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I dischi sofferti e difficili da capire sono i migliori. Un’opera d’arte che si rivela immediatamente è noiosa. Non resta. Come ogni cosa, un disco può essere amato sul serio solo se ci si sente a poco poco avvinti ad esso, quasi morbosamente. E diventa come una droga. All’inizio non lo si riesce ad ascoltare, però avvertiamo un certo suo chiamarci irresistibilmente. Continuiamo, con nostra meraviglia, a tendere l’orecchio. Quando riusciamo finalmente a sentire, allora la ricompensa è enorme.

Al mondo ci sono montagne di dischi buoni, palate di dischi ottimi. Pochissimi hanno però il coraggio di essere veramente ambiziosi. E l’ambizione, in arte, è tutto: perché la creazione è l’atto con cui l’uomo si fa divino, ricommette il peccato originale, mescola bene e male a suo piacimento, spesso confondendoli. 17 RE è il migliore disco nella storia del rock italiano, senza discussioni. Perché è il più ambizioso. 17 RE è degno della febbre d’un dio – è un disco folle, tremendo, capace nell’arco di pochissimi accordi d’innalzare un inno religioso dal fango. Cosa che nella storia è riuscita a pochi, forse soltanto a un Dostoevskji. 17 RE è un disperato, accorato atto d’amore per l’uomo, per l’umanità – un amore puro e senza compromessi, dolce quanto crudele.

Ogni brano del disco meriterebbe, qui, di essere raccontato. “Café, Mexcal e Rosita”
è una canzone d’amore volutamente ossessiva, perversa. Solo nella distruzione e nell’umiliazione dell’oggetto del proprio desiderio si ama, si possiede davvero. Ognuno uccide il suo amore: solo i più sensuali usano il coltello. Pelù è una bestia, la sua voce è un pulsare di versi gutturali, istintivi, sta prima della ragione. E’ per questo che i testi, seppur a tratti geniali, significano poco o nulla. Si limitano ad essere evocativi, comunicano per via empatica, non razionale: è un ottimo esempio di questo il mantra sciamanico di “Gira nel mio Cerchio”, la rabbia di “Cane” o di “Ferito”.

Sospeso tra febbre e rinascita, il capolavoro del disco è “Pierrot e la Luna”, un crescendo che sembra spaziare verso l’infinito, per un istante di più completo fondersi con il tutto, per esserci / non mancar più. Ogni cosa è finalmente riconciliata nell’oblio di sé, si riscatta in un’armonia superiore, indifferente ed eterna. La notte si fonde in un crescendo finale di luce, si commuove chi per un attimo riesce a guardarsi innocente e perfetto, di nuovo bambino nonostante tutto sia così rovinato in questo nostro mondo così carnale e volgare, ma qui non siamo più sulla terra, siamo sulla luna e da qui tutto appare sereno ed immacolato. Prestami la tua penna, Pierrot, fammi scrivere la quiete alla luce della tua luna. Come un frammento che cade lontano, raggiungere quell’ultimo annullamento cantato anche in “Resta” e “Re del Silenzio”. “Pierrot e la Luna” è una canzone per l’innocenza, il folle volo di voler conoscere, di tentare, pura gioia, nirvana. Non c’è nulla che non si possa prendere con le mani e fare nostro. Non c’è nulla che sia davvero distante da noi, se sapremo esserne all’altezza. E’ una sensazione che riempie, estatica, molte canzoni del disco: “Come un Dio”, “Febbre”, “Apapaia”, “Univers”, “Ballata”. E’ questa la chiave di lettura più completa di 17 RE, un disco sempre alla prima persona singolare, l’Unico Io: in 17 RE l’Io si afferma in tutta la sua straordinaria, meravigliosa purezza e non c’è spazio per nulla che sia diverso da me, perché in me ed in me soltanto si deve riflettere ogni cosa creata.

I Litfiba, in queste sedici canzoni, sono Classici: sono Latini, sono Greci. Illuminano millenni di cultura mediterranea in un solo disco. Non esistono, tra quelli che mi sia mai capitato di ascoltare, dischi che rifulgano di altrettanta ambizione. Gli stessi Litfiba la tradiranno, diventeranno qualcosa di ridicolo e di patetico rispetto alla bellezza della loro promessa iniziale. Ma in questo preciso momento, un attimo prima della loro decadenza, confusi dalle droghe, ridotti in pezzi, riescono a creare l’immagine di un uomo perfettamente in equilibrio col creato – microcosmo e macrocosmo si uniscono ed il risultato è l’Arte e con essa, in una parola sola, la libertà. L’Io è una cosa sola con ciò che gli sta attorno, lo possiede tanto nel bene che nel male. E’ forte, affilato, leggero. E danza.

Ci sono libri che raccontano una storia, e stop. E ci sono libri che contengono un intero mondo. Ci sono libri che, dal loro privilegiato punto di vista, analizzano e interpretano l’epoca in cui si trovano ad essere scritti. Ora, a guardare bene, si notano due caratteristiche che i migliori tra questi libri hanno in comune. Prima di tutto, essi sono romanzi, in genere. Non saggi, si noti bene, ma romanzi. Credo che ciò sia dovuto al fatto che un buon romanzo, limitandosi a narrare, può rappresentare anche il non detto, l’irrazionale, che è sempre presente in qualche misura in tutti gli eventi umani. Invece, un saggio tende per sua natura a razionalizzare gli eventi. Ecco quindi che un saggio perde quella parte di realtà che non può ridurre a schemi razionali ma che è fondamentale per capire il senso generale di un’epoca. Quindi, risulta incompleto.

Il secondo aspetto è che i romanzi che raccontano un’epoca il più delle volte sono scritti quando essa volge già al tramonto. Credo sia un po’ la stessa cosa che succede con le persone anziane: quando sei vecchio, se ti volti indietro riesci a vedere tutta la tua vita chiara, dritta dietro di te; ne capisci finalmente il senso complessivo, che ti era ignoto mentre percorrevi il tragitto.

Un esempio di questo è senza dubbio “La marcia di Radetzky”, romanzo di Joseph Roth del 1932. L’epoca in questione è la fine dell’Impero Austro-Ungarico, che Roth ha vissuto in prima persona: nato in Galizia, alla frontiera orientale dell’Impero, nel 1894, combattente nella prima guerra mondiale e poi esule prima in Germania e poi in Francia, morto alcolizzato e disilluso nel suo appartamento di Parigi poco prima dell’occupazione nazista, Roth ha sempre portato su di sé le stimmate del crollo di un mondo. E la sua vita, come spesso accade, si rispecchia in qualche modo nella sua opera: La marcia di Radetzky racconta la storia della famiglia Trotta attraverso tre generazioni, da quando Joseph, piccolo sergente di origine contadina, riceve il titolo nobiliare per aver salvato la vita all’Imperatore Francesco Giuseppe durante la battaglia di Solferino. Da questo momento, la vita della famiglia Trotta si lega a doppio filo a quella dell’Imperatore e, di conseguenza, a quella di tutto l’Impero: ogni evento della loro vita sarà simbolo di un cambiamento più grande nella vita del loro Paese. La microstoria è Macrostoria. Roth si concentra in particolare su Franz Trotta, figlio del sergente, commissario distrettuale e fedele servitore dello Stato, e su suo figlio, Carl Joseph, sottotenente suo malgrado nell’esercito austriaco. La differenza e il contrasto tra i due ci mostra il forte cambiamento di valori, il passaggio tra 800 e 900: come Franz Trotta è un fervido credente nell’Impero e nei riti e valori dell’aristocrazia austriaca, il figlio è turbato, disilluso; vorrebbe credere ma non ci riesce. Come il padre vive ancora nel mondo solido dell’800, gonfio di certezze e rituali che si ripetono sempre uguali a sé stessi da secoli, così il figlio è già un cittadino a pieno titolo del ‘900: cupo, insicuro, sente attorno a sé il mondo sbriciolarsi e diventare liquido. Anche il suo fare parte dell’esercito diventa, per Carl Joseph, solo una manifestazione esteriore e vuota, in cui non riesce a trovare alcun senso; cerca sempre nuove vie di fuga, nel gioco, nell’alcool, nell’amore, ma alla fine i suoi spettri rimangono, la mancanza di un senso si accresce sempre di più. E’ quindi un personaggio modernissimo, molto più moderno del tempo in cui si trova a vivere: l’Impero Austroungarico, sembra dirci Roth, non si è estinto a causa della Guerra mondiale. Essa ha solo velocizzato un processo che era già ben avviato e inarrestabile, perché nelle menti della gente più che nei rivolgimenti storici. I vecchi miti dell’aristocrazia asburgica ci appaiono già in decadenza, sono già dei fantasmi che camminano. A loro si sostituiscono nuove idee, come il nazionalismo, il nichilismo, la democrazia; ma in generale si afferma un nuovo uomo, incompatibile con quello vecchio: lo stesso imperatore ammette ripetutamente, nel corso del romanzo, di sapere che l’Impero non gli sopravvivrà . E non solo l’Impero: tutto un mondo, tutta l’Europa, sta lasciando il passo a qualcos’altro che spinge per entrare. La famiglia Trotta, e tutto l’Impero, sono sconfitti dalla storia stessa; se Carl Joseph sente su di sé il peso di questo fatto, ma non lo sa ancora riconoscere, il padre rimane cieco fino all’ultimo, per poi cadere più rovinosamente quando la guerra distruggerà la sua famiglia, il suo Impero e il suo mondo. Nel libro non c’è speranza; il sentimento unico è quello della perdita, della rassegnazione. Roth vede il suo mondo andare in frantumi, lucidamente, e non sa resistere in nessun modo, se non attraverso l’autodistruzione. Come Carl Joseph, Roth è uno sconfitto, un reduce; un uomo fuori posto nel mondo in cui si trova a vivere. Ma la sua situazione personale, com’è proprio di tutti i grandi artisti, non si limita all’Impero Asburgico: diventa simbolo di ogni uomo moderno. Che ha perso l’innocenza e la certezza di un senso, non avendo in cambio altro che sé stesso.

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

Avviso per entrambi: munirsi di autoironia!

 

Udine. Terra al centro del Friuli Venezia Giulia, che collega il Veneto con la Slovenia passando per Gorizia, i Pordenonesi con i Triestini e riesce a non amare, e non essere amata da nessuna di questi ultimi.

Per tutti coloro che non avessero voglia di accettare con asettica ironia ciò che segue e precede, sconsiglio il proseguimento.

Udine è terra a sé stante. Capisco la naturale ed automatica spinta ad inserirla nel panorama friulano, se non altro per ragioni socio-politiche. Ma l’udinese no. Non vuole essere inserito da nessuna parte. Lui se ne sta bene per gli affari suoi, negli affari suoi. E se puoi non farteli, bè, lui ne è contento e sollevato. Preferirà piuttosto vedere la balla di fieno che ha nella stalla rotolare piano piano nel suo cortile o campo. Tanto per capire in che termini uso “friulano”, sia limpido che Udine è la capitale del Friuli e tralasciamo che siamo una regione eterogeneamente composta. Rileggi bene: Udine capitale del Friuli. Non capoluogo, non capoluogo di regione. CAPITALE. Anche perché l’omogeneità, il friulano, non la vuole. Non sa cosa farsene. È importante che tu non sia di colore e che non professi religioni strane.

Infatti, l’udinese ha anche un suo dialetto oltre al Friulano. Eh si amici, è il dialetto udinese: un misto tra friulano e veneto, parlato solo dai veri signori udinesi, i quali lo sfoggiano all’occorrenza (tipicamente in bar o a qualche banchetto) per fare i contadini evoluti, quelli che non parlano il rozzo friulano. Perché non dovete credere che l’udinese sia un contadino! No, il Friuli sarà anche una regione di umili origini, ma l’udinese non deriva da tutto ciò. Lui è nobile, aristocratico, non ha le unghie sporche di terra. Adora mangiare il frico, la polenta, il San Daniele e bersi 12-13 tagli di Cabernet ma se è un vero udinese non vi parlerà friulano! Solo dialetto udinese per lui, ed è cosa rara.

 

L’uomo friulano è peraltro un uomo molto orgoglioso, grandi principi morali e la famiglia è a lui sacra. Guai se gli citi la moglie o la madre, anche se lui è il primo a chiamare la prima “femine” ed a rispondere male alla seconda. Per spiegarmi meglio, il friulano vero (questa volta mi riferisco al friulano contadino che vive in camicia di flanella, non a quello aristocratico che vive in città), quando rincasa, se trova la moglie sul divano e non a preparargli la cena in cucina, penserà che la catena è troppo lunga.

Puoi andare anche a trovarlo, qualora avessi questa malaugurata idea, ma…: 1. Lui deve lavorare; 2. Magari ha altro da fare o a minuti deve uscire; 3. Se è domenica mattina potrebbe essere a messa, anche se passa 23/24 a condire le sue frasi con delle bestemmie, siano esse esclamative o per intercalare; 4. Stai attento a non presentarti ad orari prossimi a quelli di pasto, potrebbe vedersi costretto ad invitarti a restare a cena e il vero friulano non condivide questi momenti; 5. Tua madre, anche lei friulana, ti ha istruito a non disturbare in casa d’altri, dapprima che cominciasse ad allattarti. 6. Ce ne sarebbero altri, ma mi fermo per limiti di spazio.

Soprattutto, semmai dovessi incrociarlo per strada, distogli lo sguardo. Così non sarà costretto a salutarti.

Il friulano che si rispetti lavora sempre e comunque ma l’estate è il suo momento migliore, quando si schiude come i boccioli di un geranio in primavera: sagre, sagre e ancora sagre che dominano estate ed autunno. Il paese scende e si spartisce i compiti, ognuno dietro il bancone o la cassa di turno. I più fortunati, ovviamente, sono quelli al gabbiotto di vino e birra. Gli altri dovranno aspettare la chiusura della serata di sagra per ubriacarsi. E la soddisfazione più grande sarà poter dire, a sagra conclusa, “abbiamo avuto più gente del paese a fianco”.

 

Ma, al cospetto del friulano dell’hinterland che incarna alla perfezione le sembianze comportamentali e sociologiche di un orso, vi è il friulano udinese della Udine Bene, per i meglio detta anche “Udine Bien”. E il francese non lo sanno, ma fa figo dir così!

La Udine Bene non è di un bene qualsiasi, è di un bene speciale. Per la Udine Bene sono fondamentali delle tassative vacanze a Cortina e soprattutto almeno 3 settimane di villeggiatura a Lignano. Dove potrai recarti o nell’hotel a 5 stelle o nella casa di proprietà a due piani con piscina e pavimento riscaldato.

Cosa!? Starai mica pensando che il pavimento riscaldato non sia così necessario nella casa al mare? Queste sono tendenziose illazioni! Il pavimento riscaldato è fondamentale!

Pay attention please: IL mare è Lignano, non vice versa. Lignano è “Udine in mutande”.

Ad ogni serata devi come minimo spendere 30 euro in drink per te ed almeno 25 euro per gli amici. Non di più, perché anche l’udinese della Udine Bene è un gran taccagno. Magari a casa usa le lampade ad olio o le candele perché l’ENEL gli ha interrotto l’erogazione della corrente dopo 6 mesi di mancato pagamento della bolletta, ma in garage ha il Cayenne. Turbo, ovviamente. Cayenne che andrà rigorosamente sfoggiato, almeno una volta a settimana ed obbligatoriamente il sabato sera quando si scatena la movida udinese (quale?!), per il centro storico cittadino.

 

Perché il friulano è un po’ così…all’inizio ti guarda male, ma dopo il secondo bicchiere è una delle più simpatiche, generose e buone persone al mondo.

Friuli Venezia Giulia, ospiti di gente unica.

Massimiliano Andreetta

Alla manifestazione del 13 marzo scorso a Roma, tutto il centrosinistra si è ritrovato per protestare contro l’azione del governo sulle liste elettorale per le regionali.

I giornali e i siti internet titolavano “la piazza contro Napolitano”, la “grande manifestazione del popolo viola”. E’ un mestiere di pazienza, quello di Bersani, che ha voluto, convocato e organizzato la manifestazione, ricucendo strappi nel centrosinistra, riuscendo a riempire la piazza, non certo per attaccare il Presidente della Repubblica. Il suo discorso è stato più da uomo di governo che da agitatore.

Il messaggio di quel discorso, tutto quello che ha fatto e sta facendo da quando è stato eletto segretario del Partito Democratico, è di trasmettere l’immagine di un grande partito nazionale competente e responsabile.

Il tema della responsabilità è stato il filo rosso che ha tenuto assieme la politica della sinistra italiana, del PSI e del PCI, durante i quarant’anni della Prima Repubblica.

L’idea che non si potesse “fare come la Russia” è espressa sia da Togliatti che da Nenni, da Berlinguer e da Craxi. Le ragioni di questa politica avevano le loro radici in una lettura dell’Italia come un paese culturalmente conservatore e fortemente cattolico, legato più ai campanili che al tricolore, un paese troppo lungo e sempre a rischio di spezzarsi. Motivo per cui, per cambiare la società, fare le riforme e migliorare le condizioni delle classi operaie, era necessario entrare nelle istituzioni e confrontarsi con la cultura maggioritaria, quella espressa dalla DC e dal Vaticano. Lo scontro frontale non avrebbe portato a nulla, peggio avrebbe fatto incancrenire i problemi del Paese.

Se oggi l’Italia è un paese socialmente più avanzato di allora, che ha rafforzato il suo Welfare State, ha conosciuto un’importante crescita economica, ha ancora un ruolo sul piano internazionale, lo si deve anche a quella visione politica.

Bersani riprende questa prospettiva, sa che l’anomalia Berlusconi non passerà con Berlusconi, l’Italia rimane quella che è, con le profonde trasformazioni che hanno portato il berlusconismo e gli anni novanta.

 Di Pietro vuole presentarsi come la nemesi di Berlusconi, uomo contro uomo. Lo scontro sul tema della giustizia è indispensabile per dare forma al suo messaggio. Berlusconi rappresenta la vittima o il nemico principale, a seconda di come la si legga, del sistema giudiziario italiano, Di Pietro per la sua storia personale sembra essere la chiave per risolvere il problema. I risultati elettorali però non danno ragione a Di Pietro, o meglio non a lui individualmente(il consenso di IDV è cresciuto negli ultimi anni), ma sono insufficienti per una coalizione alternativa a Berlusconi.

Il centrosinistra quando ha vinto le elezioni, lo ha fatto proponendo politica e presentandosi in coalizione, non parlando di sé stesso o del suo leader. Nel 1996 la scommessa era andare in Europa, nel 2006 restarci, risanando i conti dello Stato. Politica dunque.

Ogni volta che si è cercato di fare il contrario, contrapponendo presunti uomini-simbolo, si è perso. Una delle regole del berlusconismo è quella di imporre referendum impropri, sulla persona, su questo terreno il centrosinistra ha ceduto al gioco, con Rutelli nel 2001 e Veltroni nel 2008, nella parte del deuteragonista, competitori di Berlusconi, sempre sconfitti.

La proposta popolare e riformista di Bersani è imperniata su alcuni punti fondamentali: responsabilità della politica, lavoro, Costituzione, istruzione, pensioni. Tra questi, la giustizia non è esclusa, ma è affrontata come problema di sistema e non come problema di Berlusconi.

Come arrivare al governo e cosa fare una volta arrivatici. Di questo stiamo parlando: ed allora è chiaro il perchè Bersani non può fare come Di Pietro. E chiaro anche perché Di Pietro non può fare diversamente. L’IDV è nata attorno alla sua figura, alla sua storia di magistrato, il partito non può fare a meno di lui-basta vedere come si è svolto l’ultimo congresso-la sua organizzazione, riprende il modello di Berlusconi, speculare per la forma interna, ma con valori radicalmente diversi. Il suo partito ha avuto un exploit di consensi nel 2008, ultimo esempio di referendum improprio, adesso si stabilizza o tende a calare, i suoi successi sembrano troppo legati in un rapporto di dipendenza alla figura di Berlusconi.

La società italiana è cambiata parecchio dal ’93 in poi, la politica ha perso potere a favore dei gruppi economici e finanziari, spesso stranieri, l’astensionismo è aumentato e si sono ridotte le forme di partecipazione attiva dei cittadini, frutto avvelenato dell’abolizione delle preferenze. In questo solco è nato è cresciuto il berlusconismo, basato sopratutto sul rapporto diretto tra l’uomo e il popolo, in un’illusione di democrazia del fare.

Il risultato delle elezioni regionali non è una vittoria, ma un miglioramento c’è: il PD ha iniziato a lavorare per una coalizione di centrosinistra, questa è la principale inversione di tendenza, precondizione indispensabile per una possibile vittoria futura.

La battaglia di Bersani è duplice. Di fronte la destra, ma deve guardarsi ai fianchi, dove si trova dei moderni Torquemada che influenzano l’opinione dell’elettorato di sinistra. Il lavoro di giornali come Repubblica, le trasmissioni di Santoro e Travaglio, hanno appiattito il dibattito e annullato la cultura politica molto più dell’attuale gruppo dirigente del PD. L’errore, forse l’unico, della campagna elettorale, è stato proprio quella piazza di Roma. Certo, non era nell’intento di Bersani, ma si è offerta l’occasione per ricreare il dibattito tra chi è con Berlusconi e chi è contro. Di Pietro ha preso gli applausi e il PDL ha avuto facilità a rispondere con un’altra piazza la settimana successiva.

L’urgenza è dunque uscire dalla palude dell’antiberlusconismo, senza bisogno di pontefici stranieri, con una coalizione forte, parlando dei problemi del quotidiano e con un’idea del futuro.

 

tn_200_300_cose-da-turchi[1]di Marta Ottaviani, Mursia 2008

Marta ha 30 anni: vive in un appartamento a Milano in una delle sue zone più belle e ha tanti amici. Ma anche una vita monotona ed un lavoro precario .

Decide allora di cambiare la propria vita e tenta la sorte candidandosi per una borsa di studio del governo turco. La vince e l’avventura ha inizio: potrà studiare per 8 mesi nella bellissima Istanbul; unica straniera in un college di 3200 studenti .

Scoprirà, così, una Turchia oltre tutti gli stereotipi, che fa riflettere e che incanta con il suo fascino, scaturito dalla fusione dell’antico con il moderno, dell’oriente coll’occidente e della religione con la laicità. Una fusione non sempre armonica, a volte contraddittoria ai nostri occhi , ma che nella mentalità di chi la vive non perde mai il suo senso.

Da quest’esperienza unica, Marta ha tratto il suo libro, fusione anch’esso tra 2 generi diversi – romanzo e reportage giornalistico – per aiutare anche noi ad andare al di là dei comodi stereotipi in cui i più si rifugiano. Con un linguaggio semplice e colloquiale integra descrizioni politico-culturali alle sue esperienze vissute e viceversa: come se, intenti a passeggiare sulle sponde del Bosforo o a bere del çay durante una pausa dal lavoro, ci narrasse della Turchia e dei suoi abitanti, della loro vita quotidiana e del loro modo di pensare. Un libro che, senza affaticare, consente dunque di “farsi un’idea”più chiara a 360 gradi di un paese di cui ultimamente si parla spessissimo ma del quale, in realtà, si è ben poco informati.

Marta Ottaviani è nata a Milano nel 1976. Laureata in Lettere Moderne, viene ammessa all’Istituto per la Formazione al Giornalismo «Carlo de Martino».  Nell’ottobre del 2005 parte per la Turchia, dove, in breve tempo, comincia a lavorare per l’agenzia di stampa Apcom, per i quotidiani «Il Foglio», «Il Giornale», l’«Avvenire», per Radio 24 e per il settimanale «Io Donna». Commentatrice di Radio Tre Mondo ed editorialista del quotidiano libanese «An-Nahar», vive attualmente a Istanbul.

Tommaso Ripani
Tommaso.ripani@sconfinare.net

Come una sorpresa, quella di Tunisi è stata un’esperienza nata all’ultimo istante. Un giro di voci incredibile che ha riempito l’estate di tre sidini che a maggio ancora tentennavano sul da farsi estivo.

Già, perché il problema è che da noi vi è una concorrenza tale che certe opportunità non circolano, se non negli ambienti massonici del Polo Universitario goriziano. Per fortuna, Maestro Natta si è invece adoperato nella ricerca di buoni e giusti discepoli da portarsi dietro. A partire dal veterano Buonerba, che già presagiva un ritorno nella terra dei suoi nonni. Ma anche dall’orientale Codeluppi, che lo studio dell’anarchia ha istruito alla partecipazione. Ma anche alla fuga, già che, nello spavento che il suo studio provocasse movimenti fascisti e ronde emiliane, ha abbandonato il Paese dalla mezza luna. Terra di socialisti quella, non di anarchici. Allora meglio difendere il proprio bastione emiliano e lasciare al Veneto voce in capitolo. E che voce ha portato Fiamengo, con il suo carico di… beh, diciamo che il cambio ci è dispiaciuto per Miss VC. ma ci è piaciuto per Miss GF. con tutto il suo carico di italianità. Statistiche alla mano, Jesolo ha avuto un calo netto del 3% contro un aumento del turismo in Tunisia. Se Maometto non va da Giorgia … (abbiamo scoperto che questo modo di dire non esiste nei Paesi arabi … mah!). Manca un personaggio nella nostra storia ed è Terrona. Già, la fedele jeep che ha accompagnato i tre naufraghi in giro per un mese e per 4.000 km al totale. Che ha attraversato i mari Mediterranei con molte ore di nave e con molti bolli, timbri tunisini e un affondamento nella sabbia. Tutto il resto? Beh, tutto il resto è forse storia troppo lunga da raccontarvi, troppo piena di dettagli da ricordare, troppe impressioni ma soprattutto troppe cose che, se non vissute lì in quel contesto, sono incomprensibili per chi ci legge. E’ oramai un mese e mezzo che ricordiamo quei momenti di ilarità, nella incomprensione di chi ci ascolta.

Non ci resta quindi che farvi un quadro il più oggettivo possibile dell’esperienza ed invitarvi a consultare il sito www.iblv.rnu.tn . L’Istituto Bourguiba organizza corsi di lingua araba durante l’inverno (in sessioni trimestrali) e durante l’estate (con corsi intensivi di un mese, luglio ed agosto). Questi ultimi prevedono lezioni 5 giorni a settimana per cinque ore quotidiane per un totale di 105 ore mensili. All’arrivo all’Istituto si paga il corso, che è intorno ai 250 euro, si fa il test per essere posto in uno dei livelli di lingua araba e si decidono eventuali attività pomeridiane che l’Istituto offre in più a costi ridotti (ad es. musica, teatro, cinema, dizione o laboratorio di lingua). Inoltre, l’Istituto cerca di venire incontro il più possibile alle esigenze degli studenti organizzandone la ricezione o in famiglie tunisine altrimenti in residenze universitarie sempre ben collegate al centro della città. Come potete ben capire, le due soluzioni hanno vantaggi e svantaggi da ponderare in base alle proprie necessità. I costi, anche in questo caso sono molto bassi e la famiglia offre anche colazione e cena (molto piccante!). Alla fine del corso, vi è un esame di produzione e comprensione orale e scritta, con conseguente rilascio di diploma. E premiazioni per i migliori delle rispettive classi (ringraziamo Giorgia e Michela per averci provato, ma Alby e Edo salutano dagli specchietti!). Bisogna sottolineare altre due cose importanti: l’Istituto organizza anche visite guidate ai vari siti di interesse del Paese. Il nostro consiglio però, avendo vissuto l’esperienza, è di organizzarsi indipendentemente e di affidarsi alle agenzie al massimo per il solo giro nel deserto. Se possibile, organizzandosi in anticipo, vi potete portare la macchina (navi da Genova, Roma o Trapani e forse altri porti) che, a livello di costi, eguaglia l’aereo e lo sbattimento del viaggio è compensato da un mese di divertimento. In secondo luogo, comunque bisogna far presente che il costo di un corso estivo o di uno trimestrale invernale è lo stesso!!! Quindi, se avete tempo, voglia e disponibilità …

Infine, last but not least, stiamo portando avanti una richiesta in Consiglio di Facoltà per poter concludere un accordo tra Università e Istituto Bourguiba per stanziare qualche borsa specificatamente per studenti SID. Ma di questo, vi aggiorneremo più avanti (Inshallah!). Per ulteriori informazioni, non esitate a contattarci.

edoardo.buonerba@sconfinare.net

albynatta44@hotmail.it

jotesoro85@hotmail.com

No, non doveva dirle niente… non poteva!

Come avrebbe potuto sopportare di dirle che, dall’oggi al domani, la loro vita era completamente distrutta?

Bianca era sì una donna forte, ma ne aveva passate veramente troppe perché potesse sopportare anche questa.

All’età di 12 anni, si era ritrovata orfana di padre e costretta a vivere da sola con sua madre che, malgrado l’avesse messa al mondo, era la persona che la comprendeva meno di chiunque altro.

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Bilancio di un anno di governo Berlusconi

 

 Quasi un anno fa il quarto governo Berlusconi prendeva il posto del Governo Prodi. Tornato di nuovo al ruolo che più lo soddisfa, Berlusconi non ci ha messo molto a decidere la compagine governativa, stravolgendo parte dei Dicasteri, come pure il ruolo dei suoi alleati. Fin dall’inizio del suo incarico infatti l’attuale Primo Ministro ha pensato bene di mettere fuori gioco uno degli alleati più scomodi il quale, per carisma e capacità di fare politica (a mio parere nettamente maggiore della sua), poteva essere un elemento perturbatore: Fini, come nel governo precedente Bertinotti, è stato infatti designato a Presidente della Camera. Altro alleato ingombrante era Bossi che, forte della schiacciante maggioranza ottenuta al Nord, avrebbe potuto, come alla fine ha fatto e sta facendo anche attraverso il suo braccio destro Maroni, fare pressanti richieste per un giro di vite sul federalismo fiscale e sulla legalità. Purtroppo per Berlusconi però la figura di Bossi come garante della Camera era improbabile quanto impossibile da proporre, e quindi ha preferito ripiegare su un Ministero senza portafoglio quale quello per le Riforme per il Federalismo.

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Il sole stava iniziando placidamente a tingere di rosso la semplice superficie della scrivania.

Sopra vi si trovavano un computer, una lampada, un portapenne ed un paio di foto, bordate da cornici di metallo.

In una, c’era una famigliola sorridente, circondata dal magnifico panorama del Gran Canyon: Papà, Mamma e 2 fratellini; nell’altra, una bellissima ragazza dai capelli scuri, la pelle chiara, ed il volto concentrato ad osservare qualcosa di non visibile nell’inquadratura. Paolo ricordava bene quello che Bianca stava osservando e si ricordava pure la meraviglia che si nascondeva dietro quegli occhiali da sole che le aveva regalato per il suo compleanno: si trovavano a Sidney, in viaggio di nozze. La foto l’aveva scattata lui stesso. Era la sua preferita, tra le migliaia che aveva scattato nei suoi viaggi. Lei era così perfetta in quella espressione, carpita in un istante.

La teneva in ufficio perché lo sosteneva nei momenti di stanchezza. Lo consolava e gli ridava forza pensare alla fortuna di aver sposato una donna così bella, sia esteriormente che interiormente. Sorrise, e riprese a lavorare. Doveva fare in fretta: il fioraio chiudeva alle sei quel giorno, e lui non poteva certo permettersi di tornare a casa senza fiori il giorno del loro primo anniversario di matrimonio! Finì di lavorare quando il sole ormai era già tramontato, ed era rimasta solo la pallida luce del crepuscolo a schiarire il blu cupo del cielo. Sceso in strada, si affrettò per andare dal fioraio: aveva ordinato un grande mazzo di rose rosse.

Prese la macchina e cercò di sbrigarsi ad andare a casa, malgrado il traffico – così, pensò, sarebbe forse riuscito anche a farle trovare la cena pronta e la tavola apparecchiata. Parcheggiò la macchina in garage al solito posto. Ottimo, Bianca non era ancora rientrata. La sorpresa sarebbe riuscita alla perfezione! Aprì la porta di casa, prese un vaso pieno d’acqua e mise in bella vista sul tavolino dell’ingresso il suo prezioso dono per lei. Poi, accese la radio e si mise a preparare la cena.

Guardò fuori dalla finestra e vide che una candida luna piena irradiava di luce argentea tutto il cielo.

Aveva un’eccitazione addosso che sembrava muoversi sotto pelle, come un brivido emozionante. Tutto gli diceva che quella sarebbe stata una notte speciale!

La musica alla radio fu interrotta dalla voce dello speaker che annunciava il radiogiornale delle sette e mezza:

<< Il portavoce della Sintec – Donald Johnson – società per azioni leader del settore chimico, ha dichiarato il fallimento a seguito della recente crisi che sta coinvolgendo il paese dal Settembre scorso. Sono stimati più di 6’000 disoccupati tra operai e manager d’impresa. Passiamo ora ad altre notizie…>>

Paolo si tagliò mentre puliva il pesce: la sua mano aveva tentennato.

All’improvviso, quella magnifica sensazione che correva sotto pelle si congelò, rompendosi in una nube di ghiacciato smarrimento. C’era anche lui in mezzo a quei 6’000 operai e manager d’impresa:

era rovinato!

No, non poteva… non poteva essere… non a lui!

Perché? Perché a lui, che aveva abbandonato amici e famiglia per andare a lavorare in quel paese lontanissimo e che si era sacrificato in tutti i modi più umilianti per diventare qualcuno ed arrivare ad ottenere quella posizione di prestigio all’interno dell’azienda?

L’unica risposta che poté darsi fu una bestemmia soffiata tra i denti.

La rabbia lo assalì d’un tratto. Andò in soggiorno e, con un colpo secco, calciò il comodino, facendo cadere la lampada che c’era appoggiata sopra. Questo però non lo sfogò minimamente. Fiondatosi sul divano, prese uno dei cuscini e lo scagliò senza riflettere. Subito dopo agguantò l’altro e lo stracciò, strappando via con gusto sadico il suo interno – quasi come se fossero interiora umane. Lasciò cadere la sua preda e, sconvolto, si avvicinò alla porta finestra.

Doveva assolutamente prendere una boccata d’aria.

Tutto aveva perso di lucentezza – perfino la luce della Luna aveva perso il suo colore argentato, sostituito da un onnipresente grigio pallido.

Che mondo infame: fino a qualche attimo prima sentiva di poter toccare il cielo con la punta delle dita ed ora, si ritrovava completamente immenso nel fango!

Aprì la porta per andare in terrazzo.

Respiro dopo respiro, la rabbia era lentamente scemata via. Una nuova domanda si affacciò: cosa ne sarebbe stato di lui?

A questa domanda seppe rispondersi: il giorno dopo sarebbero stati tutti chiamati dal capo per ricevere la propria condanna inviata via fax da Seattle.

Lacrime di disperazione si fecero strada nei suoi occhi: non voleva… non voleva ricominciare tutto dall’inizio, no!

Scrivere il curriculum e poi, girare tutta la città più e più volte, senza la benché minima speranza di trovare un posto buono almeno la metà di quello che aveva perso. Si sarebbero dovuti trasferire ma… con che soldi?

Giusto un mese fa avevano deciso di comperare quella casa così bella e costosa, spendendo tutti i loro risparmi e aprendo un mutuo con la certezza che, grazie alla promozione di qualche mese prima, lui sarebbe riuscito facilmente a pagare ed invece… altro che trasferirsi: con i miseri ricavi di Bianca si sarebbero potuti sì e no permettere una squallida stanza in un motel!

Di lì a poco un problema ben più grave attirò la sua attenzione: come avrebbe fatto a dirlo a Bianca?

Tommaso Ripani

Il 26 novembre si è svolta presso la sede dell’Università di Trieste in Via Alviano la conferenza dal titolo “Gli impatti delle elezioni presidenziali sulla politica estera americana: premesse, sviluppi, prospettive”, durante la quale sono intervenuti il giornalista Demetrio Volcic, il professore AntonGiulio De’ Robertis e il responsabile per i Public Affairs del Consolato Generale degli Stati Uniti a Milano John Hillmeyer.

L’incontro è stato organizzato dall’associazione YATA (Youth Atlantic Treaty Association) Gorizia in collaborazione con il Consolato Generale degli Stati Uniti a Milano e il Corso di Laurea in Scienze Int.li e Diplomatiche e ha visto una partecipazione molto attiva degli studenti del polo goriziano, che hanno riempito l’aula magna come pochi eventi sono riusciti a fare.

La scelta di tre personaggi di calibro alquanto elevato, ma esperti di ambiti differenti, ha fatto sì che la tavola rotonda sia riuscita a toccare molte delle sfaccettature delle relazioni esterne degli States, dalla composizione del nuovo esecutivo, alle relazioni tra Stati Uniti e Russia, dalle aspettative sulla risoluzione dell’intervento in Iraq, al possibile ritorno della politica estera americana verso il multilateralismo.

E’ stato infatti su questa falsariga che il Hillmeyer ha svolto il suo intervento: un perfetto esempio di diplomazia, in cui ha esposto le linee principali del nuovo esecutivo, le aspettative degli americani stessi e del resto del mondo. Premettendo che le aspettative che si sono create attorno a questo nuovo presidente sono fin troppo alte, Hillmeyer ha affermato che, almeno nel primo periodo, l’interesse del nuovo esecutivo sarà focalizzato sulla politica interna, in particolare sulle misure da attuare per contrastare la crisi economica che solo nel novembre scorso ha portato al licenziamento di più di mezzo milione di persone. La priorità di Obama è quindi giustamente quella di salvaguardare il proprio Paese, cercando di consolidare gli Stati Uniti, che ora come mai hanno bisogno di un capo che sia in grado di guidarli verso un nuovo inizio.

Il responsabile per i Public Affairs ha comunque rincuorato la platea, assicurando che nel medio periodo Obama si dedicherà con profondo coinvolgimento alla politica estera, assicurando maggior impegno in Afghanistan e e un lento ma costante ritiro delle truppe e delle strutture statunitensi dall’Iraq. Analizzando le possibili candidature dei diversi membri dell’esecutivo, tra cui Hillary Clinton come Segretario di Stato, successivamente confermata dal neo-eletto presidente, Hillmeyer si è mostrato fiducioso verso un maggiore interesse del suo paese verso la questione mediorientale anche se i risultati si vedranno solo nel lungo periodo.

Nota dolente è stata purtroppo quella riguardante l’impegno americano in Africa: pare infatti che nell’agenda di Obama il continente da cui la sua stessa famiglia proviene non trovi grande spazio, e sia subordinato ad altri temi che per il neo presidente sono prioritari.

Dei rapporti tra Stati Uniti e Federazione Russa si è occupato il giornalista emerito Demetrio Volcic, goriziano e storico inviato a Mosca del TG1, il quale con una lezione magistrale è riuscito sia a spiegare le relazioni tra le due grandi potenze, sia a fare un quadro della Russia contemporanea e passata che solo un esperto del suo calibro era in grado di fare. Nel suo intervento Volcic ha innanzitutto toccato il delicato tema della crisi finanziaria, che ha investito anche la Federazione Russa, la quale in pochissimi mesi si è vista costretta a ridimensionare le proprie azioni e le proprie aspettative. Si è quindi parlato di una diplomazia più morbida da parte di Medvedev e Putin, volta a mantenere un profilo basso in seno alle organizzazioni internazionali. Questo avrà forse risvolti importanti sia verso i propri vicini, che molto spesso sono considerati dalla Russia come questioni quasi domestiche, sia verso l’Unione Europea e gli Stati Uniti. E proprio verso questi ultimi l’atteggiamento molto probabilmente cambierà, visto che con l’elezione di Obama sarà sempre più difficile sfruttare il comune denominatore dell’antiamericanismo, carta che molto spesso la Federazione ha usato negli ultimi tempi contro le azioni della amministrazione Bush jr.

Infine il professor De’ Robertis, docente emerito di Storia dei Trattati presso l’Università di Bari, ha analizzato lo spinoso argomento del multilateralismo nelle relazioni tra Stati Uniti e resto del mondo. Egli ha infatti notato un cambiamento epocale nella linea delle relazioni esterne degli Stati Uniti proposta da Obama durante la sua campagna elettorale: dopo 8 anni di amministrazione Bush jr. estremamente neoconservatrice e tendenzialmente unilaterale, si evince dai discorsi elettorali del neo presidente un impegno a considerare maggiormente i propri alleati e il valore dei fora internazionali. Ciò pare si espleterà attraverso il rifiuto dell’uso unilaterale della forza, tranne in caso di attacco sul suolo statunitense; la fine dell’occupazione dell’Iraq, per estendere il proprio impegno a tutta l’area; l’impegno a considerare maggiormente le proposte provenienti dagli altri Paesi riguardo alla riforma, ormai ritenuta unanimemente necessaria, della struttura e del funzionamento delle Nazioni Unite.

Questo incontro, si spera il primo di una lunga serie, ha visto come veri protagonisti gli studenti del Cdl in Scienze Int.li e Diplomatiche, che oltre a partecipare numerosissimi all’evento, si sono distinti per la quantità e soprattutto per la qualità delle domande poste ai relatori, le quali hanno permesso un dibattito molto vivo e certamente di alto valore culturale.

Leonetta Pajer
leonetta.pajer@sconfinare.net

Il passaggio dall’ingresso alla platea, dopo la lunga attesa sotto la tettoia sgocciolante del teatro Verdi, è stato un viaggio ultrarapido dalla piovosa Pordenone al Sudafrica postcoloniale; un viaggio guidato da parole e gesti di una signora ottantaquattrenne, africana di madre inglese e padre lettone, che ha vissuto e raccontato il suo Paese con l’occhio della scrittrice, attenta agli «aneddoti non inclusi nel libro di storia da imparare a memoria».

Nadine Gordimer esce dalle quinte del Dedica Festival e si avvia a piccoli passi verso il leggio, inizia a sfogliare le prime pagine del suo nuovo libro, Beethoven era per un sedicesimo nero, legge in inglese il primo racconto. È la storia di  un professore di Biologia che, dal Sudafrica di oggi, cerca di ripercorrere la storia della sua famiglia a partire dal suo cognome (bianco) ereditato dal bisnonno partito molti anni prima dall’Inghilterra; quel suo avo – ritratto nella sua gioventù virile in una vecchia fotografia – gli aveva trasmesso una goccia di sangue nero, unendosi, lontano dalla moglie e dalla patria, con una serva della miniera. È forse per questo che il prof, da ragazzo, disegnava e affiggeva per le strade manifesti contro i signori del regime dell’apartheid; per questo, oggi, non è guardato con troppa diffidenza dai suoi connazionali con  la pelle scura: «Una volta c’erano neri, che, poveracci, volevano rivendicare il loro essere bianchi. Adesso c’è un bianco che, poveraccio, vuole rivendicare il suo essere nero. Il segreto è sempre lo stesso.»

In platea il pubblico (tanti sono gli africani) è in delirio quando una figura, alzatasi dalla prima fila in penombra, sale sul palco e si riempie di luce: Kofi Annan, ex segretario delle Nazioni Unite, «non ha resistito» a venire a salutare una vecchia amica. «Un bravo cittadino del mondo è chi riesce ad esserlo a partire dal suo villaggio. Nadine ha servito il suo Paese con le parole, che possono influenzare gli amici o i politici. Da segretario ho tenuto presente quanto mi ha insegnato questa signora, ho cercato di farmi tramite di parole di speranza perché arrivassero anche in Paesi dove si può morire per aver scritto una pagina di giornale». Annan racconta dei suoi incontri con la scrittrice, i due si sono spesso incrociati in giro per il mondo cogliendo l’occasione per scambiare qualche considerazione sulla loro Africa.

La stessa Gordimer racconta delle loro preoccupazioni e speranze per Kenia e Zimbabwe; risponde paziente alle domande un po’cattedratiche di una docente universitaria, spiega come nascono i suoi racconti e parla di Sudafrica. Il suo Paese è uscito nel 1991 da quarantatré anni di apartheid; ha rischiato la guerra civile, ma nel 1994 ha festeggiato, con le prime elezioni a suffragio universale, la vittoria del African National Congress di Nelson Mandela. «La gente è scesa per le strade, si brindava, l’euforia era incontenibile: ma è arrivato il giorno dopo, quello dell’impegno per costruire il futuro. Oggi stiamo vivendo quel “giorno dopo”.»

Due imprevisti rendono tuttora difficile la vita al popolo sudafricano: la piaga dell’AIDS e le forti ondate  di immigrazione; tre milioni di persone sono già fuggite verso Sud da Zimbabwe, Somalia, Kenia, provocando sempre più risentimento nella popolazione.

«Siamo liberi solo da mezza generazione, l’Occidente sappia pazientare, ci dia un’occasione: stiamo facendo molti passi avanti e io sono una “realista ottimista”, come mi ha insegnato Mandela.»

La sala tace e sospira quando Kofi e Nadine, due artigiani della parola, si stringono un forte abbraccio.

Conservo il ricordo di una vecchina piena di energie che non smetterà di combattere con la sua penna, la stessa penna che quella sera ha graffiato paziente decine di autografi per i fans di Pordenone.

Francesco Marchesano

Titolo La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo

Autore Audrey Niffenegger

Casa Editrice Oscar Mondadori

“E’ dura rimanere indietro. Aspetto Henry senza sapere dov’è e se sta bene. E’ dura essere quella che rimane”: inizia così la storia di Clare, innamorata di un uomo che scompare in continuazione lasciandola sola ad aspettare il suo ritorno. Fino a qui, la loro sembrerebbe una storia d’amore più o meno simile a molte altre, se non fosse per un particolare: Henry DeTamble non lascia Clare per sua volontà, semplicemente scompare senza poter far nulla per impedirlo e si ritrova a viaggiare nel tempo, catapultato improvvisamente nel suo futuro o nel suo passato. I medici la chiamano “cronoalterazione”, una malattia che Henry non può controllare: in un momento qualsiasi della giornata il tempo può rapirlo, sottrarlo alle sue occupazioni quotidiane, trasportarlo e lasciarlo completamente nudo di fronte ad un divertito se stesso bambino o ad un Henry adulto che lo fissa con aria interrogativa. I viaggi sono frequenti, passato e futuro si inseriscono continuamente nel suo presente frammentandolo, sconvolgendolo, ma c’è una cosa , una cosa soltanto capace di resistere al frenetico e casuale movimento delle lancette: Clare.

“E Clare, sempre Clare. Clare la mattina, assonnata (…) Clare che legge con i capelli sparsi sullo schienale della sedia (….) La voce bassa di Clare nel mio orecchio, spesso. Odio trovarmi dove lei non è, quando lei non c’è. E invece me ne vado sempre, e Clare non mi può seguire.”

Clare è l’amore di Henry, la bambina che a soli sei anni si trova davanti quell’uomo di trentasei, nudo come un verme, in piedi in mezzo al giardino di casa ed, invece di scappare a gambe levate urlando, gli procura degli abiti e qualcosa da mangiare e poi inizia a contare i giorni che la separano dalla sua successiva apparizione. Tutto quello che possiede è un quadernetto e delle date, intervallate da giorni, mesi , a volte persino anni di silenzio: Henry tornerà, prima o poi, forse per darle il primo bacio, quando ormai nel presente di baci ne hanno consumati a migliaia, forse per fare l’amore con lei per la prima volta, quando nel suo presente sono già sposati da tempo. L’intero libro si snoda così come una specie di diario a due voci, un susseguirsi di episodi accaduti in momenti fra loro lontani ma assemblati in modo da acquisire coerenza e fluidità. Le prime pagine possono risultare un po’ difficili, ma, una volta entrati nel meccanismo, si viene assorbiti completamente dalla storia. Una storia strana, un po’ ingarbugliata, ma dolce e mai banale, la storia di un amore che nasce e cresce in circostanze surreali, ma, dietro la componente fantastica, fa trasparire tutti gli elementi di cui è composto l’amore, quello vero. Alla fine del libro ciò che rimane è proprio la straordinaria semplicità di un amore che a prima vista di semplice ed ordinario non ha proprio nulla: “Mi fa paura l’idea di perderti” dice Henry ad un certo punto e Clare divertita “Come potresti perdermi? IO non vado da nessuna parte!” “Mi preoccupa l’idea che tu ti possa stancare della mia inaffidabilità e lasciarmi” “Non ti lascerò mai” risponde Clare “Anche se tu mi lasci sempre”.

Paola Barioli

 

Il liceo femminile “Santa Caterina da Siena” ha organizzato una festa. È la scuola di T ed E, e non mi è difficile procurarmi un ingresso. Mentre mi reco al bar del parco che ospita la festa rifletto divertito su come solo una scuola femminile possa organizzare la propria festa annuale la sera della prima partita della Nazionale. Arrivato sul posto presento il mio invito ai due culturisti di guardia, e l’organizzatrice mi consegna un buono consumazione. Si chiama S, e ha l’aria tesa di un regista esordiente la sera della prima. I suoi occhi scuri sono gentili, e la sua scollatura sta per esplodere. Interessante. Sorrido a lei e alle sue amiche, ma prima di poter intavolare una conversazione vengo investito da T. Ha un bel vestito nuovo senza spalline, e sta aspettando che arrivi il suo ragazzo. Il suo nuovo ragazzo, G. L’ho incontrato un paio di volte, e per quanto non sia esattamente nelle mie corde è certamente meglio di L. T mi presenta due amiche: I è bassa, paffuta e olivastra, mentre M è alta e atletica, con un viso dai tratti decisi. Carina. Il vestito nero le dona molto. Scambiamo qualche parola, poi muovo verso il vivo del party. Vengo deluso: E non si vede, e la festa sembra avere difficoltà a decollare. Tutti i maschi sono in disparte, a guardare la partita su un maxischermo, mentre le ragazze ciarlano a gruppetti. In un angolo un DJ pastrocchia pessima musica. Di colpo mi rendo conto di aver fatto un grottesco errore di valutazione: non ho calcolato che T ha due anni meno di me, e che è stata bocciata due volte. L’età media di questa festa è sedici anni. Di colpo mi sento vecchio. La prima ora passa senza sussulti, mentre sorseggio la mia Pepsi e violo continuamente la regola dei tre secondi*. L’evento più rilevante della successiva mezz’ora è costituito da L che si presenta alla porta in piena crisi di gelosia da ex possessivo. I muscolosi non lo fanno entrare, ma T diventa dolorosamente consapevole dell’enorme ritardo di G. A quel punto il DJ inizia a mettere sul piatto canzoni sopportabili, e lentamente si inizia a ballare. Gestisco male la cosa, ovviamente. Mai stato un buon ballerino, e le sottigliezze del rimorchio su pista da ballo mi sono aliene. Dopo aver ballonzolato senza scopo per una decina di minuti decido che è ora di una sigaretta. Esco dal bar e trovo T in lacrime. Non c’è che dire, ha un vero dono per trovare il ragazzo sbagliato. La consolo al meglio delle mie possibilità, le offro un tiro, e in quel momento parte “Hot Stuff”. Mercuriale come sempre, T si illumina in volto e schizza sulla pista. La inseguo, per accertarmi che non faccia sciocchezze e per riprendermi la sigaretta. La pista è più popolata, ora, e T inizia a flirtare con quattro ragazzi insieme. Ballo con lei, la maggior parte del tempo. So che il suo è solo un gioco, per prendersi una piccola rivincita sul suo ragazzo ritardatario, ma non voglio correre rischi. Da come balla, pochi capirebbero che sta giocando. Cerco anche di ballare con qualche ragazza, ma non sembro riuscire a stabilire un contatto. Dopo qualche minuto mi rendo conto che sto venendo evitato: le ragazze fuggono da me. Ho vent’anni, i peli sul petto, gli occhi affamati. Logico che le spavento. Due bimbette alte si e no un metro e quarantacinque mi si avvicinano, una delle due trascina l’altra. La vittima mi chiede quanti anni ho. Rispondo la verità, e le vedo fuggire un istante dopo. Mi fanno tenerezza, e mi sento ancora più vecchio. Aspetto la fine della canzone e poi siedo a riposare le mie vecchie ossa. Sono accanto ad M e I, e le ascolto parlare. M parla delle poesie macabre che scriveva alle medie e della voglia che ha di picchiare qualcuno. Sembra che abbia un delizioso lato oscuro, non troppo profondo, ma coltivato con cura sufficiente da rendere interessante una ragazza che fa venticinque ore a settimana di danza. Vorrei conoscerla meglio, ma non stasera, non dopo essere stato rifuggito da ogni ragazza presente. Ci sono cose più importanti del mio non battere chiodo: T è in crisi nera. È uscita di nuovo nel cortile, e sta piangendo. Io ed M la abbracciamo e le diciamo di non preoccuparsi. Mezz’ora dopo la partita è finita e G. si degna di arrivare. Osservo sconsolato il teatrino dell’incomunicabilità che ne segue e mi accendo un’altra sigaretta. T si fa venire a prendere da sua madre, io approfitto del passaggio e poco prima di arrivare a casa scopro che M, che contavo di rivedere, è una quindicenne. Serata persa, senza speranza.

*una volta stabilito contatto visivo con una ragazza, bisogna andare a parlarci entro tre secondi, per non perdere il coraggio e non passare per un maniaco.

Luca Nicolai

Lisbona, il piccolo gioiello del Portogallo, giace su sette colli, come la città eterna. Ed è proprio in fronte al fiume Tejo, tra il quartiere dell’Alfama e il Bairro Alto che il quartiere della Baixa, tesse la suo tela regolare di “Ruas”. In questi pochi passi, si cela il cuore pulsante di Lisbona, città marina e fluviale, moderna e antica, ricca e povera allo stesso tempo.

Dalla sommità del suo colle, Il castello di São Jorge veglia sull’inestricabile groviglio di vicoli che percorrono l’Alfama. Ancora oggi la scalata al castello è una fatica Erculea che può tuttavia essere ricompensata dall’improvviso aprirsi di un miradouo (belvedere) che sveli dall’altro i segreti di questo antico labirinto. Le strette viuzze si arrampicano tortuose, celando gelosamente le tanto famose ceramiche dipinte nei toni dell’azzurro, meglio conosciute come Azulejos. Ad ogni passo una escada (scalinata) irregolare, un beco (vicolo), una travessa (traversa) offrono il ritratto della Lisbona eterna, cresciuta apparentemente senza piano urbanistico, e in cui il tempo sembra essersi fermato. Solo camminando in Alfama si può comprendere la passione che lega Saramago alla sua città e che riempie le sue descrizioni ispirate.

Scendendo ai piedi del colle si accede al pianoro della Baixa. Quando il terremoto e il conseguente incendio del 1755 devastarono la città, il Marquês de Pombal si prese cura della ricostruzione di Lisbona e la Baixa cambiò radicalmente il suo aspetto. Quella che oggi è la zona commerciale e turistica per eccellenza fu pensata come un reticolo perfettamente geometrico di strade che si sviluppa attorno ad un asse centrale: la Rua Augusta. Per evitare che un incendio di tale proporzioni si potesse ripetere, le vie furono costruite di dimensioni piuttosto ampie per distanziare maggiormente gli edifici. E nonostante lo scandalo provocato, le parole del Marquês de Pombal si sarebbero rivelate profetiche: “un giorno queste strade saranno ritenute strette”. Ed effettivamente pur essendo mastodonti in confronto ai vicoli della città vecchia, queste ruas non sono che delle formiche se paragonate agli Champs-Élysées, o a Oxford Street. Ma il vero gioiello della Baixa è senza dubbio la Praça do Comercio che si apre improvvisamente fronteggiano il Tejo, e che per le festività ospita l’albero di Natale più altro d’Europa.

Spalle all’Alfama si sale un nuovo colle e, attraverso Chiado, si raggiunge il Bairro Alto. Questo è il quartiere che non dorme mai e in cui la vita notturna è pullulante. Nei suoi vicoli si riversa ogni sera una fiumana vociante che i piccolissimi locali non sono in grado di contenere. Alora la folla si riunisce in capannelli in strada rendendo quasi impossibile il passaggio. Questo è il luogo ideale per ascoltare le note appassionate del Fado o per godere tranquillamente dello spettacolo di luci che si specchiano nel Tejo e capire da dove nasce quel sentimento di nostalgia e amore tipicamente portoghese conosciuto come saudade.

Gallio Francesco

Francesco.gallio@sconfinare.net

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