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Io G. G. sono nato e vivo a Milano.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo è ciò che cantava Giorgio Gaber, buonanima.

E’ una sensazione, questa, che accompagna noi italiani fin dall’infanzia. Un ambivalente amore-odio per la propria terra, paragonabile forse solo a quello che pervade i nostri cugini greci. Amore-odio che si trasforma in senso di colpa quando, zaino in spalla, alcuni di noi diventano emigranti.

Mi si chiede di scrivere qualcosa sulla mia esperienza all’estero. Cosa si aspettano che io dica? Mi trovo a Canterbury, in Inghilterra. Sono uno studente della University of Kent, e tutto funziona alla perfezione.

Forse, preferiscono che io dica: gli autobus sono sempre in ritardo; non si riesce a comprare un bicchiere di una grandezza quantomeno normale; la carne costa un’iradiddio, il pesce te lo raccomando; piove più o meno quattro giorni su sette (non che noi a Gorizia siamo stati abituati granchè meglio). Potrei continuare.

Preferirei, personalmente, dire che questo Paese funziona davvero. Ed essendo un Paese popolato da esseri umani, ha anche tanti -ma proprio tanti- difetti. E se mi chiedete se conviene passare un pò di tempo, o anche tutta la vita, per studio o per lavoro, nel Regno Unito, io vi direi: sì, se avete un pò di soldi da parte.

E qui potrei fermarmi a pensare. Al nostro atavico senso di colpa. Vi sto suggerendo di lasciare il vostro Paese, il mio Paese, perdio! Non posso negarlo. E non posso evitare di sentirmi colpevole. Di tradimento, certo.

La parte divertente è che il mio è un doppio tradimento. Io sono un meridionale che ha abbandonato il meridione a sè stesso. E poi, non pago, ha abbandonato del tutto il Paese. Senza cuore.

Potrei rispondere in diversi modi. Prima di tutto, e chi tra voi lettori è del SID lo sa bene, lavorare all’estero è scritto nelle stelle di chi sceglie di studiare relazioni internazionali e simili. Stupido è chi pensa che sicuramente rimarrà in Italia con un titolo del genere. Può succedere, ma è una probabilità piuttosto relativa.

Ma questa è una scusa futile. In questo modo, tolgo la foglia di fico dalle vergogne dei miei compagni di emigrazione, che studiano legge, medicina o quant’altro. Loro sì, potevano rimanere in Italia!

E allora, allora dobbiamo cercare un’altra motivazione. Sarà che odiamo l’Italia, o che, altro lato della medaglia, sarà che siamo irrimediabilmente esterofili. Noi italiani, d’altro canto, siamo famosi per la nostra esterofilia. Un pò come i ricchi russi dell’ottocento, che nei romanzi di Dostoevski infarcivano le loro frasi con del francese, che ci stava tanto bene.

Ma questa è un’accusa davvero ridicola. E, come tutte le cose ridicole, è la credenza più diffusa tra il parentame rimasto in Italia. Noi saremmo andati via per capriccio, perchè crediamo (erroneamente, sia chiaro) di trovare il paese di Bengodi poco oltre Chiasso, o il traforo del Frejùs. Io non so per quanto sarò emigrante. Per un anno, forse più. Forse per sempre, chi lo sa. Ma è una scelta difficile, e accusarmi di essere qui per un capriccio è un’offesa volontaria e che ferisce nel profondo.

Ferisce nel profondo perchè ci sentiamo in colpa, in ogni caso. Ed è spesso per questo che, una volta tornati, vomitiamo tutta la nostra angoscia su chi ci muove tali accuse; e ci scagliamo contro il Sistema italiano. Contro l’Italia che, immenso Leviatiano, ci imprigionava, ci tarpava le ali, ci negava ogni speranza.

Perchè, non è un pò vero? Che aria si respira in Italia? Stantìa, nevvero?

Come potete farci una colpa, dunque, se vogliamo scappare?

Ma la nostra, emigranti, è una colpa davvero. Gli altri sono rimasti a combattere, noi ce ne siamo andati. Che scusa abbiamo per questo? Che scusa ho di fronte a me stesso, per non essere rimasto a casa, al Sud, lavorando per ritrovare la dignità che quella terra un tempo aveva? E lo stesso vale per l’Italia.

Ma non sono rimasto. Me ne sono andato. E voi, cinici, tacete, vi prego. Non ditemi che ho fatto bene, e chissenefrega. Non fate gli uomini di mondo, non ce n’è bisogno. Sono già andato via.

Sono già andato via, come centinaia di migliaia di giovani italiani stanno facendo. E questo è un vero peccato, perchè l’Italia si svuota di braccia, e di teste. E io mi riprometto, come del resto gli altri come me, che un giorno, se raggiungerò una certa posizione, cercherò di riparare alla fuga. E’ una promessa futile, lo so. Non significa nulla.

E se c’è una cosa che mi frega, e che mi frega sul serio, è che sono felice di essere italiano. Ed è per questo che alla domanda ‘Perchè non sei rimasto ad aiutarci?’ rimango muto, e vagamente triste. Non c’è risposta.

Mi spiace, forse volevate sapere di più sull’Inghilterra. Sullo studiare all’estero. Però io vi ho avvertiti. Venite, se volete. Sappiate che il vostro senso di colpa ve lo porterete sempre dietro, e no, nulla, nemmeno la più sacrosanta giustificazione, lo potrà cancellare.

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Da buon studente di relazioni internazionali, durante il mese in Russia non ho saputo resistere alla tentazione di discutere delle vicende che affliggono la Russia: della “guerra e pace” con la Georgia, del rapporto UE-Russia ma soprattutto della questione democratica. È stato un dialogo molto interessante, sia perché privo delle distorsioni e semplificazioni a cui i mass media ci hanno ormai abituato, sia perché la maggior parte dei ragazzi russi che abbiamo conosciuto avevano già fatto numerosi viaggi in Europa e conoscevano la realtà delle democrazie occidentali (e conoscevano quindi anche ciò che i media “ufficiali” russi tacciono o distorcono).
Storicamente la Russia non ha mai conosciuto una vera democrazia, perché è passata dall’assolutismo degli Zar al totalitarismo del regime comunista. Quello che accomuna queste due realtà apparentemente così diverse è l’idea imperiale, un’idea da sempre parte integrante della cultura russa: idea d’altra parte evidentemente inconciliabile con una cultura democratica.
Se vogliamo considerare quello di Putin un governo autoritario, allora bisogna concludere che la Russia ha vissuto solo 10 anni di democrazia, durante gli anni ’90. Bene, per la Russia e soprattutto per i russi gli anni ’90 sono stati gli anni peggiori negli ultimi 2 secoli: molti hanno conosciuto la fame, anche fra i genitori dei nostri amici russi, e la Russia ha perso ogni influenza a livello internazionale. È certamente una semplificazione eccessiva dire che la colpa di tutto ciò sia da attribuire alla democrazia (nominale) di quegli anni, però certamente questa è l’impressione più diffusa in Russia.
Parlando con i ragazzi russi, la sensazione che ho avuto è che il popolo russo abbia una scala di valori molto diversa da quella occidentale: il valore e fine ultimo non è la libertà, ma piuttosto la stabilità. Tutti i russi sono coscienti che il loro paese è estremamente fragile e che un potere centrale forte è necessario per evitare che l’unità statale crolli come un castello di carte; questa convinzione è parte integrante della cultura russa ed ha origine fin dal XVI secolo, con Pietro il Grande, non è certamente un invenzione di Putin per accrescere il proprio consenso. Questo punto è spesso omesso in Occidente: si ha infatti l’impressione che la popolazione russa sia totalmente asservita, che non osi esprimere il proprio dissenso solo per paura. In verità, c’è molto di più dietro il larghissimo consenso di cui gode Putin: non solo ignoranza e paura, ma anche tradizioni culturali e sentimenti diverse dalle nostre. Anche questo è multiculturalismo, fuori dai soliti cliché.
Federico Faleschini
federico.faleschini@sconfinare.net

Centinaia di richiedenti asilo passano per la città e diventano gli “invisibili della Caritas”. Reportage

A Gorizia è facile per uno studente sentirsi un po’ fuori luogo, le giornate sono appesantite da un ambiente un po’ spento e burbero. Le ferite di un confine opprimente sono riuscite a chiudere in sé stessa una città che la geografia e la storia hanno voluto ponte fra realtà diverse.

Per scoprire un angolo di mondo accogliente, sorridente e multiculturale, basta però fare un salto alla Caritas diocesana. Entrando non te l’aspetti, sei accolto da un ingresso in penombra e da odori che il naso non vorrebbe respirare. Presto però voci, volti indaffarati e accoglienti compaiono a ogni porta, e svanisce dal visitatore spaesato ogni senso di imbarazzo.

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Ciao a tutti i lettori di Sconfinare!

L’Osservatorio Mediterraneo di Ricerca Operativa (O.Me.R.O.) sta cercando fra i giovani studenti del SID dei collaboratori. In particolare (da ex studentessa SID) mi riferisco alle moltissime tesi e tesine che siamo obbligati a scrivere per alcuni insegnamenti, sarebbe bello se alcuni di voi volessero mettere a disposizione le proprie ricerche su uno spazio internet.

OMeRO è un’Associazione Culturale di Geopolitica nata dalla passione di un gruppo di ex studenti del I Master in Geopolitica, organizzato dalla rivista Limes e dalla SIOI nel 2007.

L’oggetto principale della nostra indagine sono i rapporti fra i vari stati mediterranei, intendendo con questo non solo i Paesi rivieraschi, ma anche quelli del Mar Nero e del Medioriente.

A pochi mesi dalla nostra costituzione abbiamo deciso di dotarci di un blog (http://geopoliticalnotes.wordpress.com) come “finestra” verso il mondo, in cui cerchiamo di cimentarci con brevi pezzi di divulgazione che hanno lo scopo di portare all’attenzione dei lettori alcuni spunti di riflessione sull’area mediterranea. Il nostro interesse spazia dalle questioni politiche, economiche e sociali, alle tematiche più prettamente culturali, antropologiche e di costume. Il prodotto che ne viene fuori pian piano è un insieme di articoli, mappe, interviste, rassegne stampa e recensioni che possano aiutare chi legge ad approfondire anche per proprio conto gli argomenti che più lo interessano. Ogni due mesi circa è possibile leggere un focus monografico su particolari eventi o tematiche di importanza internazionale.

OMeRO propone, fra l’altro, numerosi incontri formativi fra giovani e studiosi, diplomatici ed esponenti militari per meglio facilitare la comprensione della complessa interdipendenza fra Stati, Regioni e Continenti. A questo proposito possiamo rimarcare l’incontro avvenuto con l’Ambasciatore Mistretta (ex ambasciatore in Libano) sulla tematica delle attuali sfide del Libano moderno (SIOI, 4 Luglio scorso).

Per avvicinarci ancora di più agli studenti ed alla realtà universitaria italiana, molti dei membri di OMeRO hanno iniziato una assidua collaborazione con Meltin’Pot, giovane rivista universitaria online.

L’Associazione, a meno di un anno dalla sua nascita, partecipa attivamente ai Focus Groups dell’ Osservatorio per la Sicurezza Nazionale (OSN), presso il Centro Alti Studi per la Difesa, riguardanti argomenti di cruciale importanza quali le Infrastrutture Critiche ed il Terrorismo e Criminalità nelle aree metropolitane.

Il “nostro” Mediterraneo è aperto a tutti voi! Saremo infatti felici di ricevere i vostri abstract o le vostre tesine (purchè originali), le recensioni su libri di tematiche inerenti al nostro obiettivo e quant’altro vorrete sottoporci!

Se siete interessati a collaborare con noi, ad aderire alle nostre iniziative e per mandarci il vostro materiale, vi invitiamo a scriverci all’indirizzo omeroinfo@gmail.com.

A presto!

Marianna Rapisarda

(per la redazione di OMeRO)

“Noi siamo qui, oggi, per affermare il fatto che l’università è il luogo dove si impara il pensiero critico, dove si cerca di capire quello che ci circonda”. Con queste parole il Magnifico Rettore Peroni ha motivato l’assemblea di Ateneo del 30 ottobre, in Piazzale Europa, convocata per discutere della legge 133 e dei tagli all’università. Il mese che ci siamo lasciati alle spalle, in effetti, è stato carico di eventi importanti, dalla crisi economica alla riforma scolastica, fino alle imminenti elezioni americane. Un mese impegnativo per chiunque. In questa situazione, Sconfinare ritorna dopo la pausa estiva, per dare ancora una volta voce a tutti gli studenti del Sid. In questo contesto, possiamo fare nostre le parole del Magnifico Rettore: Sconfinare non è, non deve essere, un “giornalino”; esso è piuttosto un tentativo che noi studenti facciamo per capire e interpretare il mondo in cui viviamo. Può essere un punto di vista imperfetto, può essere soggettivo; ma è pur sempre un mezzo per dare voce ai nostri pensieri, per creare dibattiti, confronti, anche all’esterno, per esercitare quel “pensiero critico” che l’università deve dare come prima cosa, e che ultimamente è seriamente messo in pericolo. E’ quindi importante, ancora più di prima, che tutti partecipino, che tutti coloro i quali hanno qualcosa da dire la dicano, senza timore; la forza di Sconfinare sono proprio i suoi lettori, perché è da essi che prende linfa e idee ogni numero. E’ un giornale fatto DA studenti PER gli studenti. Certamente poi cerca di diffondersi nel territorio di Gorizia e Nova Gorica, e anche oltre, e in questo aspetto sta avendo un sempre maggiore successo; ma la base su cui poggia è il corpo studentesco. Senza la partecipazione massiccia del Sid nel suo insieme, perde il suo significato. E’ un compito impegnativo, ma ricco di soddisfazioni; ed è sempre più necessario oggi, se non altro come atto di “Resistenza”. Non potremo fare molto contro chi ci vuole togliere la possibilità di studiare, capire e ragionare liberamente, ma è comunque un segno, la cui forza dipende dalla partecipazione di tutti. Per dimostrare al mondo fuori dall’Università che siamo altro rispetto a facinorosi svogliati, come i media hanno descritto gli studenti universitari manifestanti in questi ultimi giorni. Buona lettura!

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

Gli studenti di Trieste contro la 133

Mercoledì 22 ottobre, l’aula Felice Venezian non riesce ad accogliere tutti gli studenti che sono accorsi per l’assemblea. Qualcuno propone di spostarsi in aula magna: un fiume di giovani inonda i corridoi e le scale, e continua a straripare anche nella sala più grande. La soluzione migliore è spostarsi in Piazzale Europa. Finalmente si respira, e si aspetta che casse e microfono siano pronti per diffondere gli interventi degli oratori. L’assemblea è cominciata bene: le migliaia di persone fra studenti, docenti e personale tecnico sembrano testimoniare una preoccupazione diffusa per il futuro dell’Università, di fronte alla legge 133. Il Rettore Peroni chiarisce subito il suo punto di vista: la 133 mette a rischio il regime pubblico della formazione universitaria garantito costituzionalmente. Per concludere invita tutti a “fare apostolato della Costituzione”, facendomi rabbrividire nonostante il clima tiepido. Dopodiché, il testo di legge viene letto e discusso nel corso dell’assemblea. Sbaglia, quindi, chi afferma che gli studenti non sono informati sull’oggetto delle loro proteste. Conclusa la lettura degli articoli contestati, il microfono viene aperto a chi vuole intervenire. A questo punto, inizio a provare un senso di delusione: gli interventi più applauditi sono quelli più infarciti di slogan, quelli che incalzano la protesta senza proporre niente di concreto. Mi aspettavo qualcosa di più da migliaia di studenti universitari. La maggior parte dei discorsi sono vuote parole d’ordine lanciate sull’onda dell’emozione per infervorare la platea (che comunque non dovete immaginare come un’orda scatenata: tutti molto composti nel loro entusiasmo). Appena un ragazzo di Azione universitaria prende il microfono, partono i fischi a smentire quello che è stato affermato precedentemente, cioè che la protesta va oltre i partiti. Lo studente di destra obietta che l’Università italiana è una fonte di enormi sprechi, e che era ora che qualcuno li tagliasse. E dopo che lo stesso batte in ritirata, nessuno che replichi seriamente a ciò che ha detto, semplicemente lo si ignora. E allora gli rispondo io adesso: i problemi dell’Università italiana sono senz’altro numerosi; dagli sprechi burocratici all’assenza di meritocrazia, dalla cattiva gestione finanziaria al mantenimento di corsi privi di studenti. Ma il modo di migliorare le cose non è certo questo taglio pesante dei fondi ad un’istituzione il cui regime pubblico è garantito dalla Costituzione, e che pone le basi della società civile, di oggi ma soprattutto di domani. L’istruzione ha un ruolo troppo delicato nella vita di un Paese per essere trattata con criteri puramente economici, ci vuole molto più impegno per risolvere la situazione. Secondo il Rettore, l’Università di Trieste, perdendo circa 22 milioni di euro nei prossimi 5 anni, rischierà la chiusura, nonostante il bilancio consuntivo del 2007 sia stato concluso in attivo. Purtroppo, nell’Italia di oggi, procedere con vere riforme, che vadano a sanare i meccanismi malati dell’istruzione pubblica, sembra impossibile: meglio un provvedimento drastico e superficiale che scateni il conflitto, da usare come pretesto per screditare il dissenso.

Qualche giorno dopo, sabato 25 ottobre, mi reco alla manifestazione degli studenti delle Superiori a cui si è deciso di unire la protesta dell’Università. Guardandomi un po’ intorno in Piazza Goldoni, punto di partenza del corteo, noto subito l’esiguità degli universitari, decimati dalle partenze del weekend: bella prova di impegno e coesione. Ma la sorpresa più amara arriva alla fine, in Piazza Unità: dopo un corteo festoso e tranquillo, che raccoglie addirittura gli applausi della gente che assiste ai margini, la protesta si esaurisce. Degli universitari che hanno guidato il corteo non c’è più traccia, e dopo qualche minuto la piazza si svuota, per lasciare campo libero a qualche camioncino di studenti delle superiori completo di casse che sparano techno a tutto volume ragazzini mezzi nudi che ballano con le orecchie incollate agli amplificatori. C’è anche qualche rappresentante dei centri sociali che cerca di dirigere la protesta verso il molo IV, dove si era svolta l’assemblea dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani), nonostante i sindaci non ci siano più e nonostante non ci sia alcuna autorizzazione.

Io credo in questa protesta e nella sua continuazione fino a che il Governo non si deciderà ad eliminare i tagli all’Università, credo nell’utilità delle manifestazioni di piazza per far sentire il dissenso collettivo in maniera efficace; ma ci credo quando, a fare da base, c’è una consapevolezza ragionata degli obiettivi e dei mezzi con cui raggiungerli, e non una generica ed emozionale contrarietà. Altrimenti, i movimenti perdono senso, forza, e si smarriscono per strada: ci si ritrova come sabato scorso, in una piazza semi vuota, a chiedersi “Cosa ci faccio qui?”, e intanto quello per cui si manifestava rimane tale e quale, pian piano viene dimenticato, i media perdono interesse, e tutto va in malora, come sempre.

Athena Tomasini

Athena.tomasini@sconfinare.net

Un dialogo col Presidente del Consorzio per lo Sviluppo del Polo Universitario

Con l’uscita del nuovo numero di Sconfinare ci è parso giusto cercare di fare un po’ di luce sulla situazione universitaria a Gorizia. Per fare questo abbiamo scelto di intraprendere una strada, per certi versi rischiosa, quella cioè di andare a porre delle domande a quelle istituzione che in prima persona scelgono e sviluppano le politiche locali e regionali per migliorare la situazione universitaria di noi studenti.

La prima tappa di questo viaggio ci ha posto a confronto con l’Ing. Fornasir Presidente del Consorzio per lo sviluppo del Polo Universitario di Gorizia. Per chi ancora non lo sapesse tale istituzione, di concerto con le altre realtà regionali, si occupa di sviluppare e predisporre tutte quelle scelte che servono al mantenimento e alla crescita della realtà universitaria nel capoluogo isontino.

Si evince dunque, come una Regione a statuto speciale quale è il Friuli Venezia Giulia mantenga delle forti connotazioni di autonomia anche nel campo dell’istruzione, ma anche purtroppo anche in questa realtà la “riforma” universitaria proposta dall’attuale governo sembrerebbe avere delle ripercussioni. Infatti se la voluta razionalizzazione non verrà sviluppata in termini di qualità, ma al contrario verrà effettuata solo in chiave di risparmio sarà possibile che per la realtà universitaria goriziana arrivino tempi duri e si sviluppino problematiche reali. Altresì se si scegliesse la via dello sviluppo delle “specialità” sia a livello locale sia a livello accademico Gorizia troverebbe un ruolo forte non solo in ambito regionale ma anche in ambito internazionale.

A questo proposito il Presidente ci ha ricordato come si stanno sviluppando con particolare forza due nuovi progetti: da un lato lo sviluppo del conference center, e dall’altro il trasferimento del corso di Architettura dell’Università di Trieste qui a Gorizia.

Tali ipotesi per avere successo devono, sempre citando il Presidente, riuscire a far sistema con le realtà preesistenti nella zona ed in Regione. Ci si riferisce in particolare al corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche e per quanto riguarda Architettura alla volontà di sviluppo del “Polo Tecnologico” ed alla collaborazione con Area Science Park. Per quanto riguarda il progetto “Architettura” la scelta è ricaduta su Gorizia in primo luogo perché qui ci sono già a disposizione circa 12000 mq di aule e strutture libere e sono incorso di ultimazione o finanziamento investimenti atti a predisporre circa altri 18000 mq di spazi utili a contenere aule e laboratori universitari; dove per contro le strutture e gli spazi oggi utilizzati a Trieste dalla Facoltà di Architettura sono almeno definibili come impropri. Inoltre mancando ad Udine un corso in Architettura, gli studenti friulani potrebbero beneficiare della maggior centralità del centro isontino rispetto la città giuliana.

Parlando di centralità e marginalità l’attenzione si è posta sul ruolo di Gorizia quale punto di cooperazione e collaborazione tra Italia e Slovenia. In quest’ottica la collaborazione tra il Consorzio di parte italiane ed il parigrado di parte slovena (VIRS), già attiva da molti anni, sta ora dando i suoi frutti attraverso il prossimo sviluppo del progetto EuroKampus www.eurokampus.si dove, dopo una prima bocciatura del progetto di un università internazionale andato a Pirano (SLO) si stanno proponendo nuove collaborazioni quali lo sviluppo di un polo tecnologico transfrontaliero e di una casa dello studente internazionale.

Forti sono però ancora le lacune che a più livelli pesano su noi studenti, la principale riguarda indubbiamente la mancanza di un servizio mensa nelle sedi di Via Alviano e di Via Diaz. Stando alle parole del Presidente più volte il Consorzio si è fatto carico di tale problema proponendo una soluzione che unificasse le necessità dei poli di Trieste ed Udine. Essendo in questo senso responsabili i due ERDiSU nelle prossime settimane si instaurerà un nuovo tavolo di confronto tra il Consorzio e tali enti con la speranza di trovare un soluzione in tempi brevi. Purtroppo anche ad altri livelli si stanno creando piccoli nuovi problemi, in quanto il territorio e le sue istituzione locali non sembrano appoggiare delle concrete misure di integrazione e sviluppo tra società locale e studenti; basti pensare aglii ormai famosi comitati anti schiamazzi, causa anche della chiusura del noto Fly e alla completa mancanza delle istituzioni e del mondo imprenditoriale locale all’interno dell’Università, soprattutto in Via Alviano.

Ci è parso dunque di capire che al di là delle solite polemiche si stanno sviluppando dei progetti concreti ma che essi per diversi motivi non riescano a venir completati in quell’ottica di collaborazione in primo luogo tra città ed università, poi tra i due atenei ed ancora tra Italia e Slovenia. Una situazione non proprio favorevole in questo momento di difficoltà per il mondo universitario e non solo.

Oggi più che mai, sembra necessario riuscire a superare queste barriere poste su più livelli; per creare politiche di comune intento atte a sviluppare la presenza universitaria a Gorizia. Per questo motivo nel prossimo numero cercheremo di porre queste domande all’attuale Assessore Regionale all’Istruzione.

Marco Brandolin

Marco.brandolin@sconfinare.net

La satira, secondo la Corte Costituzionale, è pietra angolare dell’ordine democratico. La sua scomparsa dai mass media, dove è simulata dallo sfottò, ne sancisce la latenza voluta proprio per la sua pericolosità, dato che mina l’identità stessa di chi colpisce, smitizzandolo e umanizzandolo: devastante per chi fa affidamento sul carisma.

La satira castigat, ridendo mores dunque perché non usarla per la protesta studentesca, invece di dare un titolo a chi si contesta, riconoscendoglielo per il solo fatto di contestarlo; infatti, buggerando il governo riguardo la finanziaria e l’opposizione riguardo il cavalcare la protesta studentesca di fatto non politica, mostrandosi smaccatamente concordi si delegittimerebbe l’autorità perché si incrina il suo riconoscimento. Se qualcuno dirà per questo che non si cerca il dialogo noi dunque si andrà in piazza a mezzodì a cercarlo con un lanternino in testa.

 

Positivo il Decreto varato dal Ministro Gelmini, ma attenzione al Progetto di Riforma.

News d’Ateneo: nuovi corsi, assunzioni bloccate, conti in rosso.

Dall’inizio dell’anno accademico proseguono le manifestazioni di dissenso e di preoccupazione per la manovra estiva varata dal governo in agosto e per il progetto di riforma dell’università che il Ministro Gelmini presenterà in questi giorni. Ma prima di dedicarmi alla riforma ed alle iniziative che sono state prese anche a Gorizia in questi giorni, credo sia importante dare alcune informazioni “di servizio” interne al nostro ateneo e alla nostra facoltà.

La novità di maggior rilievo è senz’altro l’elezione del nuovo preside di Facoltà, il Prof Roberto Scarciglia, docente di Diritto Pubblico Comparato, eletto a grande maggioranza nel mese di ottobre e subentrato al Preside Coccopalmerio dal 1 novembre. Facciamo al neo-preside un in bocca al lupo e ci aspettiamo che riesca a portare una ventata di novità nella nostra Facoltà, portando avanti iniziative originali e più adatte ai nostri tempi.

Sempre nel mese di ottobre (16 ottobre) una seduta congiunta di Senato Accademico, Consiglio d’Amministrazione e Consiglio degli Studenti ha analizzato i primi dati raccolti nella Valutazione didattica per l’anno accademico 2007-2008. Tralasciando i dati in sé che sono consultabili sul sito della nostra università, è interessante sottolineare come nel dibattito che è seguito si sia sottolineata l’esigenza di dare un seguito a questi questionari, la cui validità statistica è però messa in discussione dal fatto che i soli questionari presi in considerazione sono quelli in cui è indicata una frequenza di più del 75%, senza considerare il fatto che l’assenteismo a lezione è esso stesso un giudizio sulla qualità dell’insegnamento. In questo modo tutti i dati risultano in qualche misura falsati.

Da un punto di vista più prettamente amministrativo è invece emersa anche quest’anno la necessità di utilizzare parte dei fondi studenteschi di facoltà 2009 (20.000 dei 70.000 euro del fondo) per la copertura di alcuni corsi previsti per l’anno accademico 2008-2009. Nello specifico per Gorizia erano a repentaglio i corsi di Spagnolo I e II e di Arabo II, che senza questi fondi non sarebbero potuti partire. La querelle sui fondi studenteschi usati per coprire le attività didattiche si ripete in realtà ogni anno. In cambio della disponibilità a spendere questi soldi per le suddette attività già programmate il Consiglio di Facoltà del 5 novembre ha però accolto quest’anno la richiesta dei rappresentanti di attivare nel secondo semestre di questo stesso anno accademico quattro corsi da 60 ore a contratto, il cui costo sarà coperto da parte dei restanti fondi studenteschi (circa 12.000 euro). Si tratterà di Russo I, Portoghese I,
Storia ed Istituzioni dell’America Latina e Economia Pubblica (o Scienza delle Finanze). È però da segnalare la protesta avanzata da parte del corpo docente (in particolare dai ricercatori) che hanno contestato la richiesta degli studenti ricordando che il SID non è un corso di lingue, che corsi come il cinese, quando c’erano, andavano deserti e che in un momento di vacche magre non dovrebbero essere sprecati fondi per “corsi inutili come questi” affidati a contratto a personale esterno.

Nello stesso CdF del 5 novembre è stata proposta dal Preside Scarciglia la modifica del regolamento di Facoltà per rendere elettive le cariche di rappresentanti degli studenti nella Giunta di Facoltà (sino ad ora erano di nomina del Preside). La discussione di questo punto è stata rimandata al 19 novembre per mancanza di tempo, ma con ogni probabilità ci troveremo presto ad eleggere un rappresentante nella giunta per Gorizia ed uno per Trieste.

Ma passiamo dunque ai perché di questo periodo di vacche magre: il decreto 133 del 6 agosto 2008 e l’imminente riforma del sistema universitario.

La convocazione dell’assemblea il 28 ottobre era concepita dai rappresentanti soprattutto come un momento di analisi della legge e delle sue problematiche, grazie all’indispensabile e puntuale contributo di Marco Barelli (rappresentante al CdF di Lettere e Filosofia), in modo da poter arrivare in maniera più cosciente all’elaborazione di iniziative concrete per manifestare il dissenso del nostro corso di Laurea. La piattaforma condivisa dall’assemblea, ed esposta nel documento proposto dai rappresentanti ed approvato nella seduta, è stata quella di un dissenso nei confronti di un provvedimento miope che non curandosi di una riforma globale del sistema universitario puntava solo a ridurne i costi, e non gli sprechi, che invece sono tanti e sarebbero restati tali perché nulla si faceva nello specifico contro di essi. Con il taglio drastico del Fondo di Funzionamento Ordinario da 1441 miliardi per il prossimi anni non si assicurava affatto una razionalizzazione della spesa: nessuna distinzione era prevista tra le università virtuose e le altre, tra i docenti che fanno ricerca e gli altri…solo un taglio che avrebbe colpito tutti e che combinato con il turn over al 20% avrebbe messo a rischio tutto il sistema universitario.

Pur restando invariata l’entità dei tagli al FFO, da allora molte cose sono cambiate. Con il Decreto del MIUR pubblicato lunedì in gazzetta ufficiale il ministro Gelmini ha apportato alcune modifiche ai tagli precedentemente varati dal governo.

Rendendo effettive direttive della finanziaria 1998 (rimaste lettera morta fino ad oggi) vengono bloccate tutte le assunzioni (di docenza ma anche del personale tecnico amministrativo) in tutti gli atenei che spendono in stipendi più del 90% del FFO. Sette ricadranno sicuramente in questa categoria e tra essi compare anche il nostro ateneo, insieme a quello di Cassino, Firenze, Bari, L’Aquila, Pisa, L’Orientale di Napoli; ma ad essi potrebbero aggiungersi altri 19 atenei.

Riprendendo inoltre il Patto con le Università firmato dal Ministro Mussi il decreto destina il 7% del FFO 2009 (circa 500 milioni) agli atenei virtuosi, le cui performance saranno valutate dal Cnvsu (Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario) e dal Civr (Comitato per la valutazione della ricerca) in base ai parametri di ricerca, crediti acquisiti dagli studenti e numero degli iscritti. In questo modo alcuni atenei, tra cui non compare il nostro ateneo, si troveranno ad avere addirittura più fondi per l’anno 2009 (43 milioni in più per Torino, 40 per il Politecnico di Milano, 30 per Padova, 29 per Bologna – IlSole24ore 7-11-08). Tra questi non compare Trieste che anzi nel periodo 2009-2011 avrà un taglio pari a 1.700 euro circa per studente (elaborazione IlSole24ore, 10 novembre 2008).

Il turn over viene inoltre ridotto dal 20% al 50%, ma il 60% delle risorse liberate dovrà essere impiegato per assunzioni di ricercatori, in modo tale che per ogni docente in pensione si assumano tra i 2 ed i 3 ricercatori (si punta a 3.000 ricercatori in più nel 2009).

Sono stanziati inoltre 65 milioni di euro in più per le residenze universitarie e 135 milioni per le borse di studio, in modo da accorciare il gap che ci distanzia dagli altri paesi europei (siamo ultimi in Europa per numero di studenti riceventi borse di studio: 11% contro l’86% della Gran Bretagna).

Vengono confermati i concorsi già banditi anche se le regole cambieranno. Per i ricercatori la commissione sarà formata da 2 ordinari (uno nominato ed uno sorteggiato) ed un associato, nessuno comunque appartente all’ateneo che bandisce il concorso. Mentre dal 2010 la selezione “è effettuata sulla base dei titoli e delle pubblicazioni dei candidati, ivi compresa la tesi di dottorato, utilizzando parametri riconosciuti anche in ambito internazionale”.

A questo decreto seguirà comunque in questi giorni il Progetto di Riforma vero e proprio, le cui linee guida sono comunque stilate già da ora. Si punta sulla razionalizzazione dei corsi di laurea (arrivati a 5.000) e delle sedi distaccate ed al cambiamento radicale del cursus honorum dei docenti, i cui scatti di stipendio non dovranno più essere legati all’anzianità ma alla produttività didattica e di ricerca degli stessi. Ma questo sarà di certo il punto su cui ci sarà lo scontro più duro con la casta dei baroni accademici.

Altro punto controverso su cui la riforma dovrà fare luce è quello della governance degli Atenei e della possibilità di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. A riguardo è necessario fornire precise e più stringenti garanzie circa l’influenza che gli eventuali enti privati potrebbero esercitare sulla didattica e sulla determinazione delle tasse universitarie. Nessuno inoltre sembra aver pensato al fatto che le condizioni economiche e la cultura amministrativa delle diverse regioni d’Italia avrà un peso determinante sulla vita delle fondazioni, creando università di serie A e di serie B.

Ancora da dissipare sono poi i dubbi sullo stato di salute delle finanze del nostro ateneo. Nella splendida assemblea svoltasi il 29 ottobre in Piazzale Europa a Trieste in un clima di grande libertà di cui il Magnifico Rettore è stato imparziale custode, lo stesso Peroni ha assicurato di fronte a 3000 tra studenti, docenti, personale ATA e semplici cittadini, che le finanze del nostro ateneo godono di ottima salute, che si è sempre raggiunto il pareggio di bilancio e che la nostra amministrazione non ha mutui di alcun tipo. È però del 10 novembre l’articolo del Sole24ore che include Trieste tra gli atenei “in profondo rosso”, salvo poi astenersi dal quantificare suddetto debito e limitarsi a scrivere che “un piano di rientro è in cantiere anche a Trieste”. Chiedo dunque ufficialmente che il Rettore, dati alla mano, faccia chiarezza su questo punto e che seguano eventuali smentite pubbliche sullo stesso giornale.

L’assemblea triestina ha inoltre approvato il documento elaborato il giorno precedente dall’assemblea di Gorizia, che è stato letto in Piazzale Europa da Nastasi.

Tutto dunque è ancora in movimento per l’università. Di certo molto è cambiato dagli inizi di ottobre ed il Decreto di lunedì va senz’altro nella direzione giusta. Restano però alcuni punti i cui sviluppi sarà importante seguire nella Riforma vera e propria: dalle Fondazioni Private all’abbattimento dei privilegi del ceto accademico. Come ci insegnano le Scienze Politiche, è importante ora non spegnere i riflettori sull’università e continuare a vegliare sull’operato di governo ed opposizione in maniera consapevole ed informata, esercitando al meglio la nostra Facoltà di Dissentire. È stato questo anche il senso profondo della giornata di leizoni all’aperto, lunedì 10 novembre. Circa 60 studenti hanno ascoltato interessati le lezioni tenutesi in Piazza Sant’Antonio e nella Galleria in Corso Verdi, attirando anche l’attenzione un po’ curiosa dei passanti goriziani. Alle splendide lezioni dei professori Tonchia, Goio, La Mantia, Schulze, Scarciglia, Abenante, Scaini e Palmisano è seguito l’intervento del Preside Gabassi che ha focalizzato l’importanza della qualità della didattica e dell’amministrazione, con un occhio anche ai rischi per Gorizia nell’ambito della razionalizzazione delle sedi distaccate.

Auspichiamo che altre iniziative continuino non per un dissenso fine a se stesso, ma per tenere viva l’attenzione e creare la consapevolezza alla base di un eventuale dissenso, affinchè, qualunque giudizio esprimeremo sulla riforma che verrà, esso sia argomentato sulla realtà dei fatti.

Da leggere: L’università corrotta, di Roberto Perotti ed. Einaudi; La crisi del potere accademico italiano, di Gilberto Capano e Giuseppe Tognon ed. Arel-Il Mulino; Come cambia la scuola, instant book del Sole24ore.

Attilio Di Battista

Rappresentante degli Studenti in CdF.


 

Era già nell’aria in aprile, storicamente il mese delle ‘tesi’ sovversive. Avrebbe dovuto iniziare in giugno, solitamente il mese dell’ultima sessione d’esami. E’ scoppiata il 10 luglio, quando, bandiere italiane in una mano e pesanti valigie nell’altra, gli studenti si salutavano, augurandosi un’estate il più possibile lontana da Gorizia. Per tutto questo tempo, ha continuato ad agitare gli animi dei cittadini goriziani, alimentando proteste e proposte. E solo ad ottobre, all’inizio del nuovo anno accademico, ha smosso la classe studentesca. E’ la rivoluzione rifiuti.

Il nuovo sistema di raccolta di rifiuti non poteva lasciare indifferenti gli studenti che, terminata la pausa estiva, hanno ripopolato la città. Anche loro, come tutti i goriziani, si sono mobilitati per far fronte al radicale cambiamento nella gestione dei rifiuti; anche loro, varcata la soglia degli appartamenti universitari, hanno dovuto far i conti con il nuovo calendario di raccolta recapitato dal Comune di Gorizia; e anche loro, dopo averlo provato di persona, si sono schierati a favore o contro il progetto “Più porta a porta a Gorizia”.

L’opinione della classe studentesca tende, in gergo politico al riforismo. Pochissimi sono i controrivoluzionari, che vorrebbero un ritorno all’anarchia del “come era prima”. Non sono di più i sostenitori a spada tratta della rivoluzione immondizie. Prevale dunque una via di mezzo che, pur condividendo l’ideale pro-ambiente della differenziata, pone critiche di inefficienza e di scomodità.

In questo correntone confluiscono la gran parte degli studenti del polo in via Alviano. Luca, iscritto al terzo anno del corso in scienze internazionali e diplomatiche (SID), fa proprio l’ideale ambientale: “E’ un segno di civiltà e di rispetto per la natura, nonché per noi stessi”. Ma subito critica la mancanza di un’adeguata campagna informativa: “Quando sono tornato a Gorizia ho visto il nuovo calendario di asporto e ho capito che qualcosa era cambiato”. Perplessa sul materiale informativo anche Sara (23 anni), secondo anno specialistico del SID: “La campagna informativa è mancata soprattutto per noi studenti che, non vivendo a Gorizia nel periodo estivo, siamo venuti a conoscenza solo adesso del cambiamento”. Dello stesso partito del “Si, ma…”, anche Paolo (24 anni) e Selly (23), entrambi iscritti al SID. Si, favorevoli e sensibili alle tematiche ambientali, ma più critici di fronte all’efficienza del nuovo sistema, soprattutto se messo di fronte alle esigenze degli appartamenti universitari. “Passano troppo poco spesso a raccogliere le immondizie, in particolare l’umido” afferma Selly e Paolo, sulla stessa linea, spiega: “Il tipico problema degli studenti è dimenticare di depositare alle’esterno l’umido nel giorno programmato prima del ritorno a casa nel fine settimana.” Lasciando intendere quali siano gli effetti maleodoranti di una tale dimenticanza, i due si dichiarano a favore di un reinserimento delle campane, accanto al nuovo sistema di raccolta domiciliare e convengono: “I due sistemi, vecchio e nuovo, dovrebbero essere integrati”.

Votano “Si ma…” anche Andrea (24 anni) e Luca (21 anni). Il primo, iscritto all’Università di Udine ma residente a Lucinico, è convinto della necessità della tutela ambientale ma allo stesso tempo “della maggior comodità del precedente sistema in cui ognuno decideva di scaricare i propri riciclabili quando preferiva e non a date fisse”. Punta il dito sull’inefficienza Luca, iscritto ad economia e gestione dei servizi turisitici: “Il maggior problema è quando si producono grandi quantità di rifiuti organici in appartamenti dagli spazi limitati come quelli di noi universitari”. E sembra così riecheggiare anche nei corridoi universitari la protesta del comitato di via Rastello che, attraverso la portavoce Stefania Atti, ha denunciato (al Piccolo): “Così le nostre case si sono trasformate in piccole discariche”.

Contro questa corrente che va per la maggiore il pensiero di Marco (26 anni), assistente alla docenza universitaria: “Pur essendo favorevole alla differenziata e all’eliminazione delle maleodoranti campane, mi sento insensibile alle tematiche ambientali per il modo in cui sono proposte” e, schierandosi contro il finto buonismo di facciata, argomenta: “Ti fanno sentire in colpa se non getti i fondi del caffé nell’umido, mentre trascurano di sensibilizzare a problemi più importanti in materia d’inquinamento”.

Dal 10 luglio si è dato il via al progetto “Più porta a porta a Gorizia”. Ecco i punti salienti del nuovo sistema di raccolta:

– prelievo a domicilio di carta e cartone (ogni 15 giorni)

– prelievo a domicilio di plastica e lattine da sistemare in apposito sacco bianco dell’IRIS.

– prelivievo a domicilio di secco (una volta a settimana nei sacchi gialli) e umido (due volte nel periodo invernale)

– possibilità di portare il vetro nelle apposite campane o, come per il resto dei riciclabili, in apposite isolette ecologinche CONAI o comunali.

Davide Lessi

Un filosofo, un pensiero, una vita.

Gorizia, 1910, 17 ottobre, con un colpo di rivoltella un giovane ragazzo di origine ebrea si toglie la vita, solo a casa sua. Nessun messaggio, nessun evento particolarmente traumatico da poter spiegare questa prematura morte.

Era Carlo Michelstaedter, giovanissimo, nato nel 1887, ed aveva appena concluso la sua tesi di laurea. Il suo requiem. Chi l’avesse conosciuto si sarebbe trovato d’innanzi ad una ragazzo sia intellettualmente che fisicamente sano e vitale, studente tra la città d’origine, Gorizia, e Firenze.

Nella sua breve vita, Carlo Michelstaedter ci ha lasciato poesie, dipinti, disegni e scritti; poliedrico nella sua espressione artistica, tanto da non essere immediatamente classificabile, è però sicuramente brillato maggiormente nella stesura del suo ultimo scritto. La sua tesi di laurea: La Persuasione e la Rettorica.

Non sono moltissime le pagine ma sono dense di contenuti, v’è rappresentata la sua visione del mondo con tutto ciò che la ha influenzata. È importante dire, innanzitutto, che questo ragazzo, come Svevo a Trieste, fa parte di quel mondo che si potrebbe dire (seppur la parola è ultimamente abusata) “mitteleuropeo”: da un lato influenze germaniche e nordeuropee, dall’altro la forte influenza italiana.

In effetti, quando parla di Dio, come può non venire in mente la “morte di Dio” di Nietsche? Oppure Leopardi, quando traspare la sua malinconica disillusione? Va poi aggiunta la rilevanza che hanno avuto nella sua formazione i filosofi della classicità, ben visibile nelle numerose citazioni e riflessioni che impregnano interamente la sua opera.

Ma arriviamo al dunque: cosa intende dire Michelstaedter quando parla di “persuasione” e di “rettorica”? C’è qualche legame tra questo scritto e l’

immediatamente successiva morte?

La persuasione “falsa” è quella che ci nasconde che anche la felicità ed i bei momenti della vita, nascono in realtà dal dolore, che ogni cosa è dolore, che in ogni momento c’è una voce che ci sussurra all’orecchio che non siamo nulla che “non c’è alcun dio, dio muore con te” e che questa paura c’è fin dalla culla dove sei nato.

La vita, mi verrebbe da dire, sembra quasi un negativo fotografico della morte, dove le due cose coincidono e l’una è semplicemente l’altra faccia dell’altra.

Secondo Michaelstaedter, dunque, va aborrita la “rettorica”, che vede incarnate nei pensieri di Platone, Aristotele ed Hegel, i quali, come dice D. Fusaro, vogliono scavalcare fittiziamente la nostra “deficienza ontologica” con illusori sistemi.

È retto invece l’uomo “persuaso” che ha abbandonato la “filopsichia” e la rettorica, che attraverso una persuasione “illusoria” danno soltanto un’ansia di vivere proiettati verso un qualcosa di esterno che dia un senso alla vita.

L’uomo “persuaso” ha quindi la certezza di non averne alcuna, se non la morte, e vive la vita con una sua pienezza, senza tormentose ricerche, ma soddisfatto nella sua disillusione senza distinguere troppo tra vita e morte, tra nulla ed esistenza.

Carlo Michaelstaedter, secondo me, rappresenta completamente questo ideale di uomo e quindi me lo immagino, in modo che azzarderei “romantico-esistenzialista”, prendere in mano la sua rivoltella, fissare il soffitto bianco in silenzio, con espressione neutra, soddisfatto della sua indifferenza, senza rimorsi premere il grilletto.

Allan-Francesco Cudicio

Intervista alle sette studentesse che hanno deciso di sperimentare il rugby inglese

Da marzo 2006 Noemi De Lorenzo, Roberta (Cortina) De Martin, Francesca (Fra) Fuoli, Arianna (Turin) Olivero, Francesca (Rosy) Rosada, Chiara Taverna (tutte del I S.I.D.) e Anna Rizzoli (III anno di Relazioni Pubbliche), si incontrano settimanalmente in via dei Faiti. Hanno deciso di tentare una sfida davvero interessante, sotto la guida dei loro “coaches”, Edoardo Buonerba (II S.I.D.) e Marco Chimenton (III S.I.D.): imparare a giocare a rugby. “Sconfinare” le ha intervistate per scoprire le peculiarità di questa squadra tutta femminile!

Il rugby è tradizionalmente uno sport maschile: perché avete deciso di praticarlo?

Chiara: “Per rompere questi stereotipi maschili che limitano l’accesso femminile a molti sport interessanti”.

Rosy: “E perché è uno sport inusuale, perlomeno tra le ragazze”.

Infatti…Voi, però, praticate rugby all’inglese. Quali sono le differenze rispetto a quello americano?

Rosy: ” Per prima cosa la palla, più grande di quella americana, può essere passata solo indietro. Poi è ammesso il placcaggio (bloccaggio dell’avversario) solo del giocatore che tiene la palla”.

Turin: “E non abbiamo le divise imbottite perché è meno violento”.

Anche se è meno violento, però, prevede degli allenamenti intensi. Com’è stato all’inizio?

Tutte: “Durissima!”

Rosy: “La prima volta che abbiamo fatto il giro del campo di corsa a momenti ci lasciavo un polmone!”

Però…E come vi sembra questo sport ora che lo conoscete direttamente?

Chiara: “E’ uno sport da signore!”

Anna: “C’è una filosofia dietro, che implica il rispetto non solo delle regole di gioco, ma anche dell’avversario”.

Rosy: “Cosa che manca in altri sport più in voga…”

Concordo pienamente. Quindi lo consigliereste anche ad altre ragazze.

Anna: “Certo! Non esiste una taglia corporea per praticarlo. Va bene per qualsiasi fisico”.

Chiara: “Anzi, speriamo che qualcuno si aggiunga, perché dobbiamo raggiungere i 15 elementi!”

Magari qualche lettrice raccoglierà l’invito! E sugli allenatori…?

Tutte: “Sono super-professional, simpatici, pazienti…”

L’anno prossimo, però, andranno all’estero. Come farete?

Fra: “Giocheremo a tennis!”

Turin: “Andremo a Lisbona (meta di Edoardo)!”

Cortina: “Beh, Rosy terrà un corso di can-can…”

Chiara: “No, dai. C’è un vice, Diego (Pinna, I S.I.D.). Ci seguirà lui.”

E a quando la prossima partita?

Cortina: “La prima vorrai dire! Ancora non lo sappiamo”.

Beh, ragazze, speriamo sia presto, perché vi vogliamo vedere in campo. In bocca al lupo a tutte voi!

 

Isabella Ius

elan_isa@hotmail.it

Una delle più note abitudini degli universitari è la passione per gli scherzi complicati, che i college americani hanno elevato allo stato di arte. Una delle burle di maggior successo nella storia degli Stati Uniti è senza dubbio l’Associazione dei Veterani delle guerre future.

Questa poco nota organizzazione dal nome ossimorico nasce nel 1936, negli Stati Uniti. Nel gennaio di quell’anno, infatti, la lobby dei veterani della Grande guerra era riuscita a far ratificare al Congresso un anticipo di dieci anni nell’erogazione delle pensioni di guerra, allo scopo di far fronte alla depressione. La notizia diede a Lewis Gorin, studente a Princeton, un’idea innovativa: perché non consegnare in anticipo tutte le pensioni di guerra, anche quelle di chi non aveva ancora avuto occasione di combattere? Data la situazione internazionale dell’epoca, era chiaro che una guerra era imminente, quindi perché non dare ai futuri soldati il loro premio quando potevano goderselo, invece di aspettare il dopo, quando molti di loro sarebbero stati morti? Lewis discusse l’idea con un amico, Thomas Riggs jr, e nel marzo del ’36 Patriotism Prepaid, il manifesto dei Veterani delle guerre future, fu pubblicato. Il documento richiedeva il pagamento anticipato di un bonus di 1.000 dollari più interessi (cifra notevole per l’epoca) ad ogni cittadino maschio tra i 18 e i 36 anni, ed ebbe una tale risonanza che nel giugno dello stesso anno l’organizzazione contava 50.000 iscritti paganti che avevano adottato il saluto sociale: braccio destro sollevato in direzione di Washington, con il palmo rivolto verso l’alto, in richiesta (una parodia del saluto fascista, che si stava diffondendo in Europa). Sulla scia dei Veterani futuri nacquero altre associazioni simili, tra cui le Future madri dei caduti (che richiedevano al Governo di essere inviate in Francia a visitare le future tombe dei loro figli), i Futuri corrispondenti di guerra e addirittura i Futuri pescecani di guerra. In origine l’intenzione dei Futuri veterani era stata quella di ridicolizzare sia il bellicismo che la politica assistenzialista, ma fu l’aspetto pacifista dell’associazione a divenire dominante, e a garantirle un importante articolo su Time. Come era legittimo aspettarsi, le vere associazioni di veterani non gradirono l’iniziativa, e tacciarono ripetutamente i Futuri veterani di insufficiente patriottismo, mentre un rappresentante del Congresso dichiarò tale organizzazione “indegna di pubblica attenzione” aggiungendo che sarebbe stato compito di “ogni vero americano” denunciarla. Non furono però le critiche a segnare la fine dell’associazione, quanto piuttosto la noia: per la fine dell’anno si decise che lo scherzo era durato abbastanza, e le 584 cellule locali dei Futuri veterani si sciolsero senza clamore. A loro onore va detto che la quasi totalità degli ex membri servirono durante la Seconda guerra mondiale.

Luca Nicolai

Intervista al sindaco Mirko Brulc

Il 16 Maggio 2006 c’è stata la proclamazione di Nova Gorica “città universitaria”; abbiamo intervistato il sindaco Mirko Brulc (ringraziamo per la traduzione Bojan Starec).

– Com’è strutturato il nuovo polo universitario di Nova Gorica?
A Nova Gorica sta sorgendo il quarto polo universitario sloveno, dove è possibile seguire i corsi di Megatronica, Diritto Europeo, Infermieristica, Scienze Sociali. Interessante è l’indirizzo di quest’ultimo corso, incentrato sulle dipendenze da vizi come i giochi d’azzardo.
–    Perché uno studente dovrebbe scegliere proprio Nova Gorica?
Fra i principali obiettivi che questa giunta si è prefissa c’è la creazione di una realtà accogliente per il mondo universitario: va letta in questo senso la nascita di un campus studentesco, di nuove strutture sportive e la promozione di numerosi eventi culturali. Inoltre forniamo agli studenti una guida completa della città, trasporti gratuiti, buoni pasto accettati nella maggior parte dei locali cittadini e la consulenza di un ufficio che fra i suoi compiti ha quello di indicare la possibilità di lavoro occasionale. Abbiamo molta fiducia in questo progetto, tant’è che crediamo che nel 2010 avremo almeno 4000 studenti.
–    Nova Gorica diverrà sede erasmus?
Si, lo è già. Il confine non esiste già da tempo nelle nostre teste, al punto che sono numerosi i docenti stranieri che insegnano nelle nostre aule, dalle elementari all’università, e da ben prima che la Slovenia entrasse nell’Unione Europa.
Mi auguro che in futuro si venga a creare una situazione di tolleranza tale che gli studenti possano scegliere la lingua con la quale sostenere gli esami, tra inglese, sloveno e italiano.
–    Si dice che buona parte dei finanziamenti per l’Università di Nova Gorica provenga dai Casinò. Qual è la sua posizione a riguardo?
Esiste un centro di raccolta fondi per l’Università. Buona parte dei finanziamenti proviene dal comune e da ditte private, fra cui anche la Hit. Il peso della Hit è notevole: finanzia infatti al 50%
il corso di Diritto Europeo e probabilmente sarà ancora più cospicuo il suo contributo al corso di scienze Sociali.
Credo sia positivo che parte dei guadagni dei casinò vengano riutilizzati per il bene della comunità.
–    È prossima la creazione di un nuovo centro di divertimenti; non crede che questi finanziamenti dei casinò possano essere interpretati come un tentativo di guadagnarsi il supporto di coloro che si oppongono alla nascita di questo nuovo centro?
Non c’è dietro nessun disegno del genere. Del resto solo il 10% di quest’area sarà destinato ai casinò. Non amo questo genere di divertimento, ma è la natura umana che ci spinge a cercarlo. Con questo progetto speriamo che il bacino di utenza sia di almeno 600 km, e puntiamo ad attirare turisti dall’America, dalla Russia e dalla Cina. Non si tratta dunque di un progetto locale: due snodi cruciali saranno il porto di Monfalcone e l’aeroporto di Ronchi. E’evidente che si richiederà la collaborazione italiana, portando anche alla creazione di nuovi posti di lavoro.
–    Come crede che la proclamazione di Nova Gorica città universitaria possa influenzare i rapporti tra le due Gorizie?
Sono contento dei rapporti molteplici che in questo modo vengono ad instaurarsi tra le due realtà. inoltre esiste già un rapporto di collaborazione con le università di Trieste ed Udine.Senza considerare che la nostra Università ha già aperto una sede a Venezia e un’altra a Gorizia.
–    Secondo lei c’è rischio che nasca una rivalità tra i due poli?In particolar modo non crede che per loro natura il corso di laurea di Diritto Europeo e quello di Scienze Internazionali Diplomatiche finiranno per confliggere?
Per quanto riguarda il SID credo che il suo indirizzo sia più generico di quello di Diritto Europeo, perciò non ci sarà concorrenza. Sicuramente uno dei nostri obiettivi è quello di diventare un polo di attrazione per gli studenti balcanici e dell’est europeo, anche per aiutare il processo di integrazione nell’UE di questi paesi. Del resto noi ospitiamo da tre anni un forum economico rivolto prevalentemente a queste realtà. Personalmente credo ci sia spazio per entrambi i poli universitari, e il mio desiderio è che si vengano a creare dei programmi comuni. Sono già avviate diverse iniziative di collaborazione, come quella del 23 Giugno, quando verrà una troupe di ballerini cubani in piazza Transalpina per una serata all’insegna dell’unione transfrontaliera.

Arianna Olivero
Andrea Luchetta
con la collaborazione di Bojan Starec

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