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Le due Gorizie saranno sede di una rassegna d’arte contemporanea che diviene sempre più trasfrontaliera ed europea.

 

Un semplice muretto con una rete. Un’apparenza modesta per quello che è stato uno dei confini caldi dello scorso secolo, la divisione tra est ed ovest, tra comunismo e capitalismo, tra Gorizia e Nova Goriza. Questo confine però sta subendo un processo di cambiamento inesorabile che ha avuto inizio ben prima della fine della guerra fredda, grazie alla volontà di cooperazione fra le due parti di quella che era stata un’unica realtà isontina.

Arcipelago 06 è la seconda edizione del Festival d’arte contemporanea trasfrontaliero e si terrà dall’1 all’8 luglio principalmente lungo la linea del confine che porta dal valico di San Gabriele a quello di Salcano oltre che ovviamente in piazza transalpina, il punto nevralgico ed emblematico del nostro confine. Questa piazza infatti è un po’ la porta di Brandeburgo goriziana, uno dei punti importanti di quando la città era unita ed ora invece è una piazza divisa fra le due realtà.

Eppure, come può aver senso una piazza che è per definizione punto d’incontro di vie e genti, nel momento in cui diventa confine?

La mostra Arcipelago riconsegna alla piazza la sua valenza unificatrice e di scambio, le sue opere d’arte, sparse e diverse, sono come isole, appunto, di un arcipelago, separate dal mare di un confine di burocrazie e leggi ma unite dalla loro forma, la loro essenza artistica che supera senza difficoltà ogni confine.

Questa rassegna diventa anche occasione di numerose altre attività culturali, dalla performance alla poesia, prosa, teatro, film, animazione e concerti musicali.

Le opere d’arte che sono presentate quest’anno sono emblematiche del successo di questa iniziativa: in una anno il numero egli artisti è più che raddoppiato ed ora sono presenti nomi dalla Bosnia Erzegovina, Croazia, Germania, Italia, Olanda, Serbia, Scozia e Slovenia. Nell’arco di due edizioni la rassegna si apre immediatamente al resto d’Europa dimostrando quanto è importante e sentito il tema del confine e della ricerca del suo superamento, oltre che ricordarci che questo è un confine europeo e rappresenta quelle barriere che dai Pirenei all’Egeo stiamo lentamente cercando di togliere.

Le opere d’arte che saranno esposte saranno molto all’avanguardia, utilizzando mezzi spesso inusuali per comunicare al visitatore e giungendo ad effetti più o meno apprezzabili a dipendere dei propri gusti ( ed alla bravura dell’artista); il mio consiglio è quello di osservare queste opere, più che esclusivamente come singoli pezzi, come un tutt’uno, un “arcipelago” che unisce e poi magari prendere spunto per riflessioni sul confine, per sconfinare con la mente.

Sconfinare. Sì è proprio questa la cosa secondo noi più importante, il pensiero che deve dominare non solo l’osservatore di questa mostra ma ognuno che vive e visita questa cittadina di “confine”. Siamo giunti, noi studenti, infatti a Gorizia con il sogno di andare oltre le barriere, di andare oltreconfine per l’abbattimento del confine stesso, per sconfinare.

Appoggiamo quindi pienamente lo splendido lavoro che stanno facendo per questa mostra la PROLOGO di Gorizia e KREA e LIMB di Nova Goriza e ci auguriamo che quando ognuno di noi osserverà le varie opere d’arte ,butterà l’occhio dall’altra parte per vedere quello che vi si trova, focalizzandolo fino a far scomparire il reticolato bianco dalla sua vista.

 

Cudicio Allan-Francesco

Come una voragine la scomparsa dell’ex- presidente serbo Slobodan Milosevic (avvenuta l’11mazo scorso n.d.r.) ha catturato l’attenzione delle principali testate giornalistiche europee. Abbiamo appreso così le cause apparentemente naturali del decesso, il rammarico dei nostalgici e quello, forse maggiore degli inquisitori, i litigi riguardanti la sepoltura. Oltre la sua cronaca però l’evento spinge a focalizzare l’attenzione sulla regione balcanica e sull’istituzione del Tribunale Internazionale per i crimini in ex-Jugoslavia. In entrambi i casi è naturale chiedersi che cosa rappresenti la scomparsa del leader.
Per la Serbia essa potrebbe costituire un’occasione per affrontare la propria storia recente ed esorcizzare i demoni del passato, operazione tuttavia molto ardua. Oggi il Paese è attraversato da una divisione politica variegata tra progressisti e nazionalisti, con una leggera prevalenza della destra. L’attuale governo è infatti portavoce di un nazionalismo conservatore e tradizionalista amplificato dal risorgere della Chiesa Ortodossa. La religione non solo ha ritrovato il fervore popolare, ma si è inserita nel mondo politico, caricandolo di simboli e miti che, in spregio ad ogni laicità dello stato, hanno portato verso una “divinizzazione della nazione”. La possiamo riconoscere nell’atteggiamento serbo verso il Kosovo. La regione è infatti considerata la culla della nazione, sede di monasteri e luoghi sacri che hanno forgiato l’identità nazionale. Tuttavia esso è, ormai da un decennio, un corpo estraneo inaccessibile ai serbi non residenti e da altrettanto i luoghi di culto non sono più oggetto di visite e pellegrinaggi. L’indipendenza probabilmente permetterebbe un transito più agevole, riaprendo ai serbi il proprio patrimonio identitario senza minarne l’autenticità, ma “la religione politica della nazione” (secondo un’espressione di Ivan Colovic) cozza con queste considerazioni.
Non sorprende quindi lo scontro continuo tra i messaggi di commiato all’ex-presidente lasciati dai cittadini di Belgrado a radio B92, tra saluti affettuosi e addii velenosi, elogi ad un eroe e maledizioni per la mancata condanna di un criminale: è lo specchio di una Serbia divisa e brancolante. La morte di Milosevic potrebbe spingerla ad imboccare una direzione definitiva, ma i tempi non sono maturi. Scacciare i fantasmi del passato è difficile perché alla fine della guerra non è stato accusato l’intero popolo serbo; si è chiesto invece d’individuare dei singoli responsabili, soluzione certo opportuna, anzi ineccepibile, ma sposata alla difficoltà di definire nettamente criminali e non, liberando così un’ampia zona di contingenza (tra presunti carnefici, complici scampati, fiancheggiatori e sostenitori passivi) che naviga nella società serba rallentandone l’emancipazione dall’eredità delle guerre.
Infine un breve accenno alla situazione del Tribunale internazionale. Alcuni dicono che la morte di Milosevic l’abbia ucciso. Certo sarebbe stato meglio che tutto fosse accaduto dopo il raggiungimento di un verdetto. Ora infatti in mano a Carla Del Ponte e colleghi rimangono per lo più le critiche ai lunghi tempi di procedura. Non è certo questa la sede e non sono mie le competenze per discutere approfonditamente la questione. Vale solamente la pena di ricordare che alcuni criminali incriminati sono ancora in circolazione. Un’energica azione dei procuratori per spingere le autorità nazionali alla cattura e all’estradizione, potrebbe spegnere le polemiche. I protagonisti (procuratori, UE e governanti serbi) sembrano averlo capito: l’UE ha deciso di non sospendere i negoziati di associazione e stabilizzazione e in cambio la Serbia ha dichiarato il suo impegno nella cattura ed estradizione di Ratko Mladic, con toni tanto risoluti e precisi riguardo alle condizioni del ricercato da far pensare che egli abbia già un piede all’Aja. La convergenza d’interessi tra gli attori comunitari e governativi potrebbe dunque assicurare un altro criminale alla giustizia, risollevando le sorti del Tribunale Internazionale e il cammino della Serbia verso l’UE.

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