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La commovente storia di un uomo vittima delle discriminazioni e dell’ignoranza

“The forces that unite us are far greater than the difficulties that divide us at present, and our goal must be the establishment of Africa’s dignity, progress and prosperity” – Dr. Kwame Nkrumah.
Si apre così il bollettino d’informazione del Movimento Federalista Africano, nato sulla scorta del Movimento Federalista Europeo che ha visto la luce nel 1941, anno in cui Altiero Spinelli ha redatto il Manifesto di Ventotene- o Manifesto per un’Europa Libera e Unita-.
Esponente di spicco del Movimento Federalista Africano è Jean-Paul Pougala, originario del Camerun e ora piccolo imprenditore che lavora tra l’Africa, Torino e la Cina. Il suo percorso verso la realizzazione personale e professionale è stato tortuoso, a causa delle sue origini, del colore della sua pelle e della “razza” cui appartiene. Tutte le difficoltà che egli ha incontrato per diventare ciò che è adesso- un uomo che ha vinto- sono perfettamente illustrate nel suo libro “In fuga dalle tenebre” (edito da Einaudi), un titolo emblematico, simbolo di una sofferenza tuttavia non ancora finita. Perché l’autore sta ancora scappando dalle tenebre dell’ignoranza, della discriminazione e della lotta per la realizzazione. Perché la voce dell’Africa non è ancora ascoltata. Perché lo sfruttamento selvaggio del suo continente d’origine è ancora presente. Il libro rappresenta il cammino di Pougala verso la “libertà”. E’ la sua biografia, che parte proprio dai primi anni della sua vita. I primi vent’anni infatti li trascorre in Africa, in una piccola comunità patriarcale, poco sviluppata culturalmente, politicamente ed economicamente. Sono anni difficili, caratterizzati da violenze e sofferenze di ogni sorta e, soprattutto dalla presenza del padre rigido che ha sempre frenato la voglia d’indipendenza e di libertà di Jean-Paul. La situazione si evolve negli anni Ottanta, quando Pougala lascia l’Africa per recarsi in Italia, dove studia Economia e Commercio a Perugia. Il soggiorno non è dei migliori, ma l’autore riesce a laurearsi brillantemente. All’interno della sua facoltà, era considerato un genio, ma lui, modestamente, non si reputa tale. Se brillava era perchè molti lo giudicavano inferiore, e quando ti trovi in condizione d’inferiorità, quest’ultima diventa lo sprone per dare il massimo. I suoi sforzi sono stati ricompensati e adesso ha un lavoro che lo soddisfa e lo gratifica, sebbene le discriminazioni non sono ancora finite.
Questo libro, comunque, oltre a voler essere una biografia, è anche un messaggio che Pougala sta mandando all’Europa, affinchè questa adotti delle misure più efficaci riguardo al continente africano, troppo spesso abbandonato e vittima dell’indifferenza delle “grandi potenze”.

Federica Salvo

Il libro “Le uova del drago” di Pietrangelo Buttafuoco fu osannato nel Natale scorso come il libro che avrebbe ridato fiato ad una nuova letteratura di destra, ad un revisionismo storico che sta tornando di moda, come ultimamente ci ha ricordato Storace. Ma se nella politica appellarsi al revisionismo storico dei fatti è inattuale, patetico e anacronistico, in un ambito accademico, o più genericamente della cultura, risulta un’impresa degna di uno Stato un po’ più evoluto del vecchio separativismo fascismo/comunismo. La cultura, ancora oggi, si crede monopolizzata dai comunisti e dalla letteratura di sinistra. Vero e non vero.
Vero nella misura in cui effettivamente viene ripresa una storia, che probabilmente ha fatto parte più dell’immaginario dei tanti che non della storia effettiva dei fatti, soprattutto se smitizzata da eventi più importanti della seconda guerra mondiale. Storia che comunque vuole, pretende, una rilettura dell’invasione americana dell’isola siciliana, nei suoi eroi, da un lato e dall’altro, nella rilettura anche dell’aggettivo di “codardi” in coloro che hanno lasciato e che sono andati sul continente. Un’amnistia e un riconoscimento, a perdenti e vincitori, per il loro credo, per le lotte che hanno portato avanti fino al fango e all’oblio.
Non vero, nella misura in cui tale rilettura non deve però rappresentare l’altro estremo, poiché si ridurrebbe al racconto di un padre nostalgico ai propri figli, si riempirebbe di elementi fuori dall’immaginario che ne sottolineerebbero l’aspetto fiabesco. Una rilettura storica non si può fare nella radicalizzazione degli eventi. E questo, sul confine dei nostri studi, ancora non è molto chiaro. In un certo senso, è un peccato che ci si ricreda davanti ad un libro da trasposizione per uno dei film storici di rete 4.
Eppure, ad una lettura abbastanza attenta, si notano elementi non secondari e che, a mia lettura, rendono il libro incredibilmente attuale (e non so se l’autore se ne sia del tutto reso conto). Innanzitutto perchè la protagonista è una donna, agente dei servizi segreti tedeschi che in Sicilia avrebbe dovuto tenere le “uova del drago”, ossia il segreto che avrebbe permesso la continuità dell’ideale fascista anche dopo la guerra. In un’Italia ancora così indietro nel ruolo femminile, un personaggio eroico in rosa è sicuramente un simbolo positivo. Inoltre, l’importanza durante il racconto data al centro di studi nucleari di Catania, che rappresentano una storia dimenticata dal nostro paese, ora tanto infervorato dalla questione. Terzo punto, una rilettura della lotta alla mafia durante il fascismo, e il ruolo degli USA nel suo ritorno nella Sicilia liberata, che non è più argomento di strumentalizzazione ma forse un dato da studiare al giorno d’oggi (come, quando, dove si agì). Infine, l’elemento militare: il rimettere in gioco quei giudizi forse troppo avventati su chi era in guerra da parte di chi, pateticamente, giudica tra le righe dei libri. Non voglio ricadere nello stesso errore sia chiaro. Ma una lettura come questa, anche se non convince del tutto, almeno ci invita a rimettere in questione cose su cui forse eravamo troppo certi. Come disse Enzo Biagi: “in una democrazia tutti possono parlare, ma non si è obbligati ad ascoltare”. E questo è il mio tributo al giornalista scomparso.

Edoardo Buonerba

Salman Rushdie è il simbolo del fatto che spesso una minaccia di morte può essere benefica per la fama e per le vendite, per chi fa cultura. Penso che molto pochi lettori non abbiano mai sentito parlare della Fatwah lanciatagli contro dall’ayatollah Khomeini dopo la pubblicazione del suo libro più famoso e controverso, “I versetti Satanici”. Ebbene, questa tragedia (Rushdie non può girare in nessun paese arabo, perché secondo la fatwah chiunque voglia può ucciderlo senza essere punito dalle leggi, e anzi, si guadagna il paradiso) l’ha trasportato di colpo sulle prime pagine di tutti i giornali, ed è diventato rappresentante sommo della libertà di pensiero contro i fondamentalismi, come il premio Nobel 2006 Orhan Pamuk. Ed è con questa fama “extraletteraria” che io, povero lettore medio, ho dovuto fare i conti; ed è con una certa forma di pregiudizio che mi sono avvicinato a “I figli della Mezzanotte”, un libro meno famoso di quello che gli è valso la maledizione del mondo islamico, ma di cui avevo sentito dire un gran bene. Intendo dire, il mio pensiero era: è famoso solo per la situazione in cui si è trovato, o vale effettivamente la pena leggerlo? Devo dire che senza ombra di dubbio ne è valsa la pena. Non solo Rushdie è un ottimo scrittore, ma è anche uno dei massimi di quest’epoca. E “I figli della Mezzanotte”, scritto nel 1981, è il suo capolavoro. Nonostante il titolo sembri rimandare ad un’ambientazione estiva, nel pieno della movida, in realtà il libro è di una complessità eccezionale. Ma andiamo con ordine. I figli della mezzanotte che danno il titolo al libro sono 1001 bambini che nascono in India allo scoccare della mezzanotte del 15 agosto 1947, data fondamentale per il loro Paese. Infatti, si tratta dello stesso momento in cui l’India diventa indipendente. Ecco che quindi i bambini nati in quest’ora così importante sono tutti dotati di superpoteri: c’è chi riesce a passare attraverso gli specchi, chi è talmente bello da bruciare chi lo guarda, chi ha poteri da alchimista. Ma nessuno ha la capacità di Saleem Sinai, il protagonista, di entrare nelle menti altrui: infatti, è telepatico. Per questo, riesce a conoscere molte cose di cui non è testimone diretto; e per questo, il libro è narrato in prima persona dallo stesso Saleem che, ormai giunto alla fine della sua tragicomica vita, ne ripercorre le tappe. Ed appare subito chiaro come la sua vita sia intrecciata con quella della nazione in cui vive, e che questo sia una maledizione ed un dono della mezzanotte. Ogni azione è legata a momenti particolari dell’India; ogni sviluppo nella sua storia personale causa cambiamenti nella macrostoria. Tutto è legato, tutto si tiene; e questo non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Infatti, buona parte della complessità di costruzione del libro deriva dal fatto che esso non narra la singola vita di Saleem, ma comincia da quella di Aadam, suo nonno, per poi risalire al contemporaneo. “Per comprendere una persona, dovete inghiottire il mondo”; questa è la regola del libro. Ed effettivamente, il libro contiene un mondo: è un romanzo di formazione, la storia di una famiglia, un romanzo storico, un esempio sommo di realismo magico, persino un giallo,sotto certi aspetti. E proprio qui sta la grandezza di Rushdie, il suo genio: nel fatto che il libro sia enormemente complesso, che ogni singola pagina offra motivi di riflessione, che si sommino storie su storie, che personaggi spariscano e ritornino dopo centinaia di pagine, che ogni frase sia poi richiamata in un altro contesto, e che nonostante ciò il libro scorra via con “piedi di vento”. Rushdie scrive benissimo, con ironia e leggerezza, e riesce a tenere viva la tensione, a richiamare l’attenzione, come ogni migliore giallista dovrebbe fare; ma nello stesso tempo, questo non impedisce al suo romanzo di essere un capolavoro, raramente eguagliato nella nostra epoca in quanto a profondità. Grazie ad un linguaggio simbolico ricchissimo, Rushdie riesce a parlare con la somma semplicità di tutti i problemi maggiori, sia storici che esistenziali; e il suo protagonista diventa il simbolo di ciò che tutti, più o meno, oggi siamo- sradicati, cittadini del mondo, dotati di molteplici identità spesso in disaccordo tra loro- . Così, la storia dell’India moderna, britannica e induista, occidentale e legata alle antiche superstizioni, industriale e contadina, ma anche avanzatissima e nello stesso tempo nella più grave arretratezza, assurge a esempio delle contraddizioni del nostro mondo globale; e Saleem, “pieno di crepe”, non pienamente indiano, né pienamente musulmano, né del tutto inglese, ma un po’ di tutto ciò, a suo agio ovunque e da nessuna parte, rappresenta tutti noi. E in questo discorso rientra il destino dei figli della mezzanotte. Essi, legati a doppio filo alla loro nazione, sono il simbolo dell’India arcaica, magica, che dovrà essere dimenticata dal nuovo Stato indipendente e moderno, e quindi dovranno essere distrutti; o forse sono la nuova speranza di una nazione giovane, i nuovi superuomini che innalzeranno l’orgoglio indiano nel futuro? Naturalmente non vi anticipo come finirà, ma per scoprirlo vi invito a leggere un libro che vi farà affascinare ad un’altra cultura e che, nello stesso tempo, vi spiegherà come pochi altri la vostra.

Giovanni Collot

Alle radici del terrorismo italiano

Datemi pure della campanilista, ma sono convinta che non vi siano tanti luoghi, in Italia, più belli e dolci rispetto alla mia regione, il Trentino- Alto Adige. Abbiamo paesaggi mozzafiato, verdi vallate impreziosite da vigneti e frutteti, montagne maestose, fiumi, cascate, laghetti incastonati nella roccia, dalle sfumature di colore spesso incantevoli…Pensate che v’è anche una leggenda altoatesina che decanta questi luoghi tanto ameni e si propone, pure, di spiegare da dove derivi la loro beltà. Beh, la spiegazione è piuttosto semplice. Dio dopo aver creato tutto il mondo si fermò per riposare, ma gli angeli gli ricordarono che si era dimenticato di una cosa importante: il Tirolo. E allora il buon Signore dell’Universo creò il proprio capolavoro, e dopo aver finito di spruzzarci sopra neve, genziane ed erbe, ci andò a riposare.

Ma questo Dio un po’ sbadato, spesse volte –a mio parere- si dimenticò di garantire alla popolazione di questo Eden anche un po’ di felicità, oltre che un ambiente tanto bello in cui vivere.

Le genti del Trentino – Alto Adige hanno dovuto infatti soffrire tanto, e soprattutto nell’ultimo secolo. Prima gli italiani tra Salorno e Borghetto hanno dovuto convivere per secoli con la dominazione Austro – Ungarica, fino a che, il primo conflitto mondiale, non ha permesso loro di ricongiungersi alla propria madrepatria, il Regno d’Italia. Poi, quasi per uno scherzo del destino, gli oppressori si sono trasformati in oppressi e proprio il concludersi della guerra ha segnato l’inizio del tormento di 250 000 altoatesini di lingua tedesca, ricompresi all’interno del nuovo confine italiano del Brennero. Tra le due guerre sono stati costretti a subire gli aspetti peggiori del fascismo, come il duro processo di italianizzazione promosso da Tolomei, la tragedia delle Opzioni ( ovvero il loro esodo organizzato) e poi l’occupazione nazista. Nel secondo dopoguerra, dopo una prima richiesta di autodeterminazione e ricongiungimento all’Austria, gli altoatesini, guidati dalla Sudtiroler Volkspartei, hanno lottato strenuamente per ottenere l’autonomia promessa dagli accordi De Gasperi- Gruber, e concessa con ritardi e lacune dal governo di Roma. Il primo esperimento autonomistico si è rivelato però un sostanziale fallimento, tanto da indurre alcuni gruppi di sudtirolesi a tornare a reclamare il diritto all’autodecisione, questa volta però attraverso la dinamite.

E “ Brennero Connection” di Gianni Flamini parla proprio di questo, dei bui anni del terrorismo altoatesino che ha martoriato la regione per un periodo lunghissimo (1956 – 1988), avente il proprio apogeo negli anni sessanta. Il libro di Flamini, oltre ad essere molto accurato e preciso nelle spiegazioni, ha il pregio di essere l’unica opera recente sul tema e di raccogliere e fondere tutti dati e le conoscenze messe a disposizione, nel corso degli anni, da fonti giornalistiche o politiche. Importantissimo, in questo senso, è stato il lavoro del sen. Marco Boato, il primo ad interrogarsi sul ruolo che i corpi militari di polizia e di sicurezza dello Stato hanno avuto in connessione alle vicende del Sudtirolo. Ne emerge un quadro a tinte foschissime, in cui l’Alto Adige si configura come una specie di laboratorio in cui fu sperimentato, per la prima volta, un fenomeno mostruoso: quello della “Strategia della Tensione”. E’ qui che, già a partire dagli anni ’60, gli apparati dello Stato superarono la sottile soglia tra informazione e provocazione. L’informazione è data dal fatto che gli apparati debbano infiltrarsi in gruppi terroristici per cercare di conoscerne e controllarne le mosse. Il passaggio da informazione a provocazione avviene quando,invece, sapendo il tipo di attività in atto, anziché prevenirla o reprimerla si interviene per alimentarla attivamente. Questo comportamento “deviante”, estraneo ai compiti istituzionali degli apparati, fu purtroppo attuato troppe volte nella storia dell’Alto Adige. Il libro di Flamini, oltre alla cronistoria del dramma altoatesino, ci permette dunque di addentrarci alle origini di quella storia ufficiosa che tanto influenzò la propria controparte pubblica nel secondo dopoguerra italiano. Certo, i toni usati dall’autore scadono qualche volta in quelli di una spy-story più che mantenersi su quelli neutri di un’inchiesta giornalistica, ma al di là di questa piccola critica mi sento di consigliare il suo libro a tutti coloro che vogliano strappare il velo di ignoranza che per troppo tempo ha circondato le tristi vicende altoatesine.

Elisa Calliari

Meditazioni intorno a un libro su Sarkozy

Vittime del più becero populismo. Ma chi? i “nuovi” candidati della destra considerata neo-con? no; semplicemente un gran numero di rubriche di giornali italiani e di altri paesi esteri che hanno seguito la campagna elettorale francese e l’esplosione del fenomeno Sarkozy, loro sì sono rimaste vittime della loro stessa retorica populista. Che non ha nulla di attuale per chi segue la politica
d’oltralpe, se non che in campagna offre sul piatto d’argento occasioni ghiotte per attrarre l’opinione pubblica. Argomenti come immigrazione, sicurezza, stato meritocratico, repressione di atti di
violenza, vengono usati come perno di un nuovo populismo, giornalistico prima di tutto, impregnato di moralismo. Su quest’ultimo ha perso la sinistra della Royal, perchè non arriva più a convincere una popolazione alla ricerca del cambiamento, che vede la crisi e chiede un recupero di valori, un rilancio dell’economia, maggiori sicurezze in seguito alle violenze del 2005, un recupero del ruolo di grandeur congenito nella politica internazionale francese.  Questo anche la sinistra l’ha capito: sentire una candidata socialista promuovere il tricolore alle finestre di tutte le case rappresenta bene un nazionalismo al di sopra di ogni ideologia partitica. Ma sembrerebbe che la vera risposta sia arrivata invece dal “Francese di ferro”, dal protagonista dell’ultimo libro di Massimo Nava, corrispondente del Corriere della Sera a Parigi, che apre al lettore un interessante ventaglio sulla politica e sulla società francese. Che analizza con sapienza i meccanismi interni di uno stato dove gauche e droite rappresentano un binomio non proprio comparabile agli altri binomi europei, tanto meno al banchetto italiano. Motivo per negare le pretese di paternità di una tale politica a Berlusconi: a risentire le promesse di rivoluzione liberale del 2001 forse sì; a vederne gli
effetti di governo, molto meno. Sarkozy, inoltre, dei nemici non ne ha fatto alleati, ne ha rubato gli elettori. Basti pensare ai propositi più estremisti per raccogliere frutti all’interno del Fronte Nazionale (a posteriori, quest’ultimo ha ottenuto il risultato più basso di sempre), oppure all’opposizione, quando parla di “(…)aperture solidali: voto agli immigrati, lotta al carovita e controllo dei prezzi dei supermercati, discriminazione positiva (…)”. Qui sta un grande atout dell’attuale populismo: porta sulla scena del dibattito politico un gruppo teatrale di argomenti. Rimarrà stupito colui che si andrà a rivedere il faccia a faccia del secondo turno: non si tratta di parole in aria e grafici, si tratta di veri piani politici. Di economia, di politica del lavoro, di sviluppo sostenibile ed ecologia, di immigrazione, di politiche sociali, di costruzione europea e di politiche internazionali. Il libro però si ferma ad un’analisi della situazione pre-elettorale. Il fallimento della politica del Presidente Chirac, la nascita di una vera e propria classe politica del paese, che deve affrontare l’eredità di un gaullismo, a volte molto rimaneggiato, e le sfide di una struttura di potere in continuo aggiornamento. La speranza è che questo libro riesca a ridurre l’incomprensione da parte dell’opinione estera di un tale fenomeno, sorta di opposizione aprioristica contro la quale mi sono personalmente confrontato. Risulta quindi un buon aiuto per chi vuole approfondire il contesto di un tale changement, senza mai mancare di pragmatismo. Chissà che non risulti utile anche allo stallo italiano. Come dice Sergio Romano nella prefazione al libro: “I malanni attuali diagnosticabili in Italia e in Francia sono gli stessi. Le risposte no”. Bisognerebbe poi analizzare due fondamentali sviluppi della nuova Presidenza: il viaggio a Berlino nel giorno stesso dell’investitura di Sarkozy; La nomina a Ministro degli esteri dell’ex-socialista Kouchner. Ma questo già è un altro libro. Edoardo Buonerba

èStoria

Dal 18 al 20 Maggio Gorizia ha danzato lungo la linea del tempo. Ha manifestato in piazza assieme ad un gruppo di dissidenti. Ha ascoltato attonita leader politici che dall’alto delle loro posizioni di potere proclamavano il mutamento radicale della società o cercavano disperatamente di frenare richieste di maggiori libertà civili. Ha passato notti  insonni, con curiosità, angoscia, stupore nello studio di qualche scienziato. Per tre giorni la città è diventata sede di èStoria.
Al Terzo Festival Internazionale della Storia sono bastati un lungo tappeto rosso e uno schermo che, con finta noncuranza, proiettava immagini in bianco e nero, momenti del nostro vissuto, piccoli scorci di quello che fu. È bastato un “accampamento” che ricordava un popolo nomade pronto a sconvolgere la monotona quotidianità. Un popolo di nomi illustri, storici, scrittori, giornalisti -basti citare Rampini, Kagan, Allam, Canfora, Chang- disposti a contrastare ogni pregiudizio, a portare la propria esperienza di vita e a dare una diversa versione dei fatti, mentre progressivamente la nostra storia lineare si è concentrata in un unico punto: la Rivoluzione. Questo il tema centrale del Festival: il mutamento storico, radicale e profondo che comporta la rottura con un modello precedente e il sorgere di uno nuovo. La rivoluzione è stata affrontata in ogni suo aspetto, evidenziando soprattutto la necessità di analizzare il concetto stesso del processo rivoluzionario, il suo imporsi in modo esplicito o silenzioso, le sue novità e i suoi elementi persistenti. Riflessioni particolari sono poi state rivolte ai mezzi utilizzati e quindi alla legittimità della violenza e all’uso della non violenza. E così migliaia -si sono sfiorate le 40.000 presenze- di visitatori, esperti, o semplicemente amanti del passato e dei suoi infiniti segreti hanno preso parte attivamente alle 50 proposte in cartellone ideate e organizzate da LEG Libreria Editrice Goriziana, gremendo le tende Erodoto e Elio Apih. La rivoluzione intesa in senso politico, a partire da quella francese e americana, come una trasformazione che continua tuttora e concepita come un processo che ingloba qualsiasi elemento della nostra vita sociale, ha toccato anche il mondo dell’arte. Si sono succedute conferenze e laboratori sul rapporto musica-potere e spettacoli serali che hanno affrontato la rivoluzione del rock’n’roll nella società italiana, l’esperienza del Cantastorie e l’importanza del ruolo della musica nell’Italia del boom economico. Centrale è stato lo stesso percorso espositivo dal titolo “Nel segno di Klimt. Ver Sacrum, la rivista della Seccessione Viennese”.
Il Festival ha saputo stimolare la curiosità intellettuale di ogni generazione proponendo accanto alla tematica strettamente politica e sociale (si ricordi tra l’altro la conferenza sul femminismo che ha condotto a un dibattito dai toni molto accesi fra ex attiviste e il professore universitario Van Creveld) anche quella della rivoluzione scientifica e tecnologica, elemento ormai essenziale della nostra quotidianità. Particolarità di questa edizione sono state l’allestimento di una ludotenda per aiutare gli studenti delle scuole primarie ad approcciarsi all’aspetto rivoluzionario della storia ed “èStoria bus”, il tour delle dodici battaglie dell’Isonzo.
Gorizia è stata per tre giorni la metafora della rivoluzione stessa. Al principio erano lo scetticismo e la critica poco costruttiva. “L’evento è stato mal pubblicizzato”, “Una manifestazione del genere qui è sprecata”. In ultima analisi chi affermava, certo della propria posizione, che la comunità avrebbe continuato a riposare nel letto del passato senza un minimo slancio vitale, è stato prontamente smentito. Questa è stata la vera occasione in cui coloro che aspettavano da tempo il risveglio della città hanno potuto esclamare: “finalmente!”. Finalmente la cara vecchia città di confine ha avuto il coraggio di alzare la voce e di mostrare con vigore le sue potenzialità. Gorizia malcompresa, quasi repressa, ha abilmente sfruttato la sua peculiarità: la sua immensa e radicata memoria storica. Qui il passato aleggia, si traspira da ogni mattone, viaggia in ogni vicolo, consuma le strade del centro. Ma questa volta la popolazione, invece di chiudersi sterilmente in se stessa ha investito nel proprio passato riuscendo a trovarvi una linea di continuità. Essa stessa è stata protagonista di una rivoluzione ponendo l’accento sulla propria identità e storia attraverso il confronto con esperienze lontane e promuovendo il dibattito critico, molte volte represso da discorsi stereotipati.

Nicoletta Favaretto

Un romanzo con forti spunti autobiografici. Un autore argentino, sconosciuto, definito dalla rivista la Nación come “uno dei segreti meglio custoditi della letteratura nazionale”. Un libro che lentamente, con la calma di solo chi ha la consapevolezza di dove vuole arrivare, inserisce il lettore all’interno della storia, lo imprigiona, lo lega a sé e ne smarrisce la certezza del suo quieto vivere.
Un episodio banale, quotidiano, scontato. Il rumore di un autobus che si rivelerà fatale. Dal rumore del motore di un autobus che mai viene spento inizia la disperata, ansiosa e spasmodica ricerca di porvi fine. L’uomo del silenzio, protagonista dalla celata identità inizia il suo viaggio verso l’irrazionalità, verso il totale isolamento che pervade ogni attimo, ogni istante del proprio essere. La drammatica storia di un uomo che tenta di combattere contro il mulino a vento del rumore prodotto dalla società industriale; l’affanno ossessivo di sottolineare la propria condizione scellerata davanti al mondo. Un mondo scostante, indifferente, distante che non offre il suo ascolto ma che legittima e vive con e per il rumore. Quasi un uomo kafkiano centro nevralgico di questa illogica storia che si poggia ad una giustizia non curante dell’appello disperato, kafkiane pure le figure del potere che gli ruotano attorno. Personaggi che impediscono a “el silenciero” di procedere nella sua frustata lotta alla musica imposta. Gli unici rapporti umani si delineano con poche figure: la madre, metafora dell’accondiscendenza e del perdono, la moglie Nina, donna umile che mostra i suoi sentimenti e le sue emozioni attraverso il canto e l’amico Besarión, alter ego e coscienza del protagonista, odiato ma allo stesso tempo ricercato. E da sfondo il sogno. La dimensione onirica, quella in cui il protagonista trova pace, in cui egli trova l’oblio dei sensi, unico salvagente, unica soluzione al rumore incessante, che persegue, che si presenta ad ogni occasione. L’uomo solo, l’eroe maledetto combatte la sua ardua battaglia contro una società fredda che non comprende. L’uomo abbandonato cambia continuamente casa, vive in pensioni, affitta appartamenti, nel desiderio di porre fine all’odiato suono materiale pur senza distaccarsi dalla società. “La sua avventura contro il rumore è metafisica…Lei la intesse soprattutto nella testa, con elementi sottili a partire dal nulla”. Il rumore metafisico, un malessere dell’animo umano, la volontà del silenzio assoluto che spinge l’uomo a staccarsi da qualsiasi rapporto sociale, a vivere (anche se il suo obiettivo è quello di essere) solo in funzione dell’assenza di rumore, finiscono in un continuo ripetersi di fallimenti, sconfitte, problemi irrisolti sino a sfociare nell’ordinaria follia. Il profondo malessere del protagonista affonda le sue radici anche nell’incapacità di scrivere il libro della sua vita “il tetto”. Titolo emblematico, simbolo del bisogno viscerale di un rifugio, unico luogo in cui può cessare la travolgente ossessione. Nell’angosciante tentativo di uccidere una qualsiasi fonte di rumore, il protagonista rivolge l’arma contro se stesso, colto all’ultimo momento dalla voglia di raggiungere l’Aldilà, immaginando un silenzio incorruttibile, fallisce nuovamente provocandosi una parziale sordità. E ancora in questa nuova condizone non riesce a raggiungere la quiete. Egli immagina, ricorda i rumori registrati. Persiste allora nella sua violenta corsa verso la pace, raggiungendo un’assurda irrazionalità.
Storia della perdizione dell’animo umano. Storia di un male di vivere, della volontà di essere e non esistere, dell’inquietudine di una società dalla quale l’uomo si vuole distaccare, scostare, alienare ma di cui ormai non può più farne a meno. L’uomo imprigionato, uomo che non pone rimedio alle proprie ossessioni e che non riesce ad essere secondo le condizioni che egli stesso impone.

Nicoletta Favaretto

Antonio di Benedetto

Un romanzo con forti spunti autobiografici. Un autore argentino, sconosciuto, definito dalla rivista la Nación come “uno dei segreti meglio custoditi della letteratura nazionale”. Un libro che lentamente, con la calma di solo chi ha la consapevolezza di dove vuole arrivare, inserisce il lettore all’interno della storia, lo imprigiona, lo lega a sé e ne smarrisce la certezza del suo quieto vivere.
Un episodio banale, quotidiano, scontato. Il rumore di un autobus che si rivelerà fatale. Dal rumore del motore di un autobus che mai viene spento inizia la disperata, ansiosa e spasmodica ricerca di porvi fine. L’uomo del silenzio, protagonista dalla celata identità inizia il suo viaggio verso l’irrazionalità, verso il totale isolamento che pervade ogni attimo, ogni istante del proprio essere. La drammatica storia di un uomo che tenta di combattere contro il mulino a vento del rumore prodotto dalla società industriale; l’affanno ossessivo di sottolineare la propria condizione scellerata davanti al mondo. Un mondo scostante, indifferente, distante che non offre il suo ascolto ma che legittima e vive con e per il rumore. Quasi un uomo kafkiano centro nevralgico di questa illogica storia che si poggia ad una giustizia non curante dell’appello disperato, kafkiane pure le figure del potere che gli ruotano attorno. Personaggi che impediscono a “el silenciero” di procedere nella sua frustata lotta alla musica imposta. Gli unici rapporti umani si delineano con poche figure: la madre, metafora dell’accondiscendenza e del perdono, la moglie Nina, donna umile che mostra i suoi sentimenti e le sue emozioni attraverso il canto e l’amico Besarión, alter ego e coscienza del protagonista, odiato ma allo stesso tempo ricercato. E da sfondo il sogno. La dimensione onirica, quella in cui il protagonista trova pace, in cui egli trova l’oblio dei sensi, unico salvagente, unica soluzione al rumore incessante, che persegue, che si presenta ad ogni occasione. L’uomo solo, l’eroe maledetto combatte la sua ardua battaglia contro una società fredda che non comprende. L’uomo abbandonato cambia continuamente casa, vive in pensioni, affitta appartamenti, nel desiderio di porre fine all’odiato suono materiale pur senza distaccarsi dalla società. “La sua avventura contro il rumore è metafisica…Lei la intesse soprattutto nella testa, con elementi sottili a partire dal nulla”. Il rumore metafisico, un malessere dell’animo umano, la volontà del silenzio assoluto che spinge l’uomo a staccarsi da qualsiasi rapporto sociale, a vivere (anche se il suo obiettivo è quello di essere) solo in funzione dell’assenza di rumore, finiscono in un continuo ripetersi di fallimenti, sconfitte, problemi irrisolti sino a sfociare nell’ordinaria follia. Il profondo malessere del protagonista affonda le sue radici anche nell’incapacità di scrivere il libro della sua vita “il tetto”. Titolo emblematico, simbolo del bisogno viscerale di un rifugio, unico luogo in cui può cessare la travolgente ossessione. Nell’angosciante tentativo di uccidere una qualsiasi fonte di rumore, il protagonista rivolge l’arma contro se stesso, colto all’ultimo momento dalla voglia di raggiungere l’Aldilà, immaginando un silenzio incorruttibile, fallisce nuovamente provocandosi una parziale sordità. E ancora in questa nuova condizone non riesce a raggiungere la quiete. Egli immagina, ricorda i rumori registrati. Persiste allora nella sua violenta corsa verso la pace, raggiungendo un’assurda irrazionalità.
Storia della perdizione dell’animo umano. Storia di un male di vivere, della volontà di essere e non esistere, dell’inquietudine di una società dalla quale l’uomo si vuole distaccare, scostare, alienare ma di cui ormai non può più farne a meno. L’uomo imprigionato, uomo che non pone rimedio alle proprie ossessioni e che non riesce ad essere secondo le condizioni che egli stesso impone.

Nicoletta Favaretto

Parafrasi e commento.

Due uniche parole: Poesia Assoluta. Essenziale. Senza alcun bisogno di spiegazione. La poesia è data. La poesia è offerta al pubblico. O si capisce o non si capisce. O la si apprezza o la si rifiuta in toto. O colpisce il gusto personale o lo manca totalmente. Non c’è nulla da fare. “Absolute Poetry” rassegna organizzata dal comune di Monfalcone è una sfida. Si propone con forza, con decisione, impassibile davanti a chi insinuava il dubbio di un possibile fallimento. Il festival della poesia ha dimostrato che il pubblico apprezza, che il pubblico ha sete di poesia, che necessita di staccarsi dalla monotona quotidianità per raggiungere tramite la sensibilità di pochi, l’indicibile, i lati nascosti dell’animo umano. “Benvenuti su questa nostra ardita, futuristica, ancestrale, bellissima nave.” Così recita la presentazione. Così Monfalcone presenta il suo cantiere. Un luogo simbolo della città stessa. Un luogo che contiene ogni momento poetico; dall’ispirazione, alla stesura di alcuni versi; dal labor limae alla lettura dei componimenti. “Absolute Poetry” presenta al pubblico la poesia in ogni suo aspetto. Ricorda il sudore, la fatica, il lavoro del poeta; ha bisogno dell’energia sprigionata dai versi, dalle poche parole che per uno strano caso del destino si trovano vicine e sanno donare un’emozione a chi le ascolta. I “cantieri internazionali di poesia” propongono al pubblico, all’estraneo, a chi si affaccia timidamente, con diffidenza a questo mondo, a chi lo ama ma lo teme allo stesso tempo, una rassegna di nomi. Nomi che evocano e rispondono all’esigenza di poeticità. Autori che con il loro lavoro hanno contribuito all’espansione di questa realtà, alla diffusione del suo messaggio e lo hanno fatto filtrando l’esterno con la loro sfera interiore. Autori che come le strofe di un componimento breve, liberano magicamente il loro animo inconsueto e affidano le loro parole composte all’aria del Teatro Comunale respirata da un pubblico sognante.
La flessuosa forma della poesia viene accompagnata dolcemente nel suo scorrere da immagini, suoni, colori a testimoniare innegabilmente che l’arte non si spiega per compartimenti stagni, ma si serve di ognuno di essi per meglio esaltare le proprie qualità. La prima serata comunica perfettamente i motivi alla base degli incontri. Il palcoscenico è un cantiere aperto. Si lavora, si costruisce, ci si dispera, si resta appagati del proprio produrre. La prima strofa della serata si apre con la serena umiltà dell’autore friulano Gian Mario Villalta. Il poeta conduce i propri versi attraverso un concreto “sentire”, offre immagini di ogni giorno, un pettirosso posato su una siepe, una stazione di servizio lungo l’autostrada. “È attraverso ciò che il corpo percepisce, che scaturisce la sua poesia apparentemente semplice”.
Lo spettacolo continua all’insegna dei colori rosso e nero. Una voce calda, avvolgente e una zingara della poesia internazionale, Tracy Splinter. “Why am I writing? Perchè sto scrivendo?”. La poetessa sudafricana naturalizzata tedesca si serve della comunicazione corporea. La sua poesia s’intreccia con le movenze sensuali del corpo, con la seduzione della propria voce e si fa simbolo del multiculturalismo e del nomadismo intellettuale perchè il mondo “è uno scambio di pensieri e noi dobbiamo lasciare che si tocchino”.
Terza strofa. Siamo nuovamente in Italia. Una coppia: Edoardo Sanguineti e Stefano Scodanibbio. Una voce e un contrabbasso. Il grande scrittore genovese, critico appartenente al Gruppo ’63 si definisce un “politico prestato alla poesia” e propone due proprie opere “Postkarten” e “Alfabeto Apocalittico” dimostrando la sua stretta confidenza con l’universo della parola. Legge Sanguineti, continua a leggere. In “Postkarten” la sua voce decisa, ferma, tranquilla ma che si poggia su abili intonazioni quasi impercepibili, ci porta lontano, attraverso incontri di anime, in una poesia quotidiana, giornaliera e giornalistica, a volte retorica. Viaggiamo assieme a lui per l’Europa incontriamo “piccioni e infermiere in moto perpetuo” e ci abbandoniamo alle cartoline, a frammenti di luoghi, frammenti di riflessioni in sospeso tra la libera invenzione e la ricerca della maggiore varietà ritmica. “Sono morto molte volte almeno e adesso che potrei dire tutto perchè sono morto, non ho da dire più niente. Ecco.” Così finisce l’esercizio, così finisce il lamento del contrabbasso, per poi iniziare nuovamente con “Alfabeto Apocalittico”. Lavoro in 21 ottave, una per ogni lettera dell’alfabeto. Opera che dimostra gran stile e grande capacità di gestire il linguaggio poetico, accompagnata dalle proiezioni su schermo delle 21 lettere dipinte da Baj con la consueta impronta erotico-dissacrante.
Conclude il componimento una voce proveniente dall’Africa, dal Senegal, quella di Badara Seck. Ora è il giallo che pervade ed è il canto che domina, quello della nuova identità africana, testimonianza del ruolo attivo nelle trasformazioni dei suoi popoli.
Filo conduttore della serata sono le immagini di Giacomo Vernes che interpetano il contenuto dei testi e simultaneamente sono proiettate nello schermo. Questo perchè come dice Vernes stesso “in televisione vi sono solo figurine”. Allora ringraziamo “i cantieri internazionali di poesia”. Ringraziamoli perchè sappiamo che ormai consumati dalle “figurine” possiamo ancora una volta recarci a teatro e condividere al buio, in silenzio le nostre emozioni con chi diversamente da noi le esprime liberamente e le affida alla voce.

Nicoletta Favaretto

Un uomo seduto. Solo nella sua stanza. La luce soffusa di una lampada. Carte attorno a lui. Fogli attorno a lui. Perso in un mondo lontano, scrive.
Una ragazza seduta al parco. Estranea a ciò che la circonda, legge.
Un ragazzo seduto in una biblioteca, piena di altri ragazzi come lui, legge, sottolinea, cerca, sfoglia, scrive. Torna a leggere.
In quel momento niente esiste attorno a questi personaggi. Il loro rifugio è un altro mondo. Un mondo dinamico, flessuoso, in continua evoluzione. La nuova realtà è quel libro appena scritto, è quel libro appena letto, quel libro velocemente sfogliato, frettolosamente sottolineato, schematizzato, nella disperata ricerca di un messaggio. Del messaggio.
In ogni testo si racchiude un pensiero. Il libro, composto da più pensieri, elaborati, aggrovigliati, infiniti appare come una stesura lineare dell’incredibile capacità intellettiva umana. Il libro è la sfida continua di ogni uomo alla sua sofferta incapacità di far corrispondere la parola al pensiero. E così l’uomo  si trova alla ricerca scostante, confusa, di quella parola, di quell’insieme di parole che meglio esplicano il suo pensare. Quando le trova, quando un’illuminante intuizione arriva improvvisamente, egli la prende e la trascrive per non dimenticare quell’ordine così perfetto, quella realtà mentale che gli è apparsa tanto vivida in quell’istante.
La scrittura rappresenta, quindi, la volontà di comunicare quel successo, al di là dello scopo estrinseco di ciò che è stato scritto. La lettura, quale sua compagna inscindibile, rappresenta l’umile volontà di ricevere il messaggio e si meraviglia, s’inorridisce, lo elogia, lo tiene comunque per sé. Un gioco in completa sintonia, uno scambio continuo dove la ricerca di un quid è ciò che muove assieme lo scrivere e il leggere. Filo conduttore dell’incessante interscambio è il pensiero, che vuole essere sprigionato, essere comunicato, essere scritto, essere letto, essere capito…
Il nostro scopo è quello di assecondarlo.

Nicoletta Favaretto

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