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Benvenuti nella Marca, felice contrada ove solitamente alle comunali competono due liste: una leghista ed una civica (composta da fuorusciti della Lega). E’ il nostro concetto di alternanza.

Domenica ho votato pure io. Incredibile. Non starò qui a dirvi cosa o chi (tanto siete tutti gente sveglia), fatto sta che in tutto il mio comune solo altre trenta persone hanno espresso la mia stessa preferenza (dati del Ministero dell’Interno).

Non ho votato per così tanto tempo che, entrato nelle urne, non mi ricordavo come si facesse. Sono dovuto ritornar fuori e chiedere agli scrutinatori i requisiti formali d’un voto valido. Non me ne vergogno perché non credo nella “sacralità del voto”. La democrazia ed il voto per cui si prende in mano un fucile e ci si batte sulle barricate sono puri Ideali (e, tra parentesi, non è il sangue versato che rende più giusta un’ideologia, anche se a quanto pare si tende a dimenticarlo); si muore sempre per qualche Eldorado ma la realtà è molto più deprimente e nel suo nome non condannerò mai un astensionista. Se nessuno dei candidati rispecchia le nostre idee, l’atteggiamento più giusto è starsene a casa. E’, al contrario, proprio la logica del “male minore” che affossa la “democrazia”. E’ un atteggiamento, questo, degno del peggior qualunquismo. Oltre al fatto, poi, che accettare il “sacro diritto” del voto implica, inevitabilmente, che si ha il “sacro dovere” di obbedire al proprio governo: le due cose vanno di pari passo perché non si può incensare la democrazia con la mano destra e picchiarla con la sinistra quando ci disobbedisce (e purtroppo accade spesso).

Mi sono recato alle urne con coscienza pulita. Con orgoglio. Di più, con rabbia. Perché per la prima volta in vita mia il mio voto aveva un chiaro significato d’inappartenenza, e chi mi conosce bene sa quanto sangue io debba sputare insieme a questa frase: perché recentemente ho scoperto che il Veneto mi fa schifo. Non volevo votare, ma poi ho pensato che per me era una questione di personalissima dignità. Non l’ho fatto per l’Italia né per chissà quale programma. L’ho fatto solo per me. Per dirmi che io, con questo Veneto bottegaio, non voglio averci nulla a che spartire.

I Veneti (soprattutto i ventenni veneti). Piccole persone intrise di mediocrità bovara e di crassa ignoranza contrabbandata con il facile alibi di sapienza contadina, come se davvero il primo figlio di papà che arriva col Cheyenne fosse capace di distinguere l’uva bianca dall’uva nera (valla a coltivare, la terra, se proprio hai voglia di tornare alla natura, ed imparalo, il dialetto che vuoi difendere). Una terra che nel giro di due generazioni è passata dalla miseria all’opulenza senza mai riuscire a possedere nulla di quello che si trovava in mano; una terra che ha nostalgia – magari – di una Serenissima che a noi ci trattava come servi della gleba, a vergate; le villette recintate con telecamere e filo spinato, Eden privati, Suv e Sky sul tetto, ragazzi abbronzati e VI-RI-LI e le ragazze coi tacchi, sempre perfettamente truccate e perfettamente depilate, microcefali i primi ed oche le seconde, quando ci va di lusso, i cani veneti che in un mese si sbafano più soldi di quelli che io potrei destinare a me stesso, detesto tutti i motivi veneti che loro hanno per amare l’idea leghista, detesto la facilità con cui la loro sana fede cattolica si è tramutata in materialismo e in razzismo, detesto i Veneti. Sono tutti così piccoli e meschini, i Veneti, con la loro paura della Vita e la ricerca d’una patetica, definitiva sicurezza (la grandezza di un Uomo si misura nella sua capacità di accettare la morte, e nessuno in Veneto riesce più a pensarci, hanno tutti bisogno d’una fortezza qualsiasi perché lo sanno, che tanto non possono fermare i vermi).

Ecco perché sono andato a votare. Votare contro la Lega significa votare contro il Veneto, contro questa idea di Veneto perché è vero: la Lega vince perché ci rappresenta. Non solo politicamente, anche interiormente. E’ importante che comprendiate questo, i Veneti purtroppo sono Leghisti anche quando tentano di dimostrare il contrario perché la Lega si bilancia proprio sulle loro infime capacità spirituali. Si bilancia alla perfezione.

Ero solito difenderci. Contro chi mi diceva: voi Veneti, tutti razzisti – (e poi l’anatema, puntuale, Gentilini! Tu vieni dalla città di Gentilini!) Ma non serve. Avete ragione voi. E lo dico io. Non un terrone. Io, un Veneto. Anzi, un Trevigiano. Perché se è vero che “un libro non si giudica dalla copertina”, io dico che per anni di merda ne ho spalata tanta pur di trovare quelle quattro perle dimenticate da dio, e loro c’erano ma erano sempre abbandonate a loro stesse, pazze e stanche di andare per forza nel verso sbagliato, e tutte avevano bisogno, senza eccezioni, di protezione – e per trovarla hanno sempre dovuto andarsene. Per avere spazio. ‘Affanculo il Veneto. Io sono andato a votare per dire che qualcosa di diverso può esistere, punto e basta. Nessun voto utile. Non ho pensato il mio voto perché ho votato quello che ero. Non è cambiato nulla. Tranne per quelle trenta persone che ora sanno di esserci. Non sono forti e non lo sono mai state, non nel mio Veneto di sicuro. Ma almeno non sono più sole, per quanto ciò possa valere in giorni disgraziati come i nostri.

Rodolfo Toè

rodolfo.toè@sconfinare.net

Ci sono libri che raccontano una storia, e stop. E ci sono libri che contengono un intero mondo. Ci sono libri che, dal loro privilegiato punto di vista, analizzano e interpretano l’epoca in cui si trovano ad essere scritti. Ora, a guardare bene, si notano due caratteristiche che i migliori tra questi libri hanno in comune. Prima di tutto, essi sono romanzi, in genere. Non saggi, si noti bene, ma romanzi. Credo che ciò sia dovuto al fatto che un buon romanzo, limitandosi a narrare, può rappresentare anche il non detto, l’irrazionale, che è sempre presente in qualche misura in tutti gli eventi umani. Invece, un saggio tende per sua natura a razionalizzare gli eventi. Ecco quindi che un saggio perde quella parte di realtà che non può ridurre a schemi razionali ma che è fondamentale per capire il senso generale di un’epoca. Quindi, risulta incompleto.

Il secondo aspetto è che i romanzi che raccontano un’epoca il più delle volte sono scritti quando essa volge già al tramonto. Credo sia un po’ la stessa cosa che succede con le persone anziane: quando sei vecchio, se ti volti indietro riesci a vedere tutta la tua vita chiara, dritta dietro di te; ne capisci finalmente il senso complessivo, che ti era ignoto mentre percorrevi il tragitto.

Un esempio di questo è senza dubbio “La marcia di Radetzky”, romanzo di Joseph Roth del 1932. L’epoca in questione è la fine dell’Impero Austro-Ungarico, che Roth ha vissuto in prima persona: nato in Galizia, alla frontiera orientale dell’Impero, nel 1894, combattente nella prima guerra mondiale e poi esule prima in Germania e poi in Francia, morto alcolizzato e disilluso nel suo appartamento di Parigi poco prima dell’occupazione nazista, Roth ha sempre portato su di sé le stimmate del crollo di un mondo. E la sua vita, come spesso accade, si rispecchia in qualche modo nella sua opera: La marcia di Radetzky racconta la storia della famiglia Trotta attraverso tre generazioni, da quando Joseph, piccolo sergente di origine contadina, riceve il titolo nobiliare per aver salvato la vita all’Imperatore Francesco Giuseppe durante la battaglia di Solferino. Da questo momento, la vita della famiglia Trotta si lega a doppio filo a quella dell’Imperatore e, di conseguenza, a quella di tutto l’Impero: ogni evento della loro vita sarà simbolo di un cambiamento più grande nella vita del loro Paese. La microstoria è Macrostoria. Roth si concentra in particolare su Franz Trotta, figlio del sergente, commissario distrettuale e fedele servitore dello Stato, e su suo figlio, Carl Joseph, sottotenente suo malgrado nell’esercito austriaco. La differenza e il contrasto tra i due ci mostra il forte cambiamento di valori, il passaggio tra 800 e 900: come Franz Trotta è un fervido credente nell’Impero e nei riti e valori dell’aristocrazia austriaca, il figlio è turbato, disilluso; vorrebbe credere ma non ci riesce. Come il padre vive ancora nel mondo solido dell’800, gonfio di certezze e rituali che si ripetono sempre uguali a sé stessi da secoli, così il figlio è già un cittadino a pieno titolo del ‘900: cupo, insicuro, sente attorno a sé il mondo sbriciolarsi e diventare liquido. Anche il suo fare parte dell’esercito diventa, per Carl Joseph, solo una manifestazione esteriore e vuota, in cui non riesce a trovare alcun senso; cerca sempre nuove vie di fuga, nel gioco, nell’alcool, nell’amore, ma alla fine i suoi spettri rimangono, la mancanza di un senso si accresce sempre di più. E’ quindi un personaggio modernissimo, molto più moderno del tempo in cui si trova a vivere: l’Impero Austroungarico, sembra dirci Roth, non si è estinto a causa della Guerra mondiale. Essa ha solo velocizzato un processo che era già ben avviato e inarrestabile, perché nelle menti della gente più che nei rivolgimenti storici. I vecchi miti dell’aristocrazia asburgica ci appaiono già in decadenza, sono già dei fantasmi che camminano. A loro si sostituiscono nuove idee, come il nazionalismo, il nichilismo, la democrazia; ma in generale si afferma un nuovo uomo, incompatibile con quello vecchio: lo stesso imperatore ammette ripetutamente, nel corso del romanzo, di sapere che l’Impero non gli sopravvivrà . E non solo l’Impero: tutto un mondo, tutta l’Europa, sta lasciando il passo a qualcos’altro che spinge per entrare. La famiglia Trotta, e tutto l’Impero, sono sconfitti dalla storia stessa; se Carl Joseph sente su di sé il peso di questo fatto, ma non lo sa ancora riconoscere, il padre rimane cieco fino all’ultimo, per poi cadere più rovinosamente quando la guerra distruggerà la sua famiglia, il suo Impero e il suo mondo. Nel libro non c’è speranza; il sentimento unico è quello della perdita, della rassegnazione. Roth vede il suo mondo andare in frantumi, lucidamente, e non sa resistere in nessun modo, se non attraverso l’autodistruzione. Come Carl Joseph, Roth è uno sconfitto, un reduce; un uomo fuori posto nel mondo in cui si trova a vivere. Ma la sua situazione personale, com’è proprio di tutti i grandi artisti, non si limita all’Impero Asburgico: diventa simbolo di ogni uomo moderno. Che ha perso l’innocenza e la certezza di un senso, non avendo in cambio altro che sé stesso.

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

Quando a mancare sono le soluzioni

Lo sport più praticato in Italia non è mai stato il calcio. No, è sempre stato la capacità di criticare. Siamo i primi al mondo per criticare e auto criticare, insuperabili e instancabili adoratori del bicchiere mezzo vuoto, mai contenti e mai soddisfatti. Qualunque risultato è sempre arrivato ‘ad un costo sempre esagerato’ dunque con i ricorrenti miti della Vittoria Mutilata o della Vittoria di Pirro, scegliete voi.

Non dirò nulla di straordinario parlando delle critiche che circolano in questo periodo. L’Italia è sotto attacco. Come non lo sapevate? Una coalizione di nazioni straniere ha da tempo dichiarato guerra alla nostra amata patria. I leghisti pensando di sfruttare la situazione hanno già pensato di avviare

freedomhouse[1]

trattative separate, firmare la pace e inaugurare la tanto agognata Repubblica Padana. Sfogliare i giornali in questo periodo è una continua tragedia, migliaia e migliaia di parole spese a parlare degli attacchi giornalmente subiti dalle nostre bonificate pianure, dalle nostre fertili colline e dalle nostre bianche e italianissime montagne.

Effettivamente però (ah, il bicchiere mezzo vuoto) a mancare sarebbero solo le vittime di questa guerra. Eppure ci sono, anzi c’è. Ma si sa, dalla storia non si impara mai nulla. Non sono bastate le violenze, i soprusi, le angherie sopportate dagli ebrei, dai palestinesi, dalle popolazioni balcaniche, dai tibetani e dalle numerose etnie africane. Noi adoratori del bicchiere mezzo vuoto, siamo riusciti a trovare qualcosa per cui lamentarci ancora di più.

L’Italia è sotto attacco nella sua Italianità, con la I maiuscola. E la nostra italianità è messa in crisi dalle continue critiche e spregiudicati attacchi effettuati contro il primo rappresentante di tale Italianità, sempre con la I maiuscola. L’Italia è sotto attacco perché è il nostro Presidente del Consiglio ad essere sotto attacco. Ecco la vittima di questa guerra. L’unico oggetto di così tante persecuzioni, tanto da potersi (auto)definire “senza alcun dubbio la persona che è stata più perseguitata nella storia del mondo intero e dell’umanità”… Ora, in questo articolo ho già detto stupidate a sufficienza che potrei andare in pensione in questo momento. Anzi, potrei candidarmi (e vincere le elezioni) come parlamentare di un qualunque partito di un qualunque colore.

La domanda che mi sono posto spesso in questo periodo è stata: come è possibile pensare che attaccando il Presidente del Consiglio Italiano, l’italiano possa sentirsi offeso nella sua italianità? Ma, onestamente, come è possibile pensare che una persona come il nostro attuale Presidente del Consiglio Italiano possa rappresentare l’Italianità? Non voglio fare anti-berlusconismo da quattro soldi, ci sono fin troppi giornalisti per questo. Riflettendo su tale aspetto sono arrivato alla conclusione che le critiche che l’Italia subisce in questo periodo non siano indirizzate semplicemente e in esclusiva al miglior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni, nonostante lui si impegni per essere sempre al centro dell’attenzione.

Quegli attacchi sono provocati dalla Nostra incapacità di essere popolo, essere nazione, essere civili ed essere in grado di scegliere. Che cosa? Sicuramente una classe politica responsabile.

L’anti-berlusconismo, come già detto, lo metto da parte, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa (e mi scuso per il paragone, non vorrei mancare di rispetto ai volontari). Non voglio difendere il PD che fa finta di andare alla deriva: i comandanti (quelli veri) ci sono veramente e il timone è in mano loro. Non voglio nemmeno fare il grillino e attaccare “la casta”: è esclusivamente colpa dell’elettorato se certe persone ora possono vantare il titolo di Onorevole e non pagano il conto del ristorante (perché i signori Onorevoli non pagano il conto al ristorante). Chiunque ha trovato posto in Parlamento è stato votato da un numero sufficiente di persone che hanno trovato in lui una persona degna di fiducia che possa portare i loro interessi a Roma (e questo vale da nord a sud – Padania compresa).

Vorrei precisare a caratteri cubitali un piccolo particolare: qui non si tratta di attaccare una parte o di difenderne un’altra. È giunto il momento di rendersi conto del baratro in cui ci troviamo. Lo dico e lo ribadisco che parlo senza colore politico.

In questo momento della nostra storia Italiana e Repubblicana, iniziata perché abbiamo pagato un salatissimo conto, è il momento di rendersi conto di quali siano le priorità della nazione (si, è ora di considerare l’Italia una nazione, anzi Nazione), quali gli interessi personali di qualcuno e quali gli interessi personali di pochi. Differenziare queste tre categorie e iniziare a lavorare per le cose che contano veramente: quelle di tutta la popolazione.

E allora da qualche parte bisogna pur iniziare. Dovremo risistemare il bilancio dello stato, riuscire a portare sotto controllo il debito pubblico, recuperare quell’enorme porzione del PIL che viene eufemisticamente chiamata economia sommersa e avviare una riqualificazione della spesa pubblica.

Anzi chiamiamo le cose con il loro nome: dobbiamo eliminare gli sprechi. Ci siamo abituati a vedere ogni giorno fin troppi sprechi, e non parlo degli sprechi che vede Brunetta nei finanziamenti per la cultura (spiccioli che vanno bene per un po’ di populismo). Parlo del numero di auto-blu che portano i Signori Onorevoli dal ristorante a prendere l’aereo (che non paga, perché i Signori Onorevoli non pagano nemmeno i biglietti aerei) – circa 624 mila unità contate nei primi 6 mesi del 2009; parlo degli sprechi di tempo e di denaro dovuti e causati dai sindacati, che anche questo sia ben chiaro, svolgono una funzione fondamentale e indispensabile nella nostra Italia Repubblicana, ma è da troppo tempo che i loro costi superano di gran lunga i benefici e fanno politica quando invece dovrebbero focalizzare le loro attenzioni sul proteggere le categorie più svantaggiate e più a rischio.

Sfortunatamente siamo abituati a vedere tutti i giorni sprechi di questo genere, che non ci sorprendiamo più e cosa ancor peggiore non ci scandalizziamo più, non protestiamo più, non ci interessiamo più, non ci informiamo più.

Ed ecco apparire magicamente un ultimo spreco. La libertà di stampa in Italia appare alle volte come un vero e proprio spreco. Da una parte perché sono innumerevoli i casi in cui tale libertà viene abusata e violentata per esercitare una propaganda di basso, scarso, infimo livello, per proteggere l’interesse di quel qualcuno o di quei pochi. Dall’altra parte perché tante, tantissime volte è veramente penoso e triste vedere tante persone, lavoratori, pensionati, politici, dipendenti pubblici, professori e studenti che sprecano la possibilità di ragionare liberamente con la propria testa e che decidono di non leggere più i giornali, non leggere più libri, ascoltare o leggere approfondimenti tecnici di un argomento di attualità. E scelgono invece di affidarsi al Tgcom o allo Studio Aperto nella pausa tra il primo e secondo tempo del film in prima serata per rimanere “informati”. Mah.

Allora sprechiamo parole e aria per parlare del secondo uomo più perseguitato della storia, perché il primo è troppo impegnato a non farsi processare come qualunque altro cittadino (almeno quel diritto lasciamolo ai Signori Onorevoli). Sprechiamo parole per parlare della crisi economica peggiore dal 1929 e dei modi che non stiamo attuando per poterne uscire il più velocemente possibile. Sprechiamo parole per parlare di fantomatici attacchi che una coalizione di nazioni straniere, e i loro giornali nazionali, stanno scagliando contro i migliori rappresentanti da oltre 150 anni della nostra povera Italia.

Italiani stringiamci a coorte contro il nemico che senza alcun rispetto osa attaccarci (là dove ci fa più male).

Diego Pinna
diego.pinna@sconfinare.net

La ripresa delle lezioni è ormai vicina, più o meno tutti tra poche settimane ci ritroveremo sotto gli alberi del PUG a godere ancora un po’ della loro ombra o a proteggerci dalla pioggia. Questo è il primo, timidissimo, benvenuto alle nuove leve, matricole, studenti e studentesse, che iniziano il loro primo anno al SID. Ed è anche un primo, timido, benvenuto ai nuovi studenti di architettura, che contribuiranno a popolare un po’ di più l’università e la città.
E questo è il primo, timido annuncio per il prossimo numero di Sconfinare. Faremo di tutto per riuscire a trovarci tra le vostre mani la prima settimana di corso, ma riprendere dalle vacanze richiede sempre un notevole sforzo organizzativo. Non preoccupatevi, non tradiamo mai i nostri lettori, manteniamo sempre le nostre promesse, vero?
Concludo ricordando che la redazione è un gruppo aperto, a tutti, sempre più internazionale e internazionalmente presente. Troverete presto gli annunci per la prossima riunione: venite, vedrete e scriverete.
Alzatevi e scrivete!
Buon nuovo anno, buoni esami, buona scrittura tesi e buona pesca (che si augura sempre).

Diego
diego.pinna@sconfinare.net

Vado ad introdurre l’argomento. I giapponesi in queste cose sono sempre più avanti. Così hanno deciso di sfogare i loro pruriti sessuali con un’idea che non ha nulla di divertente. Ne avrete già sentito parlare, però mi ritaglio un attimino per analizzare il fenomeno “Rapelay”. Per la cronaca, si tratta di un simulatore di stupri interattivo. E’ un videogioco in cui il protagonista può fingersi maniaco, aggredire una famiglia di donne e violentarle. A quanto pare, sarebbe (chiaramente) realistico in molti dettagli e lo scopo sarebbe, dopo aver abusato a piacimento delle tre graziose fanciulle, farle abortire.

Fermo rimanendo che mi unisco al coro che denuncia quest’aberrazione, l’indignazione che scatta in me (o in noi) non mi è mica tanto chiara. Voglio dire. Tutti noi sappiamo che i videogiochi sono violenti. Violentissimi alcuni. Però, quando si tratta di fare a pezzi con la motosega degli esseri umani o di investire dei pedoni inermi (il mai troppo compianto Carmageddon) non si levano siffatte ondate di “vibrante protesta”. Ed è su questo punto che scattano i miei interrogativi.

Perché ci dà più fastidio un gioco sullo stupro quando altri giochi da un punto di vista puramente oggettivo sono anche peggiori? (visto che, abbastanza cinicamente, preferiremmo essere violentati piuttosto che fatti a pezzi con una motosega). Che senso ha stupirsi quando esiste di peggio? Più o meno è questa l’argomentazione che è stata tentata in difesa di “Rapelay”.

Io, nel mio piccolo, ho tre spiegazioni. E mi sembrano pure abbastanza valide, anche se chiaramente parziali.

In primo luogo, lo stupro è per antonomasia un archetipo di crudeltà gratuita che la società ha sempre dovuto esecrare. E’ una delle forme iconografiche più evidenti dell’inversione dei valori fondamentali: basti pensare allo spazio che hanno, nell’immaginario collettivo, gli stupri di guerra per averne un chiaro esempio (a questo proposito, vi consiglio un libro stupendo di tale Hillman, “Un terribile amore per la guerra”). Lo stupro è un tutt’uno con altre immagini, come l’uccisione di civili (soprattutto di vecchi e bambini), o l’omicidio di preti e di suore. Lo stupro è quindi un atto terrifico in sé, che si colora di altre paranoie sociali secondo le varianti culturali: lo stupro di gruppo, il negro che stupra la bianca, lo stupro di una cristiana, di una bambina, eccetera.

Fin qui la spiegazione culturale. Se mi addentro nelle motivazioni personali, posso dire che mi dà fastidio un gioco come “Rapelay”, paragonato ad altri suoi simili, per un motivo molto semplice: mi orripila pensare che qualcuno possa tirarsi seghe mentre violenta qualcuno in 3D. Perché così viene meno quella distinzione tra reale e virtuale che viene invece mantenuta in altri videogiochi, pure molto più violenti. L’eccitamento del giocatore allupato annulla la distanza tra lui ed il suo virtuale alter ego, quindi con le sue vittime. Di conseguenza, dal punto di vista psicologico, “Rapelay” è più violento (e di molto) rispetto ad altri videogiochi perché vi è immedesimazione, attraverso un richiamo agli istinti sessuali del giocatore.

Ed ora, visto che parliamo di istinti sessuali, vengo alla mia spiegazione principale, che però è anche la più controversa e la più grave. Vorrei venisse interpretata per quello che è, ovvero un’osservazione oggettiva e razionale priva di giudizi di valore. Volete sapere perché mi indigna “Rapelay”? Perché in ogni maschio c’è una parte morbosa, più o meno sviluppata, che in realtà desidera giocarci.

Avete presente quando Kundera parla delle vertigini? La vertigine non è paura di cadere nel vuoto. Ne è il desiderio. Chi di noi, una volta in cima allo strapiombo, non ha mai sentito quel sottile impulso al tuffo? Innocuo, per fortuna. La mente veloce ti richiama, ed acciuffandoti per i capelli ti grida la realtà: se tenti il volo morirai. Non è facile però estirpare un desiderio. La pulsione non scompare ed accade così che si tramuti tout court nel suo simulatore: il bungee-jumping. E la gente, regolarmente, fa la coda per provare questa emozione che nella vita normale non potrebbe ottenere.

Torniamo al videogioco. Se una casa di distribuzione lo ha messo in commercio, vuol dire che qualcuno lo comprerà. Almeno potenzialmente. E secondo me è questo che spaventa. Ovvero, finora abbiamo sempre trattato lo stupro come una variabile deviante di un sistema buono. Quello che sconcerta davvero di fronte a “Rapelay” è capire che forse non lo è, e che si tratta al contrario di una grandezza endogena. La veemenza con cui la nostra società accusa questo videogioco mi ricorda la ferocia di chi difende le cause degli omosessuali e degli extracomunitari proprio perché ha bisogno di dimostrare a se stesso e agli altri di non essere omofobo e razzista. Un gioco come “Rapelay” sfrutta il fatto che nel rapporto sessuale c’è sempre un certo quid di violenza. Anche se minimo, anche se infinitesimale. Soprattutto da parte maschile. E se sentiamo il bisogno di attaccare così duramente “Rapelay” è prima di tutto per dimostrare a noi stessi una cosa: questa violenza morbosa, questa violenza anormale, esiste anche in qualche profondo recesso della nostra anima. Ma per fortuna non siamo disposti a lasciarle spazio così facilmente.

Rodolfo Toè
rodolfo.toe@sconfinare.net

Erano passate poco meno di 48 ore dalla prima devastante scossa quando, guardando distrattamente la tv mi capitò di vedere un servizio di Bruno Vespa sul terremoto in Abruzzo:dopo spettacolari e prolungate immagini dall’elicottero di città e paesi distrutti, il pezzo in questione finiva con un primo piano del giornalista davanti ad una casa interamente distrutta, in una mano il microfono, nell’altra un coniglio di peluche rosa estratto dalle macerie, il conduttore di porta a porta terminava con tono “commosso”domandandosi se la bambina che viveva in quella casa avrebbe mai potuto giocare di nuovo col suo coniglio. E’ solo uno dei tanti esempi di quello che amo definire come “sciacallaggio mediatico”, che nelle ultime settimane ha colpito (non fosse bastato il sisma) le zone terremotate dell’Abruzzo. Persone più “educate” di me chiamano questo modo di fare giornalismo in televisione come “Tv dell’emozione”: l’obiettivo è semplicemente quello di alzare gli ascolti propinando ai telespettatori immagini forti, storie pietose e casi umani, un repertorio di cui i teatri di grandi tragedie come questa non sono mai avari. Devo confessare che seguire servizi di questo tipo ha generato in me seri problemi come travasi di bile, irritazioni al fegato e meno scientifiche incazzature: questa morbosa e perversa ricerca della storia pietosa, tragica e strappalacrime da mandare in onda il più presto possibile è secondo me una forma ancor più meschina e schifosa di sciacallaggio verso le vittime del terremoto. Si è tanto parlato nei primi giorni dell’allarme sciacalli, e molte persone non volevano abbandonare le abitazioni proprio per paura che i ladri potessero entrarvi e rubare indisturbatamente tutto, ma nessuno ha parlato degli altri sciacalli, quei giornalisti e direttori di telegiornali, se si può definirli tali, che per fare carriera e audience sono disposti ad approfittare delle disgrazie altrui degradando l’informazione a semplice pettegolezzo ed invadenza nella vita e negli affetti di migliaia di persone. Si può definire giornalismo fare reportage colmi soltanto di domande idiote e inopportune, tipo chiedere a chi ha appena perso tutto come sta? Il confine tra il fare informazione ed il semplice invadere senza rispetto la vita altrui per poter raccontare delle storie e non per dare notizie, è stato più volte oltrepassato in questa tragedia nazionale. La fame di informazioni che giustamente si genera dopo avvenimenti di questa portata ha condotto i media ad eccessi ripugnanti, creando una sorta di gigantesco e macabro grande fratello in cui i protagonisti sono le vittime del sisma; più grave ancora è stato il fatto che servizi opinabili come questi abbiano trovato ampio spazio in tutti i notiziari nazionali, mentre si è volutamente parlato poco di quelle sarebbero dovute essere le vere notizie. Vi è sembrato per caso che si sia parlato abbastanza dei tempi e delle modalità della ricostruzione, delle inchieste sugli accertamenti di responsabilità per i crolli, del pericolo che le mafie infiltrandosi vincano gli appalti per la ricostruzione, del fatto che una nuova normativa antisismica esista dal 2005 ma non sia mai entrata in vigore perché sempre prorogata? Non penso che i drammi privati delle persone abbiano la stessa valenza per la sicurezza e il bene comuni né facciano cinicamente più notizia del pericolo di infiltrazione mafiosa e delle  responsabilità di qualche politico o costruttore nel crollo di edifici antisismici. Ma evidentemente alla Rai, a Mediaset e in qualsiasi altra rete televisiva non la pensano così; nell’epoca dei reality show seguiti da milioni di annoiati telespettatori, l’informazione si è adeguata in fretta al nuovo formato televisivo. Il risultato ce lo abbiamo sotto gli occhi: i tg in questo spasmodico tentativo di immortalare la realtà più cruda e “autentica” fin nei minimi particolari sono diventati più finti dell’isola dei famosi e di uomini e donne messi insieme. Si cercano storie tragiche, e poi ci pensa il giornalista a condire il tutto con un po’ di pietismo ipocrita. A mio avviso, una delle tante cose che la drammatica vicenda abruzzese ci ha ribadito più che insegnato è che in Italia nel modo di fare informazione si stanno sempre più perdendo di vista le notizie vere, importanti, e si sta sempre più volutamente dando risalto a pezzetti di notizie o a particolari che la notizia già contiene. È così che sappiamo a memoria le tristi storie di almeno un centinaio famiglie aquilane (quanti erano in famiglia, quanti fratelli, sorelle e cugini aveva Tizio prima del terremoto, in che via e a quale numero civico abitavano) ma non sappiamo ancora perché, se quelle sono sempre state zone sismiche sono stati costruiti edifici nuovi come l’ospedale dell’Aquila che alla prova dei fatti di antisismico non avevano nulla. Questo modo di informare è solo un tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da problemi molto più grandi e incombenti, ed il dato preoccupante è che sta funzionando a meraviglia.

Matteo Sulfaro

E’ successo davvero! Il 9 marzo! Giuro! Fatevelo raccontare! In piena assemblea! Il capitano ha detto che se qui non ci piace siamo liberi di andarcene! E lasciare la barca! Bella forza! Ma non sapeva che qui è pieno di Iceberg! Evidentemente no! Da qualcosa avremmo potuto capirlo però! E’ stato troppo facile salirci! E non tutti erano convinti! Gli ufficiali più furbi se n’erano già andati da un pezzo! Per non parlare dei ricchi! Quelli si sono presi le scialuppe più veloci! Verso qualche nuova città all’estero! E i topi! I topi sono sempre i più svegli quando si tratta di andare a picco! Capiscono subito da che parte tira l’aria! Sissignore! Ma noi no! Noi siamo rimasti! Noi abbiamo avuto fiducia! Vorremmo solo che il Titanic a New York ora ci arrivasse! Non siamo capaci di saltare! E l’acqua è gelata! Non ci sono alternative! Ma il capitano non può virare! No! Però il capitano ha detto che siamo liberi di andarcene se così ci fa piacere! Grazie tante! Ma io ho pagato per arrivare fino a New York!

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Uno dei primi giorni del mio stage alla rappresentanza italiana presso l’OSCE a Vienna il mio responsabile mi disse che ognuno dei tre periodi di stage ha un evento importante: autunno-inverno la Ministeriale, estate la festa del 2 giugno, e inverno-primavera il Ballo di Carnevale.

Io ero capitata nel periodo della festa del 2 giugno, ma mi era sembrato un vero peccato aver perso un’occasione come quella di andare ad un ballo nel palazzo imperiale di Vienna, città dove i balli sono un’istituzione.

 Così sono riuscita a ottenere l’invito: e qui comincia il bello. Perché ogni ragazza, anche la meno femminile, sogna sempre di andare ad un ballo, di vestirsi come una principessa e ballare un valzer con il principe azzurro. Allora ha inizio la caccia al vestito, agli accessori, alle scarpe: vestito da sera, scialle, tacchi alti, pochette, gioielli.

 Ed eccoci a Vienna. Due principesse davanti all’Hofburg, nervose come non mai, impaurite dal dover affrontare quei diplomatici con i quali abbiamo lavorato per 3 mesi, ma che tuttora incutono quel timore reverenziale proprio di questa casta. La tensione scema quasi subito: appena entrate si torna indietro all’estate, quando in quelle sale ci si andava per le riunioni e ci si restava dalla mattina alla sera. Si  capisce immediatamente che l’ansia da prestazione legata alla fatidica domanda “Ma i nostri vestiti saranno appropriati?” risulta inutile, dato che il buongusto italiano vince sempre. Infatti mentre gli uomini sfoggiano il frac, un completo, o ancor meglio la divisa da cerimonia, molte delle signore non si distinguono per una scelta di abito appropriata: c’era chi aveva un vestito da cocktail (inappropriato), chi aveva un vestito evidentemente troppo piccolo (cattivo gusto), e chi aveva il vestito identico ad altre tre (poca fantasia).

 Tra i primi che riconosco tra la folla ci sono i diplomatici italiani, che ci accolgono con grande calore: il tempo di scambiarsi i convenevoli e fare un breve riassunto dei mesi precedenti, che veniamo interrotti dal cerimoniere che dalla cima delle scale addobbate da cascate di fiori annuncia l’inizio del ballo. Si salgono le scale tra fiori e giovani militari sull’attenti, con lunghe e doverose pause per le foto di rito, e finalmente si arriva alle sale: una rutilanza di luci, di tavole imbandite, camerieri che sistemano gli ultimi dettagli.

 E così ha inizio lo spettacolo. Le debuttanti fanno il loro ingresso trionfale, anche se con alcune cadute di stile, come una collana nera su abito bianco e degli evidenti problemi di coordinazione tra le coppie, e si aprono le danze: ballare il valzer a Vienna è un must, figuratevi dentro al palazzo imperiale!

Ormai eravamo all’Hofburg da quasi due ore, la fame iniziava a farsi sentire pesantemente, ma di cibo non ce n’era quasi traccia, solo un buffet un po’ improvvisato di specialità tipiche della Grecia, che quest’anno detiene la Presidenza dell’OSCE. Un po’ sconsolate cerchiamo comunque di tornare al nostro tavolo, e lì notiamo finalmente che la cena è iniziata: un buffet molto ricco, di specialità greche e ceche ( dato che la presidenza EU è della Rep. Ceca questo semestre). Bisogna dire che un dubbio ci attanagliava fin da quando avevamo scoperto che la cena era inclusa nel biglietto del Ballo: avremmo ritrovato le “Tartine dell’OSCE” che tanto ci avevano saziato e allo stesso tempo nauseato durante l’estate, o saremmo state graziate da un buffet più ricco e quasi quasi, più gustoso? Beh, la risposta è arrivata in fretta: alla vista sembrava un grande salto di qualità, ma all’assaggio si capiva che il catering era sempre quello di un tempo, applicato però a culture culinarie differenti.

  Tra una chiacchierata tra vecchi compagni di stage e la conoscenza dei compagni di tavolo si è arrivati ben presto alla mezzanotte, che come da programma riservava una sorpresa: era infatti prevista l’estrazione tra i biglietti venduti per la serata dei fortunati che avrebbero vinto dei viaggi in centri benessere di lusso nelle varie isole greche (ovviamente avevamo 4 biglietti, ma nessuno era vincente) seguito da uno spettacolo di musica e balli tipici greci. Questa è stata la parte più divertente della serata , perché se in una sala si ammiravano dei ballerini pseudo greci (Evan, il mio amico della presidenza, mi ha confermato che solo 3 tra il gruppo musicale e il corpo di ballo erano greci, gli altri erano austriaci doc) che si sbizzarrivano in canti e balli, coinvolgendo gli ambasciatori in un sirtaki un po’ stentato e  portando una ventata di Mediterraneo nella fredda capitale asburgica, nella sala adiacente un’altra orchestra suonava brani tra i più disparati, dai Beatles a alla colonna sonora di Nove Settimane e mezzo, da Asereje a What a Wonderful World. Ed è stato in quest’ultima sala che i diplomatici, sempre composti, hanno lasciato fuori la veste di diplomatico, per mostrare loro stessi, lanciandosi in balli sfrenati, che mi ricordavano le feste dei miei genitori e dei loro amici, a colpi di rock ‘n’ roll e musica anni ’70.

 Così al momento di andarsene verso un’altra festa, lasciamo questo meraviglioso palazzo e questa festa, finalmente diventata genuina e poco formale, che anche se di ballo viennese tradizionale, come ha detto la mia esperta in materia, ha ben poco, rappresenta perfettamente lo spirito dell’organizzazione che l’ha organizzata.

 

Leonetta Pajer

… E poi ti trovi a vent’anni a guardare rapito uno speciale televisivo su Fabrizio De Andrè, e ti rendi improvvisamente conto che forse buona parte di quello che sei oggi lo devi a lui, alla sua musica. Capisci come la tua sensibilità si sia modellata come cera sulla sua; come dagli anni dell’adolescenza interpreti ciò che ti succede attraverso le sue lenti. Come le sue rime si siano scolpite indelebilmente nel tuo subconscio, o in qualche altro posto lì in fondo, e come tu abbia conosciuto e catalogato la tua vita mediante esse.

E allora, cominci a pensare che forse è anche grazie a lui se sei sempre stato mosso a pietà e a commozione dai deboli, dagli umili, dagli emarginati, se in fondo senti battere anche in loro, “Anime Salve”, la luce fioca della dignità umana; se non li vedi in nessun caso colpevoli, ma solo vittime.

E forse, è anche grazie a lui se ancora oggi non puoi evitare di incazzarti quando vedi un’ingiustizia, se non riesci mai a dire “c’est la vie, chérie”, se non riesci ad accettare che il mondo vada diversamente da come credi esso debba andare, da come senti che potrebbe andare.

Ed è forse anche grazie a lui se, in fondo in fondo, dopo aver studiato, analizzato a fondo, compreso e ripetuto tutte le motivazioni che la possono scatenare, quello che ti rimane, e che vedi in una guerra, è soprattutto il lamento di un padre che piange la piccola morte del figlio maciullato, e il grido senza voce di una medaglia al valore militare. Questa visione può essere distorta e limitata, ma è più forte di te, e sai che dovrai conviverci sempre; è un tuo limite, e una tua forza.

E soprattutto, ti trovi a pensare che forse è anche grazie a lui se nei numerosi momenti di sconforto avuti negli anni bui dell’adolescenza, in cui ti sentivi diverso dagli altri, solo, limitato; in cui venivi sopraffatto dall’angoscia e dal desiderio di essere altro rispetto a quello che eri, di essere “come loro”, almeno una volta; se in tali momenti di abbandono sei riuscito, forse non a vederti parte di un tutto, quello no, ma se non altro, a sentirti orgoglioso di essere minoranza. Se sei riuscito a rimanere com’eri, a non cedere, a non lasciarti trascinare dal flusso, sempre “in direzione ostinata e contraria”; o se almeno ci hai provato. Se hai avuto le motivazioni necessarie per non abbatterti, e se alla fine sei riuscito a conoscerti meglio, ad accettare i tuoi limiti, a non sopravvalutare i tuoi punti di forza.

Per questo, sei presente anche tu nel momento in cui il porto di Genova saluta il suo figlio prediletto; ti unisci al grido di quella sirena, e senti come se l’Italia tutta si fermasse per un secondo, trattenendo il respiro. E allora, decidi all’improvviso di scrivere quello che senti in quel momento, di liberare il flusso di pensieri che ti accompagna da sempre, ma che solo ora si è fatto veramente chiaro.

Ti sfiora per un attimo il dubbio che tutto ciò sia un po’ troppo esagerato, che non sia altro che un futile esercizio di retorica dettato dall’emozione e dalla ricorrenza; dopotutto, si tratta solo di un cantante. Ma accantoni questo dubbio, per il momento: ne riparleremo domani, dopodomani, forse, a mente più fredda e distaccata. Ora, ti rendi solo conto del fatto che, come te, molte altre persone si sono viste stravolgere la vita da Fabrizio De Andrè, e che forse l’Italia di oggi, nonostante tutte le frustrazioni e il malgoverno, si è data un immaginario collettivo grazie a lui. E allora, sorge in te la speranza che, forse, nulla è ancora perduto.

Giovanni Collot

Giovanni.collot@sconfinare.net

Titolo La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo

Autore Audrey Niffenegger

Casa Editrice Oscar Mondadori

“E’ dura rimanere indietro. Aspetto Henry senza sapere dov’è e se sta bene. E’ dura essere quella che rimane”: inizia così la storia di Clare, innamorata di un uomo che scompare in continuazione lasciandola sola ad aspettare il suo ritorno. Fino a qui, la loro sembrerebbe una storia d’amore più o meno simile a molte altre, se non fosse per un particolare: Henry DeTamble non lascia Clare per sua volontà, semplicemente scompare senza poter far nulla per impedirlo e si ritrova a viaggiare nel tempo, catapultato improvvisamente nel suo futuro o nel suo passato. I medici la chiamano “cronoalterazione”, una malattia che Henry non può controllare: in un momento qualsiasi della giornata il tempo può rapirlo, sottrarlo alle sue occupazioni quotidiane, trasportarlo e lasciarlo completamente nudo di fronte ad un divertito se stesso bambino o ad un Henry adulto che lo fissa con aria interrogativa. I viaggi sono frequenti, passato e futuro si inseriscono continuamente nel suo presente frammentandolo, sconvolgendolo, ma c’è una cosa , una cosa soltanto capace di resistere al frenetico e casuale movimento delle lancette: Clare.

“E Clare, sempre Clare. Clare la mattina, assonnata (…) Clare che legge con i capelli sparsi sullo schienale della sedia (….) La voce bassa di Clare nel mio orecchio, spesso. Odio trovarmi dove lei non è, quando lei non c’è. E invece me ne vado sempre, e Clare non mi può seguire.”

Clare è l’amore di Henry, la bambina che a soli sei anni si trova davanti quell’uomo di trentasei, nudo come un verme, in piedi in mezzo al giardino di casa ed, invece di scappare a gambe levate urlando, gli procura degli abiti e qualcosa da mangiare e poi inizia a contare i giorni che la separano dalla sua successiva apparizione. Tutto quello che possiede è un quadernetto e delle date, intervallate da giorni, mesi , a volte persino anni di silenzio: Henry tornerà, prima o poi, forse per darle il primo bacio, quando ormai nel presente di baci ne hanno consumati a migliaia, forse per fare l’amore con lei per la prima volta, quando nel suo presente sono già sposati da tempo. L’intero libro si snoda così come una specie di diario a due voci, un susseguirsi di episodi accaduti in momenti fra loro lontani ma assemblati in modo da acquisire coerenza e fluidità. Le prime pagine possono risultare un po’ difficili, ma, una volta entrati nel meccanismo, si viene assorbiti completamente dalla storia. Una storia strana, un po’ ingarbugliata, ma dolce e mai banale, la storia di un amore che nasce e cresce in circostanze surreali, ma, dietro la componente fantastica, fa trasparire tutti gli elementi di cui è composto l’amore, quello vero. Alla fine del libro ciò che rimane è proprio la straordinaria semplicità di un amore che a prima vista di semplice ed ordinario non ha proprio nulla: “Mi fa paura l’idea di perderti” dice Henry ad un certo punto e Clare divertita “Come potresti perdermi? IO non vado da nessuna parte!” “Mi preoccupa l’idea che tu ti possa stancare della mia inaffidabilità e lasciarmi” “Non ti lascerò mai” risponde Clare “Anche se tu mi lasci sempre”.

Paola Barioli

Premio Nobel tra polemiche, minacciate crisi intergovernative e opinioni assai differenti, ma pur sempre grande letteratura.

12 Ottobre: premio nobel assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk.

“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva: l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi un giorno è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando ero sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancor più bello vedere le due rive insieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.”

Con questa affermazione del neo premio nobel Orhan Pamuk si riassume la sua visione del mondo, la sua concezione di letteratura; egli ci dona una piccola goccia dei suoi pensieri riguardo alla Turchia, patria dell’autore dal 1952. Al di là delle continue dichiarazioni tra lo stato francese e quello turco; dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una legge che punisce penalmente chi nega il genocidio della comunità cristiana armena degli anni 1915-18. Al di là della disapprovazione di Pamuk stesso e della Comunità Europea della suddetta proposta di legge considerata illiberale e controcorrente rispetto alla politica di riconciliazione dell’Ue atta a permettere l’entrata della Turchia nell’Unione. Al di là di tutte le polemiche, quello che non si deve porre in secondo piano ma far emergere con determinazione è l’esistenza di una produzione letteraria di alto stile che a partire dal 1974 muove timidamente i suoi primi passi con il romanzo “Oscurità e luce”. Dopo aver studiato giornalismo alla Istanbul University, Pamuk è stato ricercatore alla Columbia University a New York e alla University of Iowa. In questo periodo inizia a scrivere i suoi primi romanzi legati alla corrente del naturalismo; tutto riconduce a descrizioni di paesaggi smarriti e sconvolti della provincia turca, allo splendore della capitale sul Bosforo. Fino alla fine degli anni ’80 la sua produzione rimane legata soprattutto ad elementi biografici, a descrizioni di luoghi in cui l’autore ha trascorso la propria infanzia (La casa del silenzio, il castello nero). Il 1990 è l’anno di svolta che segna l’inizio del periodo postmoderno (Il libro nero); un periodo che tuttavia rimane fortemente permeato dallo spirito favoloso, dall’oralità della tradizione orientale, dall’eco dei vari racconti dei saggi nei quartieri turchi. D’importanza fondamentale è, quindi, il tema dell’identità che riconducibile sia al conflitto di valori tra l’occidente europeo e la cultura islamica, sia ad una più profonda radice psicologica. I romanzi lasciano spesso in sospeso la soluzione di tale conflitto, presentano trame complesse e personaggi di grande carica emotiva. L’Istanbul contemporanea e dell’impero ottomano non è solamente lo sfondo delle vicende umane ma assume la qualità di personaggio, di organismo vivo, con una sua storia da raccontare.

Ed è questo che costituisce il valore aggiunto del premio Nobel. La descrizione di una città sempre luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Il valore aggiunto risiede in quella capacità di unire la sua formazione estremamente influenzata dall’Oriente e quella sua nuova vita sempre a contatto con il mondo occidentale. L’autore si erge a punto di contatto tra queste due realtà eterogenee, le descrive, le fa leggermente sfiorare come un timido incontro e poi le fonde assieme. Stoccolma, infatti, annuncia: ” A Orhan Pamuk perché nell’anima melanconica della sua città ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell’interrelazione delle culture” .

Quest’anno il premio Nobel è stato assegnato, perciò, ad uno scrittore simbolo della cultura laica, ha prevalso una certa ragione politica che vede premiare un personaggio al centro di un archiviato caso politico, accusato dal governo turco di antinazionalismo per la sua presa di posizione sui massacri degli armeni e curdi. La sua patria nega, quindi, la classificazione di quest’uomo, che ha rifiutato il titolo di artista di stato, come un autore esponente di quell’engagierte Literatur, utilizzando una definizione tedesca, ossia di quella letteratura politicamente impegnata che da pochi anni ha incontrato la penna di Pamuk. Letteratura che coniuga efficacemente tradizione, avanguardia e sensibilità politica, nettamente al passo con i grandi processi di sviluppo che accompagnano i nostri giorni.

Nicoletta Favaretto

Bibliografia:

Oscurità e luce, 1974

La casa del silenzio, 1984

Il castello bianco, 1985

Il libro nero, 1990

Il volto segreto, 1992

La nuova vita, 1995

Gli altri colori, 1999

Il mio nome è rosso, 2000

Kar (neve), 2002

Istanbul, 2004

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