con a ruota la rappresentanza dell’Ateneo di Udine e della SISSA (la scuola internazionale superiore di studi avanzati). La platea rimane attenta, in uno stand-by continuo, pronta ad accendersi, ad alzarsi, ad infiammarsi.

Finchè, finalmente, arriva il momento degli studenti, della sedicente muleria. Si capisce subito che i pompieri non serviranno. Non questa volta, troppa pacatezza nell’aria. Si salutano le parole di tutti con degli applausi più da conferenza che d’assemblea. Poche le interruzioni da standing ovation. E difatti, lo scopo è quello d’informare prima di tutto. E, stando al silenzio, più di assento che di assenso, ce n’è davvero bisogno. La legge 133, chi era costei? E il DL 112? Potrei indovinare che più della metà dei presenti non si è nemmeno preso la briga di leggere gli articoli d’interesse. Così la demogagia di una mobilitazione, fosse anch’essa giusta, può dilagare.

C’è spazio anche per il dissenso del dissenso. E’ uno studente della destra studentesca che denuncia gli sprechi del mondo universitario. Per difendere il suo diritto allo studio, non c’è bisogno dell’intervento dei poliziotti-guardiani chiamati alle armi dal Cavaliere-capitano. Infatti, lo sfortunato navigante si becca la sana dose di fischi ed evapora nella folla, felicemente. L’impavido lo sa, verrà premiato l’indomani con una citazione nel giornale locale, anche questo, nel suo Piccolo, conta.

Scorre da un’altra parte la corrente della protesta. Studentesse e studenti, ricercatori, precari, docenti con e senza cattedra. Le parole sembrano fluire insieme, in un corso morbido come l’Isonzo, romantico come la Soča. E insieme alle parole le cifre. Un miliardo e mezzo di euro, tanto si taglierebbe all’Università da qui al 2013. Togliere fondi all’Università e alla ricerca è come sparare su una croce rossa che di rosso ha già anche il bilancio.

Tanti si rivoltano in nome della pubblica scuola. Tanti tacciono nell’indifferenza passiva e sedentaria che ha ormai prodotto questa democrazia da reality. Tanti, soprattutto tra i non universitari (ma non solo), si chiedono se, tra sprechi e baronati, stringere la cinghia non abbia effetti su un uso più efficiente delle risorse. La verità probabilmente rimane sottaciuta: di progetti di riforma non si fa nemmeno accenno, solamente si spenderà meno e si continuerà a spendere male, e questo non farà menomale. Anzi.

Ma è bello pensare che, come hanno ripetuto fino all’autoconvincimento gli studenti intervenuti, “Non finisce qui”. Ci s’illude di essere meno soli a parlar di “sogni”. Ad unirsi all’appello dei “cittadini civili che oggi insorgono”. E’ romantico e serve. Unendomi al corteo partito spontaneamente per le trade triestine, ho sentito ragazzi uscirne per la paura di essere “segnalati” alle forze dell’ordine. Di più: una ragazza mi ha rivelato che appena ha visto i poliziotti vestire i guanti ha subito pensato ad uno scontro violento e si è dileguata. Mi chiedo che paese sia l’Italia, dove chi manifesta ha paura, chi governa usa questa paura come strumento, e chi, come la muleria, non dovrebbe aver niente da perdere, abbassa il muso e decide di convivere con questa paura. Democrazia o Paurocrazia? Nel dubbio, meglio scender impavidi nelle piazze, invadere le strade, far lezioni in città. E il quarto d’ora accademico? Al bar Casablanca. “Al bar Casablanca seduti all’aperto la birra gelata. Guardiamo le donne, guardiamo la gente che va in passeggiata. Con aria un po’ stanca, camicia slacciata in mano un maglione, parliamo, parliamo, di studentato, di rivoluzione.” Ma come? Con tutte le libertà che abbiamo, vogliamo anche la libertà di cambiare?

Un nipote illegittimo del signor G.

(Davide Lessi)

Per avere qualche idea delle cifre proposte mercoledì 23 ottobre e appena accennate nell’articolo, rimando al sito della facoltà di scienze: http://www.smfn.units.it/default.aspx

in particolare al link del powerpoint pubblicato dal professor Rui, preside di facoltà e primo docente a tenere lezione in Piazza Unità a Trieste, per sensibilizzare sui temi della protesta la società civile.

http://www.smfn.units.it/Lists/Announcements/DispForm.aspx?ID=85&Source=http%3A%2F%2Fwww%2Esmfn%2Eunits%2Eit%2Fdefault%2Easpx


Settembre, il mese della fine dell’estate, della vendemmia, della burocrazia e degli esami d’ammissione.

Ogni anno, ogni rientro dalle vacanze, ci si scontra inevitabilmente con questo signor Settembre. E bisogna farci in qualche modo i conti. Bisogna finire quello che è rimasto in sospeso prima delle vacanze e prima che (ri)comincino le lezioni, ci sono sempre le domande e bollettini da pagare e controllare, ci sono gli ultimi esami dell’anno da completare e ci sono anche gli esami d’ammissione.

Per questi ultimi fortunati è stata l’estate della maturità e della fine del liceo, delle vacanze veramente meritate e la vostra prima estate da “maggiorenni e maturi”. Ora scordatevi i 3 mesi estivi di libertà, appartengono al liceo, qui in estate si suda sui libri, e solo chi è stato veramente bravo può forse gustarsi le vacanze a partire da luglio.

Per l’esame di ammissione al SID 2008 si parla di circa 240 candidati, per 120 posti disponibili. Ottimi numeri, considerando il calo dei candidati nei due anni precendenti. Ma quest’anno ci sarà una novità ad accompagnare i candidati all’ammissione al SID, uno sportello informativo organizzato dall’ASSID (Associazione Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche) con la collaborazione di tutte le Associazioni Studentesche presenti a Gorizia, per consigliare e informare i candidati, i “Futuri Studenti Universitari”, nel loro ingresso nel mondo dell’università.

Buon rientro dalle vacanze, in bocca al lupo per gli esami e buon inizio del nuovo anno accademico!

Scarica il Foglio Informativo dell’ASSID

Diego Pinna

“Se molti di voi pensano che Gorizia senza universitari sia una città morta, si sbagliano di grosso”.

Sono in molti a pensare che Gorizia non meriti le realtà universitarie, altri che non riesca a gestirle o a valorizzarle. Nonostante questo non bisogna sottovalutare o giudicare per partito preso le iniziative presenti in città. Vi sono essenzialmente due novità: ciò che interesserà sopratutto il popolo di studiosi che di Gorizia ha fatto la sua seconda città, o semplicemente il luogo dove “spende” la settimana dal lunedì al venerdì, è l’apertura dei bandi dell’Erdisu, per usufruire dei contributi per lo studio, per l’alloggio, per maggiori info Erdisu.

Interesserà invece anche la cittadinanza l’apertura del nuovo “Conference Center” in via Alviano, a partire da Gennaio 2009. Come riportato da “Gorizia Oggi” il sindaco Romoli ha salutato la conclusione dei lavori con la speranza che la struttura possa essere adeguatamente sfruttata e pubblicizzata.

Dunque appuntamento a Settembre e a Gennaio… godetevi le vacanze.

Diego Pinna

Conferenza dell’Ammiraglio di Squadra Ferdinando Sanfelice di Monteforte,

Rappresentante d’Italia presso il Comitato Militare della NATO

di Andrea Frontini  e Federico Vidic

L’Ammiraglio di Squadra Ferdinando Sanfelice di Monteforte, Rappresentante d’Italia presso il Comitato Militare della NATO a Mons (Belgio), è stato ospite, lo scorso 18 Aprile 2008, del Corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche di Gorizia.
L’evento, tenutosi presso l’Aula Magna del Polo Universitario Goriziano dell’Università di Trieste, è stato promosso e supportato dalla nascente sede goriziana del Comitato Atlantico Giovanile del Friuli Venezia Giulia, componente universitaria locale dell’Atlantic Treaty Association (ATA), che, nata nel 1954 all’Aja, promuove da più di cinquant’anni le tematiche legate alla NATO, alla sicurezza internazionale ed alle relazioni transatlantiche all’interno delle istituzioni della società civile.
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“In Eretz Israel (terra d’Israele) è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l’eterno Libro dei Libri. […] Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israel e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d’Israele. […] Lo Stato d’Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero.”

Il 14 maggio 1948 queste parole, pronunciate con una voce carica di emozione da David Ben Gurion, annunciavano al mondo intero la nascita dello Stato d’Israele. Parole che segnavano il coronamento di un’epopea avvincente e drammatica iniziata decenni prima, il concretizzarsi di un’ideale e di un progetto. L’idea di pochi intellettuali europei che aveva saputo conquistare  centinaia di migliaia di uomini e donne, ebrei e non, ora approdava nella creazione di uno Stato. Un popolo, o almeno una parte di esso, che per secoli era stato disperso e umiliato, che aveva conosciuto il ghetto, che aveva visto l’abisso della Shoah, non aveva però dimenticato (o forse aveva riscoperto?) la sua identità e sessant’anni fa costituiva la propria dimora nazionale in quella che considerava la terra dei suoi padri. Questo stesso evento festeggiato ogni anno da Israele ha però tutt’altro significato per i palestinesi: per loro è al-Nakba, la catastrofe.
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“In Eretz Israel (terra d’Israele) è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l’eterno Libro dei Libri. […] Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israel e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d’Israele. […] Lo Stato d’Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero.”

Il 14 maggio 1948 queste parole, pronunciate con una voce carica di emozione da David Ben Gurion, annunciavano al mondo intero la nascita dello Stato d’Israele. Parole che segnavano il coronamento di un’epopea avvincente e drammatica iniziata decenni prima, il concretizzarsi di un’ideale e di un progetto. L’idea di pochi intellettuali europei che aveva saputo conquistare  centinaia di migliaia di uomini e donne, ebrei e non, ora approdava nella creazione di uno Stato. Un popolo, o almeno una parte di esso, che per secoli era stato disperso e umiliato, che aveva conosciuto il ghetto, che aveva visto l’abisso della Shoah, non aveva però dimenticato (o forse aveva riscoperto?) la sua identità e sessant’anni fa costituiva la propria dimora nazionale in quella che considerava la terra dei suoi padri. Questo stesso evento festeggiato ogni anno da Israele ha però tutt’altro significato per i palestinesi: per loro è al-Nakba, la catastrofe.
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Incontro aperto tra Docenti e Studenti, Gorizia 26 Maggio 2008

Lunedì 26 Maggio, ore 10.30 , noi Studenti del SID ci riuniamo in Aula Magna per capire quale sarà il futuro del nostro corso di Laurea. Puntuali arrivano il Preside della Facoltà di Scienze Politiche Domenico Coccopalmerio e il Prof. Emidio Sussi, (accompagnati dal Prof.. Georg Meyr); poco dopo li raggiunge anche il Presidente del nostro corso di Laurea, il Prof. Piergiorgio Gabassi. . A loro spetta il compito di far luce sui cambiamenti, o peggio, sui tagli che interesseranno la didattica del nostro Piano di Offerta Formativa.
L’Aula Magna, che nel frattempo ha cominciato a riempirsi, ascolta con attenzione il meccanismo di funzionamento del Decreto Ministeriale 270/2007 (noto come Decreto Mussi): diventano fondamentali per la sopravvivenza del corso 12 Docenti strutturati (tra ordinari, associati e ricercatori) per la Laurea di base triennale e 8 Docenti invece per la Laurea Specialistica biennale. Le tabelle ministeriali riordinano, inoltre, le materie di studio in ambiti scientifico-disciplinari, esse acquistano così diverso peso per quanto riguarda il numero di crediti e l’importanza dell’insegnamento. Il numero di esami dovrà scendere a 20 nel corso della Laurea Triennale e a 12 per quella Specialistica. Sono a rischio alcuni degli insegnamenti che caratterizzano il nostro corso: in primis le lingue straniere, che probabilmente diverranno degli insegnamenti pluriennali con un unico esame finale (sul modello seguito già da altre Facoltà, dove però le lingue non sono così importanti), o saranno destinate a diventare dei corsi marginali, che non incideranno sul punteggio finale di Laurea. Dagli attuali tre curricula specialistici si passerà probabilmente ad un unico curriculum, forse il risultato dell’unione dei diversi percorsi didattici.. Il Professor Gabassi ha addirittura ipotizzato la possibilità di tornare ad un corso di Laurea a ciclo unico, della durata di cinque anni.

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Due anni sono trascorsi dal primo numero di Sconfinare. Dopo due anni molte cose sono cambiate, ma molte altre sono rimaste le stesse.
Le persone che scrivono su questo giornale, ad esempio, sono diverse dal primo numero: molti ormai fanno parte del “popolo del SID” sparso per il mondo o altri sono in Erasmus e torneranno in questo periodo per gli ultimi esami dell’anno.
La nostra Università invece non è cambiata e ancora per qualche anno non cambierà, come spiega il preside di facoltà Domenico Coccopalmerio al Sole24ore: «Ristrutturazioni e accorpamenti slittano al 2009-2010». Eppure qualche cambiamento è già stato fatto nei corsi della Specialistica del SID, ma questo al Sole24ore non lo sanno. La città di Gorizia non è cambiata: la contestata giunta del centro sinistra fa ormai parte della storia, non ci sono più telecamere ai semafori, e qui i problemi di “monnezza” non ci sono e mai ci saranno. La nuova piazza Vittoria sarà a breve aperta e, anche se le attività commerciali sono in calo, i bar sono sempre strapieni. I disagi per il traffico notturno e per gli schiamazzi sono stati prontamente segnalati, sono più quelli che la notte dormono di quelli che vogliono fare casino (e la maggior parte di questi non sono nemmeno residenti!).
Pare allora che l’Università da Gorizia non andrà mai via, quindi nemmeno gli studenti che la popolano. Ma per meglio dire, l’Università di Trieste non andrà mai via, grazie a legislazioni nazionali che piantano irremovibilmente il nostro Corso di Laurea qui. Circa l’Università di Udine, invece, sono molte le voci che circolano all’ombra del Castello: sono in molti a scommettere che almeno un Corso di Laurea sarà trasferito nella sede centrale. Attendiamo ulteriori notizie dalla webradio Uniud.it
Rimangono tanti interrogativi allora per Gorizia e per questo giornale e i giochi si riapriranno in settembre, con una carica propositiva nuova e con un nuovo Preside di Facoltà. Gli studenti continueranno a proporre e a essere presenti, in facoltà come nella città. Sono molti i progetti in preparazione, ma non possono essere il frutto dell’iniziativa dei soli studenti, hanno bisogno dell’impegno di tutti. Allora ecco un piccolo suggerimento al quale qualcuno sta pensando: la Città ha bisogno di presentarsi, ha bisogno di essere presente e attivarsi, negli eventi, nelle attività commerciali. Non si può ancora fare affidamento sul passaparola delle persone e degli studenti. La Gounicard ha iniziato a smuovere le acque, ma ha ormai perso slancio e sono molti gli esercizi che non la accettano più.
L’idea di una Scuola Superiore in Relazioni Internazionali a Gorizia premierebbe un percorso di 20 anni costellato da grandi successi, e lo dimostra il popolo del SID nel mondo. Chi non è favorevole ai miglioramenti (purchè siano effettivamente tali)?. A lato, bisogna lavorare sulle esigenze di tutti i giorni degli studenti: dalla mensa ai corsi extra-didattici, dalle opportunità di studio internazionali ai corsi di lingua, dal cinema al divertimento: “perchè lo studente non vive solo di acqua e libri“.
Così come la Città e il Corso di Laurea, anche questo giornale deve percorrere lo stesso percorso: già al giorno d’oggi ha acquisito una conoscenza diffusa all’interno delle due città transfrontaliere, ma dovrà evolversi ancora di più quale forum partecipativo tra studenti e città.
E questo lo sta facendo grazie al contributo del Consorzio che rappresenta l’interesse costante della città verso queste nostre iniziative.
Da settembre si ricomincerà con nuovo slancio con nuove discussioni, con la consapevolezza di stare facendo qualcosa di grande e che aspira ancora a qualcosa di più.
Buona estate, buoni esami, buone lauree, buone vacanze.

La Redazione

Uno schermo alle spalle di una commissione su cui passano testi di canzoni, immagini di contestazione, video musicali stimoli visivi e acustici che fanno da cornice ad una giornata di studi scientifici, sembra uno scenario divertente e vi assicuro che lo è. In particolare è quello che si poteva trovare in aula magna del polo di Gorizia il 19 maggio di quest’anno quando si è aperta la giornata di studi sul ’68.
Dopo una serie di canzoni riprodotte con chitarra e voce che hanno rotto il ghiaccio immergendo la platea nel clima degli studi, il prof. Neglie ha aperto il ciclo di interventi, descrivendo il contesto socio-politico-culturale in cui i movimenti di protesta ha mosso i primi passi con una puntuale analisi storica e sociale; facendo inoltre notare come il movimento fosse eterogeneo e soggetto a molte spinte di forze più o meno interessate.
Il prof. Belohradsky ha poi portato la sua testimonianza sul ’68 in Cecoslovacchia con una particolare attenzione agli eventi della “Primavera di Praga”. Nel suo intervento,  Belohradsky ha cercato di evidenziare l’aspetto umano al di la dei canoni scientifici classici fornendo, oltre a dati di fatto spesso poco considerati, un’analisi brillante della situazione intellettuale e della voglia di ragione che si scatenò in quel periodo.
Dopo un breve stacco musicale simbolicamente rappresentato da “The wall” dei Pink Floyd, il prof. La Mantia è intervenuto sui tratti caratteristici del movimento di contestazione nei Paesi dell’Europa orientale allora appartenenti al sistema sovietico, facendo notare le differenze tra la percezione   occidentale e quella orientale e le diverse richieste che ne sono scaturite. Durante lo stesso intervento il professore ha anche fornito un quadro generale  della situazione nella allora Jugoslavia del maresciallo Tito. La prima sessione di lavori ha avuto una conclusione Sui generis con la proiezione di uno spezzone del film “Woodstock”.
Alla ripresa dei lavori, il prof. Gabassi, facendo scorrere alle sue spalle le immagini del film “tempi moderni” ha spiegato come la pratica organizzativa sia cambiata dopo gli eventi del ’68 soprattutto nelle fabbriche e nelle officine in cui fordismo e profitto erano ormai le parole d’ordine di ogni imprenditore.
Terminata la proiezione dello spezzone del film, il senatore on. Giorgio Benvenuto ha fatto in modo che lo studio non si fermasse ai moti e alle occupazioni universitarie, ma ha portato l’esperienza vissuta del ’68 sindacale, periodo di forte fermento e di conquiste per le classi lavoratrici: rinnovi contrattuali, medici aziendali, riconoscimento di tempi di lavoro meno stressanti. Un particolare accento è stato posto sull’aspetto riguardante la sicurezza e la salubrità del posto di lavoro su cui hanno seguito delle riflessioni dei partecipanti.
Il professor Ungaro è intervenuto descrivendo il movimento di contestazione quale fenomeno sociale in cui si tentava di eludere le responsabilità personali, egli si è soffermato in particolare sui binomi libertà/consapevolezza e multicultura/intercultura facendo passare tra le coppie di parole il distinguo della responsabilità. Alla fine del suo intervento il prof. Ungaro ha suggerito di non ritenersi portatori di verità ma di essere veri in se stessi.
La sessione di lavori si è chiusa con la relazione del prof. Scaini il quale ha descritto il movimento del ’77 e il substrato culturale che lo ha reso possibile, legando i due movimenti con un filo rosso che percorre dieci anni di storia. Sono state tenute ovviamente in debita considerazione anche le differenze tra i due movimenti di protesta e le loro differenze sul piano dei risultati e delle conquiste.
A margine e conclusione della giornata di studi è inoltre stata organizzata una festa a  tema cui hanno preso parte numerosi studenti della nostra facoltà, piu o meno immersi nello spirito del periodo attraverso musica e travestimenti peculiari che hanno unito l’utile: capire uno spirito di gioventù diverso al dilettevole: la festa.
Come hanno sottolineato il professor Neglie e il prof. La Mantia questa giornata di studi alternativa è stata un esperimento a mio modesto parere di partecipante ben riuscito: gli organizzatori sono riusciti a mantenere una buona alternanza tra mezzi culturali “leggeri”, come film e musiche, e interventi brillanti. Sicuramente non ci si è annoiati e non è di certo mancata l’originalità che ha fatto si,  pur rimanendo nella sobrietà scientifica, non si cadesse nella tediosità di conferenze accademiche classiche.
Un ringraziamento particolare come hanno più volte fatto i professori organizzatori va agli studenti  che hanno collaborato alla riuscita della giornata.

Antonio Del Fiacco

Uno schermo alle spalle di una commissione su cui passano testi di canzoni, immagini di contestazione, video musicali stimoli visivi e acustici che fanno da cornice ad una giornata di studi scientifici, sembra uno scenario divertente e vi assicuro che lo è. In particolare è quello che si poteva trovare in aula magna del polo di Gorizia il 19 maggio di quest’anno quando si è aperta la giornata di studi sul ’68.
Dopo una serie di canzoni riprodotte con chitarra e voce che hanno rotto il ghiaccio immergendo la platea nel clima degli studi, il prof. Neglie ha aperto il ciclo di interventi, descrivendo il contesto socio-politico-culturale in cui i movimenti di protesta ha mosso i primi passi con una puntuale analisi storica e sociale; facendo inoltre notare come il movimento fosse eterogeneo e soggetto a molte spinte di forze più o meno interessate.
Il prof. Belohradsky ha poi portato la sua testimonianza sul ’68 in Cecoslovacchia con una particolare attenzione agli eventi della “Primavera di Praga”. Nel suo intervento,  Belohradsky ha cercato di evidenziare l’aspetto umano al di la dei canoni scientifici classici fornendo, oltre a dati di fatto spesso poco considerati, un’analisi brillante della situazione intellettuale e della voglia di ragione che si scatenò in quel periodo.
Dopo un breve stacco musicale simbolicamente rappresentato da “The wall” dei Pink Floyd, il prof. La Mantia è intervenuto sui tratti caratteristici del movimento di contestazione nei Paesi dell’Europa orientale allora appartenenti al sistema sovietico, facendo notare le differenze tra la percezione   occidentale e quella orientale e le diverse richieste che ne sono scaturite. Durante lo stesso intervento il professore ha anche fornito un quadro generale  della situazione nella allora Jugoslavia del maresciallo Tito. La prima sessione di lavori ha avuto una conclusione Sui generis con la proiezione di uno spezzone del film “Woodstock”.
Alla ripresa dei lavori, il prof. Gabassi, facendo scorrere alle sue spalle le immagini del film “tempi moderni” ha spiegato come la pratica organizzativa sia cambiata dopo gli eventi del ’68 soprattutto nelle fabbriche e nelle officine in cui fordismo e profitto erano ormai le parole d’ordine di ogni imprenditore.
Terminata la proiezione dello spezzone del film, il senatore on. Giorgio Benvenuto ha fatto in modo che lo studio non si fermasse ai moti e alle occupazioni universitarie, ma ha portato l’esperienza vissuta del ’68 sindacale, periodo di forte fermento e di conquiste per le classi lavoratrici: rinnovi contrattuali, medici aziendali, riconoscimento di tempi di lavoro meno stressanti. Un particolare accento è stato posto sull’aspetto riguardante la sicurezza e la salubrità del posto di lavoro su cui hanno seguito delle riflessioni dei partecipanti.
Il professor Ungaro è intervenuto descrivendo il movimento di contestazione quale fenomeno sociale in cui si tentava di eludere le responsabilità personali, egli si è soffermato in particolare sui binomi libertà/consapevolezza e multicultura/intercultura facendo passare tra le coppie di parole il distinguo della responsabilità. Alla fine del suo intervento il prof. Ungaro ha suggerito di non ritenersi portatori di verità ma di essere veri in se stessi.
La sessione di lavori si è chiusa con la relazione del prof. Scaini il quale ha descritto il movimento del ’77 e il substrato culturale che lo ha reso possibile, legando i due movimenti con un filo rosso che percorre dieci anni di storia. Sono state tenute ovviamente in debita considerazione anche le differenze tra i due movimenti di protesta e le loro differenze sul piano dei risultati e delle conquiste.
A margine e conclusione della giornata di studi è inoltre stata organizzata una festa a  tema cui hanno preso parte numerosi studenti della nostra facoltà, piu o meno immersi nello spirito del periodo attraverso musica e travestimenti peculiari che hanno unito l’utile: capire uno spirito di gioventù diverso al dilettevole: la festa.
Come hanno sottolineato il professor Neglie e il prof. La Mantia questa giornata di studi alternativa è stata un esperimento a mio modesto parere di partecipante ben riuscito: gli organizzatori sono riusciti a mantenere una buona alternanza tra mezzi culturali “leggeri”, come film e musiche, e interventi brillanti. Sicuramente non ci si è annoiati e non è di certo mancata l’originalità che ha fatto si,  pur rimanendo nella sobrietà scientifica, non si cadesse nella tediosità di conferenze accademiche classiche.
Un ringraziamento particolare come hanno più volte fatto i professori organizzatori va agli studenti  che hanno collaborato alla riuscita della giornata.

Antonio Del Fiacco

L’economia, si sa, è una scienza triste. Una scienza in cui le previsioni hanno il potere di determinare i fatti; ciò vale, con conseguenze anche maggiori, anche nei casi in cui proprio le previsioni sono impossibili da formulare, ed il mercato brancola nel buio dell’incertezza. Proprio di questo sembra essere malata oggi l’economia mondiale: di incertezza. Ciò a cui oggi assistiamo è il sovrapporsi di un’instabilità economica e di una finanziaria, che si intrecciano in uno scenario geopolitico instabile, rendendo la situazione sempre più difficile da decifrare.

A partire dagli anni ‘80 abbiamo assistito ad una progressiva finanziarizzazione dell’economia, facilitata dalla deregulation, che ha trovato nuova linfa nei successivi accordi internazionali di libero scambio. Le grandi imprese occidentali hanno accumulato guadagni da capogiro delocalizzando la produzione e commerciando su scala mondiale, ma questi profitti non sono stati reinvestiti nel circuito produttivo dell’economia reale (ricerca, produttività…) ma nei mercati finanziari di tutto il Mondo, i cui indici sono cresciuti anche quando l’economia procedeva piuttosto lenta, con i gruppi bancari che hanno raggiunto i profitti più alti della storia.
Quando nel 2001 la Cina è entrata a far parte del WTO questo processo ha subito un’ulteriore accelerazione. I risparmi forzati di 1.300.000.000 cinesi si sono riversati sui mercati internazionali, finanziando il debito (soprattutto) degli Stati Uniti a tutti i livelli: dal debito al consumo a quello pubblico (ci sono anche economisti secondo cui gli americani sono stati costretti a diventare un popolo di scialacquatori per riassorbire la liquidità e i prodotti in arrivo dall’Asia, a favore dell’economia mondiale). Il governo di Pechino, infatti, oltre ad accumulare riserve in dollari per 1400 miliardi grazie ad una bilancia commerciale favorevole, ha investito il risparmio cinese in Buoni del Tesoro americani, finanziando così il debito dell’amministrazione Bush (e la guerra al terrorismo).

Questa liquidità riversatasi nei mercati finanziari doveva comunque moltiplicarsi, problema risolto con la “finanza creativa”: hedge funds, mutui subprime, derivati…obbligazioni rimpacchettate più volte per spargere il rischio ed aumentare i guadagni…

Negli ultimi 5-6 anni si può dire che la bolla speculativa finanziaria aveva trovato nel mercato immobiliare americano la propria contro-parte nell’economia reale. Mi spiego: in seguito alla recessione americana del 2001, Alan Greenspan aveva avviato una politica di bassi tassi d’interesse per riavviare l’economia americana; così ha però creato una bolla immobiliare in cui i prezzi delle case crescevano costantemente e al di là d’ogni ragionevolezza. Grazie al basso costo del denaro, alla quantità di liquidità sul mercato e al valore sempre crescente delle case, le banche hanno concesso anche mutui ad alto rischio a persone con poche garanzie: i mutui subprime. Un americano poteva dunque chiedere un prestito a tassi bassi (ma variabili) ponendo a garanzia un immobile con un valore di mercato gonfiato dalla bolla.

I nodi sono venuti al pettine quando la Fed ha iniziato a rialzare i tassi: da un lato il mercato immobiliare si è raffreddato e i prezzi scesi, dall’altro il tasso d’interesse di tutti i mutui a tasso variabile (sub prime compresi) si è alzato. Chi aveva un mutuo si è dunque trovato a pagare di più, con un immobile di garanzia che valeva sempre meno. Questo ha avviato un circolo vizioso conclusosi nel momento in cui migliaia di cittadini americani non sono riusciti a ripagare il proprio debito e, poiché le sue garanzie avevano perso valore, la banca non è riuscita a riavere i soldi indietro, con perdite a catena e non ancora quantificabili in tutto il mercato finanziario, tanto più perché i mutui sub prime erano stati impacchettati più volte non solo negli hedge funds (i fondi ad alto rischio), ma anche in fondi apparentemente sicuri.

Il rischio che si temeva (e che per il momento pare scampato) era quello di un contagio nell’economia reale: il cosiddetto credit crunch (la contrazione del mercato del credito ad investitori e consumatori) o addirittura l’insolvenza di decine di banche. Questo sembra non essere accaduto però non solo grazie ai profitti con cui le banche sono arrivate alla crisi e alle iniezioni di liquidità delle banche centrali, ma anche grazie all’intervento dei Fondi Sovrani d’investimento dei paesi emergenti, che anche a causa del dollaro debole sono stati ben lieti di investirli in colossi come Citibank i soldi accumulati con le esportazioni.
Con il dollaro debole veniamo all’economia reale. Ancora gli economisti s’interrogano su quanto ci sia di fisiologico e quanto di strategico nella debolezza della valuta americana. Fino e 3 anni fa lo yuan cinese era agganciato al dollaro e ciò gli impediva di rafforzarsi come avrebbe dovuto, continuando a favorire le esportazioni verso gli USA. Dopo forti pressioni Washington ha ottenuto un sistema di oscillazione che permette alla valuta cinese di apprezzarsi lentamente; un dollaro così debole accelera questo processo e insieme alla contrazione dei consumi ha effettivamente riportato il deficit commerciale americano con la Cina ai livelli del 2006 (il deficit complessivo è invece sceso ai livelli del 2003).

Contemporaneamente però i prezzi delle materie prime sono ai livelli più alti di sempre. Il greggio costantemente al di sopra dei 100 dollari (andante verso i 200?) ed i generi alimentari quotati  50-100% in più di un anno fa sono uno shock non indifferente per l’economia, che anzi ha resistito sin troppo bene (con il PIL USA a +0,6% nel primo trimestre). Gli aumenti sono in gran parte dovuti alla domanda crescente in arrivo dai paesi emergenti, alle scorte in diminuzione ed al dollaro debole (in cui sono vendute tutte le materie prime), ma anche a speculazioni in atto sul mercato dei futures.

Il mercato energetico delinea poi sempre maggiore incertezza anche da un punto di vista geopolitico, con la Russia che punta ad una politica di potenza grazie agli idrocarburi, la Cina aggressiva in Africa ed i Paesi dell’OPEC che nei prossimi anni arriveranno a commercializzare una quantità di petrolio maggiore di quella delle ex-7 sorelle occidentali, i cui giacimenti nel mare del Nord, Alaska e Golfo del Messico si stanno esaurendo.

Nel mercato finanziario nulla fa ancora pensare che il peggio sia passato: le perdite per le banche dai mutui subprime sono previste tra i 1000 ed i 1300 miliardi di dollari, ma a tutt’oggi ne sono emersi solo poco più di 300.

Sul fronte dell’economia il famoso decoupling (sganciamento delle economie del resto del mondo da quella americana) non c’è ancora stato e un rallentamento dell’economia USA si rifletterebbe in primo luogo sui paesi emergenti, che negli ultimi anni sono stati il motore della crescita mondiale. La BCE intanto è sempre più in difficoltà nello gestire un’inflazione galoppante senza reprimere una crescita in calo, tanto più se all’interno dell’Unione permangono disparità tra una Germania che non accenna a rallentare, una Spagna in caduta libera (da oltre il 3 al 1,5-2%) ed un’Italia praticamente ferma. Il sistema produttivo europeo è stato comunque costretto negli ultimi anni ad aumentare la sua competitività a causa dell’euro forte, mentre quello americano si è adagiato sull’aiuto di una moneta debole.
Proprio sul fronte monetario, infine, ci si chiede se questo sia l’inizio di un Bretton Woods III (ufficiale come il I o ufficioso come il II?) che possa garantire una maggiore stabilità delle valute o se sia solo un passaggio strategico. O forse entrambi. Del resto, come sempre accade di fronte ai grandi sconvolgimenti, tutta la dottrina economica e la stessa globalizzazione (che comunque ha permesso di spostare grosse fette di potere politico-economico) sono state frettolosamente messe sul banco degli imputati, e si rischia di non distinguere un fenomeno dalla sua degenerazione.

E poi ancora l’Iraq, l’Iran, l’Islam, l’UE, la Russia, i fondi sovrani d’investimento attraverso cui i paesi del Golfo e la Cina stanno acquistando “pezzi di economia occidentale”…gli interi assetti geopolitici del mondo si stanno riassestando. È un’incertezza endemica quella che affligge questo nostro villaggio globale…perché meravigliarsi di una crisi economica?

di Attilio Di Battista

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