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Finanza creativa studentesca? Il primo atto.

Ripartizioni ambigue di fondi all’Università di Trieste, associazioni studentesche goriziane a secco, (alcune) liste studentesche premiate. Non c’è stata nessuna infrazione del regolamento, ma molti dubbi sorgono sulla correttezza della procedura seguita nella ripartizione dei 37.000 euro destinati “ad attività culturali e sociali delle associazioni, liste e gruppi studenteschi per l’anno 2010”, iter conclusosi con la delibera del Consiglio Di Amministrazione in data 18 dicembre 2009.

Ho sotto mano il verbale dell’assemblea, ma prima d’entrare nel dettaglio dello stesso è meglio aprire una piccola parentesi a proposito della procedura che viene seguita per l’attribuzione di questi bei soldini. Solitamente, la destinazione della somma viene decisa da una commissione formata all’interno dal Consiglio Degli Studenti. Ciò avviene su delega del Consiglio di Amministrazione che poi è tenuto ad approvarla. In parole molto spicciole, chi decide dove vanno i soldi, e quanti ce ne vanno, sono gli studenti stessi – ovvero gli unici soggetti che potrebbero, vista la materia in questione, risultare (chiaramente in una lontanissima, del tutto irrealistica e trascurabile ipotesi puramente teorica) anche i soli beneficiari degli stessi.

Se vi capita di dare un’occhiata al verbale, noterete che la procedura ha richiesto ben quattro sedute della commissione, tante erano le domande da esaminare: il 17 novembre, il 24 novembre, il 30 novembre ed il 1 dicembre. Ad ogni associazione era richiesta la presentazione di una documentazione molto dettagliata, compresa inoltre di una lista delle attività finanziabili, una copia dello statuto e del bilancio dell’esercizio precedente. Una condizione che, chi scrive, ritiene necessaria al fine di evitare una non accorta gestione dei fondi universitari in un momento difficile per il mondo accademico italiano.

Non desta infatti perplessità  il fatto che nessuna associazione del polo goriziano dell’Università  di Trieste figuri tra le finanziabili, a causa di difetti nella presentazione delle domande, non adeguatamente motivate. Piuttosto, è discutibile il modo in cui il regolamento è stato interpretato per destinare ottomila euro a liste politiche studentesche, nominalmente a “AutonomaMente” (2203 euro) “Lista di Sinistra” (2705) e “Oltre – Student Office” (2754). Il nodo centrale della controversia sta nell’interpretazione che è stata data al regolamento durante le discussioni. Questo, infatti, prevede che la destinazione dei fondi possa essere fatta a “i Beneficiari, cioè Liste, Associazioni e Gruppi, indistintamente”. Il punto è che per le Liste non è necessaria alcuna motivazione, né alcuno dei documenti richiesti per le associazioni. Si stacca loro, sostanzialmente, un assegno in bianco. In poche parole, al regolamento è stata data un’interpretazione per così dire morbida, ed i fondi sono stati ripartiti tra le liste non (come si fa secondo la prassi) in base al numero di voti; bensì usando come metro anche la partecipazione degli eletti ai vari Consigli. E trascurando, tra l’altro, le due liste elette dalle sedi di Gorizia e di Pordenone. E’ un punto di vista, questo, che si presta a molte critiche: è chiaro che in vista delle prossime elezioni le liste si troveranno ad affrontare delle spese. Quello che non risulta altrettanto trasparente, casomai, è il criterio che è stato usato per decidere l’ammontare dei loro finanziamenti: perché tremila euro e non, per esempio, cinquecento? Su cosa si basa questa stima? Da quanto risulta dalla delibera, è un meraviglioso frutto del libero arbitrio. Nessun bilancio preventivo, nessun rendiconto, niente di niente. Si crea così un sistema in cui può capitare che un’associazione venga esclusa, pur in presenza di un piano dettagliato e di motivazioni eccellenti, solo perché l’organizzazione a cui fa capo non invia una copia del proprio statuto. E dall’altra parte, si hanno delle liste politiche che gestiscono fondi pubblici “sulla parola”.

Al momento, la vicenda non si è ancora conclusa. Le associazioni goriziane stanno pensando di presentare un ricorso per chiedere la revisione della procedura di assegnazione dei fondi – questo sarebbe il primo passo per un finanziamento basato su regole paritarie, su di un unico criterio per associazioni e liste. Certo, se poi si cominciasse a parlare delle associazioni che chiedono i finanziamenti per organizzare tornei di paintball (che è un’attività illegale) o, meglio ancora, di quelli che chiedono la disponibilità dell’aula informatica per giocare a PES …

CHI SI PIGLIA I NOSTRI SOLDI

Finanza creativa studentesca? Il primo atto.

Ripartizioni ambigue di fondi all’Università di Trieste, associazioni studentesche goriziane a secco, (alcune) liste studentesche premiate. Non c’è stata nessuna infrazione del regolamento, ma molti dubbi sorgono sulla correttezza della procedura seguita nella ripartizione dei 37.000 euro destinati “ad attività culturali e sociali delle associazioni, liste e gruppi studenteschi per l’anno 2010”, iter conclusosi con la delibera del Consiglio Di Amministrazione in data 18 dicembre 2009.

Ho sotto mano il verbale dell’assemblea, ma prima d’entrare nel dettaglio dello stesso è meglio aprire una piccola parentesi a proposito della procedura che viene seguita per l’attribuzione di questi bei soldini. Solitamente, la destinazione della somma viene decisa da una commissione formata all’interno dal Consiglio Degli Studenti. Ciò avviene su delega del Consiglio di Amministrazione che poi è tenuto ad approvarla. In parole molto spicciole, chi decide dove vanno i soldi, e quanti ce ne vanno, sono gli studenti stessi – ovvero gli unici soggetti che potrebbero, vista la materia in questione, risultare (chiaramente in una lontanissima, del tutto irrealistica e trascurabile ipotesi puramente teorica) anche i soli beneficiari degli stessi.

Se vi capita di dare un’occhiata al verbale, noterete che la procedura ha richiesto ben quattro sedute della commissione, tante erano le domande da esaminare: il 17 novembre, il 24 novembre, il 30 novembre ed il 1 dicembre. Ad ogni associazione era richiesta la presentazione di una documentazione molto dettagliata, compresa inoltre di una lista delle attività finanziabili, una copia dello statuto e del bilancio dell’esercizio precedente. Una condizione che, chi scrive, ritiene necessaria al fine di evitare una non accorta gestione dei fondi universitari in un momento difficile per il mondo accademico italiano.

Non desta infatti perplessità  il fatto che nessuna associazione del polo goriziano dell’Università  di Trieste figuri tra le finanziabili, a causa di difetti nella presentazione delle domande, non adeguatamente motivate. Piuttosto, è discutibile il modo in cui il regolamento è stato interpretato per destinare ottomila euro a liste politiche studentesche, nominalmente a “AutonomaMente” (2203 euro) “Lista di Sinistra” (2705) e “Oltre – Student Office” (2754). Il nodo centrale della controversia sta nell’interpretazione che è stata data al regolamento durante le discussioni. Questo, infatti, prevede che la destinazione dei fondi possa essere fatta a “i Beneficiari, cioè Liste, Associazioni e Gruppi, indistintamente”. Il punto è che per le Liste non è necessaria alcuna motivazione, né alcuno dei documenti richiesti per le associazioni. Si stacca loro, sostanzialmente, un assegno in bianco. In poche parole, al regolamento è stata data un’interpretazione per così dire morbida, ed i fondi sono stati ripartiti tra le liste non (come si fa secondo la prassi) in base al numero di voti; bensì usando come metro anche la partecipazione degli eletti ai vari Consigli. E trascurando, tra l’altro, le due liste elette dalle sedi di Gorizia e di Pordenone. E’ un punto di vista, questo, che si presta a molte critiche: è chiaro che in vista delle prossime elezioni le liste si troveranno ad affrontare delle spese. Quello che non risulta altrettanto trasparente, casomai, è il criterio che è stato usato per decidere l’ammontare dei loro finanziamenti: perché tremila euro e non, per esempio, cinquecento? Su cosa si basa questa stima? Da quanto risulta dalla delibera, è un meraviglioso frutto del libero arbitrio. Nessun bilancio preventivo, nessun rendiconto, niente di niente. Si crea così un sistema in cui può capitare che un’associazione venga esclusa, pur in presenza di un piano dettagliato e di motivazioni eccellenti, solo perché l’organizzazione a cui fa capo non invia una copia del proprio statuto. E dall’altra parte, si hanno delle liste politiche che gestiscono fondi pubblici “sulla parola”.

Al momento, la vicenda non si è ancora conclusa. Le associazioni goriziane stanno pensando di presentare un ricorso per chiedere la revisione della procedura di assegnazione dei fondi – questo sarebbe il primo passo per un finanziamento basato su regole paritarie, su di un unico criterio per associazioni e liste. Certo, se poi si cominciasse a parlare delle associazioni che chiedono i finanziamenti per organizzare tornei di paintball (che è un’attività illegale) o, meglio ancora, di quelli che chiedono la disponibilità dell’aula informatica per giocare a PES …

FS. Le manifestazioni studentesche che hanno attraversato il paese alla fine dello scorso anno lasciano pensare allo spettro del ’68…Lei, questo spettro, lo vede?

VB:  L’avvenimento che ha messo in moto le proteste di massa degli anni 60’ era una crescita travolgente della popolazione studentesca che ha sconvolto le strutture universitarie elitarie ed arcaiche del passato. La crescita impetuosa delle popolazioni studentesche riguardava tutti i paesi industrializzati, annunciava infatti l’avvento della società postindustriale, ovvero di una società fondata sulla conoscenza specializzata, sulle innovazioni e sui servizi –  le classi che producevano la conoscenza aspiravano ad un ruolo egemonico nella società e le rivolte studentesche ne erano un segno premonitore.

Bisognava democratizzare l’Università, vi è un legame indissolubile tra la democrazia e l’innovazione –  le gerarchie e l’autoritarismo sono infatti i più grandi ostacoli alla produzione della conoscenza, alla scoperta e alla critica.  Democratizzare l’università senza democratizzare tutta la società è comunque impossibile. “Il dato più importante”  – si dice nel celeberrimo proclama degli studenti in rivolta alla  Columbia University – “è che questa università esiste all’interno della società  …. Il nostro attacco all’università è veramente un attacco alla società ed agli effetti che questa ha su di noi”.

La società americana contro cui questi studenti si rivoltano, era negli anni 60’ comunque molto più democratica di quella italiana, ancora sotto il rigido controllo dei valori arcaici – famiglia, risparmio, paternalismo, chiesa cattolica, la donna ridotta ad essere angelo del focolare.  Il moralismo catto-comunista, le resistenze corporative, la difesa dei diritti costituiti erano ancora troppo forti nell’Italia di quegli anni, la cultura dominante era troppo arcaica per cui le contraddizioni sono esplose in modo drammatico. Cominciò la stagione di grandi rivendicazioni libertarie ma anche di terrorismo e di irresponsabilità politica le cui ombre si proiettano ancora oggi sulla società italiana.  Pasolini chiamò quella stagione storica “Italia durante la scomparsa delle lucciole”, ovvero durante il passaggio dall’economia “italiota” al capitalismo postindustriale globale.

I provvedimenti presi per rispondere allora alla crisi dell’università sono stati rovinosi. Non si trattava di regole universalistiche per rendere l’università più aperta e competitiva ma di offerte di privilegi per pacificare le frange più visibili della protesta. Hanno contribuito al deficit di “cultura delle regole” come la chiama Gherardo Colombo, anziché essere un esempio di quell’ordine “orizzontale” antigerarchico che rende la competizione tra gli uomini utile alla società.

Il vero male dell’università italiana è la distribuzione verticale dei privilegi che prevale totalmente sull’ordine orizzontale di cooperazione e di competizione.

FS:

I partiti odierni e i mass-media possono aver approfittato del movimento studentesco?

Non credo ne siano capaci. La dissoluzione della sinistra storica, non solamente in Italia ma in tutto l’Occidente, è il sintomo più visibile di una mutazione profonda a cui dobbiamo imparare a dare un senso. La vecchia sinistra si è dissolta perché non più capace di porre alcuna domanda veramente attuale, ad esempio  la relazione tra il logos e il bios – pensiamo al caso Eluana, la difesa dei beni pubblici radicali come ad esempio il genoma umano e non umano, la “tecnoibridazione” degli esseri viventi, la conoscenza e la comunicazione. Ora l’università è coinvolta in queste questioni più direttamente di ogni altra istituzione, qui cominciano a formarsi nuovi linguaggi in grado di cogliere il senso della crisi di senso radicale, in cui ci ha fatto sprofondare “la tecnoscienza” governata dal mercato globale deregolato. La sinistra è ancora prigioniera del secolo scorso.

I partiti politici come oggi si presentano non possono sfruttare il movimento studentesco ma possono purtroppo corromperlo offrendo ai gruppi privilegiati del sistema il sostegno nella difesa dei loro privilegi.

FS: La precarietà che il sistema universitario italiano registra in molti punti è sintomo di una società anch’essa precaria. Lei cosa ne pensa in merito?

L’università italiana nella sua configurazione storica non è caratterizzata dalla “precarietà” ma da una rigidità assurda, denunciata del resto già nel secondo dopoguerra da Luigi Einaudi, il primo presidente della repubblica, nelle sue riflessioni sul sistema universitario italiano. Combina il peggio del sistema tedesco e di quello francese, diceva…

Il primo passo per riformare veramente il sistema universitario sarebbe quello di renderci tutti precari ma in un senso specifico: far dipendere la nostra posizione nel sistema, ivi incluso il nostro salario, dalle valutazioni che i docenti, gli studenti e tutti gli altri utilizzatori dell’università fanno della sua efficienza in senso generale. Le valutazioni non sono minacce o atti di ostilità; al contrario, le valutazioni sono la forma più efficace di cooperazione alla gestione razionale di un’istituzione.

Purtroppo gli studenti non mi sembrano capaci di fare delle valutazioni razionali una leva efficace della riforma dell’università. Le valutazioni della didattica che si fanno ogni anno mi sembrano  piuttosto strampalate, spesso basate su giudizi casuali, insomma poco efficienti  per poter diventare un punto di partenza per rendere l’università più efficiente.

FS: Quali sono, a suo avviso, i reali problemi dell’università italiana?

Mi ricordo che l’attore americano Burt Lancaster, il celebre Gattopardo nel film di Visconti, scherzava sul fatto che Andreotti è “ministro ora come vent’anni fa, quando facevo il Gattopardo” – in Italia niente cambia.  La lentezza del mutamento istituzionale (compreso il ricambio generazionale) ha in Italia una ragione profonda. Cambiare le istituzioni di una società presuppone  che la gente abbia fiducia nel fatto, che coloro che propongono i cambiamenti lo facciano non per “proprio interesse” ma per ristabilire i valori veri, offuscati dai privilegi degli “insiders delle istituzioni”.

Questa fiducia che si chiama “capitale sociale pubblico”, è una risorsa essenziale nelle società a crescita rapida come la nostra. In Italia vi è una scarsità fatale del capitale sociale pubblico in conseguenza della quale la gente si sente minacciata dai mutamenti e li sabota in tutti i modi.

Per questo sono pessimista sul futuro in Italia delle istituzioni così radicalmente “da cambiare” come le università. Mi ricordo che nel 1966, l’anno in cui sono arrivato per la prima volta all’Università di Genova, si discuteva appassionatamente della necessità di modernizzare radicalmente il sistema universitario.

Bene, sono alla fine della mia carriera, modesta ma leale all’idea di università, e il sistema “resiste ancora”.

Federica Salvo
federica.salvo@sconfinare.net

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