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Lo ammetto fin da subito: forse non è proprio il momento migliore per tirare fuori dal cappello nuove problematiche, annose, in un momento in cui ci si batte per tenere in piedi l’economia, quella delle industrie, la piccola e media impresa, le banche, le Istituzioni e un po’, in fondo a tutto, la scuola. Non siamo ancora arrivati alla frutta ma certo che con gli stipendi attuali forse non si arriva nemmeno più alla frutta a fine pasto.

Ciò nonostante credo sia compito di uno società porre interrogativi su qualsiasi tematica di attualità, a maggior ragione se in un periodo di tagli generalizzati questa tematica implica, in un settore in particolare, un notevole sperpero di denaro. I segnali sono stati forti durante questo anno: l’Italia non parla e non fa più molto – e comunque non più di prima – per la propria politica dello sport.

Perché ora più di prima? Abbiamo scoperto solo oggi che i professori di educazione fisica preferiscono delegare il proprio lavoro a un pallone, da calcio o da pallavolo che sia? Quest’anno perché la crisi del mondo del calcio italiano, quello della nazionale s’intende, è stato l’apice e allo stesso tempo la punta dell’iceberg di un mondo sportivo che va male ma che in fondo non può distrarre l’opinione pubblica da questioni più spinose.

Partiamo dal Sud Africa. Se ne sono dette di cotte e di crude, credo che tutti convengano sulla prestazione di scarso rilievo di una nazionale che al petto portava l’ultima Coppa del Mondo vinta. A prescindere dai torti – tanti – o dai meriti – pochi – dell’allenatore, nessuno ha pensato di far saltare qualche sedia all’interno della FIGC. In Francia, l’allenatore e la Federazione sono stati chiamati a relazionare davanti il Parlamento per quanto accaduto. E non per semplici motivi di tifo o di disappunto sportivo, ma perché tutto ciò ha avuto un costo (o meglio chiamarlo investimento). Chi all’interno della Federazione ha voluto buttare fuori Donadoni – che personalmente non stimo, ma che ha fatto un dignitoso Europeo 2008 – per riprendere un allenatore oramai dichiaratosi in pensione, convincendolo a suon di quattrini? Quali pressioni ci sono state per portare sulla panchina un allenatore che ha rapporti dichiarati con la Juventus, di modo da poter portare 7 giocatori dalla società di Torino? Infine, quali interessi di marketing e branding hanno portato Buffon in porta per metà della prima partita o altri giocatori a esser convocati? Di fronte a quesiti di questo genere, sono contento di come sia andata a finire.

Ma usciamo dal mondo del calcio che ammazza tutti gli altri sport, relegati in ultimissima pagina di qualsiasi giornale sportivo. Non credo di sbagliare nell’affermare che molti settori sportivi siano in crisi di risultati. Nel mondo degli sport d’inverno, dopo aver accolto una Olimpiade, siamo andati a Vancouver con una squadra modesta numericamente e tornati con una sola medaglia d’oro, 5 medaglie in totale, sedicesimi nel medagliere. Negli europei di nuoto di Budapest 2010 ci hanno parzialmente salvato le medaglie del fondo, ma in vasca i nostri atleti sono andati mediamente male. Possiamo continuare così parlando di una pallavolo che va bene, ma a livello mondiale non riesce più a spiccare (e nell’europeo dello scorso anno l’Italia si è piazzata decima). Il basket aiuto. Pallamano non esistiamo. L’atletica non si sa perché non fa per noi (e pace all’anima di Livio Berruti). Possiamo fare la lista invece di chi ci salva sempre a livello internazionale, come la scherma. Ma tanto ce ne ricordiamo solo ogni quattro anni.

Questa lista potrebbe continuare, ma potrebbe anche essere contestata. Bisogna però rendersi conto di quanto sia necessaria una politica dello sport, attraverso le scuole e nelle piccole società locali. Bisogna educare allo sport a prescindere dal facile guadagno di cui puzza il calcio e al di fuori di qualsiasi ideologia politica o nazionalista, che rovina ancora oggi il piacere di essere sportivi e spettatori.

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Un’integrazione all’articolo di Rodolfo Toè apparso sullo scorso numero

In quanto membro della commissione che ha redatto la proposta di riparto fondi per le attività culturali e sociali degli studenti per l’anno 2010, desidero fare alcuni considerazioni a proposito dell’articolo di Rodolfo Toè apparso sullo scorso numero di Sconfinare.
Anzitutto, mi preme precisare che dell’articolo in questione ho dato notizia in Consiglio degli Studenti, di modo che chiunque potesse autonomamente scrivere una risposta; queste mie righe, quindi, vanno intese come espressione personale.
Toè affermava che la ripartizione fondi effettuata per le attività culturali e sociali degli studenti del 2010 è stata ambigua nella sua parte riguardante le Liste Oltre-Student Office, Autonomamente e Lista di Sinistra, il che si può anche ritenere vero; dico “anche” perché la lettura del verbale permette di capire come il criterio tenuto sia discutibile, ma anche come tutto sia esposto senza ambiguità, compreso il contrasto che ha spaccato il Consiglio. Nella ricostruzione dei fatti realizzata da Toè, quindi, risultano notevoli omissioni: dal verbale della seduta in cui si è discusso della ripartizione fondi (17 dicembre 2009) risulta infatti come una proposta di riparto per le Liste, alternativa a quella della Commissione, sia stata presentata dai consiglieri Guercia, Marafatto, Scarcia, Soldà e Flora; tale ripartizione valutava le iniziative presentate dalle Liste e assegnava fondi su tale base, ponendo un tetto massimo di 2200 euro a Lista, contro il limite di 3000 euro posto per Associazioni e gruppi. Vorrei far rilevare anche come la proposta di ripartizione della Commissione sia stata approvata dal Consiglio con 13 voti favorevoli, 1 astenuto e 10 contrari: un confronto dei nomi proponenti la ripartizione alternativa con il verbale e le presenze permetterà di intuire quali siano stati gli schieramenti. Ancora, nelle relazioni sui lavori della Commissione riportate al Consiglio (una del sottoscritto e una degli osservatori del Consiglio stesso), appare evidente come la Commissione non abbia trovato un accordo sul criterio da utilizzare per l’assegnazione dei fondi alle Liste, tanto che io ho votato contrario su questa parte di ripartizione; il motivo, addotto anche da chi ha redatto la proposta alternativa, era che si stava lavorando sulla base del regolamento per le “attività culturali e sociali degli studenti” e non si poteva quindi “staccare un assegno in bianco”, come giustamente diceva Toè. La ripartizione finale alle Liste, operata calcolando una quota base per ognuna di esse, una quota per ogni seggio e una quota proporzionale alla presenza alle sedute del Consiglio, non mi ha quindi trovato d’accordo.
Va comunque rilevato che ognuna delle Liste aveva presentato domanda per iniziative precise, seguendo l’iter previsto anche per associazioni e gruppi, con preventivi e descrizioni (non è quindi vero che le Liste non avevano presentato bilanci preventivi e rendiconti, come affermato da Toè): che la maggioranza della commissione abbia deciso di seguire un certo criterio è un altro discorso, che la maggior parte delle iniziative di una Lista in particolare fossero, secondo me, discutibili è un altro discorso ancora, per il quale rinvio alla documentazione depositata presso il signor Nicolaucig all’ufficio di staff organi accademici collegiali. D’altra parte, vorrei far notare che l’anno scorso noi stessi votammo una ripartizione che negava i fondi alle Liste Oltre-Student Office e Lista di Sinistra a causa di domande mal preparate; all’epoca i voti contrari alla ripartizione vennero da Oltre-Student Office, purtroppo nel frattempo le lauree hanno cambiato la maggioranza in Consiglio e in Commissione.
Vorrei infine informare che esiste un gruppo di lavoro del Consiglio che sta redigendo un nuovo regolamento, poiché quello presente ha gli evidenti buchi interpretativi sottolineati da Toè e già lamentati da molti consiglieri, che hanno sollecitato tale riscrittura.
In chiusura, una considerazione personale: se si scrive un articolo di inchiesta sarebbe bene documentarsi adeguatamente, leggendo attentamente il verbale di seduta e le documentazioni delle domande fondi; è vero che un’associazione ha chiesto denaro per il paintball, ma su mio suggerimento i fondi per tale attività sono stati negati.
Un’ultima precisazione: non esiste alcun gruppo che abbia chiesto un’aula informatica per giocare a PES, come affermato da Toè, mentre esiste il gruppo “Universitari del Parlamento Europeo degli Studenti – PES”.

Giovanni Baracetti – Lista di Sinistra
Presidente del Consiglio degli Studenti
gioves.bara@email.it

A tu per tu con il segretario triestino dei metalmeccanici UIL che dice:nel 2010 le cose peggioreranno

La crisi è passata o il peggio deve ancora arrivare? E ancora, qual’è la situazione attuale in una regione,il Friuli Venezia Giulia, che vede nell’industria una importantissima fonte di occupazione? Lo abbiamo chiesto a Vincenzo Timeo che lavora nel sindacato da quasi 15 anni e che ha militato prima nella Cisl e poi nella Uil dove oggi ricopre la carica di segretario provinciale dei metalmeccanici di Trieste.

Per quanto la sua professione le ha consentito di vedere quali sono stati i settori in cui la crisi si è più fatta sentire?

Certamente la crisi ha avuto,insieme con l’edilizia,nei metalmeccanici e nel indotto delle industrie i settori piu colpiti nel Friuli Venezia Giulia e ha prodotto effetti pesanti che però ad oggi sono stati contenuti dagli ammortizzatori sociali. Un discorso diverso va fatto per Trieste,dove io lavoro, che rispetto alle zone industrializzate (nel capoluogo giuliano gli occupati nell’industria sono solo il 14% circa nda) ha retto meglio ma che sentirà gli effetti di questa crisi più tardi in quanto godendo meno dei benefici degli ammortizzatori sociali presto si troverà a dover affrontare il problema dei lavoratori che in questo momento si trovano ufficialmente in ferie ma che difficlmente torneranno a lavorare. In questo senso a Trieste ma anche nelle zone industrializzate il 2010 non sarà l’anno della ripresa ma anzi vedrà probabilmente una crisi occupazionale in quanto finiranno i benefici degli ammortizzatori sociali.

Come è stata affrontata dai governi locale e nazionale questa crisi e che atteggiamento stanno tenendo i datori di lavoro nei confronti dei lavoratori?

Il governo regionale ha fornito un minimo di risorse aggiuntive con indennità o stanziamenti simili.

Discorso diverso va fatto per il governo nazionale che non ha fatto abbastanza e che non si è occupato dello stato sociale: invece che aiutare solo le banche le imprese,visto che a pagare sono sempre gli ultimi, avrebbe dovuto stanziare fondi per i lavoratori. Perché se è vero che se un azienda funziona bene stanno bene anche gli operai non bisogna dimenticare che per un lavoratore è più difficile reagire rispetto ad un azienda. Inoltre molto spesso i datori di lavoro hanno approfittato della cassa integrazione per risparmiare soldi non facendo lavorare operai o liberandosi di tutti quei lavoratori che avevano maturato abbastanza anzianità per andare in pensione. Sono stati pochi dunque quei datori che considerando ancora i lavoratori una risorsa hanno preferito abbassare la produzione pur di non licenziare e non ricorerre alla cassa integrazione.

Recentemente alcuni esponenti del governo hanno fatto un paragone fra le lotte,anche violente,degli anni’60 che hanno portato ad infiltrazione terroristiche nel movimento operaio e alcune occupazioni di fabbrica. Vede anche lei questa tensione e questa rabbia?

Non c’è rabbia. Certo c’è qualche testa calda che era arrabiata anche prima e che lo sarà anche dopo,ma purtroppo manca anche quella rabbia costruttiva che ha portato ad ottenere tante rivendicazioni e che faceva sentire gli operai come parte di un gruppo e come una classe sociale, è come se gli operai fossero stati modificati geneticamente e avessero perso la solidarietà fra di loro ed è come se ritenessero che  valga la pena tentare una lotta. Ed il sindacato deve lavorare per rinfondere il senso di solidarietà, ma la crisi ha protato gli operai a disgregarsi ancora di più.

La Lega ha proposto di ridurre la cassa integrazione per i lavoratori stranieri. Come sono trattati dai colleghi e dai lavoratori gli stranieri?

Nella nostra zone lavorano moltissimi stranieri e noi alla UIL abbiamo uno sportello dedicato. Per quanta riguarda la loro situazione la discriminazione non è su un piano economico,ma essendo loro più facilmente ricattabili-devono mandare soldi a casa,gestiscono le ferie in modo diverso,hanno bisogno di lavorare- vengono spesso costretti a lavorare più del dovuto. Ciò crea a volte situazioni di tensione con i colleghi italiani,ma sotto questo punto di vista Trieste è una città tranquilla. Questo tipo di sfruttamento è derivato dall’ignoranza e infatti nel nuovo contratto dei metalmeccanici si è preteso che gli articoli più significativi venissero tradotti in francese e inglese.

Una grande piaga del lavoro metalmeccanico è la mancanza di sicurezza,solo qualche giorno fa è morto un operaio della Thyssen a Terni.

Se in Italia fosse applicata la legge 81 sulla sicurezza sul lavoro gli incidenti si ridurebbero drasticamente. Ma c’è anche un problema culturale, in Italia manca una cultura della sicurezza sul lavoro presente invece in alcuni paesi come gli Usa dove capita che i lavoratori si rifiutino di lavorare in caso di scarsa sicurezza. Ma,considerando che in un azienda chi comanda è l’imprenditore,anche gli imprednitori hanno le loro importanti responsabiltà.

Infine una considerazione di carattere più ampio:la UIL con la CISL ha preferito la concertazione alla mobilitazione,l’opposto di ciò che ha fatto la CGIL. Quali sono le motivazione di questa scelta?

Uniti si sarebbe stati più forti e probabilmente si sarebbe andati più avanti. La CGIL sfrutta le masse che si sono dimenticate di come la CGIL non abbia fatto nulla contro la riduzione delle categorie di lavoratori cui applicare l’articolo 18 e contro la proliferazione delle agenzie interinali volute dal governo Prodi. Mentre nei confronti di questo governo c’è una pregiudiziale in particolare da parte della FIOM. Ma ci si dimentica che senza concertazione non si sarebbe mai arrivati alla firma del contratto nazionale che,seppur è migliorabile, ha portato a conquiste come l’introduzione dell’inflazione programmata. Noi come UIL cerchiamo di non colorire politicamente la lotta sindacale pur mantenedo il nostro orientamento politico,non ci sono governi amici o nemici,ma ci sono governi con cui bisogna interloquire. Inoltre siamo spesso accusati di non rappresentare la maggior parte dei lavoratori,ma neanche tutti e tre i sindacati la potrebbero mai rappresentare:è stato sempre così.

Ludovico Pismataro

Il peggio deve ancora venire

A tu per tu con il segretario triestino dei metalmeccanici UIL che dice:nel 2010 le cose peggioreranno

La crisi è passata o il peggio deve ancora arrivare? E ancora, qual’è la situazione attuale in una regione,il Friuli Venezia Giulia, che vede nell’industria una importantissima fonte di occupazione? Lo abbiamo chiesto a Vincenzo Timeo che lavora nel sindacato da quasi 15 anni e che ha militato prima nella Cisl e poi nella Uil dove oggi ricopre la carica di segretario provinciale dei metalmeccanici di Trieste.

Per quanto la sua professione le ha consentito di vedere quali sono stati i settori in cui la crisi si è più fatta sentire?

Certamente la crisi ha avuto,insieme con l’edilizia,nei metalmeccanici e nel indotto delle industrie i settori piu colpiti nel Friuli Venezia Giulia e ha prodotto effetti pesanti che però ad oggi sono stati contenuti dagli ammortizzatori sociali. Un discorso diverso va fatto per Trieste,dove io lavoro, che rispetto alle zone industrializzate (nel capoluogo giuliano gli occupati nell’industria sono solo il 14% circa nda) ha retto meglio ma che sentirà gli effetti di questa crisi più tardi in quanto godendo meno dei benefici degli ammortizzatori sociali presto si troverà a dover affrontare il problema dei lavoratori che in questo momento si trovano ufficialmente in ferie ma che difficlmente torneranno a lavorare. In questo senso a Trieste ma anche nelle zone industrializzate il 2010 non sarà l’anno della ripresa ma anzi vedrà probabilmente una crisi occupazionale in quanto finiranno i benefici degli ammortizzatori sociali.

Come è stata affrontata dai governi locale e nazionale questa crisi e che atteggiamento stanno tenendo i datori di lavoro nei confronti dei lavoratori?

Il governo regionale ha fornito un minimo di risorse aggiuntive con indennità o stanziamenti simili.

Discorso diverso va fatto per il governo nazionale che non ha fatto abbastanza e che non si è occupato dello stato sociale: invece che aiutare solo le banche le imprese,visto che a pagare sono sempre gli ultimi, avrebbe dovuto stanziare fondi per i lavoratori. Perché se è vero che se un azienda funziona bene stanno bene anche gli operai non bisogna dimenticare che per un lavoratore è più difficile reagire rispetto ad un azienda. Inoltre molto spesso i datori di lavoro hanno approfittato della cassa integrazione per risparmiare soldi non facendo lavorare operai o liberandosi di tutti quei lavoratori che avevano maturato abbastanza anzianità per andare in pensione. Sono stati pochi dunque quei datori che considerando ancora i lavoratori una risorsa hanno preferito abbassare la produzione pur di non licenziare e non ricorerre alla cassa integrazione.

Recentemente alcuni esponenti del governo hanno fatto un paragone fra le lotte,anche violente,degli anni’60 che hanno portato ad infiltrazione terroristiche nel movimento operaio e alcune occupazioni di fabbrica. Vede anche lei questa tensione e questa rabbia?

Non c’è rabbia. Certo c’è qualche testa calda che era arrabiata anche prima e che lo sarà anche dopo,ma purtroppo manca anche quella rabbia costruttiva che ha portato ad ottenere tante rivendicazioni e che faceva sentire gli operai come parte di un gruppo e come una classe sociale, è come se gli operai fossero stati modificati geneticamente e avessero perso la solidarietà fra di loro ed è come se ritenessero che  valga la pena tentare una lotta. Ed il sindacato deve lavorare per rinfondere il senso di solidarietà, ma la crisi ha protato gli operai a disgregarsi ancora di più.

La Lega ha proposto di ridurre la cassa integrazione per i lavoratori stranieri. Come sono trattati dai colleghi e dai lavoratori gli stranieri?

Nella nostra zone lavorano moltissimi stranieri e noi alla UIL abbiamo uno sportello dedicato. Per quanta riguarda la loro situazione la discriminazione non è su un piano economico,ma essendo loro più facilmente ricattabili-devono mandare soldi a casa,gestiscono le ferie in modo diverso,hanno bisogno di lavorare- vengono spesso costretti a lavorare più del dovuto. Ciò crea a volte situazioni di tensione con i colleghi italiani,ma sotto questo punto di vista Trieste è una città tranquilla. Questo tipo di sfruttamento è derivato dall’ignoranza e infatti nel nuovo contratto dei metalmeccanici si è preteso che gli articoli più significativi venissero tradotti in francese e inglese.

Una grande piaga del lavoro metalmeccanico è la mancanza di sicurezza,solo qualche giorno fa è morto un operaio della Thyssen a Terni.

Se in Italia fosse applicata la legge 81 sulla sicurezza sul lavoro gli incidenti si ridurebbero drasticamente. Ma c’è anche un problema culturale, in Italia manca una cultura della sicurezza sul lavoro presente invece in alcuni paesi come gli Usa dove capita che i lavoratori si rifiutino di lavorare in caso di scarsa sicurezza. Ma,considerando che in un azienda chi comanda è l’imprenditore,anche gli imprednitori hanno le loro importanti responsabiltà.

Infine una considerazione di carattere più ampio:la UIL con la CISL ha preferito la concertazione alla mobilitazione,l’opposto di ciò che ha fatto la CGIL. Quali sono le motivazione di questa scelta?

Uniti si sarebbe stati più forti e probabilmente si sarebbe andati più avanti. La CGIL sfrutta le masse che si sono dimenticate di come la CGIL non abbia fatto nulla contro la riduzione delle categorie di lavoratori cui applicare l’articolo 18 e contro la proliferazione delle agenzie interinali volute dal governo Prodi. Mentre nei confronti di questo governo c’è una pregiudiziale in particolare da parte della FIOM. Ma ci si dimentica che senza concertazione non si sarebbe mai arrivati alla firma del contratto nazionale che,seppur è migliorabile, ha portato a conquiste come l’introduzione dell’inflazione programmata. Noi come UIL cerchiamo di non colorire politicamente la lotta sindacale pur mantenedo il nostro orientamento politico,non ci sono governi amici o nemici,ma ci sono governi con cui bisogna interloquire. Inoltre siamo spesso accusati di non rappresentare la maggior parte dei lavoratori,ma neanche tutti e tre i sindacati la potrebbero mai rappresentare:è stato sempre così.

Ludovico Pismataro

Eliminati i curriculum della specialistica! A rischio anche il numero chiuso. Si prenda esempio da Architettura!

Tutto da rifare! Ad un mese dall’entrata in vigore della riforma dei piani di studio dettata dal Decreto Mussi sono già in cantiere altre norme ministeriali destinate a stravolgere nuovamente l’offerta formativa… Il MIUR ha infatti diramato il 4 settembre una nota ministeriale che annuncia nuovi provvedimenti per la “razionalizzazione e qualificazione dell’offerta formativa”.

Per quanto concerne i piani di studio, il Ministro Gelmini annuncia di voler rivedere il decreto 544/2007 (cosiddetto Decreto Mussi) che, in attuazione del decreto 270/2004 (Ministro Moratti) fissava i requisiti minimi per la formazione di corsi di laurea. Proprio il Decreto Mussi, in applicazione del quale da quest’anno sono partiti i corsi di laurea rivoluzionati, fissava una serie di requisiti qualitativi e quantitativi miranti a ridurre il numero dei corsi di laurea e degli insegnamenti attivati: rendeva necessario un numero fisso di personale di ruolo per ciascun anno e vietava l’assegnazione di una percentuale troppo elevata di insegnamenti a personale contrattista esterno, oltre a stabilire precise tabelle ministeriali contenenti gli esami da attivare per ciascuna classe di laurea.

Eppure le università sono state veloci a trovare le falle (più o meno volute) della legge per cercare di mantenere il sistema il più simile possibile a prima. Si potrebbe citare ad esempio proprio la nostra Facoltà di Scienze Politiche che, pur essendo costretta a rinunciare alla specialistica in Scienze Politiche ed Internazionali, ha ostinatamente mantenuto il corso di laurea in Sociologia, comunque destinato a scomparire nei prossimi anni con il pensionamento di alcuni professori. Con il piccolo artificio delle lauree interclasse è inoltre riuscita a mantenere sia la laurea in Scienze Politiche (classe LM-62) sia quella in Scienze dell’Amministrazione (classe LM-63), mentre sul fronte SID sono stati mantenuti i 3 curriculum della specialistica, seppur con pesantissimi cambiamenti sul piano contenutistico.

Il ministro Gelmini evidenzia dunque che “Il risultato conseguito, per quanto sicuramente apprezzabile, non appare ancora soddisfacente”. Se nell’anno accademico 2008-2009 il 48% dei corsi di laurea aveva dei curriculum al proprio interno, nell’anno 2009-2010 tale percentuale è salita al 68%. Insomma, curriculum e lauree interclasse hanno sostituito de facto i corsi di laurea.

Da qui una serie di misure volte a contrastare questo fenomeno, nel cui dettaglio è meglio non entrare in questa sede [invito però a scaricare la nota ministeriale originale con tutti i dati e le regole ministeriali]. Il risultato?

La nostra Facoltà  non potrà permettersi più di 2 lauree triennali e 2 lauree magistrali! Occorre quindi fare scelte ancora più dolorose che in passato. Cosa tagliare? Le ipotesi, nel Consiglio di Facoltà di ottobre, sono state le più disparate! L’esistenza del corso di Scienze Internazionale e Diplomatiche di Gorizia non sembra in pericolo (almeno nella forma) grazie alla legge del 29 gennaio 1986 sugli “Incentivi per il rilancio dell’economia delle province di Trieste e Gorizia” [il testo in originale disponibile su http://www.sconfinare.net], ma non manca chi propone di modificarne in profondità la sostanza.

Molti hanno infatti evidenziato che sarebbe poco conveniente per la Facoltà sopprimere i corsi di laurea in Scienze dell’Amministrazione e Sociologia (attualmente i meno frequentati) per conservare il SID e Scienze Politiche, le cui lauree triennali appartengono alla medesima classe di laurea (L-36). C’è pertanto chi propone di mantenere a Trieste Scienze dell’Amministrazione ed a Gorizia Scienze Internazionali e Diplomatiche (in modo da rispettare la legge del 1986), cambiando però in profondità il corso Goriziano: numero aperto (per avere più studenti! Sigh!) ed un piano di studi più vicino a Scienze Politiche. Insomma un’abolizione de facto del SID!

Fortunatamente gli orientamenti del Consiglio sembrano essersi indirizzati verso il mantenimento del SID a Gorizia e di Scienze Politiche a Trieste. Il nostro corso di laurea dovrà rinunciare ai curriculum della specialistica. Il piano di studio resterà nella sostanza invariato, ma sarà perso il riconoscimento formale dei tre indirizzi: PD, EI e SEE.

Se il MIUR confermerà  la linea annunciata nella nota del 4 settembre, ci saranno ben pochi margini di manovra. Di fronte a questo non  possiamo fare altro che tornare a chiedere, come ormai facciamo da 2 anni, che l’Università degli Studi di Trieste, la Facoltà di Scienze Politiche e gli enti locali goriziani prendano seriamente in considerazione la creazione a Gorizia di una Scuola Superiore di Studi Internazionali e Diplomatici.

L’insediamento a Gorizia della Facoltà di Architettura è stata indubbiamente un grande passo in avanti per il PUG e per la comunità studentesca goriziana. Ma non possiamo non dire che l’idea di una Scuola Internazionale di Architettura, lanciata con clamore dal Preside Borruso ed accolta con tanto favore dalla comunità locale goriziana (un favore fruttato ad architettura il pagamento di 300,000 euro l’anno per 3 anni), non può che essere accolta da noi con un pizzico di amarezza. Non sarebbe stato meglio spendere quei soldi per creare attorno al SID la Scuola Superiore? Non potevano essere spostati da Trieste corsi di laurea che avrebbero creato maggiori sinergie con quanto di già esistente? Perché non portare a Gorizia l’intera Facoltà di Scienze Politiche? Interpreti e Traduttori? Oppure corsi di laurea ad indirizzo internazionalistico di Economia e Giurisprudenza? Si sarebbe così creata una base sulla quale costruire la Scuola Superiore, che avrebbe allargato le possibilità di formazione degli studenti iscritti a questi corsi di laurea, creando un Polo di Eccellenza che avrebbe avuto nel nuovo Conference Centre la sua sede naturale.

Non vogliamo ricostruire qui il processo politico che ha portato allo spostamento di architettura a Gorizia. Certo è che l’operazione ha avuto per protagonista l’intraprendenza del Preside Borruso che, in un momento di crisi per l’università, in cui la sua Facoltà rischiava di uscire fortemente ridimensionata dalle politiche governative, ha saputo sfruttare al meglio le condizioni esistenti per operare una coraggiosa scelta di rinnovamento.

Forse coloro che in passato ci accusavano di essere irrealistici per le nostre proposte si sono oggi ricreduti di fronte alla creazione della Scuola Internazionale di Architettura. È evidente che alla nostra causa è mancato solo un Borruso che la perorasse con efficacia presso gli enti locali goriziani e l’Università di Trieste. È necessario che le belle parole spese durante l’Alumni Day dal Presidente Agostinis, dal Preside Scarciglia e dal Rettore Peroni abbiano ora un seguito concreto. Il SID non deve diventare la cenerentola del panorama universitario goriziano, ed il suo destino non può essere affidato  alla sola intraprendenza dei suoi studenti e di qualche professore di buona volontà.

Attilio Di Battista
attilio.dibattista@sconfinare.net
Rappresentante degli Studenti, Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche

Tutto da rifare: cambiati di nuovo i requisiti minimi del MIUR

Eliminati i curriculum della specialistica!

A rischio anche il numero chiuso. Si prenda esempio da Architettura!

Tutto da rifare! Ad un mese dall’entrata in vigore della riforma dei piani di studio dettata dal Decreto Mussi sono già in cantiere altre norme ministeriali destinate a stravolgere nuovamente l’offerta formativa… Il MIUR ha infatti diramato il 4 settembre una nota ministeriale che annuncia nuovi provvedimenti per la “razionalizzazione e qualificazione dell’offerta formativa”.

Per quanto concerne i piani di studio, il Ministro Gelmini annuncia di voler rivedere il decreto 544/2007 (cosiddetto Decreto Mussi) che, in attuazione del decreto 270/2004 (Ministro Moratti) fissava i requisiti minimi per la formazione di corsi di laurea. Proprio il Decreto Mussi, in applicazione del quale da quest’anno sono partiti i corsi di laurea rivoluzionati, fissava una serie di requisiti qualitativi e quantitativi miranti a ridurre il numero dei corsi di laurea e degli insegnamenti attivati: rendeva necessario un numero fisso di personale di ruolo per ciascun anno e vietava l’assegnazione di una percentuale troppo elevata di insegnamenti a personale contrattista esterno, oltre a stabilire precise tabelle ministeriali contenenti gli esami da attivare per ciascuna classe di laurea.

Eppure le università sono state veloci a trovare le falle (più o meno volute) della legge per cercare di mantenere il sistema il più simile possibile a prima. Si potrebbe citare ad esempio proprio la nostra Facoltà di Scienze Politiche che, pur essendo costretta a rinunciare alla specialistica in Scienze Politiche ed Internazionali, ha ostinatamente mantenuto il corso di laurea in Sociologia, comunque destinato a scomparire nei prossimi anni con il pensionamento di alcuni professori. Con il piccolo artificio delle lauree interclasse è inoltre riuscita a mantenere sia la laurea in Scienze Politiche (classe LM-62) sia quella in Scienze dell’Amministrazione (classe LM-63), mentre sul fronte SID sono stati mantenuti i 3 curriculum della specialistica, seppur con pesantissimi cambiamenti sul piano contenutistico.

Il ministro Gelmini evidenzia dunque che “Il risultato conseguito, per quanto sicuramente apprezzabile, non appare ancora soddisfacente”. Se nell’anno accademico 2008-2009 il 48% dei corsi di laurea aveva dei curriculum al proprio interno, nell’anno 2009-2010 tale percentuale è salita al 68%. Insomma, curriculum e lauree interclasse hanno sostituito de facto i corsi di laurea.

Da qui una serie di misure volte a contrastare questo fenomeno, nel cui dettaglio è meglio non entrare in questa sede [invito però a scaricare on-line su www.sconfinare.net la nota ministeriale originale con tutti i dati e le regole ministeriali]. Il risultato?

La nostra Facoltà  non potrà permettersi più di 2 lauree triennali e 2 lauree magistrali! Occorre quindi fare scelte ancora più dolorose che in passato. Cosa tagliare? Le ipotesi, nel Consiglio di Facoltà di ottobre, sono state le più disparate! L’esistenza del corso di Scienze Internazionale e Diplomatiche di Gorizia non sembra in pericolo (almeno nella forma) grazie alla legge del 29 gennaio 1986 sugli “Incentivi per il rilancio dell’economia delle province di Trieste e Gorizia” [il testo in originale disponibile su www.sconfinare.net], ma non manca chi propone di modificarne in profondità la sostanza.

Molti hanno infatti evidenziato che sarebbe poco conveniente per la Facoltà sopprimere i corsi di laurea in Scienze dell’Amministrazione e Sociologia (attualmente i meno frequentati) per conservare il SID e Scienze Politiche, le cui lauree triennali appartengono alla medesima classe di laurea (L-36). C’è pertanto chi propone di mantenere a Trieste Scienze dell’Amministrazione ed a Gorizia Scienze Internazionali e Diplomatiche (in modo da rispettare la legge del 1986), cambiando però in profondità il corso Goriziano: numero aperto (per avere più studenti! Sigh!) ed un piano di studi più vicino a Scienze Politiche. Insomma un’abolizione de facto del SID!

Fortunatamente gli orientamenti del Consiglio sembrano essersi indirizzati verso il mantenimento del SID a Gorizia e di Scienze Politiche a Trieste. Il nostro corso di laurea dovrà rinunciare ai curriculum della specialistica. Il piano di studio resterà nella sostanza invariato, ma sarà perso il riconoscimento formale dei tre indirizzi: PD, EI e SEE.

Se il MIUR confermerà  la linea annunciata nella nota del 4 settembre, ci saranno ben pochi margini di manovra. Di fronte a questo non  possiamo fare altro che tornare a chiedere, come ormai facciamo da 2 anni, che l’Università degli Studi di Trieste, la Facoltà di Scienze Politiche e gli enti locali goriziani prendano seriamente in considerazione la creazione a Gorizia di una Scuola Superiore di Studi Internazionali e Diplomatici.

L’insediamento a Gorizia della Facoltà di Architettura è stata indubbiamente un grande passo in avanti per il PUG e per la comunità studentesca goriziana. Ma non possiamo non dire che l’idea di una Scuola Internazionale di Architettura, lanciata con clamore dal Preside Borruso ed accolta con tanto favore dalla comunità locale goriziana (un favore fruttato ad architettura il pagamento di 300,000 euro l’anno per 3 anni), non può che essere accolta da noi con un pizzico di amarezza. Non sarebbe stato meglio spendere quei soldi per creare attorno al SID la Scuola Superiore? Non potevano essere spostati da Trieste corsi di laurea che avrebbero creato maggiori sinergie con quanto di già esistente? Perché non portare a Gorizia l’intera Facoltà di Scienze Politiche? Interpreti e Traduttori? Oppure corsi di laurea ad indirizzo internazionalistico di Economia e Giurisprudenza? Si sarebbe così creata una base sulla quale costruire la Scuola Superiore, che avrebbe allargato le possibilità di formazione degli studenti iscritti a questi corsi di laurea, creando un Polo di Eccellenza che avrebbe avuto nel nuovo Conference Centre la sua sede naturale.

Non vogliamo ricostruire qui il processo politico che ha portato allo spostamento di architettura a Gorizia. Certo è che l’operazione ha avuto per protagonista l’intraprendenza del Preside Borruso che, in un momento di crisi per l’università, in cui la sua Facoltà rischiava di uscire fortemente ridimensionata dalle politiche governative, ha saputo sfruttare al meglio le condizioni esistenti per operare una coraggiosa scelta di rinnovamento.

Forse coloro che in passato ci accusavano di essere irrealistici per le nostre proposte si sono oggi ricreduti di fronte alla creazione della Scuola Internazionale di Architettura. È evidente che alla nostra causa è mancato solo un Borruso che la perorasse con efficacia presso gli enti locali goriziani e l’Università di Trieste. È necessario che le belle parole spese durante l’Alumni Day dal Presidente Agostinis, dal Preside Scarciglia e dal Rettore Peroni abbiano ora un seguito concreto. Il SID non deve diventare la cenerentola del panorama universitario goriziano, ed il suo destino non può essere affidato  alla sola intraprendenza dei suoi studenti e di qualche professore di buona volontà.

Attilio Di Battista

Rappresentante degli Studenti, Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche

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Renato Soru non è un politico. Non nel senso italiano del termine. È un politico sardo, una figura che mancava da tanti anni nello scenario regionale. Inoltre è uno dei pochi personaggi in Italia a vantare un lungo elenco di risultati concreti e positivi, che in uno scenario normale (da paese civile?) gli garantirebbero una sopravvivenza politica assoluta. Invece no. Siamo in Italia, dove i successi reali di quattro anni di governo non valgono una rielezione certa. Quello che vale sono le speculazioni, le chiacchiere e le manovre dietro le quinte.

Non molti conoscono il cammino della Sardegna dei passati 5 anni, ma è necessario avere un quadro chiaro per potersi schierare con l’uno o con l’atro candidato alle prossime elezioni. Nelle elezioni regionali del giugno 2004 Renato Soru vinse con il 50,1% delle preferenze, circa 487mila voti. La sfida che gli si presentò era quella di combattere il degrado e l’arretratezza della Sardegna, valorizzando il suo ampio potenziale di sviluppo e portando la regione da una situazione di “mezzogiorno” a una di “centro”.
L’impresa era tutt’altro che facile. Soru iniziò con un riordino del bilancio, una semplificazione e ottimizzazione della spesa regionale, il recupero e la salvaguardia del patrimonio naturale sardo. La prima legge del 2004 è stata la c.d. Salvacoste, che impone di rispettare una distanza di 2 km dalla costa quando si costruiscono edifici. Le successive iniziative sono state la riduzione del numero delle comunità montane (soprattutto dove l’elemento montano non esisteva proprio) e la costruzione di linee digitali e infrastrutture che hanno portato la popolazione della Sardegna ad essere la prima con copertura adsl al 100%. Il primo passo della nuova era digitale sarda, è stato il sito internet della regione, che fu inoltre garanzia di una maggiore trasparenza nella vita politica sarda.
Altri grandi risultati negli anni successivi sono stati la chiusura della base militare americana de La Maddalena entro il 2008 e la creazione di un unico ente regionale per la gestione del servizio idrico: la nuova società Abbanoa (acqua-nuova, NdR) ha sostituito i cinque enti esistenti. Senza nessun licenziamento, Abbanoa ha sistematicamente ridotto gli sprechi, e, di conseguenza i costi.
Con la legge finanziaria regionale del 2007, lo Stato ha riconosciuto alla Regione Sardegna il diritto graduale di compartecipare al gettito tributario maturato nel territorio regionale a partire dallo stesso anno. Tra il 2007 e il 2009 tale gettito è cresciuto di circa 1,4 miliardi di euro. A partire dall’anno 2010 le maggiori entrate regionali ammonteranno ad oltre 3 miliardi di euro. In cambio la Regione si fa carico degli oneri del Fondo sanitario nazionale e delle funzioni di trasporto pubblico locale, compresa la continuità territoriale, mantenendo un saldo positivo di circa 1,8 miliardi di euro.
Per quanto riguarda l’istruzione pubblica, mentre i tagli dei finanziamenti colpiscono tutta l’Italia, nell’Isola sono stati aumentati i fondi per l’edilizia scolastica, per un totale di circa 300 milioni di euro. La regione attribuisce inoltre assegni per merito fino a 500 euro mensili, agli studenti diplomati con almeno 80/100  che si iscrivono all’Università (con priorità per le facoltà scientifiche) e agli studenti universitari in regola con i crediti che abbiano almeno la media del 27. Inoltre, la Regione ha finanziato nell’ultimo triennio più di 3000 studenti per alta formazione, tirocini e “percorsi di rientro” in Sardegna, per favorire la crescita accademica e professionale dei neolaureati e garantire un efficace inserimento nel mondo lavorativo sardo. Le fonti di quanto riferito sono documenti, atti regionali e dati Istat per il periodo 2004-2008.
Tornando alla questione delle elezioni, le argomentazioni del candidato per il PDL – un certo Cappellacci ex consigliere del comune di Cagliari – sono tutte “contro”: egli afferma che quanto realizzato nel mandato Soru sia stato una delusione e un fallimento per la Sardegna. Per il programma alternativo vengono spese invece poche, pochissime parole. Anzi, in generale sono veramente poche le parole pronunciate direttamente da Cappellacci. Chi chiacchiera di più è Berlusconi: è lui che in realtà gestisce e ordina la campagna elettorale del PDL. È lui, il primo ministro italiano, che organizza e predispone le assemblee e i comizi. Ed è sempre lui che racconta le barzellette durante i convegni. Ma della Sardegna non si parla mai? Sì, il programma elettorale del “candidato del PDL Cappellacci” è preciso: cancellare tutte le norme che dal 2004 sono state fatte da Soru (Berlusconi ha detto proprio così). E quando mai un avversario politico in una campagna elettorale in Italia ha dato dei meriti al presidente uscente? Che campagna elettorale sarebbe?
In realtà, quali sono le condizioni della Sardegna? Esiste davvero il “peggioramento delle condizioni di vita” sbandierato da Berlusconi, pardon Cappellacci? Ci sentiamo davvero più indietro del 2004? Basta leggere i dati reali e si avrà la dimostrazione del contrario: la Sardegna va in direzione esattamente opposta a quella nazionale, e lo affermano i giudici più credibili i cittadini stessi.
Questa campagna elettorale purtroppo non parte dal lavoro realizzato negli ultimi quattro anni: si cerca consenso promettendo, ma non parlando di fatti concreti. E colui che si candida alla guida della regione non è che un muto e sorridente fantoccio. Nel frattempo Soru gira la Sardegna per ricordare ciò che è stato realizzato dalla sua giunta, ciò che ancora sarà fatto e soprattutto come, con i soldi risparmiati e guadagnati e non con illusioni o sogni impossibili.

Troppo serio il Presidente Soru.

Fidatevi che è meglio Soru.

Diego Pinna diego.pinna@sconfinare.net
Enrico Casu enricasu@libero.it

Il nuovo libro intervista di Corrado Augias, questa volta in collaborazione con Remo Cacitti, docente di letteratura cristiana antica e storia del cristianesimo antico presso l’università degli studi di Milano segue il percorso già tracciato da “Inchiesta Su Gesù”(Mondadori, 2006) e cerca di ricostruire secondo quelle che sono ad oggi le fonti storiografiche sul cammino evolutivo e di formazione del cristianesimo. E’ una delle poche letture italiane destinate al grande pubblico che affrontano la religione dal punto di vista storico e non da quello della fede, tracciando un quadro accurato sui primi quattro secoli di vita del cristianesimo, nei quali questa fede è ancora un cantiere aperto, dove si possono rintracciare innumerevoli tesi e pensieri, da quelli che poi sono entrati a far parte della dottrina ufficiale della chiesa fino a quelli che in seguito sono stati dichiarati eresie, e che molte volte nella fase aurorale del cattolicesimo, prima che venisse definitivamente stabilito un “canone”, erano invece ortodossia. Si scoprono molte altre cose sorprendenti sui primordi del cristianesimo, come il fatto che molta parte nella formazione di questo culto più che Gesù l’hanno avuta San Paolo, da molti studiosi considerato il vero padre fondatore della chiesa, Costantino e il concilio di Nicea del 325 per esempio. Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, la distanza fra la ricostruzione storica dei fatti e quella fideistica dei vangeli e degli altri testi sacri è sì evidente, ma non così enorme; le differenze più macroscopiche rispetto alla storia si trovano invece nell’interpretazione ufficiale che dei testi viene data. In conclusione, come quasi tutte le religioni anche il cristianesimo ha subito evoluzioni e cambiamenti nel corso dei secoli,contaminandosi e prendendo spunti da altre fedi, cercando di adattarsi allo spirito di varie epoche storiche fino ad arrivare ai giorni nostri.

Matteo Sulfaro

Il 26 novembre si è svolta presso la sede dell’Università di Trieste in Via Alviano la conferenza dal titolo “Gli impatti delle elezioni presidenziali sulla politica estera americana: premesse, sviluppi, prospettive”, durante la quale sono intervenuti il giornalista Demetrio Volcic, il professore AntonGiulio De’ Robertis e il responsabile per i Public Affairs del Consolato Generale degli Stati Uniti a Milano John Hillmeyer.

L’incontro è stato organizzato dall’associazione YATA (Youth Atlantic Treaty Association) Gorizia in collaborazione con il Consolato Generale degli Stati Uniti a Milano e il Corso di Laurea in Scienze Int.li e Diplomatiche e ha visto una partecipazione molto attiva degli studenti del polo goriziano, che hanno riempito l’aula magna come pochi eventi sono riusciti a fare.

La scelta di tre personaggi di calibro alquanto elevato, ma esperti di ambiti differenti, ha fatto sì che la tavola rotonda sia riuscita a toccare molte delle sfaccettature delle relazioni esterne degli States, dalla composizione del nuovo esecutivo, alle relazioni tra Stati Uniti e Russia, dalle aspettative sulla risoluzione dell’intervento in Iraq, al possibile ritorno della politica estera americana verso il multilateralismo.

E’ stato infatti su questa falsariga che il Hillmeyer ha svolto il suo intervento: un perfetto esempio di diplomazia, in cui ha esposto le linee principali del nuovo esecutivo, le aspettative degli americani stessi e del resto del mondo. Premettendo che le aspettative che si sono create attorno a questo nuovo presidente sono fin troppo alte, Hillmeyer ha affermato che, almeno nel primo periodo, l’interesse del nuovo esecutivo sarà focalizzato sulla politica interna, in particolare sulle misure da attuare per contrastare la crisi economica che solo nel novembre scorso ha portato al licenziamento di più di mezzo milione di persone. La priorità di Obama è quindi giustamente quella di salvaguardare il proprio Paese, cercando di consolidare gli Stati Uniti, che ora come mai hanno bisogno di un capo che sia in grado di guidarli verso un nuovo inizio.

Il responsabile per i Public Affairs ha comunque rincuorato la platea, assicurando che nel medio periodo Obama si dedicherà con profondo coinvolgimento alla politica estera, assicurando maggior impegno in Afghanistan e e un lento ma costante ritiro delle truppe e delle strutture statunitensi dall’Iraq. Analizzando le possibili candidature dei diversi membri dell’esecutivo, tra cui Hillary Clinton come Segretario di Stato, successivamente confermata dal neo-eletto presidente, Hillmeyer si è mostrato fiducioso verso un maggiore interesse del suo paese verso la questione mediorientale anche se i risultati si vedranno solo nel lungo periodo.

Nota dolente è stata purtroppo quella riguardante l’impegno americano in Africa: pare infatti che nell’agenda di Obama il continente da cui la sua stessa famiglia proviene non trovi grande spazio, e sia subordinato ad altri temi che per il neo presidente sono prioritari.

Dei rapporti tra Stati Uniti e Federazione Russa si è occupato il giornalista emerito Demetrio Volcic, goriziano e storico inviato a Mosca del TG1, il quale con una lezione magistrale è riuscito sia a spiegare le relazioni tra le due grandi potenze, sia a fare un quadro della Russia contemporanea e passata che solo un esperto del suo calibro era in grado di fare. Nel suo intervento Volcic ha innanzitutto toccato il delicato tema della crisi finanziaria, che ha investito anche la Federazione Russa, la quale in pochissimi mesi si è vista costretta a ridimensionare le proprie azioni e le proprie aspettative. Si è quindi parlato di una diplomazia più morbida da parte di Medvedev e Putin, volta a mantenere un profilo basso in seno alle organizzazioni internazionali. Questo avrà forse risvolti importanti sia verso i propri vicini, che molto spesso sono considerati dalla Russia come questioni quasi domestiche, sia verso l’Unione Europea e gli Stati Uniti. E proprio verso questi ultimi l’atteggiamento molto probabilmente cambierà, visto che con l’elezione di Obama sarà sempre più difficile sfruttare il comune denominatore dell’antiamericanismo, carta che molto spesso la Federazione ha usato negli ultimi tempi contro le azioni della amministrazione Bush jr.

Infine il professor De’ Robertis, docente emerito di Storia dei Trattati presso l’Università di Bari, ha analizzato lo spinoso argomento del multilateralismo nelle relazioni tra Stati Uniti e resto del mondo. Egli ha infatti notato un cambiamento epocale nella linea delle relazioni esterne degli Stati Uniti proposta da Obama durante la sua campagna elettorale: dopo 8 anni di amministrazione Bush jr. estremamente neoconservatrice e tendenzialmente unilaterale, si evince dai discorsi elettorali del neo presidente un impegno a considerare maggiormente i propri alleati e il valore dei fora internazionali. Ciò pare si espleterà attraverso il rifiuto dell’uso unilaterale della forza, tranne in caso di attacco sul suolo statunitense; la fine dell’occupazione dell’Iraq, per estendere il proprio impegno a tutta l’area; l’impegno a considerare maggiormente le proposte provenienti dagli altri Paesi riguardo alla riforma, ormai ritenuta unanimemente necessaria, della struttura e del funzionamento delle Nazioni Unite.

Questo incontro, si spera il primo di una lunga serie, ha visto come veri protagonisti gli studenti del Cdl in Scienze Int.li e Diplomatiche, che oltre a partecipare numerosissimi all’evento, si sono distinti per la quantità e soprattutto per la qualità delle domande poste ai relatori, le quali hanno permesso un dibattito molto vivo e certamente di alto valore culturale.

Leonetta Pajer
leonetta.pajer@sconfinare.net

L’economia, si sa, è una scienza triste. Una scienza in cui le previsioni hanno il potere di determinare i fatti; ciò vale, con conseguenze anche maggiori, anche nei casi in cui proprio le previsioni sono impossibili da formulare, ed il mercato brancola nel buio dell’incertezza. Proprio di questo sembra essere malata oggi l’economia mondiale: di incertezza. Ciò a cui oggi assistiamo è il sovrapporsi di un’instabilità economica e di una finanziaria, che si intrecciano in uno scenario geopolitico instabile, rendendo la situazione sempre più difficile da decifrare.

A partire dagli anni ‘80 abbiamo assistito ad una progressiva finanziarizzazione dell’economia, facilitata dalla deregulation, che ha trovato nuova linfa nei successivi accordi internazionali di libero scambio. Le grandi imprese occidentali hanno accumulato guadagni da capogiro delocalizzando la produzione e commerciando su scala mondiale, ma questi profitti non sono stati reinvestiti nel circuito produttivo dell’economia reale (ricerca, produttività…) ma nei mercati finanziari di tutto il Mondo, i cui indici sono cresciuti anche quando l’economia procedeva piuttosto lenta, con i gruppi bancari che hanno raggiunto i profitti più alti della storia.
Quando nel 2001 la Cina è entrata a far parte del WTO questo processo ha subito un’ulteriore accelerazione. I risparmi forzati di 1.300.000.000 cinesi si sono riversati sui mercati internazionali, finanziando il debito (soprattutto) degli Stati Uniti a tutti i livelli: dal debito al consumo a quello pubblico (ci sono anche economisti secondo cui gli americani sono stati costretti a diventare un popolo di scialacquatori per riassorbire la liquidità e i prodotti in arrivo dall’Asia, a favore dell’economia mondiale). Il governo di Pechino, infatti, oltre ad accumulare riserve in dollari per 1400 miliardi grazie ad una bilancia commerciale favorevole, ha investito il risparmio cinese in Buoni del Tesoro americani, finanziando così il debito dell’amministrazione Bush (e la guerra al terrorismo).

Questa liquidità riversatasi nei mercati finanziari doveva comunque moltiplicarsi, problema risolto con la “finanza creativa”: hedge funds, mutui subprime, derivati…obbligazioni rimpacchettate più volte per spargere il rischio ed aumentare i guadagni…

Negli ultimi 5-6 anni si può dire che la bolla speculativa finanziaria aveva trovato nel mercato immobiliare americano la propria contro-parte nell’economia reale. Mi spiego: in seguito alla recessione americana del 2001, Alan Greenspan aveva avviato una politica di bassi tassi d’interesse per riavviare l’economia americana; così ha però creato una bolla immobiliare in cui i prezzi delle case crescevano costantemente e al di là d’ogni ragionevolezza. Grazie al basso costo del denaro, alla quantità di liquidità sul mercato e al valore sempre crescente delle case, le banche hanno concesso anche mutui ad alto rischio a persone con poche garanzie: i mutui subprime. Un americano poteva dunque chiedere un prestito a tassi bassi (ma variabili) ponendo a garanzia un immobile con un valore di mercato gonfiato dalla bolla.

I nodi sono venuti al pettine quando la Fed ha iniziato a rialzare i tassi: da un lato il mercato immobiliare si è raffreddato e i prezzi scesi, dall’altro il tasso d’interesse di tutti i mutui a tasso variabile (sub prime compresi) si è alzato. Chi aveva un mutuo si è dunque trovato a pagare di più, con un immobile di garanzia che valeva sempre meno. Questo ha avviato un circolo vizioso conclusosi nel momento in cui migliaia di cittadini americani non sono riusciti a ripagare il proprio debito e, poiché le sue garanzie avevano perso valore, la banca non è riuscita a riavere i soldi indietro, con perdite a catena e non ancora quantificabili in tutto il mercato finanziario, tanto più perché i mutui sub prime erano stati impacchettati più volte non solo negli hedge funds (i fondi ad alto rischio), ma anche in fondi apparentemente sicuri.

Il rischio che si temeva (e che per il momento pare scampato) era quello di un contagio nell’economia reale: il cosiddetto credit crunch (la contrazione del mercato del credito ad investitori e consumatori) o addirittura l’insolvenza di decine di banche. Questo sembra non essere accaduto però non solo grazie ai profitti con cui le banche sono arrivate alla crisi e alle iniezioni di liquidità delle banche centrali, ma anche grazie all’intervento dei Fondi Sovrani d’investimento dei paesi emergenti, che anche a causa del dollaro debole sono stati ben lieti di investirli in colossi come Citibank i soldi accumulati con le esportazioni.
Con il dollaro debole veniamo all’economia reale. Ancora gli economisti s’interrogano su quanto ci sia di fisiologico e quanto di strategico nella debolezza della valuta americana. Fino e 3 anni fa lo yuan cinese era agganciato al dollaro e ciò gli impediva di rafforzarsi come avrebbe dovuto, continuando a favorire le esportazioni verso gli USA. Dopo forti pressioni Washington ha ottenuto un sistema di oscillazione che permette alla valuta cinese di apprezzarsi lentamente; un dollaro così debole accelera questo processo e insieme alla contrazione dei consumi ha effettivamente riportato il deficit commerciale americano con la Cina ai livelli del 2006 (il deficit complessivo è invece sceso ai livelli del 2003).

Contemporaneamente però i prezzi delle materie prime sono ai livelli più alti di sempre. Il greggio costantemente al di sopra dei 100 dollari (andante verso i 200?) ed i generi alimentari quotati  50-100% in più di un anno fa sono uno shock non indifferente per l’economia, che anzi ha resistito sin troppo bene (con il PIL USA a +0,6% nel primo trimestre). Gli aumenti sono in gran parte dovuti alla domanda crescente in arrivo dai paesi emergenti, alle scorte in diminuzione ed al dollaro debole (in cui sono vendute tutte le materie prime), ma anche a speculazioni in atto sul mercato dei futures.

Il mercato energetico delinea poi sempre maggiore incertezza anche da un punto di vista geopolitico, con la Russia che punta ad una politica di potenza grazie agli idrocarburi, la Cina aggressiva in Africa ed i Paesi dell’OPEC che nei prossimi anni arriveranno a commercializzare una quantità di petrolio maggiore di quella delle ex-7 sorelle occidentali, i cui giacimenti nel mare del Nord, Alaska e Golfo del Messico si stanno esaurendo.

Nel mercato finanziario nulla fa ancora pensare che il peggio sia passato: le perdite per le banche dai mutui subprime sono previste tra i 1000 ed i 1300 miliardi di dollari, ma a tutt’oggi ne sono emersi solo poco più di 300.

Sul fronte dell’economia il famoso decoupling (sganciamento delle economie del resto del mondo da quella americana) non c’è ancora stato e un rallentamento dell’economia USA si rifletterebbe in primo luogo sui paesi emergenti, che negli ultimi anni sono stati il motore della crescita mondiale. La BCE intanto è sempre più in difficoltà nello gestire un’inflazione galoppante senza reprimere una crescita in calo, tanto più se all’interno dell’Unione permangono disparità tra una Germania che non accenna a rallentare, una Spagna in caduta libera (da oltre il 3 al 1,5-2%) ed un’Italia praticamente ferma. Il sistema produttivo europeo è stato comunque costretto negli ultimi anni ad aumentare la sua competitività a causa dell’euro forte, mentre quello americano si è adagiato sull’aiuto di una moneta debole.
Proprio sul fronte monetario, infine, ci si chiede se questo sia l’inizio di un Bretton Woods III (ufficiale come il I o ufficioso come il II?) che possa garantire una maggiore stabilità delle valute o se sia solo un passaggio strategico. O forse entrambi. Del resto, come sempre accade di fronte ai grandi sconvolgimenti, tutta la dottrina economica e la stessa globalizzazione (che comunque ha permesso di spostare grosse fette di potere politico-economico) sono state frettolosamente messe sul banco degli imputati, e si rischia di non distinguere un fenomeno dalla sua degenerazione.

E poi ancora l’Iraq, l’Iran, l’Islam, l’UE, la Russia, i fondi sovrani d’investimento attraverso cui i paesi del Golfo e la Cina stanno acquistando “pezzi di economia occidentale”…gli interi assetti geopolitici del mondo si stanno riassestando. È un’incertezza endemica quella che affligge questo nostro villaggio globale…perché meravigliarsi di una crisi economica?

di Attilio Di Battista

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