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Un capolavoro della fisica, questi detenuti

Quasi 66 mila esseri umani stipati in centri di detenzione predisposti per al massimo 41 mila, in media 82 persone ogni giorno protagoniste delle procedure d’entrata – foto segnaletica, spogliazione, perquisizione anale -, nell’ultimo semestre una tendenza all’aumento di mille detenuti effettivi al mese, circa 60 i suicidi all’anno, poche migliaia quelli che si mutilano, una novantina le morti annue di cui una ventina in seguito a complicazioni causate da accidentali cadute dalle scale.

A che punto deve arrivare il degrado perché qualcuno cominci a preoccuparsene?

Non si può più trascurare il fatto che le carceri, le stesse istituzioni proposte come soluzione – o almeno deterrente – alla criminalità, nelle quali si dovrebbe insegnare il rispetto delle regole, siano oggi nella più totale illegalità. Non garantiscono al detenuto, il soggetto che si vede ristretta la propria libertà, il rispetto di normative che più che essere ispirate alla legalità, si direbbero frutto del buon senso: com’è possibile pensare che un detenuto sia costretto a quella che è paragonabile ad un’espiazione da gironi del purgatorio dantesco, mentre ci definiamo uno Stato democratico e gridiamo allo scandalo per le violazioni di diritti umani a livello internazionale? Beccaria sosteneva che la pena, al fine di non risultare violenza, “dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi”. Noi, nel nostro ordinamento, vediamo molte lacune: non ci risulta, per esempio, ci sia il crimine di tortura, previsto dalla “Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti” dell’Onu del 1984; voi direte che la detenzione non è sicuramente una forma di tortura e, in teoria, non dovrebbe esserlo: ma quando 148 persone sono costrette a vivere a 10 metri sotto il livello del mare, come nel caso del carcere di Favignana, con a disposizione acqua salata, immersi nell’umidità e nella muffa, voi non la chiamereste tortura? Sempre la Convenzione dell’Onu sulla tortura impone la creazione di organismi volti al controllo dei luoghi di privazione della libertà, che, ad oggi, sembrano mancare. Anche la Costituzione italiana ha qualcosa da dirci in merito: l’articolo 27, prevede infatti che le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato; è possibile, secondo voi, rieducare 718 persone in un carcere come l’Ucciardone di Palermo, predisposto per accogliere 378 detenuti, dove le turche sono tappate con bottiglie di vetro per impedire l’entrata nelle celle dei topi? O a Belluno dove il sovraffollamento arriva al 200%, l’assistenza medica è garantita da un solo medico per tre ore al giorno e i detenuti ammessi al lavoro esterno sono 2 su 100?

La situazione generale, però, risulta più variegata: fortunatamente ci sono anche esempi di buona vivibilità, come al carcere femminile La Giudecca dove le 80 detenute svolgono tutte attività lavorative sia interne che esterne volte al reinserimento nella società; molteplici, inoltre, i gruppi di volontari che offrono in attività che coinvolgono i reclusi: purtroppo esempi positivi ancora troppo rari per portare un miglioramento all’interno del panorama globale, panorama che risulta oscuro e indefinito agli occhi dell’opinione pubblica.

L’analisi sulle carceri italiane ci porta inevitabilmente a delle riflessioni politiche. Per non giungere a conclusioni affrettate, partiamo analizzando le statistiche: nel 1990 i detenuti erano poco più di 30 mila eppure l’ammontare di omicidi e di furti era notevolmente maggiore di quello odierno: il sovraffollamento a cui stiamo assistendo, quindi, deve necessariamente avere altre origini. Se non ci fosse stato l’indulto, provvedimento votato a larga maggioranza e subito demonizzato da chi fino al momento dell’approvazione se ne millantava sostenitore, il numero dei carcerati supererebbe i centomila. Vediamo anche le cifre degli addetti ai lavori: poco più di 42 mila sono i poliziotti penitenziari in organico, di cui solamente 16 mila preposti alla sicurezza delle carceri, 400 gli educatori, circa uno ogni 160 detenuti, 1140 gli assistenti sociali, uno ogni 70 detenuti.

Le ragioni di questo triste bilancio sono da rintracciare nelle scelte politiche: al clima più repressivo per reati come il consumo di stupefacenti – il 40% di detenuti sconta una pena per reati legati alla violazione della normativa sulle sostanze stupefacenti -, all’introduzione del reato di immigrazione clandestina e alla maggiore severità  nei confronti dei recidivi, non si sono accompagnate misure destinate alla gestione dell’inevitabile incremento del numero di detenuti, lasciando così impreparati e impotenti gli addetti alla sicurezza dei detenuti; questo, naturalmente, non funziona come scusante nel caso di atti di violenza come quelli contro Cucchi e Lonzi, incomprensibili episodi disumani che non possono incontrare giustificazioni.

Con queste premesse, le strade percorribili, al momento, sembrano due: quella caldeggiata dal governo che vede nella creazione di nuove strutture detentive la panacea di tutti i mali, o quella invocata dagli addetti ai lavori che individuano nella depenalizzazione, nella prevenzione e nell’educazione il punto di partenza per il processo di ri-umanizzazione delle carceri e la rivalutazione dei detenuti, che, in primo luogo, sono persone.

Non saranno eroi, direte voi, perché tutta questa attenzione? Non saranno eroi nemmeno in futuro, dico io, se qualcuno non gli da una speranza.

Colloquio coi prof. La Mantia e Neglie sul progetto di ricerca che partirà a marzo

«Sarà un convegnacolo: un evento, cioè, a metà tra convegno e spettacolo»: così i professori Neglie e La Mantia ci hanno illustrato il punto di approdo del loro singolare progetto.

Il tema è molto vasto: il dissenso e la manifestazione del dissenso, in ogni ambito. Il ruolo centrale spetterà agli studenti, ai loro interessi e alla loro fantasia. Ogni gruppo di ricerca creerà il suo “percorso didattico”, un lavoro di studio e ricerca concentrato su un ambito preciso della questione. L’evento conclusivo, poi, raccoglierà tutti gli spunti per creare un puzzle complessivo della nostra idea di “dissenso”.

La prima fase del progetto prevede, dunque, il lavoro di ricerca. Gli studenti interessati potranno riunirsi in gruppi e, a seconda dell’ambito che desiderano approfondire, scegliersi un professore di riferimento. L’approccio sarà multidisciplinare: potenzialmente tutti i professori potranno dare il loro contributo, anche attraverso piccoli seminari durante i loro corsi del secondo semestre.

Sono gli stessi prof. Neglie e La Mantia a proporre alcuni spunti. Si potrà spaziare dal “dissenso contro i totalitarismi”, come quello di Solidarnosc in Polonia e dei cattolici in Unione sovietica, a quello studentesco; dal dissenso armato di terrorismo e anni di piombo a quello utopico delle comuni maoiste e dei parchi Hobbit; dal rapporto “dissenziente” fra le chiese cattolica e ortodossa, alla Teologia della liberazione; dalla forza di andare controcorrente dell’antipsichiatria di Basaglia al tema delle “Piccole patrie”, le identità regionali che cercano protezione dall’invadenza  burocratica/tecnico/finanziaria dell’Unione Europea. Le ricerche avranno un taglio “multimediale”: cinema, letteratura, teatro e musica entreranno a pieno titolo nei lavori. Per questo si vorrebbero coinvolgere la Cineteca del Friuli oltrechè, magari, l’Università di Udine e Dams Cinema.

Ogni gruppo di studio produrrà infine un paper che verrà esposto durante l’incontro/conferenza finale. Inoltre probabilmente i lavori verranno pubblicati su un blog dedicato, in cui verrebbero anche esposte tutte le informazioni e le scadenze riguardanti il convegno e il lavoro dei gruppi di studio. Sempre a questo scopo saranno sfruttate le mailing list delle associazioni che decideranno di collaborare.

Il “convegnacolo” conclusivo (che si terrà tra la fine di aprile e l’inizio di marzo) sarà una manifestazione multimediale: un’unione di testimonianze dal cinema, dalla musica, dalla letteratura che spera di riuscire a coinvolgere anche i cittadini di Gorizia. Il modello di partenza è il convegno sul Sessantotto, svoltosi l’anno scorso sempre a Gorizia, solo con una struttura più organizzata e appunto una maggiore partecipazione degli studenti. Per curare l’aspetto iconografico della giornata il prof. Neglie è già alla ricerca di una “task force musica&immagini”.

Anche se non è ancora certo, probabilmente si riuscirà a ottenere l’attribuzione dei crediti liberi/F per il lavoro svolto nei gruppi di studio: più che un metodo per attirare più studenti, questo vuole essere un riconoscimento ufficiale della serietà del lavoro svolto.

Un altro aspetto innovativo di questo progetto è la partecipazione di studenti stranieri, russi e polacchi, provenienti delle università con cui è a contatto Gorizia: svolgeranno nelle loro università l’attività di studio e ricerca, per poi “confluire” qui per l’incontro finale. In particolare, gli studenti russi potranno forse condividere la loro ricerca con gli italiani, approfittando dello scambio che li porterà in Italia in marzo.

Il professor Neglie presenterà il progetto il prossimo 5 marzo durante l’apertura del suo corso di Storia Contemporanea. Ovviamente chi fosse interessato può fin da ora contattare i docenti: oltre agli spunti già forniti saranno la fantasia e la voglia di impegnarsi degli studenti a trasformare quest’evento in un’occasione di crescita e rinnovamento della nostro corso e della città di Gorizia.
Federico Faleschini

Francesco Marchesano

federico.faleschini@sconfinare.net

francesco.marchesano@sconfinare.net

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