You are currently browsing the tag archive for the ‘spettatori’ tag.

SCONFINARE A FERRARA. Laura Boldrini è una donna forte. Mette un’inesauribile energia al servizio della sua sensibilità femminile. È la portavoce in Italia dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), l’agenzia dell’ONU che si occupa della particolare categoria di migranti che lascia il proprio Paese non per scelta, ma perché vede nella fuga l’unica chance di salvare la pelle. Laura ha presentato il suo libro “Tutti indietro” al festival di Internazionale a Ferrara. Ha parlato delle ragioni che l’hanno spinta a scrivere un libro sui rifugiati e sulla politica dei respingimenti in mare attuata dall’Italia dal 2009.

È piuttosto insolito che un operatore internazionale scriva un libro-denuncia su temi che sono oggetto del suo lavoro e dell’organizzazione che serve: da portavoce di UNHCR si è già espressa con pronunce ufficiali sulle politiche italiane. Lo scopo del libro è dunque un altro: quello di umanizzare la figura del rifugiato tramite il racconto di storie capaci di dare un volto e una dignità a persone trattate, ben che vada, come numeri. Spesso non sono nemmeno chiamate con il loro nome di “rifugiati”, ma finiscono nel tritacarne mediatico e politicante, che li serve a spettatori ed elettori con la semplice ed ingiusta etichetta di “clandestino”.

SAYED, L’AFGHANO. Laura racconta la storia di Sayed, ragazzo afghano fuggito dalla guerra. Ha cominciato il suo viaggio nel 1998 a Kabul, quando sua madre lo ha caricato su un camion diretto in Pakistan, ed è finito nel 2007 a Benevento, quando, dopo molte ore passate aggrappato sotto un tir, ha strappato il condotto dell’olio nel disperato tentativo di fare arrestare in mezzo. Esausto ed ustionato dall’olio bollente è entrato in una pizzeria. “Se non sei un talebano ti aiuto volentieri”, sono le prime parole gentili che riceve in molti anni, e decide che l’Italia (chissà se sapeva dove si trovava!) sarà la sua casa. Sayed ha viaggiato per nove anni attraverso Pakistan, Iran, Turchia e Grecia prima di trovare “rifugio” da una condanna altrimenti certa: se fosse rimasto in Afghanistan sarebbe stato arruolato, come tutti i suoi fratelli e suo padre, nelle milizie talebane.

 Sarebbe stato giusto respingerlo”? Sayed era un clandestino! È entrato in Italia senza documenti! (sua madre deve essersi dimenticata di consegnarglieli, quando ha pagato il trafficante che lo ha portato via per sempre da lei; o forse devono averglieli rubati a Istanbul, quando è rimasto un mese rinchiuso in un sotterraneo con altre centinaia di persone, fra cui adulti incattiviti che abusavano dei bambini). Sarebbe stato giusto respingerlo perché “clandestino”? Probabilmente no, per la morale. Sicuramente no per il diritto internazionale!

SAYED E IL DIRITTO INTERNAZIONALE. Il rifugiato non è un migrante qualunque. L’immigrato sceglie di partire e di rinunciare al paese in cui è cresciuto alla ricerca di condizioni di vita migliori. Il rifugiato invece non ha scelta. Parte perché nel proprio Paese rischia la vita. “Teme a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità , appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche”, secondo il testo della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951. Merita asilo, lo merita per una questione giuridica prima che morale. Il diritto internazionale obbliga gli Stati a prendersene cura. La procedura è semplice: il migrante che si presenta alle porte di un paese ha diritto – se lo vuole – di chiedere che gli venga riconosciuto lo status di rifugiato. Gli basta “alzare un dito” per avanzare la sua domanda: l’accettazione della stessa è però tutt’altro che automatica. In Italia, la legge Bossi-Fini sull’immigrazione affida a dieci Commissioni territoriali (una di esse ha sede proprio a Gorizia) il compito di interrogare i richiedenti asilo, di analizzare le loro storie e di concedere lo status di rifugiato soltanto a chi lo merita. Tutti i migranti che entrano in Italia hanno il diritto di sottoporsi a questa verifica. Lo scandalo – anzi, l’illecito internazionale – consiste nel fatto che non a tutti questo è consentito. Dall’estate 2009, invece, il governo italiano ha messo in atto il sistema, il-le-ga-le, dei respingimenti in alto mare. Tutti indietro, tutti, senza distinzione. E pensare che a Lampedusa UNHCR aveva sperimentato, fra il 2006 e il 2009, un modello di accoglienza che ha fatto scuola nel mondo perché riusciva a garantire a tutti i Sayed il diritto di chiedere asilo. Ora il “modello Lampedusa” è un altro, e speriamo che non venga imitato da molti altri Paesi.

IL DOSSIERAGGIO MANCATO. Laura Boldrini è stata anche una delle prime vittime dell’ormai collaudato sistema del “dossieraggio”. Quando, in veste di rappresentante delle Nazioni Unite, aveva criticato l’operato del governo italiano, le ire del ministro La Russa si erano scagliate su di lei. È stato probabilmente per scarsa cultura politica e giuridica che il Ministro non ha risposto al merito delle accuse espresse dall’UNHCR, ma ha attaccato personalmente la sua portavoce, “nipote di un partigiano comunista”. I “giornali” vicini al governo avevano poi immediatamente mandato alcuni inviati a scavare nel passato della signora Boldrini per trovarvi un qualche scandalo: ma i suoi ex compagni di scuola, intervistati, non hanno trovato nulla di cui accusarla.

 Quel che è chiaro, a un anno dalla messa in campo della politica dei respingimenti, è che in nulla essa ha contribuito a placare l’arrivo di migranti irregolari. È come cercare di fermare il vento soffiandoci contro. Una barriera ferma oggi il vento a Lampedusa. Ma gli ingressi irregolari continuano: si tratta di persone entrate in modo regolare ma trattenutesi in Italia oltre la scadenza del loro visto di ingresso (60%), di persone entrate illegalmente da altri paesi europei, profittando dell’abolizione dei controlli alle frontiere (25%) o di sbarchi via mare (15%). La sciagurata politica dei respingimenti influisce solo su quest’ultima fetta, piuttosto marginale. Secondo il Viminale gli sbarchi si sarebbero ridotti del 90% rispetto al 2008, ma l’approdo a 70 chilometri da Roma di 50 persone a inizio ottobre ha mostrato che gli scafisti sperimentano ormai nuove mirabolanti rotte, dirette anche in Puglia e Calabria. Presidiare tutti i 7.375 chilometri di costa italiana può forse essere la soluzione?

 L’unica speranza di un’Italia diversa viene dai molti cittadini che fanno quel che possono per migliorare la situazione. Laura dà un volto anche a loro, gente perbene esclusa dal circolo mediatico che lascia spazio solo a chi invoca i cannoni contro i barconi, solo a chi associa immigrazione e minacce alla sicurezza. Sono i marinai che ricevono ogni anno il premio “Per mare” per l’eroismo con cui soccorrono i disperati o i signori di Palermo che accolgono in casa loro una ragazza sconvolta da 21 giorni in mare in cui ha visto morire 70 persone attorno a lei. Oggi in Italia il diritto internazionale è custodito da questi cittadini, dal loro alto senso morale di giustizia. Come sempre, ci arrangiamo.

Francesco Marchesano

Il nuovo Matrix esordisce con Erika e Omar, ed è subito audience

In tempi di crisi e di osannato ottimismo una merce che non svende è lo stupore, quanto più lo ricercano, sempre meno lo ottengono, in questa contrapposizione tra noi,  abituati spettatori, e loro, ingegnosi autori tv, o meglio tra noi, gli sbadigli, e loro, gli sbraiti. In effetti quando provo ancora piacere ad accenderla, lei, la tv, non posso dire di nutrire davvero delle aspettative di meraviglia e sorpresa, anche dai programmi che mi piace seguire in fondo, so già cosa mi aspetta, e forse li guardo proprio per quello. Ma accendendo il tubo catodico, soprattutto nelle prime serate, mi rendo conto che io di programmazione tv non ne capisco effettivamente un canale e chi invece su questa cosa ci guadagna il pane per vivere non la pensa come me e ha capito che lo stupore è il padre dell’audience.  Così di fronte a queste illuminanti deduzioni mi ritrovai sperduta in una seconda serata di inizio marzo con la Mussolini a Porta a Porta al grido di “A noi ci hanno rovinato le russe e il viagra” – era una puntata dedicata ai matrimoni misti- e su canale5 una fra le prime puntate di Matrix con la nuova conduzione di Alessio Vinci, che ha avuto la meglio sul mio senso dello stupore. Non so se lo schifo a cui ho assistito sarebbe stato egualmente nauseabondo con il vecchio padrone di casa, certo non è stata una puntata preparata in una settimana dal nuovo arrivato, quindi probabilmente sì, sarebbe stato simile anche con Mentana; ma per l’ex giornalista della CNN appena battezzato a Mediaset non è certo stato un passo in più verso il Pulitzer lasciare il giornalismo da inviato in putsch, guerre e bombardamenti e approdare in quello che sarebbe “l’approfondimento giornalistico” in antitesi a Vespa, soprattutto se il primo approccio è lo zoom sui volti di due ragazzi che nel 2001 erano per l’Italia della morbosa cronaca nera le due facce pixelate più osservate dai giornali, chiamate per nome dai tg Erika ed Omar.

Oggi nel 2009 quell’episodio forse lo si confonde nella memoria tra un Cogne e un Garlasco, e ci serviva un Matrix a togliere i pixel a distanza di otto anni, e a riportare sul banco degli imputati un processo in realtà finito,  galvanizzando per l’ennesima volta il giudizio della giuria popolare, per quell’ unico e ultimo appello in cassazione nella serata di canale5 mai messo in versione online a differenza delle altre puntate oggi visibili interamente sul sito. Forse il primo sintomo di pudore.

Comunque replicare qui ora le confessioni dei due “imputati” mandate in onda è inutile quanto malsano, e per non cadere in contraddizione con quanto detto sopra posso solo spiegare quanto e come in puntata sia stata alzata come non mai l’asticella del “trasmissibile in diretta nazionale” a scapito del “meritabile di un rispettoso silenzio”. Quindi attingendo da atti di un processo concluso e quindi pubblicabili, come letteralmente spiega Vinci in introduzione, sono stati messi in onda i colloqui con gli psicologi dei due allora 16enni condannati, con microfono e primo piano a telecamera fissa. Immagini private quanto pericolosamente deformabili, che mostrano dei ragazzi tranquilli  che raccontano al proprio psicologo particolari della famiglia di lei, della vita di coppia, del loro presente in carcere e a differenza di quanto siamo stati fino ad oggi abituati a vedere nella cronaca nera in tv, mancavano le solite manifestazioni di basso giornalismo (quali i pianti, i pentimenti manifesti, i singhiozzi etc.) in quei due volti, e questa assenza ha reso ancora più insolente e indelicata la scelta di renderli pubblici.  Infatti ovviamente il televoto del pubblico non ha aspettato a farsi sentire: mentre c’è questa ragazza, di 24 anni oggi, che si confessa a volte sorridente e lucida e racconta  quasi serenamente della propria madre al presente, c’è uno spettatore che punta il dito e non può fare a meno di pensare che quella è la stessa ragazza che l’ha uccisa. E questo porta ad un meccanismo agghiacciante di banali condanne gridate su internet nei commenti di diversi blog.

Ma purtroppo in studio a Matrix le due giornaliste e lo psicologo chiamati a  interpretare i filmati non si potevano dire di più spiccata sensibilità, soprattutto quando si sono sentite conclusioni e condanne sulle solite “responsabilità delle famiglie vuote e prive di affetto” , senza la minima percezione di star accusando una famiglia praticamente inesistente di una madre morta, di una figlia per questo in carcere, di un bambino di 11anni anch’egli ucciso e un padre vittima di questo dramma e di questa spudorata attenzione mediatica, che mi auguro solamente non stesse guardando la televisione.

Fin troppo rischioso e facile a questo punto cadere nella critica trita e ritrita al cattivo giornalismo e alla tv spazzatura, aggiungo solamente che di cronache nere ogni giorno mi nutro forzatamente, a volte con imprevista curiosità, dispiacendomene, non ne sono immune, anzi, ma persino con tale assuefazione sono riuscita a rimanere sconvolta, pardon stupita, da qualcosa che ancora è stata “di più” del resto, e quella sera gli stupiti sono stati molti, uno share del 18,04%, quindi si può dire un successo per chi sullo stupore ci aveva puntato.

Il resto di ciò che è successo in quella puntata di Matrix si può ancora trovare sul corriere online, davvero, nella sezione Spettacoli.

Gabriella De Domenico

Sembra lontano il momento in cui sul grande schermo qualcosa ha iniziato a muoversi. Poi si sono sentiti i primi rumori, anni dopo timidamente le prime macchie di colore, e poi via con un crescendo di dolby surround, filtri da cinepresa, effetti speciali, computer grafica… Il cinema non finisce mai di intrattenerci e di stupirci con nuove, mirabolanti – e generalmente costosissime – sorprese. Oggi anche l’ultima frontiera, quella dello schermo bidimensionale, è stata abbattuta e i film stanno letteralmente entrando nella sala di proiezione.

Sicuramente tutti ricordano con affetto i vecchi occhiali stroboscopici con le lenti rosse e blu che permettevano di vedere fotografie, generalmente in bianco e nero, con un effetto di profondità tridimensionale. In effetti, studi sulla tecnologia 3d esistono fin dagli anni venti. Sino ad ora i risultati erano stati piuttosto insoddisfacenti: gli occhiali con le lenti colorate alteravano le cromie delle immagini e quelli con le lenti trasparenti provocavano forti emicranie e senso di nausea. Oggi la ricerca ha finalmente messo a punto una tecnologia che non distorce la percezione dei colori e non obbliga a masticare travelgum durante la proiezione.

Ricordo ancora una visita al museo della Scienza e della Tecnica di Parigi nel 2000, durante la quale alla Géode proiettavano per la prima volta un cortometraggio sulla storia del cinema tridimensionale. Senza occhiali l’immagine risultava sfocata e piena di ghost, ma indossando le lenti l’effetto era davvero straordinario: le figure uscivano realmente dallo schermo percorrendo tutta la sala e rimanendo sospese a mezz’aria davanti a una folla incredula che cercava di acchiapparle con le mani. Ironizzando sulla storia del cinema, il filmato proponeva la celebre locomotiva dei fratelli Lumière che fece fuggire dal panico gli spettatori che credevano di essere investiti. La versione 2000 trasformava la locomotiva in un modello tridimensionale al computer e lo proiettava, grazie all’effetto degli occhiali, di gran carriera verso il pubblico. Pur conscia della finzione della proiezione tutta la sala urlava per lo spavento.

Da allora il cinema tridimensionale ha iniziato a farsi strada a passi sempre più decisi. I primi ad adottare questa tecnologia sono stati i grandi parchi divertimento che, approfittando della grande disponibilità di risorse si possono permettere tecnologie costose e all’avanguardia. Quando alla Géode la proiezione stroboscopica era presentata come l’ultimo ritrovato della filmografia, Disneyland già offriva un cinema dinamico con occhiali 3d e seggiolini in movimento. Molti altri parchi tematici, anche in Italia, hanno seguito questa moda e si sono attrezzarti con cortometraggi tridimensionali.

Quest’anno finalmente la tecnologia stroboscopica arriva anche sul grande schermo con due titoli di nuova uscita che la redazione di Sconfinare non si è certo persa. “Bolt”, l’orripilante animazione della Walt Disney che narra le vicende di un cane che si crede superdog ma scoprirà che non servono super poteri per essere veri eroi – voto della redazione: inguardabile – e “Viaggio al centro della Terra”, il primo lungometraggio integralmente filmato con la doppia telecamera, tratto dall’omonimo romanzo di Verne. Un divertente Brendan Fraser nei panni del geologo incompreso si ritrova a viaggiare alla scoperta di un mondo sepolto a migliaia di miglia all’interno della superficie terrestre. Molte scene assolutamente inutili per lo svolgimento della trama sono state girate solo per far sfoggio di effetti speciali in tre dimensioni ma nel complesso la pellicola è gradevole. E la moda del 3d si sta imponendo in maniera sempre più ferma: la Pixar ha deciso di investire massicciamente in questo settore ed ha già in forno nuove animazioni stroboscopiche come “Mostri VS Alieni”. Anche il capolavoro di Burton “Nightmare Before Christmas” è stato ‘rimasterizzato’ in tre dimensioni e perfino gli antipatici bimbi spia hanno avuto il terzo episodio della loro saga in tre dimensioni “Spy Kids 3-d. Game Over”. E’ arrivato quindi il momento di abbandonare il vecchio schermo ad assi cartesiani e cominciare a pensare a tutto tondo, il cinema ormai cammina verso frontiere nuove in cui l’interazione con la platea non potrebbe essere più diretta e reale.

 
Francesco Gallio

Flickr Photos

Commenti recenti

Anulik su Armenia e Nagorno Karabak…
Edoardo Buonerba su Benvenuti al Sud
Fabione su Un piccolo riepilogo sulla…
marzia su Agenzie interinali
dott. Luca Campanott… su Il Friulano non è una lin…

Blog Stats

  • 11.474 hits