You are currently browsing the tag archive for the ‘Settembre’ tag.

“Bello il romanzo che hai scritto”.

Ragazzini salutano Saviano dopo la sua visita a Casal di Principe nel settembre 2007

 

“Saviano è un simbolo, ma non ‘il’ simbolo della lotta alla camorra. La lotta alla criminalità, però, la fanno polizia, magistratura, imprenditori che sono in prima linea ma non sulle prime pagine dei giornali. Spero che resti, con la sua immagine contribuisce alla lotta alla camorra, ma il contrasto viene fatto ogni giorno con azioni militari ed indagini. Non vorrei ridurre lo Stato e la sua azione ad una personificazione”.

Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a Napoli (Campania), 17/10/2008

“Su Saviano sono stato frainteso. Ho voluto fargli un favore. Non è un bene per lui caricargli addosso tutte queste responsabilità, perchè non lo fanno vivere bene, non può essere lui da solo a farsi carico nell’immaginario collettivo della lotta alla criminalità”.

Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a Saint-Vincent (Valle d’Aosta), 18/10/2008

 

La mafia, la camorra, prima di uccidere discredita. Prima di spargere sangue, getta fango sul suo nemico.

Saviano ha dimostrato quanto forte sia il potere della parola perché con Gomorra ha acceso grossi fari sugli affari che la camorra cerca di tenere nel buio più pesto.

Anche i Casalesi conoscono il potere della parola.

La usano per dialogare con il loro territorio, con il popolo omertoso e spaventato, per togliere stima e rispetto a chi non ha che un libro per combattere. Per questo, quando l’anno scorso nel 2007 Saviano è tornato nella sua Casal di Principe dopo la pubblicazione di Gomorra, ha trovato saracinesche abbassate e ragazzini strafottenti: «Hai scritto un bel romanzo», tutta fantasia, qui nessuno ti prende sul serio e ti appoggia.

 

Con gesti e parole, poi, la mafia dialoga con i poteri forti, e spesso ottiene risposta.

Anche se sicuramente non sono solo merito di Saviano i risultati ottenuti dallo Stato contro la criminalità organizzata in Campania ma pure di poliziotti, carabinieri, magistrati, imprenditori; anche volendo considerare lo scrittore come un parolaio, portabandiera di una lotta idealista alla mafia; comunque le parole del Ministro dell’Interno non sono solo solidarietà alle sue forze dell’ordine; non sono precisazioni utili a proseguire con strumenti migliori la lotta alla criminalità; non sono semplici “puntini sulle i” messi per amor di precisione; né tantomeno hanno l’obiettivo di ridurre il clamore mediatico attorno a un caso delicato che avrebbe bisogno (avrebbe bisogno?) di maggiore silenzio.

Sono una presa di distanza grave. Speriamo che i Casalesi non abbiano sentito perché potrebbero interpretare male; potrebbero intuire che per lo Stato perdere “un” simbolo della lotta alla camorra non sarebbe poi così grave, e agire di conseguenza. Speriamo che non abbiano sentito le parole pronunciate dal Ministro a Napoli, perché sicuramente la smentita, sussurrata dalla Valle d’Aosta, non è arrivata alle loro orecchie.

Mentre scriviamo la raccolta firme di solidarietà a Saviano promossa da Repubbica, che ha visto l’adesione di sei Nobel, ha superato le 200 mila adesioni. I teatri, le scuole e i cinema italiani sono diventati luoghi di lettura ad alta voce di Gomorra, il presidente Fini ha accettato di invitare lo scrittore alla Camera. Pare che l’Italia dunque non sia un paese insensibile verso chi rischia la vita per denunciare la corruzione diffusa tra cittadini comuni ed élites del potere.

 

Gomorra, si è detto, non è una scoperta dell’autore, molti dei testi si devono ai colleghi di Saviano(raccolti sul sito Nazione Indiana). Lui li ha sintetizzati e ha avuto la fortuna di incontrare la stupida industria culturale che cercando il fenomeno mediatico è stata fregata e ha permesso di mettere in pubblica piazza i nomi di Schiavone e di tutti i casalesi.

Evidentemente questo non toglie nulla al valore del libro, e sopratutto al sacrificio che fa un ragazzo di trent’anni, non vivere la sua età. La lotta alla criminalità è in primo luogo schierarsi, è una guerra di trincea, si sta da una parte o dall’altra, e chi sta con gli altri, che si chiami sistema(sistema, cioè ordine e non degenerazione!) o mafia o ‘ndrangheta.

E adesso? E adesso è sempre la stessa storia, ognuno deve fare la sua: lo Stato batta un colpo, dichiari la sua esistenza, le imprese continuino a denunciare il pizzo e investire in affari puliti, i maestri insegnino il senso dello stato e i genitori educhino al rispetto. Noi faremo la nostra, le rivelazioni di Saviano sono l’urlo di una generazione, è bene che la nostra non dimentichi, quando ci troveremo negli alti posti riservatici da una laurea al SID, da dove veniamo. In questo momento bisogna stare vicini a Roberto Saviano, il suo desiderio di andarsene è offensivo verso un paese europeo, sarebbe vergognoso se questo dovesse accadere: tutti abbiamo visto la faccia di Sandokan, o ci siamo indignati davanti all’intervista a Francesco Schiavone, ma facciamo emigrare l’autore perché non riusciamo a difenderlo, è lo Stato (non solo il Ministero dell’Interno, ma tutti noi nel più profondo senso collettivo) che si arrende.

Franderico Naschesano

Franderico.naschesano@sconfinare.net

Annunci

Settembre, il mese della fine dell’estate, della vendemmia, della burocrazia e degli esami d’ammissione.

Ogni anno, ogni rientro dalle vacanze, ci si scontra inevitabilmente con questo signor Settembre. E bisogna farci in qualche modo i conti. Bisogna finire quello che è rimasto in sospeso prima delle vacanze e prima che (ri)comincino le lezioni, ci sono sempre le domande e bollettini da pagare e controllare, ci sono gli ultimi esami dell’anno da completare e ci sono anche gli esami d’ammissione.

Per questi ultimi fortunati è stata l’estate della maturità e della fine del liceo, delle vacanze veramente meritate e la vostra prima estate da “maggiorenni e maturi”. Ora scordatevi i 3 mesi estivi di libertà, appartengono al liceo, qui in estate si suda sui libri, e solo chi è stato veramente bravo può forse gustarsi le vacanze a partire da luglio.

Per l’esame di ammissione al SID 2008 si parla di circa 240 candidati, per 120 posti disponibili. Ottimi numeri, considerando il calo dei candidati nei due anni precendenti. Ma quest’anno ci sarà una novità ad accompagnare i candidati all’ammissione al SID, uno sportello informativo organizzato dall’ASSID (Associazione Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche) con la collaborazione di tutte le Associazioni Studentesche presenti a Gorizia, per consigliare e informare i candidati, i “Futuri Studenti Universitari”, nel loro ingresso nel mondo dell’università.

Buon rientro dalle vacanze, in bocca al lupo per gli esami e buon inizio del nuovo anno accademico!

Scarica il Foglio Informativo dell’ASSID

Diego Pinna

Un obiettivo fisso per il 2009, a incoraggiare chi ha votato per il presente governo; un cambiamento storico, per rinnovare una sinistra troppo frammentata ed indecifrabile.

All’orizzonte della storia della politica italiana si inizia a definire(a partire dal congresso di Orvieto, che ha riunito i dirigenti dei partiti del centro sinistra) un nuovo soggetto, futura evoluzione dell’attuale maggioranza.

Il corso di formazione politica dei DS al Bagno Ausonia di Trieste è un fedele spaccato del dibattito che anima leaders e tesserati in tutto lo Stivale. La mattina del 21 settembre intervengono un sondaggista, esponenti dei DS alla regione e rappresentanti dei giovani del partito(SG). Le macrotematiche sono comunicazione, definizione del PD e programma.

I sondaggi devono essere il criterio di scelta dei leaders della sinistra: la popolazione li vuole più vicini, meno egocentrici. Il linguaggio dei politici, troppo tecnico ed astratto, allontana la gente dal dibattito e comunica un’idea di elitarismo. È un punto importante quello della partecipazione diretta: il futuro elettorato del PD conferma l’entusiasmo delle primarie e già nei sondaggi rivela di preferire l’elezione dal basso dei propri capi. Il passo storico del nuovo partito dovrà essere anche il punto di svolta per una terminologia tipica ormai ideologica e fuori luogo. Parole come “lotta di classe”; “proletariato”; “femminismo”; “nemici” dovranno cedere il passo a “risanamento(del pubblico)”; “questione morale”.

Proprio il punto moralità apre il dibattito sul programma. La volontà è quella di lanciare un partito reso credibile ,prima che dal passato delle correnti che lo formano, da un programma concreto e che risponda alle richieste di tutte le correnti costitutive, nessuno escluso. Maurizio Pessato(DS) stila allora una lista convincente: primato dell’attenzione ai giovani(per lavoro e partecipazione alla vita politica), territorialismo, meritocrazia, attenzione all’ambiente, impegno internazionale per la pace, piena accettazione dell’economia di mercato e integrazione al suo interno, redistribuzione della ricchezza.

Il quadro è reso completo nel menzionare, come sostrato fondante e necessario collante, l’egualitarismo. Derivato dell’esperienza storica del socialismo, la tensione verso un mondo di persone di uguale dignità e a cui siano garantite le stesse possibilità dovrà essere alla base della proposta di valori del PD.

Rimangono tuttavia molti interrogativi a rendere incerto e difficoltoso il processo di formazione della nuova proposta progressista: Sapranno i leaders abbandonare l’ottica troppo egocentrica che li ha contraddistinti? Riusciranno a mettersi in discussione affrontando il voto dell’elettorato che sceglierà gli uomini di riferimento? Basterà un programma ben studiato ad accomunare gli interessi ampiamente differenti che danno oggi vita a Margherita, DS, Udeur, Verdi…?

Davide Caregari

Come l’abbiamo capita

 

In quest’ultimo periodo, la parola “Finanziaria” ha invaso la vita degli italiani; ma non per la sua novità, bensì per i contrasti creatisi in seno alle forze politiche di questo paese. La battaglia si ripete in realtà ogni anno.

Mentre con la legge di bilancio il governo si limita a fotografare la situazione finanziaria del Paese, con la legge finanziaria esso modifica le voci di spesa, aumentando o diminuendo le tasse, regolando insomma la vita finanziaria dei cittadini per l’anno a venire. Alla luce della sua importanza un dibattito acceso è assolutamente comprensibile. Il progetto di legge deve essere presentato alla Camera o al Senato entro il 30 settembre. A questo punto una Commissione parlamentare di bilancio la discuterà, proponendo degli emendamenti, e porterà il risultato in aula dove si procederà alla votazione. (Naturalmente gli emendamenti alla finanziaria possono essere presentati dai gruppi costituiti in Parlamento o da singoli parlamentari). Il testo, una volta approvato, passerà all’altro ramo del Parlamento finché verrà approvato nella medesima forma. La finanziaria entrerà quindi in vigore. Tutto però deve avvenire entro il 31 dicembre, altrimenti si entrerebbe in un regime di “esercizio provvisorio” per cui ogni mese lo Stato potrà spendere al massimo 1/12 di quanto ha speso nello stesso mese l’anno precedente.

Questa ultima “manovra di bilancio”, si legge in una nota di Palazzo Chigi,”si sviluppa secondo tre principi guida strettamente interconnessi: crescita, risanamento, equità”. Il progetto presentato quest’anno è notevolmente corposo: 33,4 miliardi di euro (la precedente era di 24 miliardi). Significa che il governo conta di raccogliere nelle sue casse la cifra menzionata e poi utilizzarla per due scopi principali:

–    favorire lo sviluppo (costo: 18,6 miliardi di euro);

–    mantenere il rapporto deficit/pil sotto il 3% (costo: 14,8 miliardi di euro).

Il primo ruota attorno alla riduzione del cuneo fiscale che è la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro ai dipendenti e quanto effettivamente essi percepiscono, al netto quindi di ciò che viene versato al fisco e agli enti di previdenza. Insomma si vorrebbe ridurre l’incidenza del fisco sul costo del lavoro che oggi è ad un livello del 45,4% dello stipendio lordo, mentre la media dell’UE a 25 è di 42,49%.

Il secondo deriva dai limiti del Trattato di Maastricht, con il quale i firmatari si impegnarono a rispettare un codice di condotta, le cui regole fondamentali sono due: un governo può spendere più di quanto raccoglie creando così deficit, ma non più del 3% di quello che il Paese produce in un anno. Infatti dietro al deficit si nascondono soldi che i cittadini prestano allo Stato, ma che andranno restituiti con tanto di interessi. Il deficit si accumula di anno in anno e forma il debito pubblico, ed ecco la seconda regola: per l’UE il debito non deve superare il 60% di quello che il Paese produce. Si tratta di parametri impossibili? Per l’Italia molto più che per altri Paesi perché essa ha accumulato negli anni un debito pubblico pari al 106% del PIL! L’UE nel ’92 ci permise l’ingresso a patto che c’impegnassimo a ridurlo, mantenendo il deficit intorno allo o%. Se consideriamo che la scorsa finanziaria puntava ad abbassarlo dal 2,9% al 2,7% capiamo quanto l’obiettivo sia distante, ancor più difficile da raggiungere a causa degli interessi che bisogna pagare ogni anno (circa il 12% della spesa pubblica).

I parametri del patto di stabilità non sono un limite irraggiungibile solo per il nostro paese: nostri vicini, come Austria(62,9%) e Francia (66,8%), si trovano in condizioni fuorilegge, ma anche Belgio (93,3%) Germania (67,7%, e che presenta inoltre un deficit del 3,5%) , Portogallo (63,9%) e Grecia (107,5%), si presentano in situazioni simili da almeno 3 anni. Oltre ai diversi pareri , che ovviamente si sono creati all’interno del nostro paese, all’estero vi sono state discordanti reazioni, che però in parte approvano questa ultima legge finanziaria.

L’Economist affermava che tra le cose sicuramente positive di questo governo, c’era anche il decreto volto ad erodere il quasi- monopolio televisivo di Berlusconi; la lotta contro l’evasione fiscale, nel caso si verificasse nei numeri attesi dal governo, farà riprendere fiato alle casse statali, e sarà possibile eseguire una ridistribuzione delle tasse, “tutto il resto è secondario – Mr Prodi said”. Secondo il Financial Times, questa finanziaria ha il duplice scopo di garantire la sopravvivenza politica del governo e ridurre il deficit, ma con tre difetti: “Primo, punta sugli aumenti delle tasse più che sui tagli alla spesa pubblica. Secondo, contiene artifici contabili. Terzo, non prevede riforme strutturali. Il problema dell’Italia non è tanto il deficit in sé, ma il fatto che sia accompagnato da una scarsa crescita economica.” Il Wall Street Journal sostiene che la crisi italiana potrebbe mettere in difficoltà i paesi della zona euro: “L’Italia ha il secondo peggior rating dopo la Grecia. La possibilità che l’Italia sia costretta a uscire dalla zona euro è remota, ma non può essere esclusa”. Vedremo se il dibattito interno e i giudizi esteri porteranno o meno ad una revisione del progetto. Nel frattempo però l’ntesa tra il governo e parti sociali, mostra un clima di collaborazione in Italia, ed una volontà di dialogo, pur accompagnate dalle proteste in piazza dell’opposizione.

Nell’attesa gli studenti possono solo sperare che, qualunque sia il risultato, questa finanziaria sia la prima di una lunga serie che porterà ad una sensibile riduzione del debito e che possa riaccendersi con decisione la crescita italiana. Altrimenti un domani saremo noi, in prima persona, ad affrontare pesantemente queste vecchie responsabilità.

 

 

 

I NODI DELLA DISCORDIA 

Le principali novità e i punti della legge che più hanno sollevato polemiche

  • Le aliquote IRPEF (l’imposta sul reddito) passano da 3 a 5 , portando la pressione fiscale massima dal 41% al 43%;
  • Varia la “no tax area” (reddito minimo al di sotto del quale non c’è tassazione): 7500 euro per i pensionati, 8000 per i lavoratori dipendenti, 4800 per gli autonomi.
  • Le deduzioni diventano detrazioni. Per ogni familiare a carico, prima si scalava una quota del reddito su cui calcolare le tasse, ora si riduce l’ammontare     delle tasse;
  • In ambito scolastico si propone l’assunzione di 150 mila nuovi docenti e 20 mila ATA. L’obbligo d’istruzione e l’età di accesso al lavoro verranno innalzati a 16 anni.
  • Superbollo sui SUV (i fuoristrada di lusso), che ha destato un acceso dibattito;
  • Viene introdotta un’accisa sugli alcolici del 10%. Inoltre è vietata la somministrazione di alcolici ai minorenni nei pubblici esercizi.

 

Diego Pinna e Emmanuel Dalle Mulle

Al Lido di Venezia vince a sorpresa la Cina

È giunta quest’anno alla sessantatreesima edizione la Mostra del Cinema di Venezia, che si inquadra nel più vasto scenario della Biennale di Venezia. Per la prima volta dal dopoguerra, l’edizione 2006, che si è svolta dal 30 agosto al 9 settembre, ha portato in concorso tutti film in prima mondiale, tra cui in particolare “The Queen” e “Il diavolo veste Prada” (fuori concorso) hanno portato una ventata d’aria fresca in una manifestazione a volte un po’ troppo uguale a se stessa. Madrina della rassegna è stata l’attrice italiana Isabella Ferrari, mentre la giuria è stata presieduta da Catherine Deneuve e composta da José Juan Bigas Luna, Paulo Branco, Cameron Crowe, Chulpan Khamatova, Park Chan-Wook e Michele Placido.

Molte le star di calibro mondiale presenti: sul tappeto rosso, inaugurato da una Scarlett Johansson in ritardo di 40 minuti (da vera diva), hanno sfilato, tra gli altri, Sandra Bullock, Helen Mirren, Adrien Brody, Jeremy Irons, Ben Affleck, Anne Hathaway, Meryl Streep, Rachel Weisz e Lindsay Lohan

Di seguito, una veloce carrellata dei premi assegnati in questa edizione.

A sorpresa, e non senza disappunto di molti, il
Leone d’Oro della 63ma Mostra del Cinema di Venezia è andato al cinese Jia Zhang-Ke, regista del film “Still Life”.

Leone d’Argento per la migliore regia
a Alain Resnais per “Coeurs”.
Leone d’Argento Rivelazione a
Emanuele Crialese
perNuovomondo”.
Premio speciale della Giuria a “Daratt“, di Mahamat-Saleh Haroun.
Leone d’Oro alla carriera per il regista statunitense David Lynch.
Leone speciale d’insieme alla carriera per
Jean-Marie Straub e Danièle Huillet.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Ben Affleck per “Hollywoodland”.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a
Helen Mirren per il film “The Queen”.
Premio Osella per migliore contributo tecnico alla fotografia a “Children of Mendi
Alfonso Cuaron.
Premio Osella per la miglior sceneggiatura a “The Queen” di Stephen Frears.
Premio Marcello Mastroianni per la miglior attrice emergente a Isild Le Besco in “L’intouchable” di Benoît Jacquot.
Il Premio Orizzonti DOC è stato conferito al lungo documentario di Spike Lee, “When the Levees Broke”, mentre il Premio Orizzonti è andato al film cinese “Mabei shang de fating” di Liu Jie.
Premio Venezia Opera Prima “Luigi de Laurentiis” a Peter Brosens e Jessica Woodworth per il loro “Khadak”.

Per la categoria Cortometraggi, Menzione Speciale al film “Adults Only” di Yeo Joon Han;
Prix UIP per il miglior cortometraggio europeo a “The Making of Parts” di Daniel Elliott.
Leone Corto Cortissimo per il miglior cortometraggio a “Comment on freine dans une descente?” di Alix Delaporte.

Federico Permutti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E A ROMA CI SI PREPARA PER LA FESTA

 

E’ ancora presto per poter dare un giudizio complessivo su una manifestazione tanto attesa come la prima edizione della
Festa internazionale del Cinema di Roma, voluta fortemente dal sindaco Walter Veltroni e dal presidente della Fondazione Musica per Roma, Goffredo Bettini. La manifestazione, in programma dal 13 al 21 ottobre, si propone come un evento veramente pensato per il pubblico: già a cominciare dalla denominazione (“festa” e non “festival”) si intuisce l’originalità dell’evento. Come ogni festa che si rispetti, la manifestazione toccherà il cuore della città, snodandosi in un percorso che va dall’Auditorium Parco della Musica fino alla Casa del Cinema, passando ovviamente per piazza del Popolo e via Veneto, fino a sfiorare luoghi meno centrali come la Casa del Jazz e la Casa delle Letterature.

Ma vediamo l’ossatura della programmazione: articolata in cinque sezioni principali, la Festa internazionale del cinema vedrà in programmazione 95 film da tutto il mondo, di cui 16, inediti, in concorso: tra questi, vale la pena menzionare “La Sconosciuta” di Giuseppe Tornatore ed “N – Io e Napoleone” di Paolo Virzì. Altro elemento innovativo è la composizione della giuria: non ci saranno infatti addetti ai lavori, ma il miglior film (al quale andrà un premio di 200mila euro), il miglior attore e la migliore attrice saranno giudicati da una giuria popolare, selezionata  da “Cin Cin Cinema” già nella primavera scorsa.

Chi spera di avere un “red carpet” all’altezza del Lido veneziano non dovrebbe restare deluso: è già stata confermata la presenza di star come Monica Bellucci, Sean Connery, Richard Gere, Harrison Ford, Viggo Mortensen, e soprattutto Nicole Kidman, che aprirà la prima edizione di questa rassegna del cinema con il suo ultimo film “Fur”, storia immaginaria della vita di Diane Arbus, la più importante fotografa del XX secolo.

Una prima edizione, dunque, che si profila molto più corposa di un numero zero, e, nonostante Veltroni si sia affrettato a ringraziare il presidente della Biennale Croff per aver compreso che “Roma non intende far concorrenza alla Mostra di Venezia”, sarà interessante tirare le somme di questo primo confronto tra le due rassegne cinematografiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

 

THE QUEEN

 

Voto: 9

Nazione: Regno Unito

Cast: Helen Mirren

Michael Sheen

James Cromwell

Alex Jennings

Durata: 97′

 

La notte tra il 31 agosto e il 1° settembre 1997, tutto il mondo fu profondamente colpito dalla morte della principessa Diana. Della tragedia furono incolpati i media, l’autista di Diana, e tante altre persone, non ultima la Famiglia Reale britannica. In questa pellicola ci viene offerto uno sguardo all’interno di Buckingham Palace e nella vita della regina Elisabetta II.

 

Il regista Stephen Frears è riuscito a ricreare la settimana seguente la morte di Diana in modo intelligente e acuto: è particolarmente efficace la presentazione della figura della “Principessa di cuori”, con immagini e filmati d’archivio che ci ricordano il suo impatto sul popolo britannico (e non).

 

Il film, però, è dominato dalla magnifica interpretazione di Helen Mirren (giustamente premiata come miglior attrice a Venezia), che riesce a mostrare come sotto l’apparenza austera della Regina ci sia una persona con sentimenti umani. Elisabetta II, dopo la morte di Diana, scelse di non manifestare pubblicamente il proprio dolore, attirandosi così l’odio della nazione: il film, però, ci racconta che la scelta della sovrana non dipese dalla sua indifferenza nei confronti di Diana, ma piuttosto dal fatto che lei stessa era convinta di dover fare così in quanto Regina.

 

Molto bravo anche Michael Sheen nel ruolo di un ambizioso e sorridente Tony Blair alle prime armi: fanno in effetti da filo conduttore del film il suo ruolo di mediatore tra la nazione inglese e la Regina, e i suoi tentativi di convincere la sovrana stessa a limitare i danni da lei causati all’immagine della Famiglia Reale.

Condito di battute e interpretazioni davvero degne di nota, “The Queen” è un film spiritoso e molto intelligente, sicuramente una delle migliori produzioni inglesi degli ultimi tempi.

 

 

IL DIAVOLO VESTE PRADA

 

Voto: 8

Nazione: USA

Cast: Meryl Streep

Anne Hathaway

Emily Blunt

Stanley Tucci

Durata: 109′

 

 

Tratta dal bestseller di Lauren Weisberger, da lei scritto dopo aver lavorato come assistente del direttore di “Vogue America” Anna Wintour, questa commedia pungente (diretta da David Franklin, già regista di molti episodi di “Sex and the City”) offre uno spassoso affresco del mondo dell’alta moda e del jetset internazionale che gravita attorno a New York.

A farla da padrona è la divina Meryl Streep (già in odore di un ennesimo Oscar), nei panni impeccabili e molto fashion della dispotica Miranda Priestly, direttrice della rivista “Runway”, vera autorità della moda a livello mondiale. L’interpretazione della Streep è davvero uno spettacolo: se da una parte è capace di cacciare via chiunque con un glaciale “That’s all” accompagnato da un gesto disgustato della mano, dall’altra riesce comunque a dare un certo spessore, e quasi un po’ di umanità alla diabolica Miranda.

Al suo fianco c’è la giovane Anne Hathaway (già vista in Brokeback Mountain), nel ruolo di Andy Sachs, la nuova “seconda assistente” della direttrice, al rimpiazzo dell’ennesima segretaria licenziata in malo modo. Fresca di laurea in giornalismo e piena di buoni ideali, Andy si trova così in quel posto che milioni di ragazze “ucciderebbero pur di avere”, mentre lei lo vuole usare solo come passaggio verso altre redazioni: è infatti fieramente ignara di come si scriva “Dolce e Gabbana” e indossa golfini infeltriti e gonne della nonna, suscitando l’ilarità delle (anoressiche) colleghe e il disgusto di Miranda.

 

Ma non avrà vita facile: dovrà infatti districarsi tra una serie di umiliazioni e di missioni impossibili (come recuperare il manoscritto dell’ultimo libro di Harry Potter per le figlie del capo), e alla fine cederà anche al suo look dimesso per indossare i capi da fashion victim scelti per lei da Nigel (uno Stanley Tucci in gran forma), braccio destro di Miranda. Si guadagnerà così persino la fiducia della “capa”, ma la sua vita personale ne risentirà, e per rimediare a ciò l’unica soluzione sarà ritornare la vecchia Andy di una volta.

 



 

Ahmadinejad e le ‘innegabili contraddizioni’

“Signor George Bush,, è da tempo che mi chiedo come si possono giustificare le innegabili contraddizioni che esistono sulla scena internazionale”. Così comincia la lettera che l’8 maggio il Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha inviato al collega statunitense. Molti ne hanno parlato, chi enfatizzando la storica apertura di Theran, chi smascherando la falsità di tale mossa, chi altro giusto per sentito dire. Probabilmente sono pochi però ad averla letta davvero. Troppo lunga, forse, per gli standard occidentali? O semplicemente di troppo? Parliamone, anzi no, prima lasciamola parlare.

Il leader iraniano introduce le proprie argomentazioni chiedendosi: “Si può essere seguaci di Gesù Cristo […] sentirsi obbligati a rispettare i diritti umani, presentare il liberalismo come un modello di civiltà […] fare della ‘Guerra contro il Terrore’ il proprio slogan […] ma allo stesso tempo…” ottenere risultati completamente opposti? E da qui inizia la rassegna degli errori (o se preferite orrori) che, secondo Ahmadinejad, sono poi gli stessi aspetti contradditori del modus operandi statunitense.

Innanzi tutto la guerra in Iraq. “A causa della possibile esistenza di armi di distruzione di massa in un certo Paese questo viene occupato, circa 100 mila persone uccise[…]180 mila soldati stranieri spiegati a terra[…]e il Paese catapultato indietro di 50 anni”.

Nel dar voce ad un bisogno collettivo di chiarezza, continua: ” […]i giovani, gli studenti universitari, le persone comuni hanno alcune domande circa il fenomeno Israele”. Entra così nel vivo della lettera. “Storicamente molti paesi sono stati occupati, ma penso che lo stabilirsi di un nuovo paese con un nuovo popolo sia un fenomeno esclusivo dei nostri tempi. I miei studenti dicono che 60 anni fa questo stato non esisteva.[…] Ho detto loro di studiare la storia della seconda guerra mondiale. […] Dopo la guerra sostennero che 6 milioni di ebrei erano stati uccisi. […] Supponiamo che questi eventi siano veri. Questo deve logicamente tradursi nella fondazione dello Stato di Israele o nel sostegno di quello stato?”

La questione israeliana è, con il recente programma di sviluppo energetico, uno dei punti a cui la comunità internazionale è più sensibile. Non stupisce pertanto che il tema successivo sia appunto il nucleare. Parola scomoda, mai usata nella lettera, che risalta con evidenza dal contesto: “Perché ogni progresso tecnologico raggiunto in Medio Oriente è tradotto e dipinto come una minaccia allo stato sionista? La ricerca e lo sviluppo non è uno dei basilari diritti delle nazioni?”.

La discussione sul progresso tecnologico spinge il Presidente iraniano a riflettere sui paesi meno sviluppati: perché in America Latina e in Africa i governi “eletti sono contrastati mentre vengono sostenuti leader golpisti” ed “enormi ricchezze sono saccheggiate. Anche il popolo dell’Iran ha molte domande e motivi di lagnanza, inclusi il colpo di stato del 1953[…]l’opposizione alla Rivoluzione islamica[…], il sostegno a Saddam nella guerra mossa contro l’Iran.”

L’analisi degli ultimi avvenimenti passa ovviamente attraverso l’11 settembre che, riconosce Ahmadinejad: “è stato un avvenimento spaventoso”. Non senza esprimere quei riserbi inquietanti di cronaca recente:”non è stata un’operazione semplice. Possibile che sia stata preparata ed eseguita senza alcun coordinamento con l’intelligence ed i servizi segreti?”. Decisivo, a suo avviso, il ruolo dei medi che “hanno parlato costantemente della possibilità di nuovi attacchi terroristici e tenuto la gente nel terrore[…]. Alcuni credono che l’esagerazione mediatica abbia aperto la strada per l’attacco all’Afghanistan[…]”.

Dall’informazione manipolata alla critica del potere democratico il passo è breve. “Nei paesi di tutto il mondo, i cittadini pagano le spese dei propri governi, in modo che i governi possano a loro volta servirli”. Ahamadinejad allora si chiede “che cosa hanno prodotto per i cittadini le centinaia di miliardi di dollari spese ogni anno per pagare la campagna irachena?” e ricorda al Presidente Bush le ‘regole democratiche’. “Chi si trova al potere ha un mandato con una scadenza, e non governa per sempre. Però i loro nomi saranno registrati nella storia, e verranno giudicati costantemente, nel futuro prossimo e lontano[…]. Siamo riusciti a portare la pace, la sicurezza e la prosperità per il popolo, oppure insicurezza e disoccupazione?”

Si apre così la parte finale della lettera nella quale emerge con forza il parallelismo tra i valori di due universalismi: quello cristiano e il suo pari musulmano. Valori e toni altrettanto profetici, che considerati con un po’ di relativismo, fanno assomigliare gli ayathollah di Theran ai teocon dell’amministrazione di Washington. D’altronde guardando alla storia il fondamentalismo cristiano e quello musulmano non sono poi così lontani. Un raffronto religioso di cui è intarsiata tutta la lettera: al richiamo dei principi della tradizione cristiana, è continuo l’alternarsi dei versetti del corano. Il tutto in una ricercata continuità di quella parola condivisa da “Tutte le religioni divine […] che è “monoteismo”. E quindi: “Tutti i versetti di cui sopra si possono ritrovare in un modo o nell’altro anche nel Vangelo[…].Non pensate che la fede in questi principi promuova e garantisca la pace, l’amicizia e la giustizia? […]. Non accetterete (l’invito ad) un ritorno autentico agli insegnamenti dei profeti[…]?”. Il crescendo sui principi del monoteismo si accoppia alla constatazione del risveglio dei popoli. “I popoli protestano contro il crescente divario tra coloro che hanno e coloro che non hanno”, e si celebra il funerale del “liberalismo e la democrazia di tipo occidentale” che “non sono stati in grado di realizzare gli ideali dell’umanità […]. Sempre di più vediamo che i popoli di tutto il mondo si stanno rivolgendo verso un punto focale – Dio l’Altissimo. […]La domanda che io vi rivolgo è questa: non volete unirvi a loro?”.

Questa la lettera di Ahmadinejad dunque. Resta, a nostro avviso, una considerazione da fare. La colpa dell’amministrazione Bush sarebbe, a detta di Ahmadinejad, quella di praticare i principi professati, andando a sbattere in ‘innegabili contraddizioni’. Ma come l’America, così l’Iran vive di contraddizioni. Non espresse nella lettera, come era d’aspettarselo, ma presenti nella realtà. Tutta la società ne è pervasa dall’economia e dalla politica fino alla stessa religione. Da un lato la censura, la legge islamica, la battaglia sul nucleare, gli interventi autoritari sulla vita pubblica delle persone (vedi l’hijab, l’abbigliamento previsto dall’ortodossia islamica per le donne); dall’altro la massa di giovani affamata di libertà (il 70% della popolazione ha meno di trent’anni), il fascino del modello di vita americano, la benzina che costa meno dell’acqua minerale seppur raffinata all’estero, e, soprattutto, la voglia di modernità di un paese che, come dice, Ramin Jahanbegloo, giovane filosofo di Teheran, vive in silenzio la sua rivoluzione culturale. “E’ il nostro maggio ’68, un maggio silenzioso”.

Davide Lessi

Emmanuel Dalle Mulle


 

No,non si parla di enogastronomia

Ho rinunciato al tentativo di trovare una spiegazione razionale al voto di aprile. Non contano più il declino italiano e il controllo mediatico o,a seconda dei punti di vista,il miracolo post 11 settembre e il controllo delle scuole superiori. Non un aspetto su cui le due parti concordassero;condizione che ha reso inevitabile un voto ideologico,sia dall’una che dall’altra parte. E non tanto per un ritorno in auge delle ideologie(personalmente,stento a considerare tale il berlusconismo),quanto perché,per qualunque simbolo si volesse barrare il 9 aprile,era richiesto un vero e proprio atto di fede. Del resto,come sperare in qualcosa di diverso,dopo mesi,anzi anni,di campagna perenne,in cui le parti si accusavano regolarmente di mistificare la realtà? Si è arrivati così al paradosso delle cifre militanti,dell’opinabilità della matematica o,perlomeno,di una sua doppia versione. Inevitabilmente gli elettori, disorientati sul confine fra due mondi diametralmente opposti, hanno votato col cuore e con la pancia. E non solo per un senso di appartenenza,quanto anche perché anni di campagna avevano messo fuori combattimento persino i neuroni più tenaci.
Non che questo costituisca una novità nel nostro panorama,per carità. Da garibaldini e cavouriani,interventisti e pacifisti,repubblichini e partigiani,democristiani e comunisti,socialisti e dipietristi,passando per la ben più pregnante divisione fra coppiani e bartaliani,era inevitabile che si diventasse tutti,anche a malincuore,o berlusconiani o prodiani. A dire il vero,forse mai come negli ultimi mesi i Fratelli d’Italia sono sembrati così simili nelle loro differenze. Due bisbetici chiusi nella stessa stanza, resi impresentabili dai loro tic e manie. Un braccio che va a sinistra e l’altro a destra,le gambe che,fatalmente,tendono al centro,la testa che cerca di mediare e perde completamente il controllo,un occhio socchiuso e l’altro semi aperto. Vittime delle loro manie,era ovvio che si andassero a scontrare ripetutamente e che,incapaci di un minimo di  autoanalisi,attribuissero tutte le colpe al fratello-nemico e,anzi,che trovassero nella sua esistenza la loro stessa ragion d’essere. Con tutte le debite proporzioni,perché mi rifiuto di associare Rifondazione alla Fiamma Tricolore,la stessa composizione degli schieramenti era similmente opposta:due ali estreme che ,di partito in parititino,sfumano in un centro indistinto e indistinguibile. E un altissimo tasso di divisioni interne,come testimoniato dalle prime dichiarazioni di vincitori e sconfitti vincenti.
E questa schizofrenia non ha potuto che riverberarsi,anzi piombare come un’incudine,sul 10 aprile. Siamo andati a dormire,dopo un pomeriggio hitchcockiano,senza capire in che paese avremmo vissuto,con Prodi e sodali che festeggiavano in piazza dopo la notizia che,prima del voto estero,avevano perso il senato,e Scajola  che parlava di golpe sudamericano,lui che dei metodi sudamericani è stato un ottimo imitatore a Genova. Situazione paradossale,che ha portato l’Unione ad affermarsi solo grazie al voto estero e ad una legge elettorale scritta con tutt’altre finalità. E il paradosso non poteva che trovare la sua apoteosi nell’ammissione(implicita) della sconfitta da parte di Berlusconi:non con una telefonata di auguri a Prodi,non con una dichiarazione pubblica,ma con una canzone accompagnata dall’immancabile Apicella.
Certo,rimarrebbe la questione dei valori che hanno diviso i due schieramenti. Anche per questo è inevitabile parlare di voto ideologico. Chi ha votato con la pancia,non l’ha fatto solo per il proprio tornaconto,ma anche perché nauseato,o estasiato,dallo spettacolo offerto dalla maggioranza negli ultimi cinque anni. Perchè è chiaro che c’è una differenza fra Tremaglia,che vorrebbe equiparare i repubblichini ai partigiani,e Ingrao,che la Resistenza l’ha fatta,fra Buttiglione,che parla dell’omosessualità come di una devianza,e Luxuria,persona che ha fatto della libertà nell’orientamento sessuale la sua bandiera.
Ma,anche in questo caso,è solo una questione di punti di vista.

“Perdere la memoria è come camminar nella neve senza lasciar impronta”. Edoardo Pittalis, editorialista  e vicedirettore del Gazzettino, spiega così le necessità del suo ultimo parto letterario. “Il sangue di tutti. 1943-1945 in Triveneto”  si muove da un preciso territorio, e dalla gente comune, per raccontare uno degli avvenimenti tra i più studiati della storia recente e, forse proprio per questo, tra i più discussi.
“Quando il fascismo cade l’Italia è spaccata in due, ai milioni rimasti fascisti se ne contrappongono altrettanti d’antifascisti”. E’ poi l’armistizio dell’8 settembre a “spappolare quel che ne rimane: iniziano due anni d’occupazione nazi-fascista, due anni in cui la scelta tra Repubblica di Salò e resistenza è un niente, mancano gli elementi e la consapevolezza per capire; d’altronde l’unica certezza nel Veneto d’allora era la fame”.  E nella “gran fame del tempo di guerra”, persone qualunque diventano, quasi inconsapevolmente,  artefici della storia.
Una storia di morte, di sofferenze, che racconta d’eccidi di bande nere, che riecheggia le gesta disumane di Julio Valerio Borghese (proprio quello del tentativo di “golpe” del ’70) e dei suoi della X^M.A.S. nel Montello,  che fotografa le macerie di una Treviso bombardata alla vigilia di Pasqua di 72 anni fa, che riscopre la crudele verità delle impiccagioni di Belluno, storia che sconfina fino a Trieste, nella Risiera di San Sabba dove ci fu chi si chiese da dove venivano quelle ceneri che cadevano sulle case di Servola e sul mare…
Ma è anche una storia che non dimentica le rivalità interne sul confine orientale, come a Porzus dove, al grido di una libera Italia contrapposto al sogno rosso titino, s’uccisero tra loro partigiani e cadde tra gli altri Ermes, nome di battaglia di Guidoalberto Pasolini, il fratello del genio letterario di Casarsa. Storia che non trascura la sommersa verità delle foibe, il disegno oscuro di chi nel cancellare la memoria altrui la seppellisce nelle voragini della madre terra.
E’ tutto questo e altro ancora il libro di Edoardo Pittalis, il tutto scritto con un inchiostro che vuole rimanere indelebile nella mente dei lettori. Perchè quel “sangue di tutti” non può versarsi nel già straripante fiume dell’oblio.

Davide Lessi

Flickr Photos

Commenti recenti

Anulik su Armenia e Nagorno Karabak…
Edoardo Buonerba su Benvenuti al Sud
Fabione su Un piccolo riepilogo sulla…
marzia su Agenzie interinali
dott. Luca Campanott… su Il Friulano non è una lin…

Blog Stats

  • 11.332 hits
Annunci