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Lo scorso 3 ottobre la Germania ha compiuto un doppio compleanno: 20 anni dalla riunificazione tra Germania est e Germania ovest e il pagamento dell’ultima rata delle riparazioni di guerra sancite nel trattato di Versailles. Durante questo addio alla prima guerra mondiale lungo 91 anni i confini tedeschi hanno subito più di uno spostamento,ma è in realtà l’ultimo compleanno a lasciare le fratture più discusse e oggi più evidenti, dove i confini nazionali hanno lasciato spazio a più invisibili confini sociali ed economici.

Le riflessioni pubbliche sul rapporto tra i tedeschi dell’est e dell’ovest in quest’anniversario sono numerose, vorrei qui proporre alcune cifre significative pubblicate quest’estate nel Magazine numero 30 del Süddeutsche Zeitung, dati che in parte ci consoleranno quando sentiremo parlare del nostro sud d’Italia, seppur con le doverose distinzioni.

Da un punto di vista economico la Germania è come un’Italia rovesciata, un sud produttivo e ricco motore del paese, e un nord est, che continua ad arrancare, quindi quando in Bayern e in Baden- Württemberg la disoccupazione è al 5%, invece nella parte orientale è intornto all’11%. Comunque le sovvenzioni ai Länder orientali hanno notevolmente migliorato la situazione che si presentava nei primi anni ‘90, la tassa “Soli” imposta nel 1995 per finanziare i costi della ricostruzione della ex DDR ha aiutato centri come Dresda Lipsia e Jena, o alla regione della Turingia, a diventare competitive rispetto ad altre zone dell’ovest. Ma i divari non si possono solo misurare col PIL, gli Ossi, abitanti della ex DDR, non si sentono ancora parte del tanto desiderato “ein Volk”, un solo popolo,del novembre ‘89. Una vita lunga 40 anni, ma anche solo 5, nella DDR lascia ancora oggi numerose eredità negli stili di vita, nel pensiero, nei consumi e ovviamente nella memoria comune degli abitanti orientali. La sensazione nella Germania ovest è quella di non aver fatto un grande affare in questa riunificazione: un tedesco dell’ovest su 4 vorrebbe di nuovo il muro. Pur non essendo una parte maggioritaria rappresenta comunque una cifra molto significativa in un periodo di crisi economica, quando il malcontento si fa più forte e la visione per uscire dalla crisi più egoista, da entrambe le parti ( Mathias Platzeck, presidente dei ministri del Brandeburgo (SPD) ha pubblicamente affermato che più che una riunificazione si è trattato di un Anschluss quello del 3 ottobre 1990).

Da un punto di vista politico la distinzione si fa ancora più marcata e le cifre parlano da sole: solo il 5% dell’élite tedesca proviene dai Länder orientali; il Bundeskabinett è stato presieduto da 15 cancellieri dell’ovest e solo uno, la Merkel, dell’est; i generali dell’esercito tedesco sono quasi tutti provenienti dall’ovest, 199, contro uno solo dell’est. Risultato? I tedeschi dell’est si sentono meno rappresentati e il dato più sintomatico del problema ci dice che due tedeschi dell’est su tre si sentono cittadini di seconda classe.

La spaccatura come detto si rileva anche da dati relativi ai consumi e alle preferenze degli Ossi, Jochen Wolff è bavarese e da vent’anni è caporedattore di una famosa rivista della Germania Est, SUPERillu. Il fenomeno di tiratura di questo periodico è tanto inusuale quanto simbolico: nella ex DDR SUPERillu è letto da 3 milioni di tedeschi, molti di più di coloro che comprano lo Spiegel, lo Stern, il Focus e il Bunte assieme, che contano solo 2,4 milioni di lettori nell’est. Queste riviste rappresentano poco il mondo della Germania orientale mentre SUPERillu, racconta lo stesso Wolff, dopo la caduta del muro ha incominciato a parlare non di personaggi famosi nel mondo occidentale e non, come Lady Di o Michael Schumacher, ma di quei protagonisti della Germania est quasi sconosciuti nell’altra metà della nazione, in cui il sistema televisivo è molto regionalizzato per il quale esistono star diverse per zone, e canali, diversi. SUPERillu quindi è l’unico tra le riviste che racconta gossip e avvenimenti di Herbert Köfer, Dagmar Frederic, Gerd Christian o Wolfgang Ziegler e tanti altri. La memoria storica comune diversa, sostiene Wolff, fa nascere bisogni, consumi e abitudini diverse,un esempio fra tutti: “ quando gli anziani pensano al loro primo bacio, non collegano questa ricordo ai Beatles, bensì a Frank Schöbel o ai Puhdys”. Il bavarese naturalizzato ossi spiega le piccole differenze che fanno della ex DDR una Germania che si sente ancora un po’ diversa, dai viaggi, il desiderio di vedere una volta nella vita le alpi, ai cibi, non amano né vini fermi né pesce, ma prediligono prodotti esotici come mango e zafferano, in generale vogliono provare ciò che non hanno prima potuto conoscere. Riguardo al comportamento di voto i tedeschi dell’est sono meno ideologici (meno del 15% votano le frange estreme di destra e sinistra) dovendo imparare il sistema partitico dopo gli altri sono anche meno legati ad una sola formazione politica,  e apprezzano la democrazia perché possono votare optando di volta in volta chi preferiscono da entrambe le fazioni (curiosità: wählen significa sia votare che scegliere).

Infine le paure più diffuse dei tedeschi orientali sono le paure di una regione che ha una disoccupazione sopra il 10% e la popolazione che vive sotto la soglia di povertà raggiunge il 19,8%: prima fra tutti è la paura di non riuscire a pagare l’affitto e paura di diventare dei senza tetto.

Dopo vent’anni il nuovo confine tedesco-tedesco è ancora sotto inchiesta, i dati non si possono dire positivi, ma la curva è ascendente. E per la nostra frattura, che ha molti più anni alle spalle,a che punto siamo? In questo periodo di anniversari dell’unità nazionale, che siano 20 o 150 le candeline sulla torta, i confini interni dovrebbe essere posti come ordini del giorno negli editoriali, nelle analisi e nelle riflessioni di fronte ad un’opinione pubblica annoiata e divisa, ma il nostro paese contrariamente alla Germania preferisce la retorica dell’unità e di fratture forse ora non ama sentir parlare, se non nelle battute sui romani e nei pranzi finiti a tarallucci e vino, anzi polenta e pajata.

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“Quello che succede ogni giorno, non trovatelo naturale”

(Bertolt Brecht)

Proviamo ad immaginare. C’era una volta una bambina che correva per sentieri di pietra. Voleva arrivare, svelta, alla fontanella della piazzola, e siccome per bere doveva girare la testa, andava sempre a finire che uno sguardo, al cielo, lo regalava. Non era un cielo sconfinato. Aveva limiti precisi, che erano poi le creste di quelle montagne che stavano intorno a tutta la valle. Ti senti al caldo, quando hai un cielo piccolo, ti senti sicuro, non pensi mai di essere troppo solo, non pensi mai che possa cadere giù, che si squarci.  Un po’ come facciamo tutti con casa nostra, con le persone. Poi, succede che un mattino quel cielo divenga troppo grande,mancano un pezzo di montagna, e con lui duemila persone e quel senso di appartenenza a una terra che ti ha tradito, che si è rigirata nel sonno e ha spinto sotto le sue coperte case e stalle, senza risparmiare neanche le chiese e i bar, preghiere e bestemmie che si mescolano nell’arco dell’onda, lasciandoti in cambio un mattino livido e cinque minuti. Quei cinque minuti di tempo che hai per prendere la tua roba e seguire il militare gentile sull’elicottero che ti porta al campo profughi, non fai neanche in tempo a prendere tutto, e il tempo, a dire il vero, non ti basta neanche per guardarti indietro. Non è facile riassumere il Vajont in poche parole. Ma anche se nella realtà il cemento ha tenuto, la diga immaginaria che contiene questa storia fa acqua da tutte le parti.  Ascoltatevi l’orazione civile di Marco Paolini se volete capire gli intrighi e le speculazioni, guardate gli occhi dei vecchi ertocassani se volete capire cosa ha portato via, quell’onda, il 9 ottobre 1963. Per il resto, sfidando la noia, andatevi a leggere il Codice Penale, Libro secondo, Titolo VI, capo III, che all’articolo 449 tratta del “Delitto per disastro colposo”, punendolo da uno a cinque anni di reclusione, con pena raddoppiata in caso di danni a persone. Andando avanti, vien fuori che i requisiti per tale delitto si possono ricercare nell’estensione e nella complessità dei danni, nella non comune gravità dell’evento ma, soprattutto, nella pubblica indignazione che ne deriva. In effetti il termine “pubblica indignazione” regala un’atmosfera nostalgica all’insieme. L’aggettivo “pubblica” ricorda un sentimento di, come dire, coinvolgimento. E magari per una volta, non mero coinvolgimento emotivo, come quello con cui è stata approvata alla Camera la proposta di far diventare il 9ottobre “giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo”. Nulla in contrario, beninteso, alle “Giornate del Ricordo”, rimaste unico omaggio nominale per tanti dimenticati da una società con l’Alzheimer, ma se non si capisce il senso del termine “fare memoria”, forse non servono a nulla.  Fare memoria dovrebbe significare anche, e non è una frase banale, imparare dagli errori del passato.  Eppure, solo nell’ottobre dell’anno scorso, da un’altra parte d’Italia tre frazioni di Messina -Giampilieri, Altolia e Molino – e il vicino Comune di Scaletta Zanclea vengono sepolti da fango e detriti. Una trentina i morti, un migliaio i senza casa. I montanari della diga, 47 anni fa, l’aveva capito subito, lo sapevano già: non è la natura ad essere cattiva, ma è l’uomo ad essere irrimediabilmente stupido.  E infido. Infatti, le case in questione erano state costruite abusivamente, con l’autorizzazione di qualche consigliere comunale, o con la grazia di qualche condono edilizio qui e là. I meccanismi di speculazione non sono poi tanto differenti da quelli di una SADE (l’ente privato proprietario della diga del Vajont) che per fare i propri interessi marcia sulla vita di gente comune, sudore comune, sangue comune, in nulla diverso da quello di un montanaro veneto o friulano. Il fango se le è portate via, macinate, rosicate, quelle case abusive. E ricordiamoci dopo che dentro c’era della gente, e chiediamoci se erano abusive anche loro, le persone.  Si può attribuire la colpa alla conformazione geologica del territorio italiano. Ma dovremmo ammettere di avere una coda di paglia. I lemmi per il termine “abusivismo edilizio” che si trovano in Google Italia sono 237.000; 570.000 i nuclei abitativi abusivi stimati costruiti dopo il grande condono edilizio del 1985; il 99,4% dei Comuni in provincia di Salerno si trovano in territorio rischio di frana; da Nord a Sud del nostro bel Paese, sono circa 6milioni gli italiani che abitano nei 29.500 chilometri quadrati di territorio considerati ad “elevato rischio idrogeologico”; 1.260.000 gli edifici a rischio frane e alluvioni, e di questi 6mila sono scuole,e gli ospedali 531 (si veda il ‘Rapporto sullo stato del territorio italiano’ realizzato dal centro studi del Consiglio nazionale dei Geologi (Cng), in collaborazione con il Cresme, presentato a Roma, 13 ottobre 2010) .  La coda di paglia ci è già bruciata da un pezzo. Se fare memoria è buono e giusto, evitare tragedie da ricordare è allora sacrosanto.  “Ho un debito verso gli Ertani: raccontare la loro storia. Oggi, dopo vent’anni in cui l’Italia e gli italiani sono stati offesi, umiliati, tiranneggiati, uccisi in mille altre maniere, forse questa storia sembrerà una delle tante ‘casualmente’ accadute. Forse più ‘pulita’ di quelle che accadono oggi. Ma non è così. Assomiglia molto a quelle di oggi. E’ contrassegnata dallo stesso marchio: il potere. E dall’uso che ne fanno le classi politiche e sociali che lo detengono.”(Tina Merlin, Sulla pelle viva )

Lo ammetto fin da subito: forse non è proprio il momento migliore per tirare fuori dal cappello nuove problematiche, annose, in un momento in cui ci si batte per tenere in piedi l’economia, quella delle industrie, la piccola e media impresa, le banche, le Istituzioni e un po’, in fondo a tutto, la scuola. Non siamo ancora arrivati alla frutta ma certo che con gli stipendi attuali forse non si arriva nemmeno più alla frutta a fine pasto.

Ciò nonostante credo sia compito di uno società porre interrogativi su qualsiasi tematica di attualità, a maggior ragione se in un periodo di tagli generalizzati questa tematica implica, in un settore in particolare, un notevole sperpero di denaro. I segnali sono stati forti durante questo anno: l’Italia non parla e non fa più molto – e comunque non più di prima – per la propria politica dello sport.

Perché ora più di prima? Abbiamo scoperto solo oggi che i professori di educazione fisica preferiscono delegare il proprio lavoro a un pallone, da calcio o da pallavolo che sia? Quest’anno perché la crisi del mondo del calcio italiano, quello della nazionale s’intende, è stato l’apice e allo stesso tempo la punta dell’iceberg di un mondo sportivo che va male ma che in fondo non può distrarre l’opinione pubblica da questioni più spinose.

Partiamo dal Sud Africa. Se ne sono dette di cotte e di crude, credo che tutti convengano sulla prestazione di scarso rilievo di una nazionale che al petto portava l’ultima Coppa del Mondo vinta. A prescindere dai torti – tanti – o dai meriti – pochi – dell’allenatore, nessuno ha pensato di far saltare qualche sedia all’interno della FIGC. In Francia, l’allenatore e la Federazione sono stati chiamati a relazionare davanti il Parlamento per quanto accaduto. E non per semplici motivi di tifo o di disappunto sportivo, ma perché tutto ciò ha avuto un costo (o meglio chiamarlo investimento). Chi all’interno della Federazione ha voluto buttare fuori Donadoni – che personalmente non stimo, ma che ha fatto un dignitoso Europeo 2008 – per riprendere un allenatore oramai dichiaratosi in pensione, convincendolo a suon di quattrini? Quali pressioni ci sono state per portare sulla panchina un allenatore che ha rapporti dichiarati con la Juventus, di modo da poter portare 7 giocatori dalla società di Torino? Infine, quali interessi di marketing e branding hanno portato Buffon in porta per metà della prima partita o altri giocatori a esser convocati? Di fronte a quesiti di questo genere, sono contento di come sia andata a finire.

Ma usciamo dal mondo del calcio che ammazza tutti gli altri sport, relegati in ultimissima pagina di qualsiasi giornale sportivo. Non credo di sbagliare nell’affermare che molti settori sportivi siano in crisi di risultati. Nel mondo degli sport d’inverno, dopo aver accolto una Olimpiade, siamo andati a Vancouver con una squadra modesta numericamente e tornati con una sola medaglia d’oro, 5 medaglie in totale, sedicesimi nel medagliere. Negli europei di nuoto di Budapest 2010 ci hanno parzialmente salvato le medaglie del fondo, ma in vasca i nostri atleti sono andati mediamente male. Possiamo continuare così parlando di una pallavolo che va bene, ma a livello mondiale non riesce più a spiccare (e nell’europeo dello scorso anno l’Italia si è piazzata decima). Il basket aiuto. Pallamano non esistiamo. L’atletica non si sa perché non fa per noi (e pace all’anima di Livio Berruti). Possiamo fare la lista invece di chi ci salva sempre a livello internazionale, come la scherma. Ma tanto ce ne ricordiamo solo ogni quattro anni.

Questa lista potrebbe continuare, ma potrebbe anche essere contestata. Bisogna però rendersi conto di quanto sia necessaria una politica dello sport, attraverso le scuole e nelle piccole società locali. Bisogna educare allo sport a prescindere dal facile guadagno di cui puzza il calcio e al di fuori di qualsiasi ideologia politica o nazionalista, che rovina ancora oggi il piacere di essere sportivi e spettatori.

Laureatosi nel 1996 in Scienze Politiche presso l’Università di Trieste, il professor Marco Cucchini dal 2002 è passato dall’altra parte della cattedra. Docente di Diritto pubblico comparato all’Università di Trieste e l’Università di Udine, offre le sue competenze come consulente elettorale ed esperto di politica; un’esperienza basata su un continuo studio della materia E sulla genuina passione che nutre per quest’ultima.

Offriamo ai lettori di Sconfinare un’intervista che nasce dalla volontà dell’autore di approfondire alcune tematiche su cui recentemente si sono accesi i riflettori della cronaca politica internazionale. I risultati delle elezioni in Svezia, che hanno visto l’ingresso nel parlamento di deputati appartenenti alla destra xenofoba, LA politica di Sarkozy nei confronti dei rom (che segue, temporalmente, quella attuata dal governo Berlusconi), L’emergere in sostanza di figure come quella dell’ormai defunto Jörg Haider in Austria, infine al discorso tenuto da Angela Merkel il 16/10/2010 sul fallimento dell’integrazione degli stranieri in Germania. Il problema di fondo è in sostanza quello del populismo e dell’appeal che hanno queste politiche.

Prof. Cucchini, cosa pensa del fatto che molti analisti in Francia paragonano Sarkozy a Berlusconi per l’uso dei mass media che sta facendo, per le campagne demagogiche e perfino populiste che conduce?

E’ indubbio che Francois Sarkozy abbia un approccio diverso da quello dei suoi predecessori, ma questo non deve stupire. E’ il primo presidente della V Repubblica a non aver iniziato a fare politica nella IV e a non avere seguito il tradizionale cursus honorum. Ma il paragone con Berlusconi non tiene perché il contesto politico francese non è paragonabile a quello italiano. Il sistema di check & balances non è totalmente saltato come da noi e non esiste una confusione tra pubblico e privato pari alla nostra. Sarkozy, poi, è un politico moderno ma democratico come formazione e cultura, non una persona avulsa totalmente dalle regole proprie del gioco democratico e del potere limitato, quale è Berlusconi.

Altri analisti francesi osservano che prima Royale e ora Aubry stia cercando di contrastare Sarkozy (e Le Pen) proprio appiattendosi sul terreno della demagogia e del populismo. A mio modo di vedere il segnale è preoccupante, alla buona politica si sta piano piano sostituendo la buona comunicazione. Il problema è che se il migliore comunicatore (che vince le elezioni) poi non fa buona politica, è il paese a pagarne le conseguenze. Tuttavia i segnali di un’avanzata del populismo e della demagogia non arrivano solo dalla Francia. Persino nella evolutissima Svezia la destra xenofoba registra un assai consistente aumento dei consensi. Ma lo stesso si può dire per quel che rimane del Belgio, così come per l’Olanda, l’Austria e la Svizzera, mentre in Italia il fenomeno è ormai cronico dall’inizio della seconda repubblica. A cosa attribuisce questa tendenza? Alla congiuntura economica o lo ritiene un fenomeno strutturale, legato alla comunicazione di massa? E quindi quali ritiene che siano le prospettive di sviluppo di questo fenomeno?

Non siamo più al tempo del dispotismo illuminato, quando un Federico di Prussia decideva e immediatamente partivano gli emissari a cavallo incaricati di comunicare ad ogni provincia la volontà del Principe. In democrazia, la legittimità delle scelte si collega con il consenso e le elezioni non le vince “chi ha ragione”, ma chi sa aggregare consenso attorno alle proprie proposte. Però, in società complesse come le nostre, bisogna specificare che la costruzione del consenso passa più attraverso le emozioni che le cognizioni e questo premia messaggi semplici, piani e di forte impatto emotivo, salvo poi che i problemi sono tutt’altro che semplici e piani. Le doti che portano a vincere le elezioni sono divergenti da quelle che servono per governare comunità politiche complesse. E quindi sì, direi che siamo di fronte a un problema strutturale: la politica ha abdicato alla funzione di “didattica democratica” ricoperto per molti anni e questo è avvenuto in concomitanza con il sorgere di fenomeni epocali che avrebbero avuto ancor più bisogno di una classe politica capace di tracciare e diffondere una chiave interpretativa evoluta della realtà in movimento.

Questo è un evidente limite della democrazia a suffragio universale. La provoco ricordandole che anche Hitler fu eletto grazie alla sua capacità di creare consenso intorno a un programma populista e soprattutto alla sua figura. Non pensa ci sia una soluzione a questo problema strutturale?

Premesso che Hitler non fu un leader “populista”, ma ben altro e ben di peggio, quello che lei ricorda è assolutamente vero. La democrazia non è solo “governo retto da consenso” (anche Mussolini nel 1937 o Stalin nel 1945 avevano “consenso”) ma anche diritto al dissenso. Diciamo che la democrazia è uno strumento pensato non solo per i 99 che applaudono ma anche, forse soprattutto, per tutelare le ragioni e la possibilità di espressione e azione di quel singolo che se ne sta in un angolo, imbronciato e con le braccia conserte mentre ovunque attorno a lui esplode l’entusiasmo per il leader. Potrei approfondire però, faccio il “professore” e rinvio a due letture che spesso suggerisco anche durante le lezioni. Innanzitutto a “Prefazione alla Teoria Democratica” di Robert Dahl, con la arguta tripartizione dell’ideale democratico in “madisoniano” (enfasi sulla separazione dei poteri e sui meccanismi di check & balances, ma scarsa o nulla attenzione alle dinamiche economiche e sociali che animano la comunità); “populista” (il principio maggioritario portato alle estreme conseguenze: conta solo il voto e se hai un voto in più diventi il padrone e fai quello che vuoi, salta ogni banco e rimane in campo solo la volontà del Capo in rapporto diretto con il “suo” popolo) e “poliarchico”, che è quella che fonde assieme separazione dei poteri, uguaglianza politica, vivacità dei corpi intermedi, partecipazione e articolazione plurale della società. La seconda lettura è “Il Crucifige e la Democrazia”, di Gustavo Zagrebelski, che rilegge il processo a Gesù e i meccanismi “democratici” che lo condussero alla croce, mettendo in luce i pericoli del populismo, della demagogia, della bassa autonomia delle istituzioni pubbliche (quelle romane in primis), smontando in fondo il principio che “il popolo ha sempre ragione”. Talvolta invece il popolo quando vota, vota male, come la “vittoria al ballottaggio” di Barabba su Cristo ha dimostrato… Ed è per questo che le istituzioni democratiche devono dimostrarsi aperte ma forti, più forti della mutevole volontà del popolo che è titolare della sovranità ma – come dice la parte finale del II comma dell’art. I della nostra Costituzione – la esercita “nelle forme e nei limiti” previsti dalla Costituzione. Insomma, neppure la volontà popolare potrebbe stravolgere alcuni principi cardine del nostro patto sociale, etico e istituzionale, con buona pace dei sostenitori di un “maggioritario delle caverne” che circolano un po’ ovunque tra i politici, le redazioni dei giornali e qualche aula universitaria.

Hegel insegna che lo sviluppo storico non è lineare, ma che segue un andamento dialettico e cioè che la storia delle libertà ha periodi espansivi seguiti da periodi restrittivi. Ciò detto, ritiene plausibile la degenerazione di alcune cosiddette “grandi democrazie” in democrazie plebiscitarie? La riforma costituzionale svizzera del 2000 per certi aspetti sembra muoversi in questa direzione. Mi riferisco soprattutto all’istituzione del referendum per un numero estesissimo di materie. Ma, rimanendo nei nostri confini, non le sembra che la volontà di trasformare la forma di governo da parlamentare a semi-presidenziale lasci intuire un’evoluzione (involuzione?) populistica della nostra democrazia? Secondo lei, l’Italia è assimilabile da questo punto di vista agli altri paesi europei o rappresenta un fenomeno a sé stante, legato alla singolarissima situazione dei media italiani?

Questa domanda ne nasconde almeno 3 o 4, comunque ci proviamo. E’ vero che esiste ormai una letteratura importante sull’involuzione democratica o sulla “illiberalizzazione” delle democrazie, anche perché il paradosso è che la democrazia è legata a istituzioni, processi e procedure di rango nazionale o locale, mentre molto di quanto ci accade è il prodotto di fenomeni transnazionali o sovranazionali e quindi non è solo la democrazia, ma anche lo stato nazione a essere sotto i riflettori… Ciò detto, non penso affatto che il passaggio al sistema semipresidenziale sia una involuzione democratica, purché avvenga in un quadro di condivisione dei valori di fondo, considerato che il problema non è istituzionale, ma sta nella ricostruzione di un senso di appartenenza comune, di un quadro di regole e valori condivisi che non c’è più e continuerà a non esserci fintanto che un giorno si spara contro l’eredità Romana, il giorno dopo contro il Risorgimento, il terzo contro la Resistenza e ogni giorno contro la Costituzione. Non mi pare che la semipresidenziale Francia si caratterizzi per la demolizione sistematica della storia e delle fondamenta nazionali… In quel felice Paese il 14 luglio lo celebrano anche i monarchici, che si limitano a riferirsi al 1790 e non al 1789 e nella storia, le date contano… Quindi un ipotesi di riforma in senso semipresidenziale delle nostre istituzioni (peraltro già prevista dalla commissione bicamerale sulle riforme istituzionali presieduta da Massimo D’Alema nel 1997-98) potrebbe tranquillamente essere presa in considerazione, a condizione che ad essa si accompagni un rafforzamento dei sistemi di check & balances e una effettiva separazione tra interessi pubblici e privati, che oggi non è affatto garantita. Aggiungo però che in Italia di tutto abbiamo bisogno, meno che di un ulteriore rafforzamento del potere esecutivo e che comunque l’attuale maggioranza di governo non sembra nelle condizioni di poter intraprendere impegnative modifiche costituzionali. Il che è un bene, vista la totale e cronica assenza di cultura costituzionale e liberale che connota il centrodestra italiano.

Edoardo Da Ros

 Ci sono parole che una persona elegante non pronuncia mai. Non mi riferisco al tradizionale turpiloquio, perché ritengo che certe affermazioni restino circoscritte a colui che le pronuncia, diminuendone soltanto la sua persona che, di solito, viene additata come volgare e maleducata. Il turpiloquio a cui faccio riferimento è una parola strana, non antica ma, neppure così moderna, un termine molto in voga soprattutto negli ultimi due secoli appena trascorsi e che, ad oggi, sta tornando ferocemente, seppur in forma diversa, di moda.

 Chiaramente mi sto riferendo alla parola di dodici lettere che comincia per N e finisce per O. Se ne dovrà occupare chi, in redazione, vorrà titolare l’articolo, io non voglio pronunciarla di certo. Mi fa ancora troppa paura.

 Ero a casa e, piacevolmente, osservavo la vivace vita goriziana sulla via sottostante, quando il mio sguardo è stato catturato dal massiccio e ricercato, almeno come doveva essere nei sui anni migliori, edificio del tribunale e, in lontananza, la sagoma scura, ma onnipresente del castello. Con una tazza di the in mano ho iniziato a divagare dolcemente coi miei pensieri. Non sono riuscito, come prescrive Schopenhauer a squarciare il Velo di Maya e, per forza di cose, ho ripiegato sulla realtà fenomenica. Cosa che, comunque, ha portato i suoi frutti: ho immaginato una triste Gorizia italianizzata e di epoca fascista e una, invece, più allegra, multiculturale e spensierata Görz austriaca o, lo dico con sofferenza, austro-ungarica, la Cacania di Musil, per intenderci (capitolo ottavo de “L’uomo senza qualità”). Ed è stato allora che, quella parola lì, che non voglio pronunciare, ha iniziato a martellarmi il cervello in modo ossessivo. Un vocabolo che è due volte insoffribile. Primo perché è un’invenzione, secondo perché, e sono certo che molti vorranno contraddirmi, è stata ed è tutt’ora fonte e causa di enormi problemi.

 La prima colpa può sembrare revisionista ed approssimativa, ma vi assicuro che non è affatto così. Esiste qualcosa che fino all’Ottocento, cioè fino alla sua invenzione, abbia accomunato un bavarese ed un cittadino di Amburgo? Oppure, per restare nell’indigeno, un triestino ed un siciliano? La risposta è sicuramente negativa. Per chi ambisce citare lingue, tradizioni e cultura, posso prontamente rispondere che la parlata è sempre stata locale, mai comune per una più vasta compagine territoriale e molto spesso se ne è inventata una ad hoc, come in Boemia, l’odierna Repubblica Ceca, nei Paesi Scandinavi e via dicendo. A sostegno di questa tesi, voglio ricordare come tutte le alte sfere governative e sociali in Europa, fino al famigerato XIX secolo, abbiano sempre utilizzato una lingua franca come il latino o, successivamente, il francese. Quanto imponente e massiccio è stato lo sforzo e la pretesa dello Stato-nazione nell’imporre una comune parlata, Dio solo lo sa. Istruzione e, più tardi propaganda, hanno guidato i popoli verso un’identità socio-culturale creata a tavolino per loro stessi, e chi più tardi vi ci arriva, più difficile e più tortuoso gli si presenta il cammino alla meta. Questo processo è stato talmente irruento ed invadente da superare anche il catalizzatore religioso quale fonte di identificazione popolare, decretando la vittoria del verbo orale su credo e tradizioni.

 La seconda colpa è altrettanto manifesta ed è, per necessità, collegata alla prima, il lemma, che non voglio pronunciare, ha ideato, creato e fomentato idee ed ideologie fautrici di conflitti e confini che mai prima nessuno aveva ipotizzato prendessero piede. Senza immergermi troppo nell’attuale e nel recente, di cui sono certo ogni lettore ha piena conoscenza e memoria, citerò solamente l’emblematico caso del tramonto imperiale e regio. Non un desiderio sentito e condiviso dalle popolazioni, quello della frammentazione asburgica, ma semmai una presa di posizione violenta, un diktat, posto da forze minoritarie capeggiate da miopi potenze straniere. Credo che i predicatori della sedizione in Boemia, in Galizia e in Croazia, i cechi Kramar e Klofac, il ruteno Markov, i croati Supilo e Trumbic, fossero solo delle figure isolate, con un ridottissimo appoggio popolare. Dopo il 1918, agli occhi del mondo, i popoli presero il potere, ma non ne erano pronti e la scena era già preparata per i dittatori.

Per questo rido, anzi sorrido quando leggo Langone e le sue poetiche dichiarazioni su immigrazione, cultura e nazionalità. Non mi piace quello che dice, ma adoro il come riesca sempre a proporlo al grande pubblico. Ho, invece, solo lacrime e indifferenza per altre voci e penne barbare, prive di contenuti e di stile.

Francesco Plazzotta

I dischi sofferti e difficili da capire sono i migliori. Un’opera d’arte che si rivela immediatamente è noiosa. Non resta. Come ogni cosa, un disco può essere amato sul serio solo se ci si sente a poco poco avvinti ad esso, quasi morbosamente. E diventa come una droga. All’inizio non lo si riesce ad ascoltare, però avvertiamo un certo suo chiamarci irresistibilmente. Continuiamo, con nostra meraviglia, a tendere l’orecchio. Quando riusciamo finalmente a sentire, allora la ricompensa è enorme.

Al mondo ci sono montagne di dischi buoni, palate di dischi ottimi. Pochissimi hanno però il coraggio di essere veramente ambiziosi. E l’ambizione, in arte, è tutto: perché la creazione è l’atto con cui l’uomo si fa divino, ricommette il peccato originale, mescola bene e male a suo piacimento, spesso confondendoli. 17 RE è il migliore disco nella storia del rock italiano, senza discussioni. Perché è il più ambizioso. 17 RE è degno della febbre d’un dio – è un disco folle, tremendo, capace nell’arco di pochissimi accordi d’innalzare un inno religioso dal fango. Cosa che nella storia è riuscita a pochi, forse soltanto a un Dostoevskji. 17 RE è un disperato, accorato atto d’amore per l’uomo, per l’umanità – un amore puro e senza compromessi, dolce quanto crudele.

Ogni brano del disco meriterebbe, qui, di essere raccontato. “Café, Mexcal e Rosita”
è una canzone d’amore volutamente ossessiva, perversa. Solo nella distruzione e nell’umiliazione dell’oggetto del proprio desiderio si ama, si possiede davvero. Ognuno uccide il suo amore: solo i più sensuali usano il coltello. Pelù è una bestia, la sua voce è un pulsare di versi gutturali, istintivi, sta prima della ragione. E’ per questo che i testi, seppur a tratti geniali, significano poco o nulla. Si limitano ad essere evocativi, comunicano per via empatica, non razionale: è un ottimo esempio di questo il mantra sciamanico di “Gira nel mio Cerchio”, la rabbia di “Cane” o di “Ferito”.

Sospeso tra febbre e rinascita, il capolavoro del disco è “Pierrot e la Luna”, un crescendo che sembra spaziare verso l’infinito, per un istante di più completo fondersi con il tutto, per esserci / non mancar più. Ogni cosa è finalmente riconciliata nell’oblio di sé, si riscatta in un’armonia superiore, indifferente ed eterna. La notte si fonde in un crescendo finale di luce, si commuove chi per un attimo riesce a guardarsi innocente e perfetto, di nuovo bambino nonostante tutto sia così rovinato in questo nostro mondo così carnale e volgare, ma qui non siamo più sulla terra, siamo sulla luna e da qui tutto appare sereno ed immacolato. Prestami la tua penna, Pierrot, fammi scrivere la quiete alla luce della tua luna. Come un frammento che cade lontano, raggiungere quell’ultimo annullamento cantato anche in “Resta” e “Re del Silenzio”. “Pierrot e la Luna” è una canzone per l’innocenza, il folle volo di voler conoscere, di tentare, pura gioia, nirvana. Non c’è nulla che non si possa prendere con le mani e fare nostro. Non c’è nulla che sia davvero distante da noi, se sapremo esserne all’altezza. E’ una sensazione che riempie, estatica, molte canzoni del disco: “Come un Dio”, “Febbre”, “Apapaia”, “Univers”, “Ballata”. E’ questa la chiave di lettura più completa di 17 RE, un disco sempre alla prima persona singolare, l’Unico Io: in 17 RE l’Io si afferma in tutta la sua straordinaria, meravigliosa purezza e non c’è spazio per nulla che sia diverso da me, perché in me ed in me soltanto si deve riflettere ogni cosa creata.

I Litfiba, in queste sedici canzoni, sono Classici: sono Latini, sono Greci. Illuminano millenni di cultura mediterranea in un solo disco. Non esistono, tra quelli che mi sia mai capitato di ascoltare, dischi che rifulgano di altrettanta ambizione. Gli stessi Litfiba la tradiranno, diventeranno qualcosa di ridicolo e di patetico rispetto alla bellezza della loro promessa iniziale. Ma in questo preciso momento, un attimo prima della loro decadenza, confusi dalle droghe, ridotti in pezzi, riescono a creare l’immagine di un uomo perfettamente in equilibrio col creato – microcosmo e macrocosmo si uniscono ed il risultato è l’Arte e con essa, in una parola sola, la libertà. L’Io è una cosa sola con ciò che gli sta attorno, lo possiede tanto nel bene che nel male. E’ forte, affilato, leggero. E danza.

https://sconfinare.files.wordpress.com/2010/04/fornello-smaltato-73246811.jpg?attachment_id=2266È un’altra volta primavera e gli ormoni sono animalescamente alle stelle. La vostra stoica coinquilina si è trovata una nuova fiamma che bivacca sistematicamente
a casa vostra. Ormai il drudo che s’intrude si è impadronito anche del bagno: non si cambia mai il maglioncino radical chic a collo alto, ma si fa sempre la doccia da voi. Cosa fate? “Domani sera viene a cena… puoi cucinare qualcosa di buono tu che sei tanto bravo?” vi chiede lei con gli occhioni dolci. Come agire? Questa volta vi attrezzate a puntino e gli preparate un bello scherzo!

ATTO I: Ars bibendi

Ore 19.00: il vostro parassita plautino si è installato sul divano. Mentre lei è ancora in bagno ad imbellettarsi con la sua puntualità da Trenitalia, preparate un drink all’ospite. Martini bianco, vodka, gin, schweppes, anche grappa se n’avete e tanto, tanto tabasco. Finché il tutto non diventa rosso. Lo servite all’ospite che strabuzzerà gli occhi al primo sorso. “Certo con questo non ho vinto lo shaker d’oro! Ma è buono no?”. “Oh, sì…” accondiscenderà lui “Ma come si chiama?”. “Attila. Perché dove passa lui, non cresce più l’erba”.

ATTO II: Rimedi casalinghi

“Ma lo sai che più ti guardo più mi convinco che la mia coinquilina abbia buon gusto? Sei proprio bello…”. Nell’imbarazzo creato potrete versargliene un altro. “Ma che c’è dentro oltre la dinamite?”. “Un po’ di tutto! Bevi, bevi!”. Ubriacarlo sarà la vostra prima mossa vincente. Quando con la coda dell’occhio vedrete la ragazza sgattaiolare dal bagno in camera per agghindarsi (20 minuti), preparate l’affondo. Mettetegli nella tasca dei pantaloni una scatola di pastiglie per la gola per bambini spiegandogli che è metanodina, per il sistema nervoso. “Sai, è contraria a certe delusioni…” “Di che tipo?” “Oh, d’ogni tipo! Ora è normale, ma se succede, due o tre pillole di quelle e smette subito di piangere! Devi solo essere un razzo a dargliele, prima che allaghi la casa”. Mossa cattiva sì, ma la vostra pazienza l’avete già cucinata da tempo.

ATTO III: Suggestioni

Lasciato solo l’ospite con la sua morosa, finalmente preparate la cena: il vero e proprio colpo di grazia. Non c’è tempo per forni e grandi cose. Petto di pollo. Infarinatelo e mettetelo in padella con un po’ di burro e qualche spicchio d’arancia. Sale, pepe e un po’ di curry. Semplicissimo. Una volta cotto mettetelo sul piatto con altre due o tre fettine d’arancia di guarnizione e servitelo a tavola con del vino rosso. “Et voilà! Anatra, all’arancia!”. Lui è cotto e non coglie la differenza, lei non è certo un’intenditrice. “Un piatto speciale, per una coppietta speciale! Vi avverto che ci ho messo un po’ di piticarmo. Una spezia afrodisiaca potentissima, originaria della Polinesia. Ho dovuto girare mezza Gorizia per trovarla! Assaggiate, assaggiate!”. Dopo qualche boccone i vostri piccioncini saranno travolti dall’effetto placebo, perché il piticarmo non l’avete mica messo. Lei inizierà ad accusare vampate di calore e lui la seguirà a ruota. In un turbine di passione inizieranno a baciarsi fino a cadere dalle loro sedie. Dicendo “Si sente, eh sì che si sente!”. Li avviserete che ne avete messo pochissimo. Continueranno dicendo “Eh ma si sente lo stesso!” ancora convinti. “Guardate che di piticarmo non ne ho messo neanche un po’!” li avvisate dopo qualche minuto. “Ma te guarda la suggestione!” dice lei e si rialza mettendosi nuovamente a tavola con la nonchalance degna di una diplomatica, ma vergognandosi come una ladra per la figura da anatra, seppur all’arancia. Lui, però, sarà fuori combattimento, steso a terra sonnecchiante per la sbronza e in preda all’imbarazzo dell’orgoglio ferito, nei suoi sogni.

Ultima mossa: a fine cena lasciate sparecchiare a lei, così le darete l’opportunità di scaricare il fidanzatino e vi risparmierete una fatica. Poi anche dalla vostra camera sentirete lo stesso la scenata ad alto volume che vi aiuterà a digerire con un sorriso il ricordo del dis-drudo.

Su! cosa aspettate? Correte ai fornelli!

Daniele Cozzi

Il mondo deve sapere che in un cucchiaino di Nutella non ci sono solo nocciole.

Dopo anni e anni in cui inesorabilmente uno sguardo, una parola, un accenno innocente cadevano sempre sul medesimo soggetto, dopo mesi e mesi in cui inevitabilmente loschi figuri millantavano la conoscenza di informazioni inconfutabili al riguardo, ho finalmente deciso di fare chiarezza sulle verità del Signor Michele Ferrero.

La storia della più grande azienda italiana per fatturato comincia nel lontano 1942. Sono anni di guerra e privazioni, però ad Alba esiste una risorsa che costa poco e si trova ovunque: la nocciole. Pietro Ferrero inventa l’embrione della Nutella: una pasta di nocciole che viene confezionata nella carta stagnola e venduta per pochi soldi. È l’inizio della dipendenza. L’insaziabilità piemontese crea un giro d’affari che in soli otto anni porta un modesto laboratorio per dolci a diventare azienda e l’azienda ad aprire già nel 1956 un primo stabilimento in Germania. La Ferrero diventa così la prima attività italiana del dopoguerra ad avere sedi operative all’estero.

A questo punto la prima generazione di Ferrero (il fratello di Pietro, Giovanni, si occupava del settore vendite) finisce e l’industria passa nelle mani del famigerato Michele. A voi non è mai capitato di considerarlo un’entità metafisica? Beh salutate il vostro idillio immaginifico perché ho intenzione di pubblicare una sua foto, nessuna idealizzazione può rendergli giustizia. Il suo apporto alla dea delle perdizioni – l’ottava meraviglia o l’ottavo vizio per chi preferisse mantenersi nei limiti della morale – è stato fondamentale: nel 1964 ne cambia formula, densità e nome (come gli sia venuto in mente di chiamarla Nutella lui solo lo sa, comunque non poteva giungere a nulla di più onomatopeico). La Ferrero spicca il volo verso il mondo intero e Michele, nonostante possa ormai ben dire di essersi meritato la conduzione dell’azienda di famiglia (vorrei sapere se qualcuno gli ha mai dato del figlio di papà), si fionda su prodotti nuovi e tutti incredibilmente apprezzati: Mon Chéri, Pocket Coffee, Ferrero Rocher, Raffaello, Tronky, Kinder Bueno, Kinder sorpresa, Kinder Cioccolato, Kinder Délice, Kinder Brioss, Fiesta, Kinder Pinguì, Kinder Fetta al Latte e Kinder Paradiso, Tic Tac, Estathè e Gran Soleil. Considerando l’offerta di altre multinazionali dolciarie forse questa lista di prodotti potrà sembrare limitata, ma fate l’esperimento di chiedervi se effettivamente ce ne sia uno solo che non avete assaggiato nemmeno una volta o uno solo che non vi sia piaciuto quando l’avete addentato. Se la risposta è la stessa che darebbe la maggioranza dei consumatori mondiali, avrete in mano la chiave per capire come sia possibile che un’azienda tuttora posseduta al 100% dalla medesima famiglia (siamo alla terza generazione) possa avere uno dei fatturati più elevati della Terra.

Attualmente il gruppo Ferrero si colloca al 4º posto per fatturato fra le industrie dolciarie del mondo, dopo Nestlé, Kraft Foods e Mars. Il fatturato consolidato del gruppo nell’esercizio 2007/2008 è stato di circa 6,2 miliardi di euro, in crescita del 8,2% rispetto all’anno precedente. Nel mondo sono occupati oltre 21.600 dipendenti, con 38 compagnie operative per la vendita e 14 stabilimenti per la produzione. Sette di questi stabilimenti sono distribuiti in Europa e i rimanenti sette rispettivamente in Argentina, Australia, Brasile, Ecuador, Porto Rico, Canada e Stati Uniti. Nella lista dei “World’s Billionaires 2009” redatta da Forbes, Michele Ferrero & family compaiono al 40° posto – tanto per dare un’idea, Silvio Berlusconi & family stanno al 70°. Infine un’indagine del Reputation Insitute (un istituto privato di consulenza e ricerca, specializzato in corporate reputation management), condotta lo scorso maggio 2009 intervistando più di 60.000 persone in 32 Paesi diversi, ha portato alla scoperta che il marchio Ferrero è considerato il più affidabile a livello globale – la medaglia d’argento va niente di meno che al colosso Ikea. Il motto dell’azienda non poteva che essere: “le buone idee conquistano il mondo”.

P.S. i miei ringraziamenti vanno a Giovanni, che mi ha fortemente spronata a non scrivere qualcos’altro sulle donne.

Quanto costa accedere alla biblioteche della London School of Economics? oppure seguire un corso di Political Philosophy a Yale? Niente, perché oggi è gratis (e possibile).

Vi siete mai chiesti che cosa avranno le più blasonate università anglofone da richiedere rette criminali? cosa potranno avere loro, che noi, forse, non abbiamo? Oggi, si può farsi un’idea.

È risaputo che il mondo accademico si sta volgendo sempre di più alle nuove tecnologie, una conferma data dall’accordo tanto storico quanto controverso tra gli editori statunitensi e Google (prevede la digitalizzazione delle biblioteche universitarie americane). Infatti, stanno emergendo opportunità, non solo più accessibili, ma anche gratuite. È il caso di Itunes U, una piattaforma dedicata a scuole e università, offerta – purtroppo – dal famoso marchio Apple. Le opportunità che offre questo database (enorme) sono a dir poco sorprendenti: accedendo al Itunes Store del programma, basterà digitare il nome di una materia per ritrovarsi corsi registrati, lezione per lezione, delle migliori università americane e britanniche. Un esempio: avete appena finito di seguire il corso di Filosofia della Politica e, un po’ per quella tipica hybris studentesca, pensate che si poteva fare ben altro (se non meglio); a questo punto, vi domandate come l’avrebbero trattata all’estero. Il confronto diventa facile: entrate su Itunes, accedete al Itunes Store e digitate “Political Philosophy”. Il primo risultato sarà il corso di 24 lezioni di Filosofia della Politica della University of Yale. Questa giochetto lo si può ripetere anche con altre università come Harvard, Oxford, Stanford ecc.

Oltre a questa interessante possibilità, si trovano singole lectures dei più noti accademici e conferenze registrate(anche in italiano!). Per esempio, se siete interessati a all’economista Amartya Sen, basterà digitare nel programma le parole chiave, e vi compariranno una decina di lezioni (anche con video) tenute dal premio Nobel. Un giochetto che si può ripetere anche per materiale nostrano: si possono trovare dalle “Lezioni di Storia Laterza” (di cui vorrei segnalare una straordinaria lezione sul Maxiprocesso del 1986 di Salvatore Lupo) alle “Lezioni di Filosofia” di Salvatore Natoli. Insomma, un vero e proprio sconfinato database dove, se prenderete mano, vi ritroverete a scaricare ore e ore di materiale.

Un altro strumento interessante, in particolare per ricerche tesi, è il Caronte. Per capire la sua utilità, bisogna sapere che l’Università di Trieste è abbonata a migliaia di periodici on-line (come “European journal of international relations” o “African Studies Bulletin”) e banche dati (come la IBSS, giustappunto, la biblioteca della LSE), che sono accessibili solo se connessi alla rete della università. Pertanto, per accedere a queste risorse si hanno due possibilità: o si è presenti, fisicamente, all’università (connettendosi con un computer dell’aula informatica o alla rete wifi UniTS) oppure si utilizza un sistema VPN (Virtual Private Network), nel nostro caso, il Caronte. Quindi, quest’ultimo è un ponte che permette di collegare un computer alla rete dell’università, anche se utilizzate la linea ADSL di casa vostra. In poche parole, si accede a tutte le risorse a cui è abbonata l’università, non muovendosi di casa. Utilizzare Caronte, non è troppo complicato. Il primo passo è accedere al sito caronte.units.it ; scrivete le vostre credenziali e, una volta entrati, seguite passo a passo le istruzioni del sito (tra cui l’installazione dell’affidabile programma Cisco VPN IPSec). Dopo aver eseguito tutta la procedura, rientrate di nuovo nel sito del Caronte e cliccate, partendo da sinistra verso destra, alla terza icona che troverete in alto a destra. Questa aprirà una piccola finestra e, a fianco della scritta “Biblioteca (S.B.A)”, schiacciate il pulsante GO, che vi porterà al sito del Sistema Bibliotecario dell’Ateneo. A questo punto – connessi alla rete UNiTs comodamente da casa vostra – potete accedere a tutte le sterminate risorse che troverete nei link “Banche dati” e “Catalogo periodici elettronici”. In questi due motori di ricerca troverete milioni di pagine di PDF, tutte scaricabili gratuitamente. Tuttavia, per quanto utile possa sembrare, Caronte non ha pochi problemi. E’ da dire che è una tecnologia che, da una parte viene sottovalutata e, dall’altra, sottosviluppata. Spesso la connessione in certe banche dati, come JSTOR, è mortalmente lenta e può capitare che in certi periodi non funzioni del tutto. Ma il problema più grosso rimane la gestione del materiale: solo nell’area umanistica dei periodici accademici, sono digitalizzate più di 5000 mila riviste; il problema diventa come trovare il materiale che serve.

D’altro canto, Itunes U, per quanto possa avere questi grandi nomi, non potrà mai sostituire un reale corso accademico, né tantomeno rappresentarlo (se non parzialmente). I corsi sono spesso o propedeutici alla materia (es. Political Philosophy di Yale) oppure estremamente specifici (es. Nietzsche on Mind and Nature di Oxford) . Ma, in ogni caso, sia Itunes U che Caronte sono dei strumenti da tenere in considerazione.

Luca Magonara

Alla cronaca dei fatti rimarrà sicuramente più il polverone pre-elettorale che non la Polverini vincitrice. Senza voler nulla togliere al neo Governatore della Regione Lazio, al contrario, si è avuta l’impressione che alla base si fosse partiti con un divario incolmabile tra le due fazioni rivali. I fatti che hanno portato alle dimissioni di Marrazzo (“almeno Berlusconi andava con le donne”, questo uno dei commenti che ho registrato in seguito ai fatti) e i suoi cinque anni di governo poco incisivi avevano già creato le condizioni di partenza per le quali qualsiasi candidato a destra sarebbe stato il nuovo Governatore. Per non sbagliare, il centro-destra ha presentato due novità: un candidato donna e, soprattutto, proveniente dal mondo sindacale. Mossa molto intelligente: sia per equilibrare i lasciti fatti alla Lega nel nord sia per convincere la gente di provincia che soffre più di tutti la crisi economica e che rappresenta il vero patrimonio elettorale della destra. Se poi si ha avuto modo di conoscere la Polverini dal vivo non si può tralasciare quell’accento burino che la fa sentire parte del volgo. La politica vicina alla gente.

Questo divario era importante tanto che il PD, dopo aver cercato nelle proprie carte degli assi mancanti, si è rassegnato ad appoggiare la Bonino ed i radicali. Insomma, per una volta non si è voluto giocare alla meno peggio come in occasione delle ultime elezioni municipali di Roma (in cui il PD si è presentato con Rutelli, spingendo la parte laica della sinistra ad astenersi e lasciando di fatto la vittoria ad Alemanno). Eppure, risiede forse qui il vero errore che sta commettendo il Partito Democratico al giorno d’oggi: “siamo l’unico partito in Italia ad aver organizzato elezioni primarie per scegliere i propri candidati”. Questo lo diceva Bersani in occasione delle primarie in Puglia. Ma se è vero che questa è la democrazia, allora il sistema delle primarie a sinistra andava forse allargato a tutte le regioni in cui si sarebbe andati al voto. Non solo quelle in cui vi sono problemi interni da risolvere, come è effettivamente successo in Puglia. Si perde credibilità e si può pensare che il partito sia democratico solo quando gli fa comodo.

In questo senso, la Bonino, politico di forte esperienza in Italia e all’estero, non è riuscita a convincere tutto l’elettorato di sinistra. Vi è la parte moderata, ricollegabile all’ex Margherita, che non è molto in sintonia con il percorso politico seguito dalla Bonino, così come i partiti di estrema sinistra non hanno mai visto di buon occhio i radicali. Come si è visto, purtroppo, è poi divenuto facile strumentalizzare il passato politico del candidato per farne opposizione. A 4 giorni dalle elezioni, Bagnasco ha preso parola invitando i fedeli a non votare i politici “pro-aborto”. Ci si chiede: può essere l’aborto strumentalizzato in funzione politica? Non sta facendo la Chiesa stessa l’errore madornale di ricollegare discorsi delicati riguardanti bioetica e diritti civili a quel porcile di opposizione chiamato partitismo? Forse non è solo la Chiesa a fare questo errore: in questi giorni stiamo vedendo come la questione delicata della pillola abortiva RU-486 stia diventando “di colore” – regioni rosse sì, regioni blu-verdi no.

Come se non bastasse, il clima si è scaldato con gli errori di presentazione delle liste e il tentativo trafelato di salvare il salvabile. Ma di questo se ne sono occupati abbastanza i giornali nazionali: quello spuntino di troppo, il quarto d’ora accademico e poi giù contro magistrati, questori, TAR, giornali. Ci si chiede se non sarebbe stato meglio dire “scusate” invece di andare avanti sul filo della politica dell’odio. Un Governo che discredita le proprie istituzioni è un governo che in primis riconosce di non aver fatto nulla per riformare gli aspetti che effettivamente non funzionano nel Paese. Ma prima di tutto che non si rende conto di quanto influenzi la società spingendola ancora di più verso un sistema parallelo a quello delle istituzioni, mafioso o anarchico che sia.

L’esclusione della lista del Pdl nella provincia di Roma ha fatto sì che alle elezioni molta gente sia andata in seggio, ha messo la croce sulla lista di Renata Polverini (ammessa senza merenda) scrivendo però il nome di candidati della lista Pdl. Sembrerebbe che nella sola Roma siano state annullate 30.000 schede di questo tipo. Con una differenza di voti tra le due candidate che, a risultato finale, è stata di 70.000 preferenze.

La sera stessa dello spoglio, la Polverini si è ritrovata in Piazza del Popolo a festeggiare mentre il comitato Bonino riconosceva la sconfitta e si augurava cinque anni di buon governo. “La Bonino è buona solo a protestare e non a governare” una tale affermazione la si aspetterebbe dall’opposizione. Invece è Antonio Di Pietro a rilasciarla quella sera stessa, dimostrando per l’ennesima volta (nonostante il risultato politico da parte del suo partito) che la sinistra non smetterà ancora per un po’ di darsi la zappa sui piedi. Proprio Di Pietro, a mio parere, è l’incarnazione della mediocrità di questa sinistra, simbolo di un anti-berlusconismo ad oltranza e vittima del ruolo subalterno rispetto allo sterile PD. Un po’ la crisi del secondo partito che ha toccato anche Casini dall’altro lato.

Una volta dato il risultato, non resta però che fare gli auguri di buon lavoro alla nuova giunta che si trova a dover far fronte a vari problemi di forte rilevanza: la cura di infrastrutture e trasporto urbano di Roma e provincie, la difficoltosa gestione della sanità, il rilancio industriale, agricolo e turistico. L’innovazione tecnologica e architettonica delle città. Sperando che la sintonia politica tra Governo, Governatore e Sindaco di Roma servano ora a fare qualcosa di grande per questa Regione.

Edoardo Buonerba
edoardo.buonerba@sconfinare.net

“La Bonino è buona solo a protestare e non a governare” Antonio Di Pietro, Italia dei Valori, dopo i risultati nel Lazio

Ah les italiens… Sono venuto di persona, e nel cuore della Francia, per capire che cosa esprime questo rimprovero sospirato, tra l’impaziente e il divertito, che esce spesso dalla bocca dei francesi quando commentano le stravaganze del nostro paese.
I primi giorni a Parigi, in piena psicosi collettiva per i pericoli della influenza suina, mi sono ammalato di quella Sindrome Gaber, che quasi inevitabilmente colpisce l’italiano all’estero. «Noi italiani per gli altri siamo solo spaghetti e mandolini», e Gomorra e Berlusconi. Con gli occhi iniettati di questa certezza, patriota sciovinista come non mi sentivo dalla finale dei Mondiali, ho notato che di cinema e arte italiani si parla moltissimo, come del resto di politica&veline. Tuttavia, se il cugino della penisola viene a trovare la Francia in casa, le provoca grandi imbarazzi. La République cerca di ignorare gli eccessi di gridi e risate; previene ogni inconveniente spiegando molto dettagliatamente in italiano corrente ogni divieto o fatto spiacevole da evitare; tenta di calmare l’ospite tirando fuori dall’armadio tutti i regali che ha ricevuto da Oltralpe e lo fa gongolare tra Gioconda e Renzo Piano; prova comunque a fargli capire che dovrebbe andarsene il prima possibile evitando di usare la nostra lingua in qualunque didascalia o annuncio che possa essere utile a renderlo meno impacciato al museo o nella metro!

Questa prima impressione, è lentamente sfumata insieme ai sintomi della mia malattia gaberiana.
Primo, perché ho conosciuto un sacco di gente, comunque ben più di quel che pensavo, che apprezza davvero l’Italia, chi innamorato dello splendore rozzo di Roma, chi della finezza di Venezia o dalla mondanità di Milano. Molti – anche grazie a un nonno italiano partito all’estero – parlano la nostra lingua e così hanno veramente accesso al nostro paese per la porta principale, e non attraverso il filtro di giornali e televisioni stranieri; che comunque, a quanto pare, non fanno molti danni. Forse anzi aiuterebbero anche noi a capire meglio che cosa succede tra i nostri confini.
Secondo, vivendo a contatto con la Francia di tutti i giorni, ci si accorge che non è tutta grandeur quel che luccica. Molti sono gli avvistamenti di boeuf francese, anche se normalmente vive chiuso in casa, si ammazza di fatica a tifare Équipe de France davanti alla televisione e trova sollievo in una birra fresca e qualche mugugno senza erre. Un Homer in salsa francese. Sua moglie Lucille, intanto, disinfetta la casa con litri di Amuchina: oggi tutti sembrano aver dimenticato la temibile grippe A, il virus mortale H1N1; ma solo fino a due settimane fa la televisione mandava a ripetizione un spot (“les gests de chacun font la santé de tous”) che oltre a entrarmi irrimediabilmente in testa, ha fatto la fortuna di quei maledetti gel disinfettanti. Gli affari per la ditta che li produce vanno benissimo, perché ormai il prodotto è entrato nelle abitudini dei consumatori! Che tristezza, poi gli emotivi saremmo noi… “Bastien, dammi una mano a buttare la spazzatura”: non è raro vedere mobili e materassi sui marciapiedi, la signora dove abito di raccolta differenziata non ha mai sentito parlare. Quello della burocrazia è un altro capitolo, e qui a farne le spese son soprattutto gli stranieri. Iscrizione amministrativa all’università, abbonamento della metro, allacciamento internet, conto in banca da aprire e casa da trovare. Per avere i primi serve il conto, per aprire il conto è indispensabile un tetto, per avere una casa servono solide garanzie finanziarie: cioè un conto in banca francese. Ah! Per la matematica il sistema è irresolubile, per uno studente in Erasmus no. Soluzioni a pagina 17 di questo numero. Ognuno di questi passaggi implica ovviamente code agli sportelli, “non ce ne occupiamo noi, si rivolga al piano di sopra”, “manca un documento”, “l’ufficio è chiuso rispondiamo solo via mail” eccetera eccetera. Corri, presto, chiude l’uffico! Passo col rosso al semaforo per i pedoni, dietro una colonna di francesi incravattati, e sento, da dietro, la voce dell’unica francese che si è fermata allo stop: “Ah, les italiens… ils passent toujours avec le rouge…”. Ah, i pregiudizi. L’altra sera ho conosciuto un’americana in partenza per l’Italia che mi ha detto: ho un po’ di paura per la mafia.

Insomma, cari miei, in sostanza sono uguali a noi. Solo che in generale mi sembrano molto meno divertiti, un po’ ingabbiati dal dovere di essere superiori, faro di civiltà anche in fila al supermercato. La grande e vera differenza resta comunque l’abilità di questo popolo vedere nella sua Storia un progetto, una strada da seguire, condivisa anche se in forme diverse dal Presidente come dal panettiere. Noi invece ce ne freghiamo, forse abbiamo veramente capito che il mondo è un teatrino [Gaber] e che passare il tempo a credersela non serve a niente; o forse facciamo di tutto per dimenticare Garibaldi e siamo un po’ rimasti al Medioevo dei Comuni, localisti e felici.
La missione dell’italiano all’estero resta ardua. Rispondere tutti i giorni a domande sull’incomprensibile politica italiana richiede energia e nervi saldi. Parlare gesticolando sotto gli sguardi divertiti degli stranieri (per la prima volta nella mia vita mi sono reso conto che anche io, e solo noi italiani, facciamo il “gesto del carciofo”!). Magari però qualcuno, conoscendoci, imparerà che gli italiani saranno pure ritardatari, urlatori, volgari e berlusconiani, ma restano comunque tra i popoli più felici del mondo! Ah les italiens… Sono venuto di persona, e nel cuore della Francia, per capire che cosa esprime questo rimprovero sospirato che esce spesso dalla bocca dei francesi quando parlano di noi. Nonostante tutto, un pizzico d’ammirazione e d’invidia.

Francesco Marchesano
francesco.marchesano@sconfinare.net

E’ Febbraio, piena estate nell’altro emisfero quando arrivo a San Paolo. Passare dalla sciarpa di lana alle infradito in meno di 24 ore non è l’unica cosa a lasciarmi basito. Il profumo di San Paolo mi investe dall’arrivo in aeroporto: è intenso, caldo, avvolgente è… di America Latina. Un misto dolciastro, ma allo stesso tempo acidulo, di banana, ananas, muschio, sudore, smog e urina. E’ ovunque, è penetrante, è totalizzante eppure sembro essere l’unico ad accorgemene. Credo che sia come l’odore della propria pelle: solo il naso altrui lo può percepire e anche io mi sarei assuefatto all’olezzo di SP in meno di una settimana. Diciotto milioni di persone abitano questa metropoli senza limiti né proporzioni. Ed è proprio questa mancanza di misura a lasciare spaesato chi si confronta con la città. SP è la prova vivente della teoria della relatività in cui lo spazio e il tempo si dilatano. Per arrivare in facoltà devo combattere con metro e bus per il centro, quasi tre ore di lotta contro il rush hour delle sette del mattino.

Il quartiere in cui vivo e studio è Higienópolis e solo dal nome – città dell’igiene – si può capire quale sia il livello medio del vicinato. A Higienópolis ci sono più parrucchieri per cani che per persone, ci sono più piscine che fermate dell’autobus, ogni palazzo residenziale ha la sorveglianza 24/7, la FAAP – università privata dove studio – è vigilata da security ad ogni entrata e vi si accede solo con una tessera magnetica personalizzata

Decido di uscire da questa bolla protetta per addentrarmi nel cuore della città, in quello che viene chiamato il centro – ammesso che se ne possa veramente identificare uno. La Paulista, avenida di tre chilometri e cuore finanziario della capitale, è una serpentone di traffico, che si divincola tra due interminabili pareti di grattacieli in cristallo. Una competizione di megalomania architettonica in un crescendo continuo, di dimensioni, forme e sfida alla statica. Poco distante il centrão dove svetta l’edificio Italia con i suoi trentasei piani di cemento. Deludendo il mio patriottismo non si tratta del grattacielo più alto della città ma la vista dalla terrazza panoramica del 36° è mozzafiato (vedi foto). Dall’alto SP è una selva illimitata di grattacieli che arriva fino all’orizzonte in ogni direzione, letteralmente non ha fine. Ma basta fare una fermata di metro per vedere la città denudata, nelle sue contraddizioni: nella 25 de Março una folla di ambulanti vende dvd masterizzati, computer e materiale informatico di dubbia provenienza, vestiti di carnevale, cocco fresco ed ogni tipo di ciarpame e droga che alimenta il mercato parallelo. Qui il clochard
dorme all’ingresso dei grattacieli, il venditore fugge dai poliziotti, i prezzi si contrattano fino all’ultimo centesimo e nessuno ci si avventura a cuor leggero di notte.

E poi c’è il lato B della città, quello che non appare nelle cartoline, quello che l’opulento business man evita, quelle che il turista preferisce non fotografare: la favela di SP. Mi addentro nell’avenida M’boi Mirim, in cui giungo dopo due ore e mezza di autobus da casa mia. Qui mi permetto di entrare solo perché sono accompagnato da un residente, uno dei tanti che lotta per sopravvivere in una società che vorrebbe scartarlo. Il suo appartamento intero costa un terzo della stanza che divido con un francese, la pizza più cara della favela costa meno della margherita di Higienópolis. E’ un altro mondo, mai così vicino e mai così lontano dalla città. E’ un universo parallelo tanto evidente quanto ignorato: Paraisópolis, la maggior favela della città è esattamente in mezzo all’Ipiranga, uno dei quartieri più ricchi di SP (secondo solo al Morumbi). Ed un muro alto tre metri recinta e separa fisicamente e socialmente questi due mondi.

A Jardim das Flores (Giardini dei Fiori) la maggior parte dei residenti è di colore e lo schema della città è totalmente diverso. Non ci sono grattacieli rutilanti, ma piccole casine ammonticchiate senza alcuna logica urbanistica che si inerpicano sulle colline attorno al lago del Guarapiranga. La favela di distingue perché gli edifici non sono intonacati ma i portanti in cemento armato e i mattoni da costruzione sono a vista, le finestre sono prive di imposte e le porte sono scrostate. Le stradine che salgono tra le case sono costellate di vecchi garage riadattati a chiese evangeliche in cui i pastori gridano al megafono e le folle in trance, accompagnano con gran “Alleluia” e “Sia lodato l’Altissimo” in una gara a chi si sgola di più. Non si ha nemmeno l’impressione di stare in una delle maggiori metropoli della Terra, in questi quartieri in cui tutti, dal panettiere al meccanico, si conoscono e si salutano per nome, in cui i bambini giocano scalzi per strada con palloni improvvisati, in cui i cani si azzuffano e le fogne scorrono a cielo aperto.

Ma la cosa più agghiacciante non è lo squallore o il sudiciume, ma sono i racconti dei volti che animano questo mondo derelitto. Dopo aver pernottato una notte in una stanza con la muffa alle pareti, mi alzo ed incontro una cugina della mia guida che mi chiede se sono stato disturbato dalla sparatoria della notte precedente. Fortunatamente il mio sonno è pesante ma sul marciapiede di fronte casa non posso fare a meno di notare la pozza di sangue che la prossima pioggia avrebbe lavato. Uno dei tanti morti viventi della città, che aveva peccato di tracotanza contro i trafficanti, ed aveva pagato il suo conto con i Signori della favela. Aspettavano solo di beccarlo alla sprovvista; poi nove colpi di pistola, tutti e nove in testa. E la cosa che più mi lascia turbato è che me lo raccontino come io potrei parlare della ultima serata al cinema; alla fine per loro si tratta solo di storie di vita quotidiana.

Ogni dettaglio, ogni racconto si fa sempre più raccapricciante quando il narratore non sembra sconvolto dall’atrocità di quello che dice. Una ragazza mi confessa di essere rimasta incinta. Ha venti anni, è disoccupata e studia teatro, non ha le condizioni e non desidera avere questo bambino. In Brasile tuttavia l’aborto è illegale ed è anche reato. Lei mi parla dell’esistenza di alcune pillole che si comprano al mercato nero per 400 réis al paio (circa 150 euro). Bisogna prenderne per via vaginale solo una – raddoppiare la dose sarebbe letale – ed attendere a gambe all’aria fino alle prime perdite di sangue. Io resto allibito dalla descrizione di questa pratica a metà tra medicina e macumba ma non esistono alternative. La ragazza scompare per due giorni per andare da una mammana, nessuno sa dove e nessuno sa come stia. Per tre volte tenterà questa ed altre operazioni fino a procurarsi un’infezione vaginale. Ma di andare in ospedale non se parla, se il medico si accorge che si è tentato un aborto illegale la polizia la deve arrestare. E nessuno vuole avere a che fare con la Polizia Federale in Brasile.

SP è fatta così, è l’apoteosi della contraddizione, l’iperbole della sperequazione sociale, nulla in città può avere misura: il ricco è ricchissimo e il povero poverissimo, gli appartamenti o sono attici o sono porcili, il supermercato o carissimo o a buonissimo mercato, i bar o pienissimi o vuotissimi… perfino il discreto a SP deve essere ‘discretissimo’. Che parte della città vogliamo vedere, il lato A – delle banche e dei grattacieli con l’eliporto – o il lato B – delle favelas e degli emarginati – è una scelta tutta nostra.

Francesco Gallio

francesco.gallio@sconfinare.net

Da buon studente di relazioni internazionali, durante il mese in Russia non ho saputo resistere alla tentazione di discutere delle vicende che affliggono la Russia: della “guerra e pace” con la Georgia, del rapporto UE-Russia ma soprattutto della questione democratica. È stato un dialogo molto interessante, sia perché privo delle distorsioni e semplificazioni a cui i mass media ci hanno ormai abituato, sia perché la maggior parte dei ragazzi russi che abbiamo conosciuto avevano già fatto numerosi viaggi in Europa e conoscevano la realtà delle democrazie occidentali (e conoscevano quindi anche ciò che i media “ufficiali” russi tacciono o distorcono).
Storicamente la Russia non ha mai conosciuto una vera democrazia, perché è passata dall’assolutismo degli Zar al totalitarismo del regime comunista. Quello che accomuna queste due realtà apparentemente così diverse è l’idea imperiale, un’idea da sempre parte integrante della cultura russa: idea d’altra parte evidentemente inconciliabile con una cultura democratica.
Se vogliamo considerare quello di Putin un governo autoritario, allora bisogna concludere che la Russia ha vissuto solo 10 anni di democrazia, durante gli anni ’90. Bene, per la Russia e soprattutto per i russi gli anni ’90 sono stati gli anni peggiori negli ultimi 2 secoli: molti hanno conosciuto la fame, anche fra i genitori dei nostri amici russi, e la Russia ha perso ogni influenza a livello internazionale. È certamente una semplificazione eccessiva dire che la colpa di tutto ciò sia da attribuire alla democrazia (nominale) di quegli anni, però certamente questa è l’impressione più diffusa in Russia.
Parlando con i ragazzi russi, la sensazione che ho avuto è che il popolo russo abbia una scala di valori molto diversa da quella occidentale: il valore e fine ultimo non è la libertà, ma piuttosto la stabilità. Tutti i russi sono coscienti che il loro paese è estremamente fragile e che un potere centrale forte è necessario per evitare che l’unità statale crolli come un castello di carte; questa convinzione è parte integrante della cultura russa ed ha origine fin dal XVI secolo, con Pietro il Grande, non è certamente un invenzione di Putin per accrescere il proprio consenso. Questo punto è spesso omesso in Occidente: si ha infatti l’impressione che la popolazione russa sia totalmente asservita, che non osi esprimere il proprio dissenso solo per paura. In verità, c’è molto di più dietro il larghissimo consenso di cui gode Putin: non solo ignoranza e paura, ma anche tradizioni culturali e sentimenti diverse dalle nostre. Anche questo è multiculturalismo, fuori dai soliti cliché.
Federico Faleschini
federico.faleschini@sconfinare.net

È ancora possibile un regime totalitario nel cuore dell’Europa democratica nel XXI secolo?

La risposta, neppure troppo sorprendente, sembra proprio essere si. E forse non era necessario Dennis Gansel e il suo film “L’Onda” (Die Welle) a ricordarci quali sono i presupposti e le modalità per l’avvento di una degenerazione autoritaria, anche se molto sembra essersi perso nel passato: con a capo un leader carismatico, addomesticati al potere e alla disciplina del branco, rinchiusi nella corazza della camicia bianca, un gruppo di giovani allievi tedeschi sperimenta, tra i banchi di scuola, la nascita del regime, il fascino della dittatura.

Si inizia con la teoria: disoccupazione, ingiustizia sociale, inflazione, insoddisfazione politica e nazionalismo, queste sono le basi, questi i presupposti, il terreno fertile per l’ascesa al dominio incontrastato, più o meno cosciente. Non basta, agli scettici studenti la teoria puzza di vecchio, di sentito e letto nei polverosi libri di scuola, c’è bisogno di andare oltre, di osare ancora, di superare il sottile confine tra sperimentazione e immedesimazione. Inizia il gioco delle parti, tutto prende forma. Poche regole, una divisa e alcuni gesti comuni identificano i membri dell’Onda. La razza, la religione, il successo entro e fuori le mura scolastiche non contano, l’Onda abbatte le barriere, supera le amicizie collaudate, rende tutti uguali. L’altro, il diverso è chi vive fuori dal movimento. Per i giovani studenti, tutto ora ha un senso, tutto ha uno scopo, fino alle tragiche conseguenze.

Film forse troppo “didascalico” nel suo svolgersi, ma spettacolare e coinvolgente nei suoi 100 minuti di pellicola. Il Der Spiegel lo ha definito uno dei piu importanti degli ultimi anni per la sua lucida descrizione del potere fascinatore del totalitarismo. Un pugno nello stomaco. Se crediamo che gli autoritarismi siano solo un ricordo del passato, sia per la nostra giovane Europa che per il Mondo intero, prepariamoci ad essere i nuovi perdenti.

L’Europa, la nostra cultura europea, ha in questo molto da insegnare ai nostri cugini d’oltreoceano, in questo, emblematico, è come le esperienze di Hiroshima e Nagasaki, il razzismo e la violenza non abbiano lasciato un senso di colpa nella coscienza del popolo americano paragonabile alle responsabilità che pesano e continuano a pesare sul popolo tedesco ed europeo per dei crimini come i genocidi e le lotte civili dell’ultima guerra mondiale.

La domanda per tutti più ovvia: nella nostra Italia e soprattutto nella nostra università italiana e, perché no, nella nostra confinata Gorizia, può prendere avvio un’escalation di questo tipo? A voi l’ardua sentenza! certo è che l’Italia non è certo il Paese più libero, ma qui si smentisce lo stesso concetto di democrazia e di libertà come condizione necessaria perché una ricaduta totalitaria non avvenga; Noi crediamo che la democrazia sia solo il punto di partenza, non la meta. Fino a quando ci sarà una presunta libertà, una ipotetica democrazia, ma mancheranno, giustizia sociale, distribuzione adeguata delle risorse e accesso per tutti ai servizi più indispensabili, finché ci sarà corruzione, limitate possibilità per ottenere un’adeguata istruzione e preparazione scolastica, finché mancherà il diritto per tutti al lavoro e ad un lavoro umano..mancherà non solo la Democrazia, ma anche verrà meno il concetto moderno di Stato! Come si può creare l’Europa Unita, come si può “esportare” la Libertà nel Mondo se Noi stessi abbiamo solo un’idea teorica di cosa sia veramente?  La nostra Italia, l’Italia che si arrabatta, che cerca di tirare avanti, questa Italia, questa volta, è destinata a soccombere.

E noi studenti? A noi il compito più arduo, capire e far capire che solo con la cultura, con una coscienza ed un’autocoscienza possiamo definirci veramente liberi. Un piccolo pezzo di questa libertà l’anno già conquistata prima di noi nei secoli passati, ora a noi la sfida più difficile.

Francesco Plazzotta
francesco.plazzotta@sconfinare.net

Suona la sveglia, attorno un silenzio sornione che ovatta le urla della famiglia di sotto, chissà che problemi avranno. Cinque minuti di pura incoscienza, poi la realtà cancella qualsiasi pretesa di sogno. Apro la finestra, sole e aria fresca. Entro in cucina, caffè e biscotti. Accendo la tv, Gasparri e Franceschini. C’è qualcosa che turba la mia apolide percezione di allegria.

Mister G ha l’occhio un po’ vacuo ma sorride, la vita sembra riservargli soltanto certezze. Mister F corruga la fronte come è solito fare per le questioni di principio, dubito possiederà mai la stessa serenità che contraddistingue le anime alla Mister G. Entrambi parlano di Mister B, ma non faccio in tempo a ricavarne qualcosa di concreto che il dibattito si allarga a macchia d’olio: Mister O trasuda sdegnosa bonarietà, Mister P oscilla tra rabbia e rassegnazione, per buona educazione si lascia qualche secondo anche all’invettiva di una nervosissima Miss C. Dieci minuti di frasi rattoppate e un terzo del Tg viene sprecato in battibecchi costruiti ad incastro; tutto ciò che resta è l’inevitabile incertezza su che cosa sia più fastidioso: le estrapolazioni mirate o i contributi premeditatamente confezionati? Forse la pigrizia dei giornalisti che montano servizi simili.

Per fortuna sembra che la sveglia sia suonata anche per qualcun altro. Accontentando una richiesta della Rai, infatti, l’Osservatorio di Pavia ha condotto un’indagine comparata su 14 tra i maggiori canali informativi europei, presentando i risultati ottenuti il 17 novembre 2008 a Roma, durante un dibattito intitolato “Politica e giornalismo nei telegiornali Rai”. Lo studio, che esamina gli anni dal 1967 al 2007 e una rosa di 231 edizioni di telegiornale su 266 esistenti, prende in considerazione due settimane “campione” per ogni decennio dal 1967 al 1987 e per ogni quinquennio dal 1992 al 2007; lo scopo è ricavarne dati statistici su quantità e qualità dell’informazione politica offerta dai canali Rai.

Innanzitutto l’indagine mette in evidenza la spaccatura tutta italiana tra i primi telegiornali degli anni ’60-’70 e quelli nati dalla logica della concorrenza e della soddisfazione dei target negli anni ‘90. Secondo l’Osservatorio, la prima categoria manifesta prevalentemente “una finalità pedagogico-esplicativa come base del resoconto giornalistico, orientata a descrivere le azioni dei soggetti politici tramite notizie scarsamente controversiali, conchiuse e separate tra di loro”, mentre la seconda generazione Rai si trova ad affrontare cambiamenti politici e mediatici che “provocano in primo luogo una radicale dinamizzazione del telegiornale. L’esposizione diventa più semplice, il linguaggio più facile e il ritmo più incalzante. Ma soprattutto la mediazione giornalistica ricorre sempre più alla riproduzione diretta della voce del politico, per lo più impegnato a fare dichiarazioni e ad esternare”. Accade così che se nel 1967 azioni e decisioni degli attori politici (leggi, decreti, regolamenti, riunioni di segreterie, direzioni, ecc.) assorbivano il 94% dello spazio consacrato alla politica lasciando solo il 6% alle esternazioni, con il passare degli anni si è arrivati a dedicare attenzione appena per il 24% alle azioni e per ben il 76% alle esternazioni, con un linguaggio oggi facile per l’89% mentre nel 1967 lo era per appena il 7%.

Una seconda sconcertante verità emerge poi dal confronto con i principali network europei (Bbc per l’Inghilterra,  France 2 per la Francia, Tve per la Spagna e Ard per la Germania): l’indagine evidenzia che nei notiziari italiani la percentuale media di cronaca politica è del 34,8% contro il 16,5% europeo (con l’unica differenza che la nostra è una percentuale fissa mentre i network europei registrano variazioni notevoli di giornata in giornata, arrivando addirittura anche a zero notizie di politica interna). In Italia il 55% di questo tempo è dedicato a dichiarazioni mentre il 41,6% a risposte che i politici danno ai propri colleghi; in Europa di quel suddetto 16,5% solo un 21,2% riporta delle dichiarazioni e solo un 20,7% le repliche. In sostanza, i nostri telegiornali trattano argomenti di politica interna per il doppio del tempo rispetto a quelli esteri riempiendo la quasi totalità dello spazio con il resoconto delle intenzioni anziché delle azioni dei nostri politici. Non ci dobbiamo scandalizzare perciò se la Bbc dedica 296 secondi alle elezioni in Scozia, France2 ne dedica 337 all’adozione della riforma costituzionale, la Ard 237 allo scandalo dell’agenzia statale KFW con audizione del governo in Parlamento, la Tve 257 all’incontro tra Zapatero e Rajoy e il Tg1 di Riotta destina la bellezza di 443 secondi al dito medio di Bossi (ricordate?).

Dunque in Europa non esistono resoconti in esterna davanti a Montecitorio o dirette dalle Camere, dunque in Europa hanno spazio di parola solo i leader di partito o di governo, i portavoce non vanno in video, dunque in Europa le “buone intenzioni” non interessano a nessun giornalista stipendiato. In Italia invece c’è spazio per tutti.

Valeria Carlot

valeria.carlot@sconfinare.net

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