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Adesso c’è la mania dei 100 giorni. L’ultima, insopportabile fissazione della politica-spettacolo, quella che ormai è solo comunicazione, velocità, sorpresa. Il corpo elettorale va steso con un paio di ganci da k.o. tecnico, rincretinito a tal punto da guadagnare un consenso sufficiente ad agonizzare per i restanti quattro anni e nove mesi di governo. Del resto, ce lo insegna Zapatero, mantenere uno straccio di promessa in tempi ragionevoli può pagare: sembra impossibile, ma è così; e già li vediamo, i nostri cervelloni, a darsi di gomito, a teorizzare l’impatto dei 100 giorni con la luce in fondo agli occhi, convinti di aver trovato la pietra filosofale della politica. A dire il vero, ci aveva già pensato il Berlusca, promettendo di risolvere il conflitto d’interessi entro i primi 100 giorni; e pazienza se ci ha messo più di dieci volte tanto. Aveva colto l’essenza: il 100 è un numero magico, è 10 volte 10, è Baggio per Platini, cioè molto più di Maradona. Non lo si scorda, impressiona.

E, forse, tentare di indirizzare chiaramente la linea di governo sin dal principio non è un’idea del tutto peregrina. Anzi, sembrerebbe persino furba. Solo che il teatrino della politica italiana non può fare a meno di renderla una commedia. E poi, diciamo la verità, anche noi ci mettiamo del nostro, con le nostre aspettative più vive e recondite. Quando ho votato per Prodi, non sognavo un Dpef equilibrato o una manovra correttiva esemplare. No, segretamente sognavo che la vita cambiasse davvero, che il vento girasse e andasse a chiudere un bel po’ di porte in faccia. Che Agnoletto interrompesse Ferrara e gli tirasse un calcio nelle palle. Che Montezemolo venisse rapato a forza, gli rimanesse solo una cresta viola da punk dei sobborghi di Tokyo, e che fosse costretto a girare su una 500 a manovella del ’67. Che a Vespa si incastrassero le mani mentre le sfrega davanti al plastico della villetta di Cogne. Che la Palombelli smettesse di parlare della Franzoni, o almeno che Rutelli divorziasse. O, meglio, che Rutelli la piantasse di dirsi di centro-sinistra. Che Fede fosse condannato a inseguire in tanga per l’eternità decine e decine di pulzelle senza poterle mai raggiungere. Che mitraglietta Mentana s’inceppasse. Che il chirurgo di Berlusconi gli impiantasse un capello sì e sette no. Che La Russa fosse rinchiuso in sala di registrazione con gli Intillimani. Che gli Intillimani fossero rinchiusi in sala di registrazione con La Russa. Che Buttiglione e Nino D’Angelo dichiarassero il loro amore. Che tutte le Porsche s’ingolfassero sulla via di Cortina sotto una nevicata giustizialista. Che Afef facesse la fila alla posta con thermos e coperte per regolarizzarsi. E che Briatore fosse costretto a passare le vacanze a Rapallo su una barchetta a remi! E tutto questo per un decreto divino passato solo grazie al voto della Montalcini.

Questi sarebbero 100 giorni… Però io sono un po’astioso, per cui posso capire se i prodiani più buoni non condividono proprio tutti i miei desideri e cambiano regolarmente l’olio delle loro Porsche. Ma, se non proprio sogniamo, almeno speriamo. E sono comunque molte, anche se meno viscerali, le cose in cui sperare: a partire da un ritiro dall’Iraq senza troppe manfrine, passando per una discussione seria, con la società civile e non solo coi vescovi, su Pacs, precariato, indipendenza dell’informazione e riforma dell’istruzione. E se non finiremo in 100 giorni, pazienza. Sarà comunque un buon inizio. E invece, finora abbiamo visto solo l’ennesimo miracolo di moltiplicazione delle poltrone, liti su ministeri e presidenze, dichiarazioni arruffone e avventate sullo scibile umano e le prime, fatali, spaccature.

Se avessi cento euro, li scommetterei sul fatto che, il centesimo giorno, di fronte alla centesima polemica, pressato da cento sottosegretari, Prodi scapperà a cento all’ora nel bel mezzo della via. E che, al grido di “meglio tardi che mai!”, finirà per imbarcarsi come pianista su un traghetto per la Sardegna.

Andrea Luchetta

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