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Non deve apprendere nessuna conoscenza con spirito servile. L’ha detto Platone.

Nel mio piccolo, io sarei dovuto andare a lezione di Arabo oggi. Però non l’ho fatto.

Mi chiamo Rodolfo e sono a Gorizia da cinque anni. Lo direi un periodo lunghetto, anche se un anno ho deciso di giocarmi il jolly Erasmus. Non mi sono ancora ambientato, ma fortunatamente la stabilità non è più una priorità. Da quando mi sono immatricolato per la prima volta sono cambiate così tante cose che ho rinunciato persino a tenerle a mente. Ora, per sapere quanti e quali esami mi mancano faccio affidamento sul mio libretto elettronico. E sbaglio sempre.

Il punto, comunque, non è questo. Se scrivo questo articolo, e so che finirà in “stile libero” e non in “università”, è proprio perché non voglio muovere critiche ad alcunché di concreto e di modificabile. Se scrivo parlo di me, ed è perché mi sembra con ciò di riuscire a sfogare un senso di frustrazione e d’umiliazione che spero non mio solamente.

Il punto è questo: non sono andato a lezione di Arabo. Avrei voluto andarci, sapete, ma semplicemente non l’ho fatto. Perché da un po’ di tempo, a mio vedere, qualcosa si è inceppato nel senso del grande meccanismo generale, qualcosa si è inceppato ed a volte mi pare che sia quasi un portato biologico, il rifiutare di comprendere perché degli esseri umani di ventitré anni, l’età più vitale, l’età più fertile in un certo senso, debbano essere costretti ad imparare.

“Imparare”, capite? Ancora. Quando concluderò la laurea specialistica, avrò studiato per diciotto anni della mia vita, se a Dio piacendo sarò in orario, senza essermi perso troppo e stringendo i denti, come tutti. Diciotto anni (so che in questo momento non ci credete e state contando. Però è così. Pazzesco, eh?). E cosa mi sarà rimasto? Probabilmente la mia sola capacità di leggere e scrivere (sulla terza, il “far di conto”, ho già i miei dubbi). Non credo d’essere particolarmente stupido. Però quello che resta di ogni libro, di ogni esame, è un sorso un fondo un residuo, un po’ di cenere, un “non lo so”. Quali sono le clausole dei trattati x e y? Non lo so. Chi si ricorda anche solo i princípi basilari della statistica? Io no di certo. Eppure quello fu l’esame che preparai meglio, sei mesi passati a sudar duro e punteggi pieni ad ogni parziale. Non ci fu nemmeno bisogno dell’orale, ottenni la piena assoluzione con lode sulla fiducia. Ed è come se non avessi mai aperto quei libri.

E allora, perché continuare? Onestamente, voglio dire.

A volte ho l’impressione che tutto ciò serva ad autoalimentare una struttura. La laurea è richiesta per trovare lavoro, teoricamente. E non sto parlando della laurea triennale, perché quella è lo scherzo più sadico ed inutile che questo sistema ha giocato alla mia generazione. Ogni laureato è prezioso alla società. E non solo in senso ideale. Per ogni laureato ci sono soldi, molti soldi: i soldi dei professori e dei segretari, certo; ma anche delle imprese delle pulizie; dei portinai; delle librerie e delle copisterie; dei padroni di casa; dei baristi; dei locali; anche delle ferrovie, a ben vedere. Avete mai preso un treno di pendolari? Siamo troppi. Viene da chiedersi se non siamo per caso tutti le consenzienti vittime di un’illusione collettiva, di una grande mistificazione, di una presa in giro. Malthus riderebbe di gusto.

Diranno che ciò che si acquisisce all’università, o nell’apprendimento in generale, è un modus vivendi. Ed abbiamo imparato benissimo, ed a velocità sconcertante, tutto ciò che occorre, giusto? Giusto. Abbiamo imparato a non avere ragione; a temere ogni esame o ritorsione minacciata, vera o presunta; abbiamo imparato mezzucci e gelosie; ad essere più svelti degli altri oppure ad imitarli; soprattutto abbiamo imparato ad appiattire la nostra stupenda vivacità intellettuale sulla spenta corda d’una cultura sempre identica a sé, che spicca solo per la sua autoreferenzialità.

E per questo era già sufficiente un liceo. Ci fossimo fermati lì, avremmo impiegato solo tredici anni. Invece ne bruceremo diciotto, e forse ancora non avremo appreso nulla della vita, e continueremo a sonnecchiare, eterni adolescenti nella nostra bella cameretta, ed Almalaurea ci proporrà nuovi master. Perché non si finisce mai di imparare.

Però insomma, eccoci qui. Ci piaccia oppure no. L’inerzia è una cosa meravigliosa. Al quinto anno, teoricamente l’ultimo, con degli esami che hanno il nome di quelli già sostenuti alla triennale, e spesso con i medesimi professori. Almeno nel mio caso.

Così torniamo al punto di partenza. Ed avrei voluto andarci a quel corso di Arabo. Sul serio. E’ un ottimo corso, l’insegnante è davvero fantastica, e mi pare un’opportunità da non perdere. Magari alla prossima lezione sarò presente. Però oggi non l’ho fatto.

Rodolfo Toè

Rodolfo.toe@sconfinare.net

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A Cracovia non si vota. Qui, non votare è un po’ come farsi beffa della storia: solo sessant’anni fa, il “sistema” si era così ben organizzato che il totale dei voti bianchi o negativi e delle astensioni rappresentava sempre meno del 5%. Ma, questa volta, i cracoviani non eleggono. Leggono e basta. Sfogliano le Mani Sporche (2001-2007 così destra e sinistra si sono mangiate la II Repubblica, Barbacetto, Gomez e Travaglio, edizioni chiarelettere, dicembre 2007). Un malloppo di 930 pagine dettagliate, minuziose e attente per raccontare, fatto per fatto, gli ultimi 7 anni di politica all’italiana. Partendo dal 2001, da ‘Il ritorno del Cavaliere’ con al seguito un cumulo impressionante di carichi pendenti, nonché un intero capitolo di una sentenza denominato ‘I contatti tra Salvatore Riina e gli on.li Dell’Utri e Berlusconi’, quella con cui la Corte d’assise d’appello di Caltanissetta condanna 39 boss di Cosa nostra per la strage di via d’Amelio, l’eccidio che costò la vita a Paolo Borsellino. Mani e conversazioni sporche. A destra e a sinistra. Come quelle delle intercettazioni telefoniche, poco politically correct e molto scurrili, tra il pio Fassino e il falco Consorte, sul tema della scalata “rossa” alla Bnl. Fino ad arrivare, nella seconda parte, al 2006, al ritorno del Professore con le sue ‘promesse da marinaio’, con un illuminante capitolo denominato ‘Clemenza ed Ingiustizia’, dimostratosi, a posteriori, profetico per la caduta del governo sotto i colpi del partito-famiglia accas(t)ato a Ceppaloni.

Il libro è dedicato, tra le altre, alla memoria di Enzo Biagi. In una recente intervista ad Omnibus (del 10 aprile) il Presidente dell’editto bulgaro ha condannato, ancora una volta, l’uso criminoso dell’attività giornalistica fatto oggi da Travaglio e, ieri, da altri (tra cui Santoro e lo stesso Biagi), non scordandosi, subito dopo, di specchiarsi come l’editore più liberale della storia Repubblicana. A Cracovia, all’epoca della cosiddetta “Democrazia Popolare” le principali libertà, di stampa, di riunione e religiosa erano garantite per via costituzionale. Tuttavia nei paesi sovietici tra teoria e prassi, c’era una grande differenza: il Partito. Oggi un altro spettro, quello della censura “democratica”, s’aggira per l’Italia. Per quanto ancora noi italiani ci specchieremo nella nostra immagine di democrazia? Per quanto saremo allodole, popolo della (presunta) libertà?

Davide Lessi

Gorizia. Venerdì 4 aprile, presso la Fondazione Carigo, Giuliana Sgrena ha presentato il suo  ultimo libro Il prezzo del velo.

Alla conferenza, promossa dall’assessorato alla Pace della Provincia di Gorizia, in collaborazione con l’organizzazione non governativa “Un ponte per Baghdad”, hanno partecipato anche, come relatrici, Anna Mazzolini e Fulvia Raimo e, come coordinatore, Andrea Bellavite.

Il libro rappresenta un po’, o vuole per lo meno rappresentare, il ritorno alla normalità della Sgrena a quello che ha sempre fatto, superando la parentesi di ciò che le è successo in Iraq.

Il suo primo libro pubblicato nel ‘94 si chiamava “La schiavitù del velo” e trattava la questione dell’integralismo islamico visto però direttamente dalle donne, da donne egiziane, marocchine, algerine. Aveva raccolto degli scritti,li aveva messi insieme e aveva introdotto questo argomento che ancora era sconosciuto in Italia.

Questo libro, invece, è il frutto di una lunga permanenza della Sgrena in alcuni tra i principali paesi fortemente caratterizzati dalla presenza della religione e della cultura islamica.

La scrittrice ci presenta la sua posizione. Secondo l’autrice è in corso in questi paesi un processo di re-islamizzazione da parte soprattutto di gruppi islamisti che utilizzano la religione a fini politici per prendere il potere e che fanno leva sul fallimento di alcuni movimenti nazionalisti di alcuni progetti di società laici per imporre una loro nuova visione dell’Islam che comporta dei cambiamenti nei costumi a partire proprio da una maggiore repressione delle donne.

In alcuni paesi, come l’Arabia Saudita, in effetti, le donne non avevano mai conquistato una loro libertà di diritti. In altri paesi avevano conquistato dei diritti, ma negli ultimi anni sono andati perdendosi.

C’è un’imposizione del velo, ad esempio, che non è il velo della tradizione, ammesso che la tradizione possa essere una cosa che non si cambia.  Ma addirittura in questi paesi quello che si pone adesso non ha nulla a che vedere con la loro tradizione. È un velo ideologico, è un velo che risponde ad alcuni dettami più della politica che della religione.

Il chador che si impone, il chador che viene e che ha come spinta ideologica la rivoluzione islamica in Iran.

Quindi, non si tratta tanto di un recupero delle tradizioni, di una cultura o di una identità. È un altro processo, è un processo ideologico di re-islamizzazione, ancor più pericoloso rispetto al recupero di una tradizione o di una cultura. È un processo molto pericoloso che rischia di annullare i diritti della donna per molto tempo.

Con l’imposizione del velo si vuole imporre il controllo sulla sessualità della donna.
La donna viene considerata all’origine di tutti i mali e soprattutto all’origine della provocazione dell’uomo.

L’uomo deve far valere il proprio onore ma non respingendo la provocazione bensì evitandola. Quindi, la donna velata, con gli occhi bassi, che parla a voce bassa, che non si fa sentire quando si muove, è la garanzia dell’onore del maschio. Il problema è che questo onore il maschio lo fa valere sul corpo delle donne. Non è mai lui che si fa protagonista in prima persona, ma è la donna che deve subire queste imposizioni per poter garantire al maschio il proprio onore, la propria virilità.

È quindi questo, continua l’autrice, il fatto inaccettabile: che la donna debba annullare il proprio corpo per permettere all’uomo una propria identità, un proprio onore.

Secondo l’autrice, l’Occidente non conoscendo, non volendo conoscere, queste realtà adesso spesso chiude gli occhi.

C’è una doppia posizione: c’è chi continua a vedere questi mondi come mondi popolati dai selvaggi, e quindi “che stiano a casa loro che noi non li vogliamo neanche vedere”, e c’è un’altra parte, che riguarda soprattutto la sinistra, che è afflitta da un relativismo culturale per cui, considerando tutto bene, considera bene anche le forme più arcaiche che prevalgono in questi momenti in quei paesi quindi tutto viene giustificato in nome della cultura, della loro identità, senza vedere che ci sono dei movimenti che si oppongono a questi nuovi processi. Non vedendo questi nuovi processi e ignorandoli, facendosi conniventi con chi vuole imporre questa visione arretrata della società, non solo della religione, ma proprio della società, si rende complice. E si rende complice del fatto che i movimenti progressisti, i movimenti delle donne per conquistare i loro diritti vengono drasticamente repressi, conclude l’autrice.

Onestamente mi aspettavo di più, sia dalla Sgrena scrittrice sia da quella giornalista, da una che è stata rapita che ha seguito i conflitti in Iraq, in Somalia, in Palestina, in Afghanistan uno s’aspetta un po’ di carisma, di verve, di partecipazione. E invece, un’infinita dolcezza e flemma, sia nell’argomentare che nell’esprimersi. Mi aspettavo qualche aspetto curioso, diverso di quelli che il mondo continua a tacere. E invece, abbastanza banale e scontata.

Valentina Tresoldi

…Nonché sistemi di insicurezza internazionale

Un giorno si decise che un pollaio che razzola troppo a destra e a manca sarebbe stato positivo solo nel caso in cui si parlasse di un piccolo contadino. Le misure sproporzionate di produzione hanno reso consci i contadini-capitalisti che le loro decisioni non potevano essere influenzate da una massa così grande di piumaggio: hanno studiato i mezzi di comunicazione ed hanno fatto credere alle galline di essere libere. Libere di fare uova e di girare dentro ad un cerchio di ben un metro (“pensare che c’è chi quel metro neanche ce l’ha…” dicevano) mentre grandi griglie venivano montate e, attraverso la bella educazione (libera, anche lei…) e la promessa di una vita in un pollaio ultraterreno, i polli si sono fatti rinchiudere sempre di più nelle ristrettezze delle loro quotidianità, fatta di mangime e ri-produzione. I poveri che hanno provato a scappare al sistema sono finiti quasi tutti inchiodati su reticoli spinati: “quei poveri estremisti nostalgici!” che volete, si fa propaganda anche tra i polli…

Non vi sentiate toccati da tante parole, non è nell’animo dell’uomo attuale sentirsi offeso. Le libertà ci sono e le rivendichiamo sempre: soprattutto quando si confonde la legalità e il giusto seguir la regola con misure di (in)sicurezza internazionali. Bene, mettiamoci allora in fila per quest’aereo e facciamo un salto in un futuro non troppo lontano, chissà che non chiarisca le idee…

Vi sarà una volta, nel bel paese, una legge sull’insicurezza delle persone. “E’ calcolata secondo uno studio dei burocratici tecnici europei, espressa nell’elaborazione di un testo di 9.000 pagine, in totale trasparenza ed accessibilità a tutto il popolo europeo”. Ma come ben si sa, l’Europa è oro colato e allora nelle file degli aeroporti è stata adottata una nuova misura di sicurezza: l’ispezione rettale. D’altronde nel dibattito parlamentare ben si percepisce l’inculata. Quanta unità nel nostro pensiero politico! sarà forse che sul nulla è facile costruire l’unione. Quindi, per chi prende l’aereo, un passaggio veloce in cabina, occasione per lasciare lì la propria bava (soprattutto per i voli intercontinentali: non sia mai che dalla Cina si ritornasse con quella febbre gialla che tanto preoccupa la nostra società italiana, immune da malattie ma non dal cle…), svuotare l’urina (è noto l’attentato perpetuato attraverso esplosivo urinale) e alla fine del viaggio alcune compagnie si sono anche proposte di dare i risultati delle analisi, con convenzione della ASL locale e con qualche magnaccia che fa il suo giretto di affari sopra.

Purtroppo, ben si capisce che le compagnie hanno dovuto ammortizzare tali costi in qualche altra maniera: è stato inserito il “supplemento ciccia”. Andiamo! era veramente anti-etico che un ciccione pagasse la stessa cifra di un magro. Non si è mai visto che in una società come la nostra dove regna la magrezza, il diafano, il rachitico quale segno di bellezza si possa far viaggiare anche dei bonzi così. Una bella pinza in aeroporto calcola lo strato di adipe esistente e calcola subito il prezzo da pagare, come ad un banco supermercato “ma non sentitevi prodotti, sentitevi clienti” riporta lo slogan…

Niente più insicurezza signori, solo la vostra! ma per quella c’è il vostro terapista… il sistema garantisce poi una solidarietà internazionale: le bottigliette di acqua che si accumulavano puntualmente all’ingresso dei controlli, saranno inviate in Etiopia ai bambini che muoiono di sete, mentre un ingegnere etiope di Addis Abeba studia le falle dell’acquedotto italiano costruitogli 50 anni prima. Si chiama “allocazione delle risorse”…

Infine, basta con questa necessità di spostarsi: quanto è stupido voler cambiare sempre posto, è indice di insicurezza cari miei! Però di questo ne abbiamo approfittato: Alitalia ha ritrovato un suo vigore da quando organizza dei voli dalla Cina verso Venezia (ma “Venezia” è una città modello costruita a 50 km da Pechino) però la tariffa sarà quella di Venezia vera! il modo migliore di vincere sui cinesi, è dimostrato, è stato quello di truffarli. Ma con un buon tornaconto: abbiamo convinto tutti i leghisti ad andare nella finta Venezia con i fucili a bruciare un giorno sì e un giorno no la Costituzione e la bandiera… chissà che un giorno non gli creeranno anche una piccola Roma accanto, così si sentiranno storicamente accontentati a farne una marcia ed abbattere quella capitale ladrona.

Che salto faticoso in questo futuro! eppure non mi sembra ci sia troppa differenza guardandosi intorno. Dalla storia non abbiamo imparato niente e continuiamo a lasciarci impressionare da questi signori della sicurezza, mediatizzati da polli peggiori di quanto stiamo diventando noi. La nostra sicurezza mentale è moralmente fragile di fronte alle proteste e alle critiche, fisicamente fragile di fronte all’isolazionismo “liberale” in cui ci stiamo e ci stanno chiudendo. Professiamo la libertà di movimenti ma siamo chiusi in barattoli di vetro, da cui guardiamo il mondo ma dai quali ci sentiamo protetti. Eppure, i barattoli chiusi soffocano e uccidono.

giovedì, ore 6 di mattino: prendo il pulmino per l’aeroporto (13 euro cavolo!!) però la tariffa l’ho pagata un centesimo, volo un po’ presto la mattina… certo, vanno aggiunti 30 euro di tasse, 6 di bagaglio, 12 di imbarco rapido (voglio il posto migliore) 7 per una bottiglietta d’acqua rimpiangendo quella lasciata ai controlli… i controlli: fila al check-in, supplemento per il peso del bagaglio 6 euro, controlli: niente crema, acqua, marmellata, miele…

Edoardo Buonerba

Il nuovo Statuto speciale proposto dal Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia è entrato nel vivo dell’iter d’esame da parte del Parlamento nazionale. Dopo essere approdato in commissione Affari costituzionali della Camera per un primo dibattito generale, a dicembre il testo sarà esaminato  assieme agli emendamenti depositati entro il 30 novembre. Il percorso del disegno di legge, approvato dal Consiglio nel 2005, si presenta tutt’altro che facile. La proposta è nata dalle esigenze di adeguamento alla riforma del titolo V della Costituzione: invece di limitarsi a modificare le parti necessarie dello Statuto del 1963, si è preferito riscrivere completamente il documento, aumentando dunque la possibilità di espansione delle competenze regionali e di conflitto con la Costituzione. A rendere la questione ancor più delicata per lo Stato è il fatto che lo Statuto del Friuli Venezia Giulia è il primo ad essere sottoposto all’esame parlamentare fra quelli delle cinque Regioni ad autonomia speciale in seguito alla modifica costituzionale. Il modo in cui la questione verrà trattata fungerà da precedente per Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige.
Il presidente della commissione Affari costituzionali Luciano Violante e il ministro degli Affari regionali Linda Lanzillotta hanno già rilevato profili di incostituzionalità riguardo ad alcuni punti ben precisi. Secondo Violante, la nuova carta fonda l’autonomia speciale della Regione sul pluralismo linguistico ed etnico, mentre secondo la Costituzione essa discende da una decisione dello Stato sovrano, che la conferisce in base a ragioni storiche ed economiche. Infatti, fra le novità più rilevanti dello Statuto, vi sono la denominazione ufficiale della regione nelle tre lingue riconosciute come minoritarie (sloveno, friulano e tedesco) accanto a quella in italiano e la presenza di un preambolo (in cui si sostiene che il Fvg “afferma la sua identità”, senza peraltro spiegare quale dovrebbe essere) che ha suscitato non poche polemiche. Roberto Menia, deputato di AN, ha dichiarato che il nuovo testo si basa “su una inesistente identità quadrilingue”, mettendo in dubbio la qualificazione dei friulani come minoranza linguistica e sottolineando l’inconsistenza numerica dei germanofoni che risiedono al confine con l’Austria. Anche Alessandro Maran del PD non condivide il fondamento minoritario della specialità, in quanto il friulano “non costituisce una fonte di identificazione collettiva di tipo esaustivo”, e dunque non permette l’individuazione di una comunità etnica. Durante la stesura del testo, l’opposizione di centro-destra aveva proposto di inserire nel preambolo un richiamo esplicito alle “radici cristiane aquileiesi” della Regione, a cui è stata preferita una formula più “sfumata ed inclusiva” (“nel segno di Aquileia”).
Una novità rilevante è rappresentata dal titolo II che raccoglie i principi fondamentali dell’operato della Regione (pluralismo, parità, pace, integrazione, tutela delle minoranze) con l’intento di fondo di coniugare principio personalistico e solidaristico. Il ministro Lanzillotta rileva che il testo in più parti sembra pariordinare i ruoli di Stato e Regione, ed esprime perplessità in particolare sul potenziamento dei poteri esteri: l’articolo 78 rimette ai decreti legislativi attuativi dello Statuto la definizione di presupposti e modalità dell’esercizio del potere sostituivo dello Stato nel caso in cui esso non adempia agli obblighi previsti dalla normativa internazionale e comunitaria. Viene altresì attribuito alla Regione un ruolo centrale nella promozione della cooperazione internazionale, soprattutto in ambito transfrontaliero. Al riguardo, Violante ha affermato che “la particolare concezione delle relazioni internazionali” del Fvg va rispettata in virtù della sua natura di Regione di confine, ma ha ribadito che non deve confliggere con quella dello Stato. Altro punto controverso è quello dell’autonomia fiscale: l’articolo 70 introduce la possibilità di modificare con legge regionale gli elementi sostanziali e formali rilevanti ai fini dell’individuazione delle quote di tributi statali devolute alla Regione. Per quanto riguarda le competenze legislative, il disegno di legge riproduce l’elencazione delle materie di esclusiva competenza dello Stato e delle materie concorrenti e ribadisce il carattere residuale della legislazione regionale, ma individua anche un elenco di materie di esclusiva competenza regionale per garantire maggiore chiarezza. Inoltre, inserisce una serie di materie “legate alle condizioni di specialità del Friuli Venezia Giulia” da attribuire in via esclusiva alla Regione, come tutela, valorizzazione ed insegnamento delle lingue regionali e minoritarie, gestione dei porti e degli aeroporti, ed alcune “competenze aggiuntive”, fra cui quelle in materia di immigrazione, istruzione ed economia, da disciplinare con legge regionale fatte salve le competenze dello Stato.
L’esame parlamentare del documento si preannuncia dunque ricco di ostacoli, anche perché il contemporaneo iter d’approvazione della finanziaria molto probabilmente dilaterà i tempi. Il fatto che si sia preferito abrogare totalmente il vecchio Statuto ha dato la possibilità di ampliare i campi d’azione di una Regione dal “carattere policentrico” che sicuramente ha bisogno di spazio per gestire le sue particolarità, ma non bisogna dimenticare che l’Italia rimane uno Stato regionale, non federale, e dunque i tentativi troppo eclatanti di espansione potranno essere stroncati per incostituzionalità. L’inserimento del preambolo e dei principi fondamentali tradisce obiettivi troppo ambiziosi per uno Statuto regionale, che dovrebbe limitarsi a disciplinare i rapporti fra Stato e Regione e fra questa e i cittadini: durante la stesura del testo da parte del Consiglio, si era addirittura proposto di indicare nel preambolo i gruppi etnici titolari delle istituzioni regionali. E’ importante che, con la denominazione quadrilingue e nel corpo del testo, sia stata sottolineata la varietà linguistica che contraddistingue questo territorio e riflette la sua complessità storico-culturale, e che sia stata ribadita la tutela che essa merita. Ma fondando, esplicitamente o implicitamente, la specialità della Regione su tale carattere, si rischia di dare un ruolo troppo preminente all’aspetto distintivo dell’identità dei gruppi rispetto al concetto di cittadinanza, che unisce le diversità assicurando a tutte il diritto di esprimersi.

Athena Tomasini

Il destino a volte e’ beffardo. La settimana dopo il ritorno nei palinsesti televisivi di Daniele Luttazzi, se ne va’, defitivamente, Enzo Biagi. Non credo serva ricordare cosa legava due persone cosi’ diverse, con mestieri cosi’ diversi eppure cosi’ simili. Il primo un comico, o un autore satirico come sono certo preferisce essere definito, il secondo un giornalista, forse Il Giornalista in Italia insieme a Montanelli. Enzo Biagi disse, poche settimane prima di spegnersi, che non voleva essere ricordato per il cosiddetto “diktat bulgaro” con cui Berlusconi, allora Presidente del consiglio, liquido’ la questione riguardante lui, Santoro e Luttazzi. Cerchero’ allora di rendere onore alla volonta’ del Giornalista e dell’Uomo parlando di cos’altro legava i due: l’amore disincantato per la verita’. Entrambi epurati dalla tv di stato per non aver nascosto il loro pensiero riguardo la situazione politica italiana. E se Biagi in RAI, la sua casa per decenni, alla fine e’ riuscito a tornarci grazie alla sua fama, Luttazzi proprio per la sua fama (di piantagrane) probabilmente non ci tornera’ piu’.

E’ un personaggio scomodo Luttazzi, non ha mai risparmiato nessuno con le sue sferzate (per commentare la visita di Papa Giovanni Paolo II ai terremotati in Umbria disse: “ma siamo proprio sicuri che il modo migliore per confortare dei terremotati sia mandar loro un uomo col parkinson?”) non ha mai nascosto il suo pensiero, ha spesso rifiutato il politically correct che in Biagi, personalmente, non apprezzavo. Sono infatti convinto che l’informare le persone spesso debba coincidere con lo scavare un solco nel pensiero dell’informato, soprattutto in un paese politicamente apatico come il nostro ed ecco dove Luttazzi (e anche il fatal Travaglio) a mio avviso e’ sempre riuscito, paradossalmente da comico, e dove molte illustri firme del giornalismo italiano spesso falliscono. Decameron dava infatti sfogo alla necessità di molti italiani di sentirsi dire le cose, anche le più inquietanti, dato che i telegiornali da anni si rifiutano di farlo per gli ordini che ricevono dall’alto. Non è un caso che Decameron fosse il programma più seguito dell’intero palinsesto di La7, con picchi di 3.000.000 (tre milioni) di spettatori, il che, considerato il canale e l’orario a cui andava in onda, indica che quello di Luttazzi era un pubblico decisamente interessato a quanto il comico romagnolo aveva da dire. Ciò nonostante i vertici di La7 hanno deciso di chiudere il programma per una battuta, considerata scurrile e oscena. La battuta incriminata è la seguente: “dopo quattro anni di guerra in Iraq, 3.900 soldati americani uccisi, 85.000 civili iraqeni ammazzati e tutti gli italiani morti sul campo anche per colpa di Berlusconi, Berlusconi ha avuto il coraggio di dire che in fondo lui era contrario alla guerra in Iraq! Come si fa a sopportare una cosa del genere?” “Come si fa a sopportare una cosa del genere? Io ho un mio sistema: penso a Giuliano Ferrara dentro una vasca da bagno, con Berlusconi e Dell’utri che gli pisciano addosso, Previti che gli caga in bocca e la Santanchè in completo sadomaso che li frusta! Và già meglio, no?”. Questa battuta è andata in onda per ben due volte (è stata anche fatta la replica della quinta ed ultima puntata) prima di essere considerata offensiva nei confronti di Giuliano Ferrara, inoltre essa fa parte del repertorio luttazziano da almeno un anno e mezzo e nessuno ha mai urlato allo scandalo. Faccio anche notare che in pochi hanno compreso che in essa era presente un rimando alle vessazioni e umiliazioni subite dai prigionieri iraqeni nel carcere di Abu Ghraib e quindi era una geniale battuta nella battuta. La cosa più grave rimane comunque il fatto che le persone non si scandalizzano per quanto affermato da Berlusconi, ma per la coprofagia, il sadomasochismo e altre amenità e ciò dovrebbe stimolare una riflessione in tutti noi; è un po’ come quando il saggio indica la luna e lo sciocco guarda il dito. Daniele è stato costretto a far intervenire i carabinieri affinchè il suo lavoro passato e futuro non fosse cancellato, intenzione questa dei funzionari di La7, che come lui stesso racconta sul suo blog, cacciarono sia lui sia Franza di Rosa (la regista di Decameron) dalla saletta di montaggio dove stavano lavorando all’ultima puntata. Ad ogni modo, questa sesta puntata non diventerà il “quarto segreto di Fatima”: essa andrà interamente in scena in un teatro romano (si parlava dell’Ambra Jovinelli).

Un’ altra cosa inquietante è che non si sa in verità cos’abbia spinto alla chiusura del programma. L’accusa di aver offeso un collega di La7 (Ferrara) sembra decisamente pretestuosa: la puntata è andata in onda non una, ma due volte prima che scattasse la censura di La7, quindi c’è da chiedersi chi ha commissionato la chiusura e perchè, oppure cosa temeva La7 da Luttazzi. Quesiti per cui probabilmente mai avremo una risposta. Certo è che rimane l’amaro in bocca pensando a quanto di buono aveva fatto La7 per affermarsi come rete libera e indipendente (Telecom permettendo, ovviamente) e di come questo lavoro sia stato mandato a quel paese in pochi istanti: La7 ha perso agli occhi di moltissimi italiani la possibilità di essere considerata una rete libera con programmi di qualità e questo lo conferma sia l’affluenza al blog di Luttazzi (50.000 visite pochi minuti dopo la comparsa degli articoli sui siti di repubblica e del corriere), sia i messaggi di indignazione sui vari blog di La7. L’amaro in bocca aumenta quando si leggono articoli di cosiddetti “critici televisivi” come Aldo Grasso che sul Corriere ha scritto, oltre al fatto che la satira politica non è il mestiere di Luttazzi, che questo fatto è legato alla mancanza di “etica aziendale”, ovvero: “non si attaccano le persone con cui si lavora”. Come a dire che la cosa che manca in Italia non è la libertà d’espressione, ma l’etica aziendale.

Ciao Daniele, ci vediamo a teatro… come al solito.

 Edoardo Da Ros

Michele ha 23 anni, ma nessuna delle “persone” che “frequenta” ogni giorno lo sa. Per loro si chiama Natasha, ha 25 anni e passa la giornata in vetrina in un bordello di Amsterdam “vestita” da cow-girl a “lavorare”. I clienti pagano Natasha in Linden Dollars, che si traducono per Michele in 10 euro, reali, per ogni prestazione virtuale. Gli arrivano per contrassegno.
È un non-senso di un ampio sistema: quello di Second Life, un mondo virtuale in cui ognuno può creare e diventare un personaggio (avatar) che si muova e interagisca con migliaia di altri avatar di utenti connessi da tutto il mondo. Tutto è possibile in Second Life, dallo shopping quotidiano alla visita di musei, dal gioco in casinò al tele-trasporto. I partecipanti sono semplicemente attori di mondi persistenti, nei quali dispongono di totale libertà e di denaro reale acquistabile online con carte di credito reali.
Second Life è un’occasione, è uno strumento nuovo, potente e totalmente a nostra disposizione, trionfo dell’innovazione tecnologica. Fabio Gambaro scrive: “potrebbe dare vita a nuove reti sociali e ad un’intelligenza collettiva capace di tenere conto dell’inedita relazione con lo spazio e con il tempo che si produce nella realtà virtuale”. La tecnologia è un goal se la si usa con responsabilità, e con lo scopo di stimolare la creatività, altrimenti si trasforma in un rifugio. Un luogo di evasione, senza divieti e senza bisogno di mettersi in gioco fino in fondo. Nella struttura intrinseca dell’uomo sta la tendenza  “a proiettarsi in realtà diverse dalla sua”, continua Gambaro, dando vita ad un doppio di sé.
Viviamo in una società dinamica, veloce e dominata dalla complessità. Fuggire la realtà non è certo un problema nuovo, ma sta assumendo dimensioni crescenti. Tartassati dalla tecnologia e dagli incalzanti ritmi della routine, evitiamo quelle occasioni che ci permettono di conoscere profondamente noi stessi e gli altri. Accettiamo passivamente il nostro lavoro, il nostro partner, il nostro comportamento, perché non c’è tempo di fare il punto della situazione. Spesso non affrontiamo, né tanto meno riconosciamo le nostre paure e i nostri limiti, ma ci proiettiamo  in mondi dove semplicemente non esistono. I difetti sono una sfida, migliorare è un gioco e migliorarsi accresce l’autostima. Stringere amicizie, vincere la paura del pubblico, impegnarsi in una partita, dimagrire, fare una lunga scalata. Ma molti scelgono di giocare altrove, senza le dure regole della realtà.
Perché il fenomeno è così diffuso?
Di un sistema complesso non si può che prendere in esame solo poche sfaccettature. Ad esempio gli standard della nostra società. Dobbiamo essere efficaci, competenti, determinati, freddi. Il tutto per entrare a far parte di un mondo arrivista, che guarda all’obiettivo, ma non al percorso, che privilegia ciò che facciamo rispetto a ciò che siamo, che appiattisce il nostro lato emotivo rispetto a quello razionale. Su questi principi, o meglio, su questi PRESUNTI principi, implodiamo. Le nostre convinzioni non sono infatti del tutto fondate. Mi spiego.
Il filosofo Kuhn ha individuato tappe fondamentali nelle rivoluzioni scientifiche. Si parte da un nucleo teorico originario, chiamato “paradigma”. Progressivamente se ne mettono in luce piccoli difetti, detti “rompicapo”, che più approfonditi si trasformano in “anomalie”. Queste danno vita ad un periodo di “travaglio intellettuale”, in cui si riconosce il vecchio paradigma inadeguato, e si cercano nuove teorie. Infine s’approda a un nuovo paradigma, e il ciclo si ripete. Il modello umano descritto sopra, che ci produce tanto affanno da farci desiderare altre vite, è il risultato di un paradigma rimasto in vigore fino ad oggi, connesso ad un certo modo di interpretare l’economia e la produttività.
Ad esso si sta avvicendando un nuovo paradigma, quello sostenuto da Giovanni Padroni, docente d’economia all’Università degli Studi di Pisa. Nel XXI secolo la nuova ricetta per il successo, con riferimento al mondo delle imprese, è stato individuato, o quasi. Oltre al fatturato materiale, la produttività d’un’azienda si basa oggi sull’umanità dei dipendenti, la loro creatività ed entusiasmo, la loro attitudine a fare squadra. “E’ il complesso delle relazioni tra le persone che rende possibile il funzionamento d’un’organizzazione”, scrive. Bill Gates proclama che la risorsa più grande della Microsoft è l’immaginazione dei suoi uomini. Il perseguimento dell’etica per le imprese e coltivare l’emotività per la persona creano, in definitiva, il maggior profitto possibile nel lungo periodo.
La fiducia e l’ottimismo di Padroni, sono condivisi da molti esperti del settore; non sono invece abbastanza diffusi nell’opinione pubblica, ancora in fase di travaglio intellettuale. Con il giusto utilizzo della tecnologia dell’informazione, si potrebbero evitare o almeno limitare il bisogno di evasioni catartiche e di sdoppiamenti virtuali. Traguardo raggiungibile se si diffonde la consapevolezza che la persona non si sentirebbe più scissa fra la sua anima razionale e quella sentimentale-creativa. Il XXI è potenzialmente il secolo dell’essere se stessi. È di ognuno di noi la responsabilità della riuscita.

Giorgia Ghizzoni

Un saluto al grande genio azero del violoncello

Una vita intera dedicata alla musica, con passione e dedizione. Una carriera illustre, costellata di incontri importanti e collaborazioni che pochi possono vantare. Ma anche un’attenzione a chi aveva avuto meno dalla vita e un impegno costante per migliorarne l’esistenza. Tutto questo è stato Mstislav Leopoldovič Rostropovič, genio azero del violoncello e direttore d’orchestra scomparso a Mosca il 27 aprile scorso per un tumore al fegato.
Quando ho sentito la notizia della sua morte mi sono chiesta come avrei potuto rendere omaggio alla sua memoria senza scadere nella banalità. Di fronte a tanto talento, poco resta da dire: la musica, si sa, non ha bisogno di parole. Ma il coraggio delle proprie idee sì.
Il coraggio è forse un tratto distintivo della personalità di questo artista: nato a Baku, città azera dell’allora Unione Sovietica, nel 1927, Rostropovič è cresciuto a pane e musica nel vero senso dell’espressione. All’età di quattro anni ha iniziato a suonare il piano seguito dalla madre e a dieci è stato introdotto al violoncello dal padre. Dopo gli studi compiuti a Mosca e la carriera in patria, ha iniziato a mostrare insofferenza nei confronti del regime, cosa che l’ha portato ad allontanarsi nel 1974 dall’Unione Sovietica, dove ormai non poteva più esercitare incarichi pubblici a causa della sua amicizia con Aleksandr Solženicyn e del sostegno dato ai dissidenti. Gli è stata perfino revocata la cittadinanza sovietica nel 1978.
Diviso tra Parigi e gli Stati Uniti, Rostropovič, al pari di altri artisti dissidenti di origine russa come il pittore Mark Chagall e il compositore Igor Fëdorovič Stravinskij, ha continuato a sperare nel rientro in una patria diversa e libera. Immaginate la sua emozione alla notizia del crollo del muro di Berlino nel 1989, cui sarebbe seguita, due anni più tardi, la caduta del regime comunista. Rostropovič si trovava a Parigi e il giorno successivo al crollo era sotto il muro a cercare un buon posto per sé e per il suo violoncello: “Non volevo suonare per la gente, ma per ringraziare Dio di quanto era successo”. E così, per Dio, ma anche per quanti erano morti attraversando quel muro in cerca di una vita migliore, Rostropovič ha suonato il suo violoncello, per terminare poi con un pianto liberatore.
I riconoscimenti e le onorificenze ricevuti sono molteplici, e fra esse spicca la laurea honoris causa in Scienze Politiche, conferitagli dall’Univesità di Bologna per il suo “impegno a favore dei diritti umani”. Rostropovič, infatti, si è sempre battuto per la libertà d’espressione in campo artistico e ha creato numerose fondazioni in favore di bambini e ragazzi dell’ex Unione Sovietica.
Un piccolo esempio di come si possa essere non solo uomini, ma uomini che rendono il mondo migliore.

Isabella Ius

L’interferenza della politica sui mass media.

Da vari decenni si è messo in moto un processo inarrestabile, destinato a sconvolgere l’ ”identità” del mondo: la globalizzazione, ossia l’unione di tutti i popoli sotto la medesima legge economica. In questo contesto “allargato” son nati e si son sviluppati degli strumenti capaci di “avvicinare” le varie regioni ed i vari continenti. Questo ruolo è affidato ai mezzi di comunicazione di massa (mass media, cioè televisione, radio, giornale, internet…), i veri protagonisti del nuovo millennio.Sempre di più si afferma il loro potere di far presa sulla gente, cresce la loro capacità di  formare le opinioni del Pubblico, e sempre di più cresce il controllo su di essi,si comprende il loro potenziale e si tenta di imbrigliarlo e indirizzarlo nella direzione voluta dal potere.Cala sempre di più lo spazio di un’informazione libera, soprattutto ad alti livelli,dai quali è possibile raggiungere e influenzare un pubblico più vasto. E questo capita anche in Italia molto più di quanto ci si aspetti o si creda possibile,illusi dal mito della libertà di espressione che riteniamo di possedere(noi, l’Occidente democratico) in esclusiva. Nel film Viva Zapatero, Sabina Guzzanti ha smascherato questo mito, mostrando come la stessa libertà di manovra dei giornalisti sia sempre più ridotta da scelte di direttori o di qualcuno che sta ancora più in alto, e che con il giornalismo non centra nulla, che decidono cosa trasmettere o pubblicare,quando e come, vanificandone cosi il lavoro e sostituendosi a essi.Non è la ricerca della verità che si è esaurita,ma aumenta il controllo e la delusione di non vedere pubblicate inchieste e notizie che veramente potrebbero fare dei mass media uno strumento di emancipazione delle coscienze. La“questione politica” ha investito dei personaggi illustri ed esperti come Enzo Biagi e Michele Santoro che, durante la legislatura berlusconiana, sono stati allontanati dai riflettori in quanto facevano un giornalismo “di parte” – ovviamente dell’opposizione – e, dunque, erano considerati imparziali – . E Emilio Fede? Cos’è se non un giornalista apertamente e, talvolta, ridicolamente schierato? Le “dimissioni forzate” di Biagi e Santoro (ma anche dello stesso Luttazzi, per esempio) hanno scosso l’opinione pubblica, ma non al punto tale da avviare una mobilitazione collettiva. Solo con la nuova legislatura di Prodi, sono tornati in TV. In Russia questo processo di “epurazione” del giornalismo dell’opposizione, ha assunto delle pieghe tragiche. Da quando Putin è al potere sono stati uccisi – o sono misteriosamente scomparsi – centinaia di giornalisti “scomodi”. Lo sdegno della comunità ha raggiunto l’apice con l’uccisione della giornalista Anna Politkovskaja, la quale aveva denunciato le carneficine commesse in Cecenia da parte del governo russo. Oppure,come nel caso di Roberto Saviano(autore di Gomorra) la denuncia della verità sulla Camorra si scontra con le minacce di morte da parte dello stesso sistema che ha svelato;sarebbe stato interessante sentire la sua opinione  sulla libertà di espressione nel mondo del giornalismo (durante una conferenza che c’è stata poche settimane fa a Udine) ma proprio per motivi di sicurezza non è potuto intervenire..Giornalisti costretti a “nascondersi”, giornalisti che proprio per il loro non nascondersi diventano la merce di scambio preferita di politici e estremisti:penso a tutti i casi di giornalisti diventati ostaggi in zone di guerra, di cui Mastrogiacomo è solo l’ultimo eclatante esempio. Scomodi per la loro opera di interferenza e di ricerca della verità anche in situazioni cosi complesse, ma nello stesso tempo vittime perfette proprio per la loro popolarità e capacità di toccare l’opinione pubblica. Anche qui a guidare le stesse decisioni di molti terroristi sembra la legge di mercato, proprio utilizzando chi ha fatto della lotta contro un’informazione costruita a tavolino e funzionale solo a scelte politiche il proprio lavoro. Le difficoltà, per un giornalista, cominciano anche all’inizio della carriera stessa: prima fra queste il precariato. Vari scioperi hanno confermato la tesi che il numero dei pubblicisti sta aumentando vertiginosamente e, di conseguenza, è sempre più difficile scrivere per un giornale con una certa continuità – i contratti sono a tempo determinato e, spesso, non rinnovabili – . Oltre a questo, è praticamente fermo il meccanismo di rinnovo generazionale dovuto al fatto che, in un’epoca in cui si predilige un tipo di scrittura di “accondiscendenza” politica, i direttori di testata faticano ad accogliere dei “giovani giornalisti in erba” in quanto non ne conoscono né l’operato, né l’ideologia.

Valentina Codeluppi
Federica  Salvo

Analisi degli sviluppi energetici.

Di fronte a ripetute ed annunciate crisi di produzione energetica nei settori sviluppati nell’ultimo secolo, vale a dire produzione nucleare ed estrazione di petrolio e gas, e quindi di fronte a future possibili crisi di produzione industriale; di fronte soprattutto ad una dipendenza di molti paesi, anche del cosiddetto nucleo forte produttivo, a politiche energetiche altrui, si inizia a delineare una nuova linea d’azione che possa avere un domani la ribalta, che possa cioè scardinare un sistema di produzione che potrebbe portare al crollo degli odierni imperi industriali.
L’energia si profila come tematica sempre più influente all’interno dei rapporti tra Stati, nelle politiche internazionali, economiche, di sviluppo. Assistiamo così, non senza paure da parte di coloro che detengono il potere energetico, ad una possibile ribalta della teoria centro-periferia. Se fino ad oggi i pochi paesi produttori avevano creato solo dipendenza piuttosto che interdipendenza con i paesi terzi, viene ora, al contrario, teorizzata la base da cui partire per un eguale redistribuzione delle risorse, dove i piccoli paesi potranno sopperire alla mancanza di elementi tecnici attraverso lo sviluppo energetico, di cui i big countries erano finora detentori. Potrebbe delinearsi quindi la soluzione al problema del sotto-sviluppo, ricercata in un sistema parallelo a quello offerto dalle cooperazioni internazionali.
Si può quindi parlare di una vera e propria, almeno così sembra, liberalizzazione delle produzioni energetiche, che si diffonde sempre più lungo due direttive: una diffusione in numero di paesi; una diffusione per tipo di produzione. Da un lato, i vecchi sistemi di produzione diventano più appetibili anche a piccoli paesi, sotto l’egida di Stati Uniti e Russia, in una sorta di continuum delocalizzato di guerra fredda. Il nucleare stesso arriva al giorno d’oggi a non essere la vera soluzione al problema energetico, ma resta comunque conteso più che mai per motivi “strategici”: sempre più paesi, tra cui Iran e Corea del Nord, con legittimità ne richiedono l’utilizzo. Decidere poi se questo sia a fini civili o militari è impossibile. Inoltre, grandi paesi, come la Francia, dovranno decidere a breve se rinnovare l’impianto produttivo nucleare, sviluppandolo, o indirizzare i propri investimenti verso nuove direttive. Nonostante lo scetticismo su uno sviluppo del nucleare, resta incomprensibile l’inutilizzo di strutture nucleari pre-esistenti: sottolineo che si sta mettendo in causa lo sviluppo, non il mantenimento. Prima grande maestra del futuro sviluppo del nucleare sembra essere rimasta la Russia: abbiamo assistito al viaggio della delegazione del gruppo economico russo Atomstroiexport in Marocco per la costruzione di una centrale a Casablanca. Dall’altro lato, si sviluppano sempre più le ricerche ed i finanziamenti statali ad iniziative private sulle energie rinnovabili, solare in primis. Il Comune di Roma impone negli attuali codici di costruzione l’obbligatorietà del solare termico per gli edifici di nuova costruzione. Nella Penisola Iberica è iniziata una vera e propria competizione: il Portogallo ha appena inaugurato a Serpa, nel sud del paese, la più grande stazione foto-voltaica del mondo, a dire del quotidiano Público, estesa per 34 Ha di terreno con ben 52.000 pannelli solari. Spaventoso? È l’aggettivo adatto. La Spagna dal canto suo reclama in Navarra il primato mondiale in regime di comproprietà, avendo comunque al suo attivo “la promozione di sette nuove installazioni nella medesima zona, nove nell’intero territorio spagnolo” come riporta El País. In un futuro energetico di libera concorrenza, non bisognerà però dimenticarsi della sostenibilità ambientale. È questo il primo cambiamento da effettuare se davvero si entrerà in nuova era energetica. Perché gli ettari di terreno utilizzati sono ettari tolti all’agricoltura, ma soprattutto alla natura. Potrebbe significare cedere terreno alla desertificazione.
In Italia, a partire dal gennaio dell’anno corrente, si è posto fine al monopolio Enel; forse l’atto politico finora più importante del Governo Prodi. Lo Stato si porta avanti come finanziatore di progetti energetici privati e molte aziende stanno investendo soprattutto in energia solare per diminuire le spese. Ma le aspettative di tutti si volgeranno ben presto verso il BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), ossia verso quei paesi che sono in piena crescita economica e che avranno modo di scegliere, liberamente, se costruire il proprio sviluppo sulle basi energetiche classiche o fondare le loro strutture economiche su qualcosa di più solido e duraturo, nonché sostenibile.
Nella nostra società e in molti paesi avanzati si stanno rimettendo in discussione queste basi, per  guardare effettivamente avanti. In questo, l’aspetto più interessante è che la nuova politica energetica nasce e si sviluppa grazie all’iniziativa privata, con l‘aiuto statale. È poco. È già qualcosa.

Edoardo Buonerba

Ogni essere vivente fugge il dolore ed anche all’uomo non è dato di sottrarsi a questa dura logica. Non è questo un mero assioma, bensì una semplice constatazione di quella che pare essere la natura del vivente: l’umano è mortale, fragile, sensibile. Di conseguenza, malgrado i suoi sforzi, l’uomo è destinato a sperimentare la sofferenza e la morte; perché il prezzo che la vita esige è invecchiare, veder morire e morire. Se quindi l’uomo non può cancellare il dolore, lungi dal doversi annichilire in esso, egli deve quantomeno accettarlo.
Non si tratta d’imporre una nuova etica del dolore, ma di sottolineare come oggidì si corra un rischio egualmente pericoloso: quello di fuggirlo ad ogni costo. La ricchezza dei mezzi tecnico-scientifici attualmente disponibili, infatti, ha permesso la creazione di un Universo sempre più antropocentrico, che l’uomo può piegare alle sue esigenze, nell’utopica illusione di estirpare ciò che lo intimorisce. La sofferenza è tabù. In ogni sua forma va estirpata.
L’uomo ha estirpato la malattia e la vecchiaia. Il modello che oggi viene proposto è quello di giovani rampanti, attivi, belli, consumatori, quindi felici. A nulla è concesso di turbare questa effimera visione: madri cinquantenni competono con le figlie adolescenti, il silicone è ormai a pieno titolo uno degli elementi che compongono il nostro corpo, tutti sono belli o possono diventarlo. In tutto questo, anziani, disabili e malati non possono trovare spazio, e vanno celati in case di riposo e ospedali. Ci viene vietata la vista della corruzione del corpo. La consapevolezza della nostra limitatezza ed imperfezione risulterebbe deleteria, portando al collasso il moderno sistema. Le figure di nonni proposte sono immancabilmente vispe, arzille, spensierate ed eccezionalmente longeve.
L’uomo tenta, giorno dopo giorno, di estirpare la morte. Nessuno più esala il suo ultimo respiro tra le mura domestiche ed ogni contatto con la morte viene meno. Spesso, anche la preferenza accordata in modo crescente alla cremazione, all’imbalsamazione, al congelamento criogenico, non è che l’implicito desiderio di proclamare la propria vittoria su quella che è inevitabilmente vissuta come la più estrema delle umiliazioni: la decomposizione. Così pare all’uomo di carpire l’onnipotenza.
Morire diventa desiderabile solo quando significa quiete ed insensibilità. In questi termini, esso diviene una via di fuga dal reale. E l’uomo può quindi decidere di preferirlo, per non soffrire, non solo nei più espliciti casi di suicidio ed eutanasia, ma anche attraverso l’uso di droghe. In questa logica l’eutanasia, che parrebbe un atto anticonformista, di rifiuto dei valori generalmente condivisi e quindi antisociale, diventa invece freddamente logico. Essa risponde appieno all’unico metro di misura che a questo tipo di uomo è rimasto: ossia, un calcolo economico tra piacere e dolore.
L’eutanasia, ad esempio, per quanto possa essere una scelta sofferta, più che un affronto al sistema risulta essere una piena conversione ai valori dominanti. Laddove non si è più in grado di rispondere ai requisiti dell’individuo moderno (salute, integrità fisica, successo sociale, ricchezza, bellezza) diventa preferibile darsi la morte, in una delle sue molteplici forme. Al contrario, la vera scelta destabilizzante è di sopportare consapevolmente ciò che altri rifiuterebbero. Chi vive accoglie il dolore.
Rinnegare la sofferenza, inoltre, implica un’esistenza più sola. Questo perché difficilmente chi non ha mai provato alcuna pena riuscirà a comprendere quelle altrui. Non a caso in numerose culture proprio l’esperienza del dolore viene ritenuta la sola esperibile per comprendere appieno il prossimo. Nella dimensione religiosa, la sofferenza è tramite per l’amore e la comprensione degli altri, oltre che per una visione più genuina della vita umana. Nel Buddismo, il patire insieme è una delle vie per giungere alla salvezza. Nella dottrina cristiana, la stessa Passione del Cristo è il momento in cui Dio incontra l’uomo, sperimentando su di sé il dolore e la morte.
Accettare il dolore non è mai facile per nessuno e parlarne in questo modo non equivale ad una sua fanatica esaltazione. Ma rifiutarlo significa disconoscere i propri limiti e la propria umanità.

Andrea Bonetti
Rodolfo Toè

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