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Viaggio tra lingua e cultura

Di “au pair”, ragazze alla pari, in Italia si sente poco parlare, al contrario, nella maggior parte degli altri Paesi europei (e non solo) l’esperienza au pair è oggi molto diffusa.

Indubbiamente legato alle mansioni tipicamente femminili che la ragazza deve compiere,il classico stereotipo che l’ au pair debba necessariamente essere una Lei viene dovunque facilmente smentito:il mondo au pair infatti è aperto a tutti i giovani dai 17 ai 30 anni circa,senza distinzioni di sesso. Si tratta, di un esperienza linguistico-culturale svolta in un paese straniero con l’ obiettivo, oltre che di apprendere la lingua, di venire a contatto con culture e stili di vita differenti dai propri. La permanenza ha una durata variabile, a discrezione dell’ au pair, variabile da un minimo di uno, due mesi all’ intero anno, durante il quale la giovane sarà ospitata da una famiglia e avrà il compito di occuparsi dei banbini e di piccole faccende domestiche;dall’ altra parte la famiglia ospitante è tenuta a fornirle vitto a alloggio per tutto il periodo con l’aggiunta di un compenso simbolico settimanale, generalmente non inferiore ai 60 €,secondo quanto previsto dallo  Statuto Au Pair che vi invito a consultare prima di partire. Per reciproca correttezza è opportuno stipulare un contratto alla buona in cui vengano precisate le mansioni, le competenze richieste e l’orario di lavoro, molto spesso flessibile, ma di non oltre 40 ore settimanali. L’au pair deve inoltre avere la possibilità, ma non l’ obbligo di seguire un corso di lingua e i week-end sono abitualmente giorni di congedo.

La ragazza che decide di intraprendere questo percorso può quindi rivolgersi alle agenzie locali specializzare nel settore (è bene ricordare che però per quanto concerne il nostro Paese risultano ancora piuttosto limitate sia per numero che per diffusione sul territorio) , oppure affidarsi alla grande risorsa di Internet,  dove scrivendo “au pair” si apriranno migliaia di siti di collocamento per filles e familles e dove leggendo le condizioni dell’ uno, quelle dell’ altro,scorredo sui costo del servizio e sulla qualità dell’ offerta è piuttosto facile perdersi. Personalmente vi posso assicurare che si trovano più o meno facilmente dei buoni siti, completamente gratuiti, facili da usare e piuttosto efficienti, permettemi di consigliarvene uno che fin ora ha dato risultati soddisfacenti, a cui anch’ io mi sono affidata: http://www.aupairworld.it. Dopo aver creato il proprio profilo con i basilari dati personali  e selezionato i requisiti desiderati per il soggiorno( paese, periodo di permanenza, età dei bambini, lingua ecc.) viene richiesta una breve lettera di presentazione e motivazione, possibilmente nella lingua del paese di destinazione, ma non preoccupatevi si tratta di una formalità poco più impegnativa di una pagina di uno dei sempre più numerosi odierni social network!Inizia allora la ricerca delle famiglie rispondenti ai requisiti selezionati e dunque i primi contatti, scambi di mail o telefonate…ed infine giunge il momento della partenza !

Ora non vi voglio annoiare con i consueti trattari post-viaggio, ma vi posso assicurare che sei settimane in un grazioso villaggio sul lago Lecman a dieci minuti in treno da Ginevra sono volate e il tutto, si può dire completamente gratuito, anzi venendo pure pagati!Se da un lato non sono mancati creatività e autocontrollo per tenere a bada , senza annoiare due “dolci terremoti” e concilare  le loro mille attività (tra maneggi e campi da tennis mi sono anche fatta una cultura sportiva, vediamone anche il lato positivo, no?) , dall’ altro le soddisfazioni non tardano ad arrivare, quando la sera i birbanti ti vogliono sul letto a raccontare una storiella, col tuo buffo accento italiano di cui se prima ridevano, poi non potevano più farene a meno. Tra un bagno alla spiaggia sul lago , un pomeriggio a Ginevra, un auto messa a disposizione dalla famiglia per i piccoli spostamenti e l’efficienza della ferrovie svizzere, ci si ritrovava al lunedì senza neanche essersi accorti di aver passato un altro indimenticabile week-end in posti bellissimi e sempre nuovi.

Insomma , l’unico visto per la partenza come fille o fils au pair richiede tanta voglia di divertirsi, di mettersi in gioco,di imparare, di conoscere nuove realtà di parlare un’altra lingua, voglia di vivere e sentirti parte di un mondo diverso dal tuo, e infine anche un po’ di adattamento e flessibilità che non guastano mai.

Michela De Stefani

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 (tra rospi e intrugli di streghe senza processo)

Anche la poesia oggi viene dimenticata. Produzioni poetiche odierne pubblicate e abbandonate. Così ridondanti, così facilmente accessibili. Nulla emoziona, niente è più vividamente descritto. Una poesia immobile, rattrappita. Noiosa ed annoiata. Trascurata perchè non rispondente all’attuale principio del concreto. Un mucchietto di parole, frasi scritte tutte a sinistra ammassate dagli enormi spazi bianchi di destra. A volte però si riscopre ancora lo stupore. A volte ancora permane l’insistenza di un bagliore. Ancora qualcuno ridona alla produzione poetica bellezza, calore, lo stato di sublime necessità. Umilmente la mano di quel qualcuno risponde all’istinto. Innocente cede il passo all’irrazionale. Quell’istinto è di nuovo poesia.

     Non servono grandi città, il gusto sofisticato della metropoli per riscoprire sentimenti universali; la meraviglia non necessita di slogan o di pressanti campagne pubblicitarie. Piano piano il verso nasce ad Andreis lucido, schietto, autentico. Il verso di Federico Tavan, poeta friulano delle valli. Così si incontra la sua poesia, umilmente essa si dona e subito si fa amare. Inizialmente Tavan scrive per disperazione, dice. Nel verso emerge una vita passata tra ospedali, ambulatori e centri di igiene mentale: posti che non fanno per lui, come egli stesso afferma, per i suoi comportamenti poco comprensibili, le ansie ricorrenti, i pensieri audaci. Nel suo vissuto  Federico Tavan arranca in uno stato precario, non cerca pietà, non ricorre all’autocommiserazione. Esprime se stesso, la sua sofferenza. Poi l’incontro col gruppo culturale Menocchio, immediatamente si scopre la forza della sua scrittura, di quei versi in friulano che suonano come un urlo disperato. Sui quaderni del Menocchio di nuovo quei versi tutti a sinistra ora riempiono il silenzio del bianco che li affianca. Nascono così le prime pubblicazioni e segue la mobilitazione di alcuni scrittori (tra cui l’amico Paolini) affinchè il poeta -nostra preziosa eresia-, com’è stato definito, possa beneficiare della legge Bachelli che concede un vitalizio a cittadini indigenti distintisi nel mondo dell’arte.

     Quella di Tavan è arte pura. Scrive per piacere. Fugge con i suoi canti la modernità mentre alla ricerca di sentimenti autentici, di relazioni sincere, della realtà delle parole fagiolo, cane, zucca, Tavan scrive e segna sul foglio il destino di un uomo. Un uomo comune, pifferaio di vite comuni vissute al limite. Ed è proprio l’esperienza del finito che rende pura la sua poesia. Custode di sentimenti che non fanno storia, di vissuti che guastano il paesaggio, il poeta si fa portatore del grido delle pantegane che infangano le mani. Si ribella alla propria condizione, canta il mondo dei non vincenti, ma senza rassegnazione. La sua poesia è un grido universale io muoio su una croce diversa/ mordendo i chiodi/ e spingendo i piedi/ verso il basso a sentire/ l’erba che cresce. La produzione di Tavan nasce in questo modo, tra letture e interpretazioni dei maudit e del caro maestro Pasolini di cui egli continua l’opera in friulano. Ama gli eremiti, gli emarginati, ama le contraddizioni per restare se stesso. Tavan mette in luce l’esistenza di chi è in ombra, porge spiragli di purezza.

     Come spesso accade però dopo le prime pubblicazioni la necessità cede il passo all’abitudine. Tavan allora non scrive più, rifugge l’attuale meccanismo dell’efficienza. Mentre le sue pagine conservano valori e valore nel tempo, egli smette quando entra nei meccanismi umani.

E ‘i son passatz tre dis … ‘I àn sfurcjat la puarta, ‘i àn parat jù i armarons e al comodin. Jo ju spetave, platat sot al liet. “AH, DIU! ‘I SON RIVATZ I UMANS”. 

Nicoletta Favaretto

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Per gli studenti di Gorizia. Quelli che non hanno potuto esserci all’assemblea di mercoledì 23 ottobre. E quelli che non potranno esserci all’assemblea del 29 a causa delle lauree programmate nella sede staccata goriziana per quel giorno (nonostante che la centrale Trieste abbia decretato la sospensione dell’attività didattica). Ma anche, e soprattutto, per quelli a cui questa protesta non interessa. Con la speranza ma non la presunzione, di fare cosa sgradita.

Stato d’agitazione. Una condizione che ricorda lo stato d’allerta, quasi si trattasse di guerra o, com’è successo recentemente, di minaccia terroristica. Sennonché a dichiarare siddetta condizione d’urgenza, non è il ministero della difesa, ma un’assemblea degli studenti. Una delle tante in questi giorni di protesta anti-Gelmini. “Fate l’amore con il sapere” lo striscione appeso, non senza comiche difficoltà, sulle finestre al terzo piano dell’Università di Trieste. Sotto, senza il popolare yogurt, la mul(l)eria, gli studenti. Saranno novecento, millecinquecento. Chi azzarda 3 mila. Tanti, tantissimi, troppi per me che non sono mai stato bravo a far stime.

Di certo, come non era bastata a contenerci la sala Venezian, prima destinazione, così l’aula magna, seconda ma altrettanto vana sistemazione. “Fuori!”, l’urlo parte da quelli che s’accalcano all’entrata dell’aulone maestoso e oscuro. C’è voglia di partecipare, il grido si fa applauso e poi coro unisono. E fuori sia. Tempo d’organizzare una cassa e un microfono, nonché di percorrere le scale all’interno dell’edificio. Sembra di stare alla simulazione di un’evacuazione, quelle delle scuole dell’obbligo per intenderci. Solo che, a differenza di allora, non tutto scorre fluido e veloce. Niente maestro unico qui.

Percorro i gradini e mi risuonano in testa motivetti gucciniani da feste a base di rossi (i vini, ormai d’annata ci sono solo quelli). A me, che il ’68 non so nemmeno cosa sia, e non me ne importa nemmeno più tanto, vien da sorridere. Penso a Gaber, al bar Casablanca. La locomotiva, intanto, procede lenta fino al cortile, lì come all’uscita di una stretta galleria, riprende a correre. E’ un anfiteatro che si apre al mare, il cortile di piazzale Europa.

“E’ in questo luogo simbolo dell’Unione Europea che, significatamene, ci ritroviamo”. Apre le orazioni il rettore Peroni. Svelto e attento a liberarsi da ogni critica di strumentalizzazione della protesta. Issato al muro centrale, sventola debolmente lo stendardo europeo, affiancato dall’ancora più stanco tricolore. Che il Magnifico mi venga ad informare sullo stato delle cose, invitando la mobilitazione degli studenti a me, uno pocofico, un po’ puzza. L’atmosfera è da grandi parole, senza bisogno di scomodar la retorica. Basta guardar la folla e, per i più romantici, spingersi oltre, fino al golfo. E’ il sentimento che ti frega nella massa, e così ti ritrovi, senza volerlo, ad applaudire la non-negoziabilità della carta costituzionale. Il giurista Peroni dimostra di saper usare i termini del mestiere e chiude con un appello all’apostolato per la costituzione. Amen. Meno accesi di un requiem, gli interventi istituzionali a seguire. Con a ruota la rappresentanza dell’Ateneo di Udine e della SISSA (la scuola internazionale superiore di studi avanzati). La platea rimane attenta, in uno stand-by continuo, pronta ad accendersi, ad alzarsi, ad infiammarsi.

Finchè, finalmente, arriva il momento degli studenti, della sedicente muleria. Si capisce subito che i pompieri non serviranno. Non questa volta, troppa pacatezza nell’aria. Si salutano le parole di tutti con degli applausi più da conferenza che d’assemblea. Poche le interruzioni da standing ovation. E difatti, lo scopo è quello d’informare prima di tutto. E, stando al silenzio, più di assento che di assenso, ce n’è davvero bisogno. La legge 133, chi era costei? E il DL 112? Potrei indovinare che più della metà dei presenti non si è nemmeno preso la briga di leggere gli articoli d’interesse. Così la demogagia di una mobilitazione, fosse anch’essa giusta, può dilagare.

C’è spazio anche per il dissenso del dissenso. E’ uno studente della destra studentesca che denuncia gli sprechi del mondo universitario. Per difendere il suo diritto allo studio, non c’è bisogno dell’intervento dei poliziotti-guardiani chiamati alle armi dal Cavaliere-capitano. Infatti, lo sfortunato navigante si becca la sana dose di fischi ed evapora nella folla, felicemente. L’impavido lo sa, verrà premiato l’indomani con una citazione nel giornale locale, anche questo, nel suo Piccolo, conta.

Scorre da un’altra parte la corrente della protesta. Studentesse e studenti, ricercatori, precari, docenti con e senza cattedra. Le parole sembrano fluire insieme, in un corso morbido come l’Isonzo, romantico come la Soča. E insieme alle parole le cifre. Un miliardo e mezzo di euro, tanto si taglierebbe all’Università da qui al 2013. Togliere fondi all’Università e alla ricerca è come sparare su una croce rossa che di rosso ha già anche il bilancio.

Tanti si rivoltano in nome della pubblica scuola. Tanti tacciono nell’indifferenza passiva e sedentaria che ha ormai prodotto questa democrazia da reality. Tanti, soprattutto tra i non universitari (ma non solo), si chiedono se, tra sprechi e baronati, stringere la cinghia non abbia effetti su un uso più efficiente delle risorse. La verità probabilmente rimane sottaciuta: di progetti di riforma non si fa nemmeno accenno, solamente si spenderà meno e si continuerà a spendere male, e questo non farà menomale. Anzi.

Ma è bello pensare che, come hanno ripetuto fino all’autoconvincimento gli studenti intervenuti, “Non finisce qui”. Ci s’illude di essere meno soli a parlar di “sogni”. Ad unirsi all’appello dei “cittadini civili che oggi insorgono”. E’ romantico e serve. Unendomi al corteo partito spontaneamente per le trade triestine, ho sentito ragazzi uscirne per la paura di essere “segnalati” alle forze dell’ordine. Di più: una ragazza mi ha rivelato che appena ha visto i poliziotti vestire i guanti ha subito pensato ad uno scontro violento e si è dileguata. Mi chiedo che paese sia l’Italia, dove chi manifesta ha paura, chi governa usa questa paura come strumento, e chi, come la muleria, non dovrebbe aver niente da perdere, abbassa il muso e decide di convivere con questa paura. Democrazia o Paurocrazia? Nel dubbio, meglio scender impavidi nelle piazze, invadere le strade, far lezioni in città. E il quarto d’ora accademico? Al bar Casablanca. “Al bar Casablanca seduti all’aperto la birra gelata. Guardiamo le donne, guardiamo la gente che va in passeggiata. Con aria un po’ stanca, camicia slacciata in mano un maglione, parliamo, parliamo, di studentato, di rivoluzione.” Ma come? Con tutte le libertà che abbiamo, vogliamo anche la libertà di cambiare?

Un nipote illegittimo del signor G.

(Davide Lessi)

Per avere qualche idea delle cifre proposte mercoledì 23 ottobre e appena accennate nell’articolo, rimando al sito della facoltà di scienze: http://www.smfn.units.it/default.aspx

in particolare al link del powerpoint pubblicato dal professor Rui, preside di facoltà e primo docente a tenere lezione in Piazza Unità a Trieste, per sensibilizzare sui temi della protesta la società civile.

http://www.smfn.units.it/Lists/Announcements/DispForm.aspx?ID=85&Source=http%3A%2F%2Fwww%2Esmfn%2Eunits%2Eit%2Fdefault%2Easpx


Titolo La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo

Autore Audrey Niffenegger

Casa Editrice Oscar Mondadori

“E’ dura rimanere indietro. Aspetto Henry senza sapere dov’è e se sta bene. E’ dura essere quella che rimane”: inizia così la storia di Clare, innamorata di un uomo che scompare in continuazione lasciandola sola ad aspettare il suo ritorno. Fino a qui, la loro sembrerebbe una storia d’amore più o meno simile a molte altre, se non fosse per un particolare: Henry DeTamble non lascia Clare per sua volontà, semplicemente scompare senza poter far nulla per impedirlo e si ritrova a viaggiare nel tempo, catapultato improvvisamente nel suo futuro o nel suo passato. I medici la chiamano “cronoalterazione”, una malattia che Henry non può controllare: in un momento qualsiasi della giornata il tempo può rapirlo, sottrarlo alle sue occupazioni quotidiane, trasportarlo e lasciarlo completamente nudo di fronte ad un divertito se stesso bambino o ad un Henry adulto che lo fissa con aria interrogativa. I viaggi sono frequenti, passato e futuro si inseriscono continuamente nel suo presente frammentandolo, sconvolgendolo, ma c’è una cosa , una cosa soltanto capace di resistere al frenetico e casuale movimento delle lancette: Clare.

“E Clare, sempre Clare. Clare la mattina, assonnata (…) Clare che legge con i capelli sparsi sullo schienale della sedia (….) La voce bassa di Clare nel mio orecchio, spesso. Odio trovarmi dove lei non è, quando lei non c’è. E invece me ne vado sempre, e Clare non mi può seguire.”

Clare è l’amore di Henry, la bambina che a soli sei anni si trova davanti quell’uomo di trentasei, nudo come un verme, in piedi in mezzo al giardino di casa ed, invece di scappare a gambe levate urlando, gli procura degli abiti e qualcosa da mangiare e poi inizia a contare i giorni che la separano dalla sua successiva apparizione. Tutto quello che possiede è un quadernetto e delle date, intervallate da giorni, mesi , a volte persino anni di silenzio: Henry tornerà, prima o poi, forse per darle il primo bacio, quando ormai nel presente di baci ne hanno consumati a migliaia, forse per fare l’amore con lei per la prima volta, quando nel suo presente sono già sposati da tempo. L’intero libro si snoda così come una specie di diario a due voci, un susseguirsi di episodi accaduti in momenti fra loro lontani ma assemblati in modo da acquisire coerenza e fluidità. Le prime pagine possono risultare un po’ difficili, ma, una volta entrati nel meccanismo, si viene assorbiti completamente dalla storia. Una storia strana, un po’ ingarbugliata, ma dolce e mai banale, la storia di un amore che nasce e cresce in circostanze surreali, ma, dietro la componente fantastica, fa trasparire tutti gli elementi di cui è composto l’amore, quello vero. Alla fine del libro ciò che rimane è proprio la straordinaria semplicità di un amore che a prima vista di semplice ed ordinario non ha proprio nulla: “Mi fa paura l’idea di perderti” dice Henry ad un certo punto e Clare divertita “Come potresti perdermi? IO non vado da nessuna parte!” “Mi preoccupa l’idea che tu ti possa stancare della mia inaffidabilità e lasciarmi” “Non ti lascerò mai” risponde Clare “Anche se tu mi lasci sempre”.

Paola Barioli

 

Il liceo femminile “Santa Caterina da Siena” ha organizzato una festa. È la scuola di T ed E, e non mi è difficile procurarmi un ingresso. Mentre mi reco al bar del parco che ospita la festa rifletto divertito su come solo una scuola femminile possa organizzare la propria festa annuale la sera della prima partita della Nazionale. Arrivato sul posto presento il mio invito ai due culturisti di guardia, e l’organizzatrice mi consegna un buono consumazione. Si chiama S, e ha l’aria tesa di un regista esordiente la sera della prima. I suoi occhi scuri sono gentili, e la sua scollatura sta per esplodere. Interessante. Sorrido a lei e alle sue amiche, ma prima di poter intavolare una conversazione vengo investito da T. Ha un bel vestito nuovo senza spalline, e sta aspettando che arrivi il suo ragazzo. Il suo nuovo ragazzo, G. L’ho incontrato un paio di volte, e per quanto non sia esattamente nelle mie corde è certamente meglio di L. T mi presenta due amiche: I è bassa, paffuta e olivastra, mentre M è alta e atletica, con un viso dai tratti decisi. Carina. Il vestito nero le dona molto. Scambiamo qualche parola, poi muovo verso il vivo del party. Vengo deluso: E non si vede, e la festa sembra avere difficoltà a decollare. Tutti i maschi sono in disparte, a guardare la partita su un maxischermo, mentre le ragazze ciarlano a gruppetti. In un angolo un DJ pastrocchia pessima musica. Di colpo mi rendo conto di aver fatto un grottesco errore di valutazione: non ho calcolato che T ha due anni meno di me, e che è stata bocciata due volte. L’età media di questa festa è sedici anni. Di colpo mi sento vecchio. La prima ora passa senza sussulti, mentre sorseggio la mia Pepsi e violo continuamente la regola dei tre secondi*. L’evento più rilevante della successiva mezz’ora è costituito da L che si presenta alla porta in piena crisi di gelosia da ex possessivo. I muscolosi non lo fanno entrare, ma T diventa dolorosamente consapevole dell’enorme ritardo di G. A quel punto il DJ inizia a mettere sul piatto canzoni sopportabili, e lentamente si inizia a ballare. Gestisco male la cosa, ovviamente. Mai stato un buon ballerino, e le sottigliezze del rimorchio su pista da ballo mi sono aliene. Dopo aver ballonzolato senza scopo per una decina di minuti decido che è ora di una sigaretta. Esco dal bar e trovo T in lacrime. Non c’è che dire, ha un vero dono per trovare il ragazzo sbagliato. La consolo al meglio delle mie possibilità, le offro un tiro, e in quel momento parte “Hot Stuff”. Mercuriale come sempre, T si illumina in volto e schizza sulla pista. La inseguo, per accertarmi che non faccia sciocchezze e per riprendermi la sigaretta. La pista è più popolata, ora, e T inizia a flirtare con quattro ragazzi insieme. Ballo con lei, la maggior parte del tempo. So che il suo è solo un gioco, per prendersi una piccola rivincita sul suo ragazzo ritardatario, ma non voglio correre rischi. Da come balla, pochi capirebbero che sta giocando. Cerco anche di ballare con qualche ragazza, ma non sembro riuscire a stabilire un contatto. Dopo qualche minuto mi rendo conto che sto venendo evitato: le ragazze fuggono da me. Ho vent’anni, i peli sul petto, gli occhi affamati. Logico che le spavento. Due bimbette alte si e no un metro e quarantacinque mi si avvicinano, una delle due trascina l’altra. La vittima mi chiede quanti anni ho. Rispondo la verità, e le vedo fuggire un istante dopo. Mi fanno tenerezza, e mi sento ancora più vecchio. Aspetto la fine della canzone e poi siedo a riposare le mie vecchie ossa. Sono accanto ad M e I, e le ascolto parlare. M parla delle poesie macabre che scriveva alle medie e della voglia che ha di picchiare qualcuno. Sembra che abbia un delizioso lato oscuro, non troppo profondo, ma coltivato con cura sufficiente da rendere interessante una ragazza che fa venticinque ore a settimana di danza. Vorrei conoscerla meglio, ma non stasera, non dopo essere stato rifuggito da ogni ragazza presente. Ci sono cose più importanti del mio non battere chiodo: T è in crisi nera. È uscita di nuovo nel cortile, e sta piangendo. Io ed M la abbracciamo e le diciamo di non preoccuparsi. Mezz’ora dopo la partita è finita e G. si degna di arrivare. Osservo sconsolato il teatrino dell’incomunicabilità che ne segue e mi accendo un’altra sigaretta. T si fa venire a prendere da sua madre, io approfitto del passaggio e poco prima di arrivare a casa scopro che M, che contavo di rivedere, è una quindicenne. Serata persa, senza speranza.

*una volta stabilito contatto visivo con una ragazza, bisogna andare a parlarci entro tre secondi, per non perdere il coraggio e non passare per un maniaco.

Luca Nicolai

Per chi si trova a vivere a Gorizia il confronto con il confine rappresenta una tappa obbligata. Il confine non è però soltanto quelloche divide il territorio italiano da quello sloveno, ma anche quello – senza dubbio meno evidente – tra la città e l’università e ancora quello che separa i due atenei goriziani. Questo aspetto non è sfuggitoagli studenti del corso di laurea in Scienze internazionali e diplomatiche dell’Università di Trieste. Ed è da questa consapevolezza che nasce «Sconfinare». Ecco dunque il primo numero di quella che vuole essere da un lato un’occasione di confronto e riflessione all’interno del mondo universitario, ma anche un modo di aprirsi a Gorizia. Troppo spesso città e università vivono esistenze a sè, senza opportunità di scambiarsi esperienze e arricchirsi vicendevolmente. «Sconfinare» si candida allora a diventare lo strumento per superare quel confine che divide il colle che ospita il Seminario minore – oggi, appunto, sede del Polo universitario goriziano di via Alviano – da Gorizia e soprattutto dai goriziani. Non si concludono qui gli obiettivi degli studenti che hanno dato vita a questa nuova iniziativa editoriale. Il
giornale, infatti, avrà anche un’anima transfrontaliera attraverso la traduzione in sloveno dei principali articoli proposti in ogni numero. Nella speranza che continuino ad arricchire con i loro contributi la
realtà di «Sconfinare», i ringraziamenti della redazione vanno sin d’ora a Piergiogio Gabassi, Demetrio Volcic, Roberto Covaz e Pietro Neglie, senza dimenticare il Consorzio per lo sviluppo del polo universitario goriziano

Annalisa Turel

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