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Un dialogo col Presidente del Consorzio per lo Sviluppo del Polo Universitario

Con l’uscita del nuovo numero di Sconfinare ci è parso giusto cercare di fare un po’ di luce sulla situazione universitaria a Gorizia. Per fare questo abbiamo scelto di intraprendere una strada, per certi versi rischiosa, quella cioè di andare a porre delle domande a quelle istituzione che in prima persona scelgono e sviluppano le politiche locali e regionali per migliorare la situazione universitaria di noi studenti.

La prima tappa di questo viaggio ci ha posto a confronto con l’Ing. Fornasir Presidente del Consorzio per lo sviluppo del Polo Universitario di Gorizia. Per chi ancora non lo sapesse tale istituzione, di concerto con le altre realtà regionali, si occupa di sviluppare e predisporre tutte quelle scelte che servono al mantenimento e alla crescita della realtà universitaria nel capoluogo isontino.

Si evince dunque, come una Regione a statuto speciale quale è il Friuli Venezia Giulia mantenga delle forti connotazioni di autonomia anche nel campo dell’istruzione, ma anche purtroppo anche in questa realtà la “riforma” universitaria proposta dall’attuale governo sembrerebbe avere delle ripercussioni. Infatti se la voluta razionalizzazione non verrà sviluppata in termini di qualità, ma al contrario verrà effettuata solo in chiave di risparmio sarà possibile che per la realtà universitaria goriziana arrivino tempi duri e si sviluppino problematiche reali. Altresì se si scegliesse la via dello sviluppo delle “specialità” sia a livello locale sia a livello accademico Gorizia troverebbe un ruolo forte non solo in ambito regionale ma anche in ambito internazionale.

A questo proposito il Presidente ci ha ricordato come si stanno sviluppando con particolare forza due nuovi progetti: da un lato lo sviluppo del conference center, e dall’altro il trasferimento del corso di Architettura dell’Università di Trieste qui a Gorizia.

Tali ipotesi per avere successo devono, sempre citando il Presidente, riuscire a far sistema con le realtà preesistenti nella zona ed in Regione. Ci si riferisce in particolare al corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche e per quanto riguarda Architettura alla volontà di sviluppo del “Polo Tecnologico” ed alla collaborazione con Area Science Park. Per quanto riguarda il progetto “Architettura” la scelta è ricaduta su Gorizia in primo luogo perché qui ci sono già a disposizione circa 12000 mq di aule e strutture libere e sono incorso di ultimazione o finanziamento investimenti atti a predisporre circa altri 18000 mq di spazi utili a contenere aule e laboratori universitari; dove per contro le strutture e gli spazi oggi utilizzati a Trieste dalla Facoltà di Architettura sono almeno definibili come impropri. Inoltre mancando ad Udine un corso in Architettura, gli studenti friulani potrebbero beneficiare della maggior centralità del centro isontino rispetto la città giuliana.

Parlando di centralità e marginalità l’attenzione si è posta sul ruolo di Gorizia quale punto di cooperazione e collaborazione tra Italia e Slovenia. In quest’ottica la collaborazione tra il Consorzio di parte italiane ed il parigrado di parte slovena (VIRS), già attiva da molti anni, sta ora dando i suoi frutti attraverso il prossimo sviluppo del progetto EuroKampus www.eurokampus.si dove, dopo una prima bocciatura del progetto di un università internazionale andato a Pirano (SLO) si stanno proponendo nuove collaborazioni quali lo sviluppo di un polo tecnologico transfrontaliero e di una casa dello studente internazionale.

Forti sono però ancora le lacune che a più livelli pesano su noi studenti, la principale riguarda indubbiamente la mancanza di un servizio mensa nelle sedi di Via Alviano e di Via Diaz. Stando alle parole del Presidente più volte il Consorzio si è fatto carico di tale problema proponendo una soluzione che unificasse le necessità dei poli di Trieste ed Udine. Essendo in questo senso responsabili i due ERDiSU nelle prossime settimane si instaurerà un nuovo tavolo di confronto tra il Consorzio e tali enti con la speranza di trovare un soluzione in tempi brevi. Purtroppo anche ad altri livelli si stanno creando piccoli nuovi problemi, in quanto il territorio e le sue istituzione locali non sembrano appoggiare delle concrete misure di integrazione e sviluppo tra società locale e studenti; basti pensare aglii ormai famosi comitati anti schiamazzi, causa anche della chiusura del noto Fly e alla completa mancanza delle istituzioni e del mondo imprenditoriale locale all’interno dell’Università, soprattutto in Via Alviano.

Ci è parso dunque di capire che al di là delle solite polemiche si stanno sviluppando dei progetti concreti ma che essi per diversi motivi non riescano a venir completati in quell’ottica di collaborazione in primo luogo tra città ed università, poi tra i due atenei ed ancora tra Italia e Slovenia. Una situazione non proprio favorevole in questo momento di difficoltà per il mondo universitario e non solo.

Oggi più che mai, sembra necessario riuscire a superare queste barriere poste su più livelli; per creare politiche di comune intento atte a sviluppare la presenza universitaria a Gorizia. Per questo motivo nel prossimo numero cercheremo di porre queste domande all’attuale Assessore Regionale all’Istruzione.

Marco Brandolin

Marco.brandolin@sconfinare.net

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Come riportato dal sito dell’università, la mattina di venerdì 11sarà carica di appuntamenti e incontri. Si comincia alle 10.15 dove i candidati al consiglio di facoltà si presenteranno agli studenti. Alle 11.30 farà il suo ingresso il Preside di Facoltà Coccopalmerio per un incontro con gli studenti.  Anche noi di Sconfinare riteniamo sia importante esserci, partecipando e intervenendo attivamente.

Non trovate scuse, questi sono appuntamenti importanti per far sentire le necessità degli studenti! Il mio augurio e della redazione di Sconfinare è quello di vedere una massiccia partecipazione di tutti voi.

Un saluto.

No nel Meditteraneo, a volte penso che il nostro vecchio stivale stia galleggiando nel Mar Mediocrità. Almeno per quanto riguarda l’Istruzione. E’ un pensiero che mi viene di frequente. Ancora più spesso quando sono all’estero, alla giusta distanza. In Eramus, a Cracovia – in Polonia – s’ha meglio la percezione dei nostri savi “intogati”. A che serve un corso di relazioni internazionali se non ti riconosce l’esame di una lingua diversa dalle 5 “impartite dalla facoltà” (inglese, tedesco, francese, spagnolo e arabo, chissà poi perché non russo o cinese?). A cosa, se nemmeno l’esame d’inglese, uno tutelato come specie protetta dal regolamento, non puoi farlo perché ha contenuti diversi da quelli dati dal docente in Italia. Ma una lingua non dovrebbe essere un mezzo? Non si dovrebbero apprendere le benedette skills, capacità orali e scritte, per trasmettere delle conoscenze? Quelle che altri docenti, non un lettore qualsiasi, dalla pronuncia senza dubbio ineccepibile, ti hanno trasmesso. E mentre da noi si discute quali crediti formativi accettarti e quali no, quali sono le cattedre forti, quali i professori intoccabili, all`estero ci si ritrova per altri motivi. Il Ministro della Scienza (Barbara Kudryca) afferma di voler cambiare l’immagine dell`educazione. Mentre 10 illuminati lavorano al progetto di individuare i parametri per accreditare i titoli di Flagships, di centri d’eccellenza della cultura polacca, si è già approvato il dirottamento all`istruzione, entro il 2013, di oltre 4 milioni di euro di fondi europei. “La competizione tra le massime Università per ricevere tali fondi sarà un impulso per migliorarci” ha dichiarato il rettore dell’Uniwersytet Jagielloński di Cracovia. Qui in una delle più vecchie università d’Europa (1346), il cannocchiale è già rivolto al futuro. I cracoviani corrono, noi è già tanto se riusciamo a galleggiare. Senza affogare.

Davide Lessi

Da quando militi nell’UDC, e cosa ti ha spinto a questa scelta?

Sono iscritto dal 2006, dalle elezioni politiche, inizialmente per sostenere un consigliere regionale. Successivamente ho iniziato a prendere parte alle attività. Devo dire che ciò che è proposto dal partito “nazionale”, dall’alto (quindi in congressi e riunioni varie) è piuttosto deludente per un giovane che si avvicina alla politica. Più che di partecipazione si tratta di presenza, bisogno di far numero: sei una pedina per applausi. Ma se guardi al provinciale, o ancor meglio al locale, ho sempre osservato una buona attività. Organizziamo incontri, confronti, con personaggi non solo dell’Udc ma anche di altri partiti o associazioni.

Come vi organizzate?

Facciamo una riunione a settimana, sulla nostra valle, la Valsugana, prima di riunirci ogni mese a Trento con gli altri gruppi della provincia di Trento.

E come funzionano le vostre attività di circolo?

Riceviamo l’aiuto di un ex senatore e di un giovane ragazzo, per aggiornamenti sul modo di agire e di fare politica. Ma è parlare sui problemi concreti che più può appassionare e coinvolgere: e i problemi da risolvere sono quelli fuori casa, sono quelli che affronti a livello locale, non quelli che affrontano a Roma: non sono un fervente federalista, ma credo che le domande e le risposte al giorno d’oggi sia importante darle a partire dal piccolo.

Il resto del panorama giovanile, nella tua zona, in che rapporti lo vedi con la politica?

Trovo triste la politica delle tessere. Il tesseramento come bisogno di far numero, i cosiddetti partiti di cassa, i dissidi interni e le barricate fra ragazzi che ormai navigano in questo sistema e restano chiusi, inquadrati e non si espongono mai per un dialogo. Si dice spesso che ormai è finita l’era delle grandi ideologie, ma l’indottrinamento esiste ancora.

E che dire di questa antipolitica montante, che più di altri sembra investire i giovani?

A mio avviso il problema non è nuovo, è venuto fuori in maniera dirompente per l’esasperazione dei toni e il fenomeno Grillo. La Prima repubblica non è mai finita: è diventato normale ciò che in altri paesi d’Europa oggi scandalizzerebbe chiunque; è come se il passaggio da prima repubblica a seconda repubblica sia stato solamente un rendere legale ciò che era illegale.

E perché tu (nonostante tutto) hai deciso di investire e di metterti in gioco in politica?

La mia motivazione principale è quella di confrontarmi con altri sui temi più svariati… credo che il vero senso della politica sia quello del dibattito, scambiarsi idee per cambiare qualcosa… vedendo il penoso spettacolo di molti politici che hanno trasformato tutto in show business, apparizioni tv e quasi mai dove invece dovrebbero essere (cioè tra i cittadini che li votano) mi chiedo: ma davvero l’unica soluzione è andare in piazza a fare gestacci ascoltando le urla di un comico? A questa domanda molti giovani rispondono: si, è facile… però penso anche che molti altri come me non si accontentino, quindi si informano, discutono, costruiscono… proprio perché la politica così com’è non ci piace dobbiamo dimostrare di saper parlare di politica, è questa la reazione che bisogna attuare: a qualcosa di negativo non si risponde con qualcosa di negativo. Incontrando altri giovani mi rendo poi conto che destra e sinistra sono parole che invece di essere usate per mostrare differenze di idee, progetti sono scuse per mantenere la gente e i giovani come noi ignoranti e distanti, e per permettere ad alcuni di approfittarne.

Proprio perche l’antipolitica è nata come reazione superficiale dovuta a comportamenti superficiali di alcuni, credo sia stimolante cercare sfide più interessanti.

Cosa serve e può interessare ad un giovane che vuole provare a credere e investire nella politica?

Incentivare gruppi di riflessione e di confronto anche tra partiti avversari. Se si vede il coetaneo che la pensa diversamente da te come nemico, allora non si va da nessuna parte. I partiti sono ancora necessari, e dobbiamo recuperare l’immagine del buon partito come luogo di ascolto, di confronto e di ricerca di soluzioni assieme. Sarebbe bello organizzare dei gruppi all’università, ma forse è di difficile realizzabilità. Sicuramente bisogna mettere la parola fine a questa esasperazione e scontro nella politica, che sicuramente allontana i giovani, e creare nuovo modo di informazione politica, che sia diverso dal “panino” del telegiornale.

E il tuo partito che risposte si impegna a dare ai giovani?

Noi abbiamo sempre messo come punti centrale la famiglia: è lì il nucleo centrale della nostra società, credo che incentivare ed attuare una forte politica per la famiglia voglia dire agire per le vecchie come per le nuove generazioni.

Ringraziamo Hussam Hussein, Beatrice Moda e Valentina Collazzo per l’impegno e il lavoro svolto in qualità di rappresentanti degli studenti in Consiglio di Facoltà. L’incarico è ora affidato a Giulia Tercovich e Isabella Ius (III SID). Per qualsiasi informazione o necessità:

Giulia Tercovich    giuter@supereva.it

Isabella Ius             elan_isa@hotmail.it

L’aria che si respira in città a dieci giorni dall’apertura totale dei confini alla Slovenia e alcune opinioni raccolte a Nova Gorica.

Il conto alla rovescia dell’entrata a tutti gli effetti della Slovenia nella zona Schengen è arrivato ai suoi ultimi scatti, le pagine del Piccolo si riempiono delle quotidiane battute dei politici locali, italiani e sloveni, che si accordano sui particolari della festa, sui luoghi, sulla notte bianca. Radio, giornali e televisione intanto danno voce ad esperti e capi di Stato; riflettono sulla posizione di Gorizia e Trieste, destinate a diventare “nuovi centri” in Europa; si interrogano sul significato culturale dell’abbattimento del confine, che rappresentava una distanza incolmabile tra le due città, gemelle siamesi, così diverse nonostante la vicinanza.

Ma che cosa ne pensano goriziani e novo-goriziani, qual è la loro esperienza su confine, sloveni, Europa Unita? Interessano questi temi, o sfiorano appena la quotidianità delle città?
Con la curiosità di uno studente del I anno, inconsapevole su che città sia mai questa, ho fatto un giretto a cavallo del confine.

GORIZIA – Appena fuori dal centro, a caccia di opinioni, sono entrato in un negozio di alimentari. La signora goriziana che ci lavora da una vita risponde volentieri alle mie domande.

«Sono nata nel ’45, in Italia: pochi anni dopo, però, la mia casa si trovava al di là del confine».

Come è stata la sua infanzia in Slovenia?

«Quello che ricordo è tanta, tanta miseria. Nova Gorìca era in costruzione, c’era solo povertà. Infatti appena ho potuto mi sono spostata in Italia e ho raggiunto mio marito, lui pure italiano nato in Slovenia, che si era già trasferito qualche anno prima».

Qual è il suo rapporto con gli sloveni oggi? Come le pare che la pensino i goriziani?

«Ho avuto la possibilità di conoscere la loro situazione, perciò li capisco e li rispetto: parlo lo sloveno, tanti che vengono in negozio preferiscono rivolgersi a me nella loro lingua. La gente di qua è generalmente ben disposta, ma soffro quando sento dire, con superficialità, “i è sciavi!” (sono slavi, ndr). Io comunque mi sento pienamente italiana;  infatti mi dispiace che i miei nipoti vadano alla scuola slovena di Gorizia».

Che cosa è cambiato dal 2004 con l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea? Che cosa pensa accadrà ora con l’apertura totale dei confini?

«Sono un po’ preoccupata, infatti vedo che mentre noi diventiamo sempre più poveri, Nova Gorìca si espande, tanti italiani passano il confine per comprare la carne e la benzina, perché i prezzi sono bassi, o per giocare al casinò. In Italia che cosa abbiamo di attraente? Mio fratello, poco più giovane di me, aveva scelto di continuare a vivere in Slovenia: ora ha un bell’agriturismo frequentatissimo. Loro diventeranno signori e noi sempre più poveri, il contrario di un  tempo».

L’ingresso nel negozio di una cliente anima l’intervista, in particolare quando chiedo  del futuro di Gorizia dopo l’entrata della Slovenia nell’area Schengen.

CLIENTE – «Ma quali signori! Verranno tutti di qua! Nel 2004 ho fatto un giro alla festa, c’erano un sacco di italiani vicino al confine, in piazza Transalpina. In Iugoslavia -cioè in Slovenia, io la chiamo ancora così- invece la gente era quasi nascosta dietro ai vetri della stazione: avevano paura? Non so che cosa succederà, tu raccogli pure dei pareri, ma dobbiamo solo aspettare e stare a vedere. Certo che non saremo più zona franca e perderemo tante agevolazioni: ma l’Europa ha voluto così!».

Il primo timore di tutti gli interpellati era di non essere abbastanza informati. Tuttavia ho notato che dietro l’apparente disinteresse di alcuni e nonostante non manchino i pregiudizi, i goriziani sono ben attenti al destino del loro “orticello”. Il benzinaio  rassicura: «Grazie all’agevolazione regionale i prezzi non dovrebbero salire molto, anche perché oltreconfine sono destinati a crescere». Naturalmente, i meno preoccupati sono i giovani: «Questo passo è del tutto naturale, mettere da parte le vecchie ostilità non potrà che avvantaggiare entrambi i Paesi».

Ora che verrà meno la rendita di posizione di Gorizia, passaggio obbligato per merci e persone,  servono nuove idee e intraprendenza. Non l’ha detto un politico, l’ha capito il barista.

Francesco Marchesano

 

NOVA GORÌCA – Da Gorizia non è difficile andare a cercare gli altri per scoprire come vivono questi ultimi giorni di frontiere semichiuse:  quasi senza rendersene conto ci si ritrova con un piede “di là”, attraversando quasi per gioco il confine soltanto disegnato in piazza Transalpina. Con l’aiuto di Dimitri-interprete ho sconfinato verso la “terra dei casinò”, patria del divertimento per molti italiani.

La pista ciclabile che porta verso  centro di Nova Gorìca è insolitamente affollata; una signora sulla trentina sta accompagnando il suo bambino vivacissimo all’allenamento di calcio.

Buonasera, parla italiano? La breve intervista si anima in fretta e Alenka ci racconta volentieri qualche pezzetto della sua vita: «Sì, parlo la vostra lingua, come il mio bambino che ha imparato a capirla guardando i cartoni animati alla TV italiana!  Io sono più iugoslava che  slovena, mio padre è kosovaro e mia madre bosniaca». Per questo, quando le chiediamo che cosa ne pensa dell’Unione Europea e del recente ingresso della Slovenia ci spiega: «Secondo me non è cambiato molto: i soldi che ieri mandavamo a Belgrado oggi arrivano a Bruxelles». L’apertura del confine non genera particolari aspettative, «visto che in Italia i prezzi sono saliti parecchio con l’arrivo dell’euro; anche qui sono cresciuti un po’, ma molto meno che da voi! Sono piuttosto gli italiani che saranno avvantaggiati, vengono sempre più spesso di qua per divertirsi, anche troppo! (ride) Pensate lo Stato ha riservato un centinaio di parcheggi ai clienti italiani del casinò Perla, togliendoli ai residenti. Comunque, a parte queste piccole cose, la convivenza è buona».

Il vero timore di tanti sloveni a dieci giorni dalla “notte di Schengen” è un altro: Quando le persone potranno attraversare liberamente la frontiera, «molti cinesi, romeni e africani – tutti quelli che voi avete di troppo – avranno l’occasione di entrare in Slovenia!».

Questo cambio di punto di vista è davvero paradossale, a pochi metri di distanza da un’Italia che teme un’invasione di migranti dall’Est europeo!

È della stessa opinione una giovane coppia di giovani sloveni che incrociamo a passeggiare col cane. «Un grosso problema locale è quello della droga e lo Stato Sloveno non spende neanche un soldo per risolverlo; Nova Gorìca è luogo di spaccio e l’apertura delle frontiere non contribuirà certo a migliorare la situazione. Più in generale però non ci dispiace una maggiore apertura: quando ormai il regime di Tito era in bancarotta, il tolar sloveno valeva così poco che qualcuno, per disprezzo, usava le banconote per accendersi le sigarette. Oggi va davvero meglio». Con un vivace scambio di battute condividono con noi alcuni ricordi sul passato del confine: «Alla polizia di frontiera bisognava dire tutto, questo non era certamente piacevole. In Italia non si poteva comprare più di un Kg di caffè e non si potevano portare più di 300mila lire al mese: tutto era controllato tramite dei timbri sul lasciapassare. Noi che abitavamo presso il confine eravamo anche fortunati, perché gli sloveni di Lubiana potevano spendere solo la metà». Per concedersi qualche lusso in più, raccontano, «nascondevamo qualche banconota nelle maniche».

L’esplorazione prosegue verso il centro – commerciale – della “città giardino” che Tito ha fatto costruire dopo la Seconda Guerra come vetrina dell’Est comunista da mostrare all’Occidente. Al centro della piazza, due ragazze si stanno salutando. «L’apertura è necessaria e i giovani lo capiscono benissimo: quello di confine è un concetto di altri tempi, solo gli anziani che ricordano il fascismo sono ancora un po’ diffidenti. Entrando nella globalizzazione bisogna accettarne anche i problemi, ma stiamo camminando verso un futuro migliore». Tina frequenta Relazioni Internazionali all’Università di Lubiana. Capisce perfettamente le mie domande in italiano, ma preferisce rispondere  nella sua lingua; la comprensione è ottima perché, come molti altri giovani, guarda spesso i programmi TV italiani, che ormai sono celebri anche qui. Dall’Italia, Nova Gorìca sembra essere solo ristoranti economici e casinò, le chiedo che cosa ne pensa. «Naturalmente non è così, tanti turisti visitano il Carso e le Grotte di Postumia; la mia città ospita spesso eventi culturali importanti, opere teatrali ed esposizioni d’arte: io non ci ho mai visto un italiano, forse perché facciamo poca pubblicità. Comunque io stessa non attraverso il confine per cercare luoghi artistici  italiani, molto più spesso vado al mare a Duino!».

Ecco come tra una puntata al Perla e una giornata sotto il sole, l’Euroregione si riscopre unita.

Francesco Marchesano

con la collaborazione di Dimitri Brandolin

Premio Nobel tra polemiche, minacciate crisi intergovernative e opinioni assai differenti, ma pur sempre grande letteratura.

12 Ottobre: premio nobel assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk.

“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva: l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi un giorno è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando ero sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancor più bello vedere le due rive insieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.”

Con questa affermazione del neo premio nobel Orhan Pamuk si riassume la sua visione del mondo, la sua concezione di letteratura; egli ci dona una piccola goccia dei suoi pensieri riguardo alla Turchia, patria dell’autore dal 1952. Al di là delle continue dichiarazioni tra lo stato francese e quello turco; dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una legge che punisce penalmente chi nega il genocidio della comunità cristiana armena degli anni 1915-18. Al di là della disapprovazione di Pamuk stesso e della Comunità Europea della suddetta proposta di legge considerata illiberale e controcorrente rispetto alla politica di riconciliazione dell’Ue atta a permettere l’entrata della Turchia nell’Unione. Al di là di tutte le polemiche, quello che non si deve porre in secondo piano ma far emergere con determinazione è l’esistenza di una produzione letteraria di alto stile che a partire dal 1974 muove timidamente i suoi primi passi con il romanzo “Oscurità e luce”. Dopo aver studiato giornalismo alla Istanbul University, Pamuk è stato ricercatore alla Columbia University a New York e alla University of Iowa. In questo periodo inizia a scrivere i suoi primi romanzi legati alla corrente del naturalismo; tutto riconduce a descrizioni di paesaggi smarriti e sconvolti della provincia turca, allo splendore della capitale sul Bosforo. Fino alla fine degli anni ’80 la sua produzione rimane legata soprattutto ad elementi biografici, a descrizioni di luoghi in cui l’autore ha trascorso la propria infanzia (La casa del silenzio, il castello nero). Il 1990 è l’anno di svolta che segna l’inizio del periodo postmoderno (Il libro nero); un periodo che tuttavia rimane fortemente permeato dallo spirito favoloso, dall’oralità della tradizione orientale, dall’eco dei vari racconti dei saggi nei quartieri turchi. D’importanza fondamentale è, quindi, il tema dell’identità che riconducibile sia al conflitto di valori tra l’occidente europeo e la cultura islamica, sia ad una più profonda radice psicologica. I romanzi lasciano spesso in sospeso la soluzione di tale conflitto, presentano trame complesse e personaggi di grande carica emotiva. L’Istanbul contemporanea e dell’impero ottomano non è solamente lo sfondo delle vicende umane ma assume la qualità di personaggio, di organismo vivo, con una sua storia da raccontare.

Ed è questo che costituisce il valore aggiunto del premio Nobel. La descrizione di una città sempre luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Il valore aggiunto risiede in quella capacità di unire la sua formazione estremamente influenzata dall’Oriente e quella sua nuova vita sempre a contatto con il mondo occidentale. L’autore si erge a punto di contatto tra queste due realtà eterogenee, le descrive, le fa leggermente sfiorare come un timido incontro e poi le fonde assieme. Stoccolma, infatti, annuncia: ” A Orhan Pamuk perché nell’anima melanconica della sua città ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell’interrelazione delle culture” .

Quest’anno il premio Nobel è stato assegnato, perciò, ad uno scrittore simbolo della cultura laica, ha prevalso una certa ragione politica che vede premiare un personaggio al centro di un archiviato caso politico, accusato dal governo turco di antinazionalismo per la sua presa di posizione sui massacri degli armeni e curdi. La sua patria nega, quindi, la classificazione di quest’uomo, che ha rifiutato il titolo di artista di stato, come un autore esponente di quell’engagierte Literatur, utilizzando una definizione tedesca, ossia di quella letteratura politicamente impegnata che da pochi anni ha incontrato la penna di Pamuk. Letteratura che coniuga efficacemente tradizione, avanguardia e sensibilità politica, nettamente al passo con i grandi processi di sviluppo che accompagnano i nostri giorni.

Nicoletta Favaretto

Bibliografia:

Oscurità e luce, 1974

La casa del silenzio, 1984

Il castello bianco, 1985

Il libro nero, 1990

Il volto segreto, 1992

La nuova vita, 1995

Gli altri colori, 1999

Il mio nome è rosso, 2000

Kar (neve), 2002

Istanbul, 2004

Premio Nobel tra polemiche, minacciate crisi intergovernative e opinioni assai differenti, ma pur sempre grande letteratura.

12 Ottobre: premio nobel assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk.

“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva: l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi un giorno è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando ero sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancor più bello vedere le due rive insieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.”

Con questa affermazione del neo premio nobel Orhan Pamuk si riassume la sua visione del mondo, la sua concezione di letteratura; egli ci dona una piccola goccia dei suoi pensieri riguardo alla Turchia, patria dell’autore dal 1952. Al di là delle continue dichiarazioni tra lo stato francese e quello turco; dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una legge che punisce penalmente chi nega il genocidio della comunità cristiana armena degli anni 1915-18. Al di là della disapprovazione di Pamuk stesso e della Comunità Europea della suddetta proposta di legge considerata illiberale e controcorrente rispetto alla politica di riconciliazione dell’Ue atta a permettere l’entrata della Turchia nell’Unione. Al di là di tutte le polemiche, quello che non si deve porre in secondo piano ma far emergere con determinazione è l’esistenza di una produzione letteraria di alto stile che a partire dal 1974 muove timidamente i suoi primi passi con il romanzo “Oscurità e luce”. Dopo aver studiato giornalismo alla Istanbul University, Pamuk è stato ricercatore alla Columbia University a New York e alla University of Iowa. In questo periodo inizia a scrivere i suoi primi romanzi legati alla corrente del naturalismo; tutto riconduce a descrizioni di paesaggi smarriti e sconvolti della provincia turca, allo splendore della capitale sul Bosforo. Fino alla fine degli anni ’80 la sua produzione rimane legata soprattutto ad elementi biografici, a descrizioni di luoghi in cui l’autore ha trascorso la propria infanzia (La casa del silenzio, il castello nero). Il 1990 è l’anno di svolta che segna l’inizio del periodo postmoderno (Il libro nero); un periodo che tuttavia rimane fortemente permeato dallo spirito favoloso, dall’oralità della tradizione orientale, dall’eco dei vari racconti dei saggi nei quartieri turchi. D’importanza fondamentale è, quindi, il tema dell’identità che riconducibile sia al conflitto di valori tra l’occidente europeo e la cultura islamica, sia ad una più profonda radice psicologica. I romanzi lasciano spesso in sospeso la soluzione di tale conflitto, presentano trame complesse e personaggi di grande carica emotiva. L’Istanbul contemporanea e dell’impero ottomano non è solamente lo sfondo delle vicende umane ma assume la qualità di personaggio, di organismo vivo, con una sua storia da raccontare.

Ed è questo che costituisce il valore aggiunto del premio Nobel. La descrizione di una città sempre luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Il valore aggiunto risiede in quella capacità di unire la sua formazione estremamente influenzata dall’Oriente e quella sua nuova vita sempre a contatto con il mondo occidentale. L’autore si erge a punto di contatto tra queste due realtà eterogenee, le descrive, le fa leggermente sfiorare come un timido incontro e poi le fonde assieme. Stoccolma, infatti, annuncia: ” A Orhan Pamuk perché nell’anima melanconica della sua città ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell’interrelazione delle culture” .

Quest’anno il premio Nobel è stato assegnato, perciò, ad uno scrittore simbolo della cultura laica, ha prevalso una certa ragione politica che vede premiare un personaggio al centro di un archiviato caso politico, accusato dal governo turco di antinazionalismo per la sua presa di posizione sui massacri degli armeni e curdi. La sua patria nega, quindi, la classificazione di quest’uomo, che ha rifiutato il titolo di artista di stato, come un autore esponente di quell’engagierte Literatur, utilizzando una definizione tedesca, ossia di quella letteratura politicamente impegnata che da pochi anni ha incontrato la penna di Pamuk. Letteratura che coniuga efficacemente tradizione, avanguardia e sensibilità politica, nettamente al passo con i grandi processi di sviluppo che accompagnano i nostri giorni.

Nicoletta Favaretto

Bibliografia:

Oscurità e luce, 1974

La casa del silenzio, 1984

Il castello bianco, 1985

Il libro nero, 1990

Il volto segreto, 1992

La nuova vita, 1995

Gli altri colori, 1999

Il mio nome è rosso, 2000

Kar (neve), 2002

Istanbul, 2004

In questa rubrica finora avete letto ciò che si vive durante un anno di Erasmus, io vorrei parlare di ciò che avviene dopo, ovvero il ritorno. Dopo alcuni mesi vissuti lontano dall’Italia, ci si inizia a calare realmente nella vita del paese dove si è ospiti, specie se avete la fortuna di essere a Madrid, come nel mio caso. Il calore delle persone vi ha contagiato, riuscite a cogliere i diversi aspetti della vita quotidiana, i vostri occhi sono abituati ai mille colori di una città vivissima, giovane, aperta al mondo. Il momento in cui si prende davvero coscienza di sentirsi cittadini di una nuova città è speciale, io ho avuto la fortuna di poterlo assaporare. E’ per questo che, dopo dieci mesi, il momento di rientrare in Italia arriva quasi improvviso, non voluto; per me è stato un momento surreale, non mi sembrava di tornare a casa, semmai il contrario. E’ difficile operare una cesura così netta nella propria vita, specie se il proprio futuro lo si vede nella nuova città. Il ritorno è un viaggio dentro sé stessi; nel tragitto verso l’aeroporto fino all’atterraggio in Italia si ripercorre la propria vita. Si rivivono gli attimi più intensi di questa esperienza e si pensa a ciò che c’era prima di essa. Lo stare lontani, in una realtà totalmente avulsa da quella in cui si è cresciuti e si ha vissuto, spalanca gli occhi. Non si può non rivedere i propri rapporti, non si può semplicemente calarsi nuovamente nelle vecchie abitudini. Tornare a Trieste d’estate può essere anche piacevole; nei giorni seguenti il rientro si rivedono vecchi amici, si riallacciano relazioni, ma si vive quasi come dei turisti. L’estate è periodo di vacanza, di viaggi e passa rapidamente. Ma arriva il momento in cui bisogna tornare alla realtà goriziana. Per me è stato ed è tuttora un trauma, il clima che si respira è differente. Non è solo il fatto di non essere più in Erasmus, è tutto l’ambiente che vi circonda che differisce. Incontrando gli studenti per i corridoi della nostra università le facce sono tese, incontrare tre volti sorridenti consecutivamente è appare un’ impresa. C’è chi conosce già tutti gli orari delle lezioni, dei ricevimenti dei professori; c’è chi sta pensando alla tesi; e c’è chi invece ancora si chiede che ci fa qui dopo due anni. Io sto ancora vivendo Gorizia da osservatore esterno, ed è una sensazione strana. All’ infuori dell’università c’è poco o niente; chi può nel fine settimana torna a casa. Ma perché torniamo a casa, e non restiamo con le persone con le quali trascorriamo buona parte del nostro tempo? La casa non è forse il luogo dove ci sentiamo a nostro agio, liberi, con le persone care attorno a noi? Perché non ci sentiamo a casa a Gorizia? Il grigiore che si respira nella città oltrepassa le pareti della nostra facoltà; i rapporti sono freddi, quasi di lavoro. Una facoltà come la nostra dovrebbe rendere più aperte le persone, renderle più permeabili a ciò che le circonda; ma mi pare che non sia così. Siamo tutti presi dai corsi, dalla frequenza, dagli esami, dalla tesi, che non facciamo caso a ciò che accade al nostro lato. Sembra un discorso surreale, ma tornando da un Erasmus è impossibile non notare l’assenza di colore nella nostra università e nella nostra città. Il colore fa riferimento ai sensi, trascende i semplici dati, le semplici nozioni, i rapporti di facciata. Il grigio che ci attornia non permette di assaporare la vita; che secondo me non è fatta solo di una laurea ottenuta a giugno, di un’ambasciata nel nostro futuro. E’ fatta di sensazioni, d’emozioni, di un vissuto che ci arricchisce giorno per giorno, qualcosa che traiamo da chi ci sta di fronte. E’ per questo che sarebbe un bene poterci muovere tutti, per allargare i nostri orizzonti, per capire che non è tutto in via d’Alviano, per tornare con una veduta differente, con un sorriso. L’ Erasmus è un’esperienza che va vissuta, assaporata; non è semplicemente un susseguirsi di feste, per me è un cogliere degli aspetti della vita, che ci permettono di cambiare, di aprirci, di farci essere delle persone migliori. Ma credo anche che dobbiamo riuscire a far entrare il colore tra noi, all’interno delle mura universitarie e al di fuori di esse, per sentirci più a casa, per vivere meglio. Tutti.

Francesco La Pia

Al Lido di Venezia vince a sorpresa la Cina

È giunta quest’anno alla sessantatreesima edizione la Mostra del Cinema di Venezia, che si inquadra nel più vasto scenario della Biennale di Venezia. Per la prima volta dal dopoguerra, l’edizione 2006, che si è svolta dal 30 agosto al 9 settembre, ha portato in concorso tutti film in prima mondiale, tra cui in particolare “The Queen” e “Il diavolo veste Prada” (fuori concorso) hanno portato una ventata d’aria fresca in una manifestazione a volte un po’ troppo uguale a se stessa. Madrina della rassegna è stata l’attrice italiana Isabella Ferrari, mentre la giuria è stata presieduta da Catherine Deneuve e composta da José Juan Bigas Luna, Paulo Branco, Cameron Crowe, Chulpan Khamatova, Park Chan-Wook e Michele Placido.

Molte le star di calibro mondiale presenti: sul tappeto rosso, inaugurato da una Scarlett Johansson in ritardo di 40 minuti (da vera diva), hanno sfilato, tra gli altri, Sandra Bullock, Helen Mirren, Adrien Brody, Jeremy Irons, Ben Affleck, Anne Hathaway, Meryl Streep, Rachel Weisz e Lindsay Lohan

Di seguito, una veloce carrellata dei premi assegnati in questa edizione.

A sorpresa, e non senza disappunto di molti, il
Leone d’Oro della 63ma Mostra del Cinema di Venezia è andato al cinese Jia Zhang-Ke, regista del film “Still Life”.

Leone d’Argento per la migliore regia
a Alain Resnais per “Coeurs”.
Leone d’Argento Rivelazione a
Emanuele Crialese
perNuovomondo”.
Premio speciale della Giuria a “Daratt“, di Mahamat-Saleh Haroun.
Leone d’Oro alla carriera per il regista statunitense David Lynch.
Leone speciale d’insieme alla carriera per
Jean-Marie Straub e Danièle Huillet.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Ben Affleck per “Hollywoodland”.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a
Helen Mirren per il film “The Queen”.
Premio Osella per migliore contributo tecnico alla fotografia a “Children of Mendi
Alfonso Cuaron.
Premio Osella per la miglior sceneggiatura a “The Queen” di Stephen Frears.
Premio Marcello Mastroianni per la miglior attrice emergente a Isild Le Besco in “L’intouchable” di Benoît Jacquot.
Il Premio Orizzonti DOC è stato conferito al lungo documentario di Spike Lee, “When the Levees Broke”, mentre il Premio Orizzonti è andato al film cinese “Mabei shang de fating” di Liu Jie.
Premio Venezia Opera Prima “Luigi de Laurentiis” a Peter Brosens e Jessica Woodworth per il loro “Khadak”.

Per la categoria Cortometraggi, Menzione Speciale al film “Adults Only” di Yeo Joon Han;
Prix UIP per il miglior cortometraggio europeo a “The Making of Parts” di Daniel Elliott.
Leone Corto Cortissimo per il miglior cortometraggio a “Comment on freine dans une descente?” di Alix Delaporte.

Federico Permutti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E A ROMA CI SI PREPARA PER LA FESTA

 

E’ ancora presto per poter dare un giudizio complessivo su una manifestazione tanto attesa come la prima edizione della
Festa internazionale del Cinema di Roma, voluta fortemente dal sindaco Walter Veltroni e dal presidente della Fondazione Musica per Roma, Goffredo Bettini. La manifestazione, in programma dal 13 al 21 ottobre, si propone come un evento veramente pensato per il pubblico: già a cominciare dalla denominazione (“festa” e non “festival”) si intuisce l’originalità dell’evento. Come ogni festa che si rispetti, la manifestazione toccherà il cuore della città, snodandosi in un percorso che va dall’Auditorium Parco della Musica fino alla Casa del Cinema, passando ovviamente per piazza del Popolo e via Veneto, fino a sfiorare luoghi meno centrali come la Casa del Jazz e la Casa delle Letterature.

Ma vediamo l’ossatura della programmazione: articolata in cinque sezioni principali, la Festa internazionale del cinema vedrà in programmazione 95 film da tutto il mondo, di cui 16, inediti, in concorso: tra questi, vale la pena menzionare “La Sconosciuta” di Giuseppe Tornatore ed “N – Io e Napoleone” di Paolo Virzì. Altro elemento innovativo è la composizione della giuria: non ci saranno infatti addetti ai lavori, ma il miglior film (al quale andrà un premio di 200mila euro), il miglior attore e la migliore attrice saranno giudicati da una giuria popolare, selezionata  da “Cin Cin Cinema” già nella primavera scorsa.

Chi spera di avere un “red carpet” all’altezza del Lido veneziano non dovrebbe restare deluso: è già stata confermata la presenza di star come Monica Bellucci, Sean Connery, Richard Gere, Harrison Ford, Viggo Mortensen, e soprattutto Nicole Kidman, che aprirà la prima edizione di questa rassegna del cinema con il suo ultimo film “Fur”, storia immaginaria della vita di Diane Arbus, la più importante fotografa del XX secolo.

Una prima edizione, dunque, che si profila molto più corposa di un numero zero, e, nonostante Veltroni si sia affrettato a ringraziare il presidente della Biennale Croff per aver compreso che “Roma non intende far concorrenza alla Mostra di Venezia”, sarà interessante tirare le somme di questo primo confronto tra le due rassegne cinematografiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

 

THE QUEEN

 

Voto: 9

Nazione: Regno Unito

Cast: Helen Mirren

Michael Sheen

James Cromwell

Alex Jennings

Durata: 97′

 

La notte tra il 31 agosto e il 1° settembre 1997, tutto il mondo fu profondamente colpito dalla morte della principessa Diana. Della tragedia furono incolpati i media, l’autista di Diana, e tante altre persone, non ultima la Famiglia Reale britannica. In questa pellicola ci viene offerto uno sguardo all’interno di Buckingham Palace e nella vita della regina Elisabetta II.

 

Il regista Stephen Frears è riuscito a ricreare la settimana seguente la morte di Diana in modo intelligente e acuto: è particolarmente efficace la presentazione della figura della “Principessa di cuori”, con immagini e filmati d’archivio che ci ricordano il suo impatto sul popolo britannico (e non).

 

Il film, però, è dominato dalla magnifica interpretazione di Helen Mirren (giustamente premiata come miglior attrice a Venezia), che riesce a mostrare come sotto l’apparenza austera della Regina ci sia una persona con sentimenti umani. Elisabetta II, dopo la morte di Diana, scelse di non manifestare pubblicamente il proprio dolore, attirandosi così l’odio della nazione: il film, però, ci racconta che la scelta della sovrana non dipese dalla sua indifferenza nei confronti di Diana, ma piuttosto dal fatto che lei stessa era convinta di dover fare così in quanto Regina.

 

Molto bravo anche Michael Sheen nel ruolo di un ambizioso e sorridente Tony Blair alle prime armi: fanno in effetti da filo conduttore del film il suo ruolo di mediatore tra la nazione inglese e la Regina, e i suoi tentativi di convincere la sovrana stessa a limitare i danni da lei causati all’immagine della Famiglia Reale.

Condito di battute e interpretazioni davvero degne di nota, “The Queen” è un film spiritoso e molto intelligente, sicuramente una delle migliori produzioni inglesi degli ultimi tempi.

 

 

IL DIAVOLO VESTE PRADA

 

Voto: 8

Nazione: USA

Cast: Meryl Streep

Anne Hathaway

Emily Blunt

Stanley Tucci

Durata: 109′

 

 

Tratta dal bestseller di Lauren Weisberger, da lei scritto dopo aver lavorato come assistente del direttore di “Vogue America” Anna Wintour, questa commedia pungente (diretta da David Franklin, già regista di molti episodi di “Sex and the City”) offre uno spassoso affresco del mondo dell’alta moda e del jetset internazionale che gravita attorno a New York.

A farla da padrona è la divina Meryl Streep (già in odore di un ennesimo Oscar), nei panni impeccabili e molto fashion della dispotica Miranda Priestly, direttrice della rivista “Runway”, vera autorità della moda a livello mondiale. L’interpretazione della Streep è davvero uno spettacolo: se da una parte è capace di cacciare via chiunque con un glaciale “That’s all” accompagnato da un gesto disgustato della mano, dall’altra riesce comunque a dare un certo spessore, e quasi un po’ di umanità alla diabolica Miranda.

Al suo fianco c’è la giovane Anne Hathaway (già vista in Brokeback Mountain), nel ruolo di Andy Sachs, la nuova “seconda assistente” della direttrice, al rimpiazzo dell’ennesima segretaria licenziata in malo modo. Fresca di laurea in giornalismo e piena di buoni ideali, Andy si trova così in quel posto che milioni di ragazze “ucciderebbero pur di avere”, mentre lei lo vuole usare solo come passaggio verso altre redazioni: è infatti fieramente ignara di come si scriva “Dolce e Gabbana” e indossa golfini infeltriti e gonne della nonna, suscitando l’ilarità delle (anoressiche) colleghe e il disgusto di Miranda.

 

Ma non avrà vita facile: dovrà infatti districarsi tra una serie di umiliazioni e di missioni impossibili (come recuperare il manoscritto dell’ultimo libro di Harry Potter per le figlie del capo), e alla fine cederà anche al suo look dimesso per indossare i capi da fashion victim scelti per lei da Nigel (uno Stanley Tucci in gran forma), braccio destro di Miranda. Si guadagnerà così persino la fiducia della “capa”, ma la sua vita personale ne risentirà, e per rimediare a ciò l’unica soluzione sarà ritornare la vecchia Andy di una volta.

 



 

Inaugurata la nuova Festa del Cinema

Un mese dopo la Mostra di Venezia, a Roma è stata varata con successo dal 13 al 21 ottobre la nuova Festa Internazionale del Cinema, una manifestazione fortemente voluta dal sindaco della Capitale, Walter Veltroni, e che si è proposta come un evento diverso, pensato per il pubblico: l’originalità si intuisce già dalle denominazione, “festa” e non “festival”. Sede centrale della kermesse è stato l’Auditorium Parco della Musica, ma sono state interessate molte parti della città, dalla Casa del Cinema alla Casa del Jazz e alla Casa delle Letterature, passando per Piazza del Popolo e via Veneto,. Hanno sfilato sul tappeto rosso molte star mondiali come Nicole Kidman, Richard Gere, Harrison Ford, Viggo Mortensen, Monica Bellucci e soprattutto Sean Connery, insignito del Premio Campidoglio.

Sono stati presentati, in cinque sezioni principali, 95 film da tutto il mondo, di cui 16 inediti in concorso: tra questi, ricordiamo “La Sconosciuta” di Giuseppe Tornatore ed “N – Io e Napoleone” di Paolo Virzì. Forte elemento innovativo è stata la giuria, presieduta da Ettore Scola ma composta per il resto da cinefili sorteggiati nella primavera scorsa tra i frequentatori più assidui dei cinema romani.

Grazie a ciò, le assegnazioni dei premi non sono state per nulla scontate: a vincere il premio per il miglior film è stata infatti la pellicola russa “Playing the Victim”, di Kirill Serebrennikov, una black comedy sospesa tra vita e morte. Un risultato che ricorda la Mostra del Cinema di Venezia: anche in laguna, infatti, ha vinto un film visto e commentato da pochi giornalisti e critici.

L’Italia non è rimasta a bocca asciutta: il premio per la miglior interpretazione maschile è andato a Giorgio Colangeli, protagonista di “L’aria salata” di Alessandro Angelici. La miglior attrice invece è Ariane Ascaride, interprete principale di “Le voyage en Arménie” di Robert Guédiguian. A completare l’albo d’oro, il premio speciale della giuria è andato all’opera forse più amata da pubblico e critici: “This is England” di Shane Meadows, storia di un ragazzino che si unisce a un gruppo di skinhead nell’Inghilterra anni Ottanta.

Questa prima edizione si è conclusa con successo, strizzando l’occhio alla Mostra veneziana, i cui organizzatori pare stiano già pensando a come coinvolgere maggiormente il pubblico della laguna sullo stile della Festa di Roma.

Federico Permutti

Cari amici fashion, dopo un mesetto siamo di nuovo qui per parlare di glamour. Come i più scaltri di voi sapranno, la moda ci accompagna in qualsiasi ambito della vita di tutti i giorni; ma oggi ci troviamo a vivere una situazione che si presenta solo una volta ogni quattro anni: chiaramente sto parlando dei tanto amati mondiali di calcio! Pensavate che i nostri illustri vati stilisti ci avrebbero abbandonati al caso per questa meravigliosa circostanza? Certo che no! Essi, infatti, hanno creato delle linee ad hoc per farci sentire adeguati e in sia per recarci a vedere le partite nelle piazze o nei locali o a casa con gli amici, sia – per coloro i quali avranno la fortuna di vederle dal vivo – per far schiattare di invidia i tedeschi, i quali – tendenzialmente – non brillano per eleganza. Cito solo i famigerati Birkenstock, anche quelli creati per i mondiali, con i calzini bianchi.

Ebbene, per quelli che non vogliono sbagliare e desiderano mantenere un look sportivo, Adidas offre una linea veramente completa, dagli occhiali da sole alle scarpe, dai borsoni alle tute. Sulla stessa scia ci sono anche Dirk Bikkembergs (anche con la nuova linea Bix), il quale offre un set total look coloratissimo e dai tagli puliti, e la classica Nike, che però delude per eccessiva banalità proponendo le maglie dei giocatori e delle normalissime scarpe da abbinarci. H&M presenta t-shirts, pantaloncini e costumi per uomini, donne e bambini e il tutto a prezzi veramente contenuti. Ma in quanto a costumi, imbattibile è la Parah, la quale ha creato un bikini tricolore molto elegante per coinvolgere anche l’universo femminile e magari far sentire tutte le fanciulle come la bellissima testimonial Elena Santarelli, sopravvissuta a “L’Isola dei Famosi 2”. Per i ragazzi Calvin Klein ha creato biancheria intima tempestata da loghi tricolore per i tifosi più “intimamente” convinti. Carine sono le scarpe di Cesare Paciotti: il bianco-rosso-verde va bene, ma l’argento ricorda quello dei pacchianissimi giubbotti sfoggiati dalla squadra azzurra nelle recenti Olimpiadi invernali di Torino. Per gli appassionati di orologi, Tissot ha creato “one more time” un banale orologio in acciaio con due minuscoli palloncini da calcio: lasciamolo tranquillamente ai collezionisti. Una menzione speciale la merita Bulgari che ha creato una cravatta di estrema finezza in quanto combina piccoli particolari che ricordano il mondiale, senza scadere nell’eccesso rendendola portabile anche nelle occasioni più formali senza dare nell’occhio.

L’oggetto più trendy, però, è lo chiccosissimo pallone di jeans e pelle pregiatissima (forse umana!) di DSquared2, forse non sarà adatto alla spiaggia e all’acqua di mare, però sicuramente non rovinerebbe il delicatissimo nuovo praticello dell’università di via Alviano! Ma di tutto questo, cosa indossa la nostra nazionale? Dolce&Gabbana hanno pensato ai nostri giocatori creando dei bellissimi vestiti per le trasferte e serate dei mondiali, con abiti scuri dal taglio sottile e fornendo loro degli occhiali da sole semplicemente meravigliosi. I due stilisti hanno creato anche una linea di biancheria intima indossata (solo quella) dai nostri calciatori in migliaia di cartelloni visibili da qualsiasi punto di una grande città come Milano. Però, ahimè, la coppa per l’eleganza la vincono gli Inglesi vestiti da Giorgio Armani. La coppa dei mondiali, invece, speriamo di vincerla noi: forza Azzurri.

Mattia Mazza

Voto: 8 (ma solo perché “La mala educatión merita 10” )

Anno: 2006

Nazione: Spagna

Durata: 120´

Sceneggiatura: Pedro Almodovar

Fotografia: José Luis Alcaine

Musiche: Alberto Iglesias

Montaggio: José Salcedo

Cast: Penélope Cruz

Carmen Maura

Lola Dueñas

Blanca Portillo

Yohana Cobo

 

Volver è il ritorno di Pedro Almodovar a La Mancha, dove è cresciuto. È il ritorno alle sue donne: quelle che hanno fatto la sua storia, sia dal punto di vista artistico (le attrici del film), sia quelle della sua infanzia (la madre e le altre donne della sua famiglia).

Il film è un intreccio di generazioni, di madri e di figlie, di mezzi intrighi in cui tutto ruota attorno alla presenza incombente della madre che muore e poi ricompare per risolvere e chiarire ciò che il passato ha lasciato in sospeso.

L’universo maschile sembra non essere nemmeno considerato, perché questa è la visione almodovariana del mondo: le eroine della quotidianità sono le donne.

In Volver vediamo un Almodovar che ritorna alle sue origini più intime, che ci fa partecipi della sua storia; è il film che ha sempre voluto dirigere, forse per fare pace con se stesso. Esteriormente è come tutti i suoi lavori: colorato, chiassoso, spregiudicato, ma non aggiunge quella nota di clamore che solitamente lo ha contraddistinto. La trama non è di certo piatta e incolore ma sembra mancare di quell’accento particolare. La storia non decolla esattamente come dovrebbe: si è sempre pronti ad attendersi qualcosa di speciale che non arriva e alla fine del film si rimane con un lieve senso di delusione.

Francesca Fuoli

Parigi, un caldo luglio di due anni fa. Ero appena approdata sulla rive Gauche, lasciandomi Notre Dame alle spalle, quando l’ho visto apparire al numero 37 di rue de la Bucherie: forse sono state le pile accatastate di libri fuori dall’ingresso o il gruppetto di ragazzi seduti per terra intenti ad ascoltare una lettura di poesie, ma appena è comparsa l’insegna di legno di Shakespeare & Co. davanti ai miei occhi ho capito che si trattava di un posto speciale. Non potevo non entrare, e così ho varcato la soglia, impaziente di vedere cosa si nascondeva all’interno. Ed è stato subito come essere catapultati in un mondo lontano, tanti anni fa: infiniti scaffali fino al soffitto colmi di libri polverosi, scalette di legno appoggiate qua e là e un ragazzo decisamente eccentrico dietro ad un vecchi tavolo. Mi aggiravo con aria sognante tra le montagne di volumi, per gli angoli della libreria, quando ho notato una misteriosa frase di Yeats vicino ad una scala di legno: “I must go down where all the ledders start, in the full rag and bone shop of the heart”. Piena di curiosità sono salita per la scala scricchiolante e mi sono trovata in una vecchia biblioteca cosparsa di libri e letti ovunque e sotto i letti zaini, vestiti e fogli scritti. In cima alle scale poche lettere incise sul muro: “Be not inhospitable to strangers, lets they be angels in disguise”. Così, rinfrancata dalle parole di accoglienza, ho iniziato a curiosare per le stanze indisturbata. C’erano ragazzi che leggevano attorno ad un tavolo, qualcuno che faceva il caffè in una piccola cucina installata in corridoio e una macchina da scrivere in una nicchia di legno. Decisamente sbalordita, stavo iniziando a fantasticare su che razza di posto avessi trovato, quando un ragazzo, giunto al mio fianco, ha iniziato a raccontarmi la storia di Shakespeare & Co. Prima libreria americana di Parigi, aperta negli anni ’20 da una ragazza americana di nome Sylvia Beach, era diventata poi anche un rifugio per poeti e ragazzi disposti a lavorare tra i libri in cambio di un letto in cui dormire. Così ho scoperto che era qui che James Joyce aveva pubblicato l’Ulisse per la prima volta, che Hemingway era uno di casa e che tutti i migliori scrittori del XX secolo si erano fermati qui almeno una volta. Ho ascoltato i racconti delle vite dei ragazzi che alloggiavano al Tumbleweed hotel -questo è il nome dato alla parte della libreria trasformata in ostello negli anni ’50-, di chi era scappato di casa, di chi veniva da molto lontano, di chi era rimasto una notte soltanto. Come potete immaginare è stato facile innamorarsi di un posto come questo. Sono tornata a Shakespeare & Co. tutti i pomeriggi per una settimana, ho conosciuto personaggi folli dalle storie più assurde, ho frugato ovunque, letto intensamente, scoperto qualche segreto degli abitanti di questo piccolo mondo perduto. E’ stato qui che ho sognato, che ho visto la Parigi d’altri tempi, che mi sono sentita un po’ a casa. E’ incredibile cosa possa succedere da Shakespeare & Co., e comunque sia è un luogo da cui si esce cambiati. Io mi auguro di tornarci presto, e spero possiate farlo anche voi.

Agnese Ortolani

Parigi, un caldo luglio di due anni fa. Ero appena approdata sulla rive Gauche, lasciandomi Notre Dame alle spalle, quando l’ho visto apparire al numero 37 di rue de la Bucherie: forse sono state le pile accatastate di libri fuori dall’ingresso o il gruppetto di ragazzi seduti per terra intenti ad ascoltare una lettura di poesie, ma appena è comparsa l’insegna di legno di Shakespeare & Co. davanti ai miei occhi ho capito che si trattava di un posto speciale. Non potevo non entrare, e così ho varcato la soglia, impaziente di vedere cosa si nascondeva all’interno. Ed è stato subito come essere catapultati in un mondo lontano, tanti anni fa: infiniti scaffali fino al soffitto colmi di libri polverosi, scalette di legno appoggiate qua e là e un ragazzo decisamente eccentrico dietro ad un vecchi tavolo. Mi aggiravo con aria sognante tra le montagne di volumi, per gli angoli della libreria, quando ho notato una misteriosa frase di Yeats vicino ad una scala di legno: “I must go down where all the ledders start, in the full rag and bone shop of the heart”. Piena di curiosità sono salita per la scala scricchiolante e mi sono trovata in una vecchia biblioteca cosparsa di libri e letti ovunque e sotto i letti zaini, vestiti e fogli scritti. In cima alle scale poche lettere incise sul muro: “Be not inhospitable to strangers, lets they be angels in disguise”. Così, rinfrancata dalle parole di accoglienza, ho iniziato a curiosare per le stanze indisturbata. C’erano ragazzi che leggevano attorno ad un tavolo, qualcuno che faceva il caffè in una piccola cucina installata in corridoio e una macchina da scrivere in una nicchia di legno. Decisamente sbalordita, stavo iniziando a fantasticare su che razza di posto avessi trovato, quando un ragazzo, giunto al mio fianco, ha iniziato a raccontarmi la storia di Shakespeare & Co. Prima libreria americana di Parigi, aperta negli anni ’20 da una ragazza americana di nome Sylvia Beach, era diventata poi anche un rifugio per poeti e ragazzi disposti a lavorare tra i libri in cambio di un letto in cui dormire. Così ho scoperto che era qui che James Joyce aveva pubblicato l’Ulisse per la prima volta, che Hemingway era uno di casa e che tutti i migliori scrittori del XX secolo si erano fermati qui almeno una volta. Ho ascoltato i racconti delle vite dei ragazzi che alloggiavano al Tumbleweed hotel -questo è il nome dato alla parte della libreria trasformata in ostello negli anni ’50-, di chi era scappato di casa, di chi veniva da molto lontano, di chi era rimasto una notte soltanto. Come potete immaginare è stato facile innamorarsi di un posto come questo. Sono tornata a Shakespeare & Co. tutti i pomeriggi per una settimana, ho conosciuto personaggi folli dalle storie più assurde, ho frugato ovunque, letto intensamente, scoperto qualche segreto degli abitanti di questo piccolo mondo perduto. E’ stato qui che ho sognato, che ho visto la Parigi d’altri tempi, che mi sono sentita un po’ a casa. E’ incredibile cosa possa succedere da Shakespeare & Co., e comunque sia è un luogo da cui si esce cambiati. Io mi auguro di tornarci presto, e spero possiate farlo anche voi.

Agnese Ortolani

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