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Fonte: Limes online

 

Qualche settimana fa Mosca si risvegliava sconvolta da due bombe. Alcune donne musulmane, “fidanzate di Allah”, hanno fatto tremare la terra e ucciso 39 persone. Inadatte (e indegne) alla resistenza armata contro il governo russo combattuta nei boschi montagnosi del Caucaso, sono loro che i mariti spingono fino al cuore della Federazione. La donna diventa ordigno e passa facilmente inosservata nella cultura russa, che non è abituata a vedere il femminile come una minaccia.

Il Caucaso è una zona tanto ricca culturalmente quanto martoriata da guerre e povertà. Dietro ogni versante di montagna si nasconde una minoranza etnica, in un mosaico intricatissimo. All’inizio della sua storia il comunismo sovietico prometteva ai popoli di Russia l’autodeterminazione negata da secoli di imperialismo zarista. Ben presto però Mosca si accorse che ogni concessione alle “nazionalità” rappresentava un passo compiuto verso l’autodistruzione dell’URSS. In un clima di nazionalismi emergenti, ben pochi stavano ad ascoltare l’appello alla “Rivoluzione Mondiale”. Così nel corso dell’ultimo secolo è stata la forza a tentare di sovrapporre ad ogni particolarismo nazionale un unico modello di homo sovieticus capace di tenere insieme popoli diversissimi. Dalle migrazioni forzate di Stalin alla gestione ambigua di Gorbachev, nel mosaico caucasico si è consolidata una memoria storica fatta di scontri e oppressioni. Per non parlare della Russia democratica.

Putin sale sulla scena politica a cavallo del nuovo millennio come il risolutore dell’enigma caucasico. Porta un po’ d’ordine in una Russia rotta in mille pezzi, e lo fa con la violenza e la sospensione di ogni diritto per i ribelli caucasici. Le operazioni antiterroristiche si sono concluse solo l’anno scorso. Distrutta dalla guerra e isolata fra le montagne, per la regione al dramma storico si aggiunge una totale mancanza di prospettive di sviluppo. In certe regioni del Caucaso russo la disoccupazione raggiunge l’85 per cento. Il secondo pilastro della strategia putiniana è quindi quello di inviare fiumi di denaro (650 milioni di euro nel 2009) lasciandoli gestire, è il caso della Cecenia, ad un uomo forte, mafioso e a capo di milizie temibili, il leader paramilitare Ramzan Kadyrov.

La vita delle famiglie sospettate di collaborare con il terrorismo non è stata facile. Ci sono madri che hanno visto sparire tutti i loro figli, uno dopo l’altro. All’alba, un convoglio di auto blindate entra nel giardino sgommando, un gruppo di incappucciati totalmente anonimi entra armato in casa, rapisce un familiare e scompare. Nella disperazione di chi resta e che, quasi automaticamente, cade nelle braccia del terrorismo islamico indipendentista che infiamma in particolare le Repubbliche federate di Cabardino Balkaria, Ingushezia, Cecenia e Daghestan. Esprimere il proprio disagio mandando qualche donna a esplodere nella metropolitana di Mosca non è troppo difficile. Infilare una bomba umana in un circuito sotterraneo di quasi 300 kilometri e 180 stazioni è un gioco da ragazzi. La bomba è ancora più efficace se mette di fronte ai sopravvissuti che escono dalla metro il palazzo della Lubyanka, sede di quell’FSB che dovrebbe garantire la sicurezza a Mosca seminando il terrore nel Caucaso. È per questo che il presidente Medvedev non può che rispondere alla provocazione terrorista con le parole “Li prenderemo e li ammazzeremo tutti”. Una forza verbale che nasconde tuttavia qualche dubbio sul piano strategico.

In effetti si capisce sempre meno in quale misura la politica “antiterrorista” nel Caucaso faccia capo a Mosca o ai signori della guerra messi a capo delle province. Ultimamente infatti il vassallo Kadyrov di Cecenia è sempre più indisciplinato. Con il denaro che arriva da Mosca, crea nel centro di Groznyj un’illusione di benessere; ma soprattutto rafforza il suo potere e si rende sempre più indispensabile per il governo del suo feudo. È per questo che all’inizio di quest’anno Medvedev e Putin hanno compiuto di comune accordo un passo piuttosto nuovo rispetto alla loro precedente strategia, creando un’unica maxi-regione caucasica. Se il controllo amministrativo resta nelle mani dei potentati locali, la gestione dei fondi farà invece capo ad un unico “console”, rappresentante ufficiale del governo centrale. Per questo incarico è stato scelto un uomo “nuovo”, Aleksandr Khloponin: per la prima volta qualcuno senza un passato nei servizi segreti e che, al contrario, ha dato prova di buona amministrazione durante il suo incarico precedente in Siberia. Un disegno di lungo termine potrebbe così vedere le Repubbliche separatiste a maggioranza musulmana diluite con la regione a maggioranza russa di Stavropol in una nuova superprefettura (vedi carta).

Il futuro nel Caucaso russo dipenderà insomma da quale delle linee il governo vorrà seguire dopo gli attentati a Mosca: quella dell'”ammazziamoli tutti”, capace di trovare il sostegno dell’opinione pubblica russa ma inefficace nel lungo periodo, o quella più lungimirante della “buona amministrazione”. La scelta non è scontata.

Francesco Marchesano
francesco.marchesano@sconfinare.net

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Non è che mi aspettassi che Bertinotti venisse portato in trionfo e usato come ariete per sfondare il portone del comune reazionario.Ma insomma,pur sempre del comizio di un partito comunista si trattava.
Diciamo che le premesse non erano state delle migliori:scoprire che l’incontro si sarebbe tenuto in un piccolo teatro,allontanava il sogno di vedere fiumi di operai invasati sulle note di Bandiera Rossa.Però un po’ci credevo,speravo che ci fossero almeno quei pensionanti militanti,malevoli e astiosi,che passano le giornate sugli autobus a diffondere ventate di pessimismo.A vedere la platea,veniva voglia di dire che non ci sono più i comunisti di una volta,o forse proprio i comunisti.Il che può far ridere,perché una volta non ero neanche nato.Non so,sarà che il passato viene sempre ingigantito nei ricordi,però è difficile non credere allo zio che,quando vede un quarto di vino,inizia a raccontarti la storia delle feste dell’Unità dal’64 a oggi,quello che è scappato di casa per andare al funerale di Togliatti ed è rimasto là con la testa.Oppure alla nonna democristiana,che quando ti raccontava le fiabe della buonanotte battezzava il lupo cattivo Stalin e che,quando ha scoperto dove era scappato suo figlio,ha sistemato uno sgabello davanti alla porta e l’ha aspettato armata di cinghia e acqua santa.
Così,al Miela speravo di trovare almeno un’atmosfera cospiratoria:immaginavo decine di personaggi ingobbiti,curvi sotto il peso dello sfruttamento borghese,avvolti in una cappa di fumo da bar di Belgrado.Falci e martello ovunque,sindacalisti incazzosi,un’esposizione di scalpi di bambini.O almeno un Della Valle con la maglietta del Che e sigaro cubano.E invece niente,le stesse facce anonime di ogni giorno.Un ambiente più morto che ad un Concilio Vaticano.
Un po’deluso,mi sono seduto fra un cattolico della rete Lilliput e un diessino pentito,ad aspettare che comparisse la nostra avanguardia rivoluzionaria.Se la platea non era proprio infiammata,speravo che fosse almeno infiammabile.E invece,quelli che si sono presentati avevano più l’aria da pompieri che da piromani:tre oscuri dirigenti di partito,la mediocrità fatta persona e parola,e due donne over 60.Al centro,naturalmente,troneggiava il Lider maximo,palesemente distrutto dai precedenti comizi e vestito persino meglio che da Vespa.Unica,lieta sorpresa,un rappresentante dei lavoratori precari,che ha interrotto la sfilza di politucoli nostrani con un intervento da Piazza Rossa nel’17.Davvero un personaggio notevole:magro e occhialuto,parlata incerta ed erre moscia alla Agnelli,ma una carica da bombarolo e il coraggio di criticare Bertinotti a mezzo metro di distanza.Mi piace immaginarlo,adesso che sarà disperso in Siberia,fiero e ringhioso anche mentre spacca legna sotto tonnellate di neve,con quel sorriso da pazzo giulivo che nemmeno Calderoli.
Ma,oltre al nostro Ciò Guevara,il nulla,almeno fino al comizio di Bertinotti.Che,nel frattempo,era riuscito a deliziarci con un’incredibile gamma di espressioni scimmiesche,testa penzolante e palpebra calante.Ma,quando ha preso la parola,è stato uno spettacolo.È il Dorian Gray dei comizi:parte esausto e finisce con una carica tale che potrebbe abbattere il Palazzo d’inverno a morsi.Parla sulla tre quarti,come se gli stessero tirando il collo,e si esalta nei punti forti del discorso,schiaffeggiandosi le mani e saltellando.Ricorda King Kong nelle movenze e Ancelotti nell’inarcare il sopracciglio.Un ballerino del comizio,impossibile da arginare.Non c’è che dire,ha reso la platea finalmente partecipe:si è lasciata andare persino ad un paio di ovazioni.E pensare che non è stata pronunciata una volta la parola proletariato.
È a quel punto che uno si sarebbe potuto aspettare che la gente iniziasse a cantare con trasporto qualcosa come l’Internazionale.Invece niente,l’altoparlante ha diffuso giusto l’ultima strofa di Bella Ciao,nell’indifferenza generale,e poi ha attaccato con Messico e nuvole.Però Bertinotti ha iniziato a firmare gli autografi.

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