You are currently browsing the tag archive for the ‘sviluppo’ tag.

Laureatosi nel 1996 in Scienze Politiche presso l’Università di Trieste, il professor Marco Cucchini dal 2002 è passato dall’altra parte della cattedra. Docente di Diritto pubblico comparato all’Università di Trieste e l’Università di Udine, offre le sue competenze come consulente elettorale ed esperto di politica; un’esperienza basata su un continuo studio della materia E sulla genuina passione che nutre per quest’ultima.

Offriamo ai lettori di Sconfinare un’intervista che nasce dalla volontà dell’autore di approfondire alcune tematiche su cui recentemente si sono accesi i riflettori della cronaca politica internazionale. I risultati delle elezioni in Svezia, che hanno visto l’ingresso nel parlamento di deputati appartenenti alla destra xenofoba, LA politica di Sarkozy nei confronti dei rom (che segue, temporalmente, quella attuata dal governo Berlusconi), L’emergere in sostanza di figure come quella dell’ormai defunto Jörg Haider in Austria, infine al discorso tenuto da Angela Merkel il 16/10/2010 sul fallimento dell’integrazione degli stranieri in Germania. Il problema di fondo è in sostanza quello del populismo e dell’appeal che hanno queste politiche.

Prof. Cucchini, cosa pensa del fatto che molti analisti in Francia paragonano Sarkozy a Berlusconi per l’uso dei mass media che sta facendo, per le campagne demagogiche e perfino populiste che conduce?

E’ indubbio che Francois Sarkozy abbia un approccio diverso da quello dei suoi predecessori, ma questo non deve stupire. E’ il primo presidente della V Repubblica a non aver iniziato a fare politica nella IV e a non avere seguito il tradizionale cursus honorum. Ma il paragone con Berlusconi non tiene perché il contesto politico francese non è paragonabile a quello italiano. Il sistema di check & balances non è totalmente saltato come da noi e non esiste una confusione tra pubblico e privato pari alla nostra. Sarkozy, poi, è un politico moderno ma democratico come formazione e cultura, non una persona avulsa totalmente dalle regole proprie del gioco democratico e del potere limitato, quale è Berlusconi.

Altri analisti francesi osservano che prima Royale e ora Aubry stia cercando di contrastare Sarkozy (e Le Pen) proprio appiattendosi sul terreno della demagogia e del populismo. A mio modo di vedere il segnale è preoccupante, alla buona politica si sta piano piano sostituendo la buona comunicazione. Il problema è che se il migliore comunicatore (che vince le elezioni) poi non fa buona politica, è il paese a pagarne le conseguenze. Tuttavia i segnali di un’avanzata del populismo e della demagogia non arrivano solo dalla Francia. Persino nella evolutissima Svezia la destra xenofoba registra un assai consistente aumento dei consensi. Ma lo stesso si può dire per quel che rimane del Belgio, così come per l’Olanda, l’Austria e la Svizzera, mentre in Italia il fenomeno è ormai cronico dall’inizio della seconda repubblica. A cosa attribuisce questa tendenza? Alla congiuntura economica o lo ritiene un fenomeno strutturale, legato alla comunicazione di massa? E quindi quali ritiene che siano le prospettive di sviluppo di questo fenomeno?

Non siamo più al tempo del dispotismo illuminato, quando un Federico di Prussia decideva e immediatamente partivano gli emissari a cavallo incaricati di comunicare ad ogni provincia la volontà del Principe. In democrazia, la legittimità delle scelte si collega con il consenso e le elezioni non le vince “chi ha ragione”, ma chi sa aggregare consenso attorno alle proprie proposte. Però, in società complesse come le nostre, bisogna specificare che la costruzione del consenso passa più attraverso le emozioni che le cognizioni e questo premia messaggi semplici, piani e di forte impatto emotivo, salvo poi che i problemi sono tutt’altro che semplici e piani. Le doti che portano a vincere le elezioni sono divergenti da quelle che servono per governare comunità politiche complesse. E quindi sì, direi che siamo di fronte a un problema strutturale: la politica ha abdicato alla funzione di “didattica democratica” ricoperto per molti anni e questo è avvenuto in concomitanza con il sorgere di fenomeni epocali che avrebbero avuto ancor più bisogno di una classe politica capace di tracciare e diffondere una chiave interpretativa evoluta della realtà in movimento.

Questo è un evidente limite della democrazia a suffragio universale. La provoco ricordandole che anche Hitler fu eletto grazie alla sua capacità di creare consenso intorno a un programma populista e soprattutto alla sua figura. Non pensa ci sia una soluzione a questo problema strutturale?

Premesso che Hitler non fu un leader “populista”, ma ben altro e ben di peggio, quello che lei ricorda è assolutamente vero. La democrazia non è solo “governo retto da consenso” (anche Mussolini nel 1937 o Stalin nel 1945 avevano “consenso”) ma anche diritto al dissenso. Diciamo che la democrazia è uno strumento pensato non solo per i 99 che applaudono ma anche, forse soprattutto, per tutelare le ragioni e la possibilità di espressione e azione di quel singolo che se ne sta in un angolo, imbronciato e con le braccia conserte mentre ovunque attorno a lui esplode l’entusiasmo per il leader. Potrei approfondire però, faccio il “professore” e rinvio a due letture che spesso suggerisco anche durante le lezioni. Innanzitutto a “Prefazione alla Teoria Democratica” di Robert Dahl, con la arguta tripartizione dell’ideale democratico in “madisoniano” (enfasi sulla separazione dei poteri e sui meccanismi di check & balances, ma scarsa o nulla attenzione alle dinamiche economiche e sociali che animano la comunità); “populista” (il principio maggioritario portato alle estreme conseguenze: conta solo il voto e se hai un voto in più diventi il padrone e fai quello che vuoi, salta ogni banco e rimane in campo solo la volontà del Capo in rapporto diretto con il “suo” popolo) e “poliarchico”, che è quella che fonde assieme separazione dei poteri, uguaglianza politica, vivacità dei corpi intermedi, partecipazione e articolazione plurale della società. La seconda lettura è “Il Crucifige e la Democrazia”, di Gustavo Zagrebelski, che rilegge il processo a Gesù e i meccanismi “democratici” che lo condussero alla croce, mettendo in luce i pericoli del populismo, della demagogia, della bassa autonomia delle istituzioni pubbliche (quelle romane in primis), smontando in fondo il principio che “il popolo ha sempre ragione”. Talvolta invece il popolo quando vota, vota male, come la “vittoria al ballottaggio” di Barabba su Cristo ha dimostrato… Ed è per questo che le istituzioni democratiche devono dimostrarsi aperte ma forti, più forti della mutevole volontà del popolo che è titolare della sovranità ma – come dice la parte finale del II comma dell’art. I della nostra Costituzione – la esercita “nelle forme e nei limiti” previsti dalla Costituzione. Insomma, neppure la volontà popolare potrebbe stravolgere alcuni principi cardine del nostro patto sociale, etico e istituzionale, con buona pace dei sostenitori di un “maggioritario delle caverne” che circolano un po’ ovunque tra i politici, le redazioni dei giornali e qualche aula universitaria.

Hegel insegna che lo sviluppo storico non è lineare, ma che segue un andamento dialettico e cioè che la storia delle libertà ha periodi espansivi seguiti da periodi restrittivi. Ciò detto, ritiene plausibile la degenerazione di alcune cosiddette “grandi democrazie” in democrazie plebiscitarie? La riforma costituzionale svizzera del 2000 per certi aspetti sembra muoversi in questa direzione. Mi riferisco soprattutto all’istituzione del referendum per un numero estesissimo di materie. Ma, rimanendo nei nostri confini, non le sembra che la volontà di trasformare la forma di governo da parlamentare a semi-presidenziale lasci intuire un’evoluzione (involuzione?) populistica della nostra democrazia? Secondo lei, l’Italia è assimilabile da questo punto di vista agli altri paesi europei o rappresenta un fenomeno a sé stante, legato alla singolarissima situazione dei media italiani?

Questa domanda ne nasconde almeno 3 o 4, comunque ci proviamo. E’ vero che esiste ormai una letteratura importante sull’involuzione democratica o sulla “illiberalizzazione” delle democrazie, anche perché il paradosso è che la democrazia è legata a istituzioni, processi e procedure di rango nazionale o locale, mentre molto di quanto ci accade è il prodotto di fenomeni transnazionali o sovranazionali e quindi non è solo la democrazia, ma anche lo stato nazione a essere sotto i riflettori… Ciò detto, non penso affatto che il passaggio al sistema semipresidenziale sia una involuzione democratica, purché avvenga in un quadro di condivisione dei valori di fondo, considerato che il problema non è istituzionale, ma sta nella ricostruzione di un senso di appartenenza comune, di un quadro di regole e valori condivisi che non c’è più e continuerà a non esserci fintanto che un giorno si spara contro l’eredità Romana, il giorno dopo contro il Risorgimento, il terzo contro la Resistenza e ogni giorno contro la Costituzione. Non mi pare che la semipresidenziale Francia si caratterizzi per la demolizione sistematica della storia e delle fondamenta nazionali… In quel felice Paese il 14 luglio lo celebrano anche i monarchici, che si limitano a riferirsi al 1790 e non al 1789 e nella storia, le date contano… Quindi un ipotesi di riforma in senso semipresidenziale delle nostre istituzioni (peraltro già prevista dalla commissione bicamerale sulle riforme istituzionali presieduta da Massimo D’Alema nel 1997-98) potrebbe tranquillamente essere presa in considerazione, a condizione che ad essa si accompagni un rafforzamento dei sistemi di check & balances e una effettiva separazione tra interessi pubblici e privati, che oggi non è affatto garantita. Aggiungo però che in Italia di tutto abbiamo bisogno, meno che di un ulteriore rafforzamento del potere esecutivo e che comunque l’attuale maggioranza di governo non sembra nelle condizioni di poter intraprendere impegnative modifiche costituzionali. Il che è un bene, vista la totale e cronica assenza di cultura costituzionale e liberale che connota il centrodestra italiano.

Edoardo Da Ros

Tarda serata del 28 dicembre, siamo all’ingresso del cinema e osserviamo lo schermo su cui vengono proposte le varie programmazioni della serata: la scelta è rapida e avviene, come d’abitudine, per via negativa. Escludiamo a priori tutto quel cinema pseudo-gogliardico e troppo commerciale che ha il piacere ogni anno di invadere le sale cinematografiche della nostra Italia, soprattutto durante le feste, soprattutto se sono quelle natalizie. Tra le poche possibilità rimaste la nostra scelta cade subito sull’ultimo film di Salvatores: Come Dio comanda.

Non voglio annoiarvi, lettori, sia che siate una giovane o un giovane studente universitario immerso nella preparazione degli esami, sia un simpatico e raro affezionato di Sconfinare autoctono e residente nella città di Gorizia, con la trattazione della trama. Per questo mi affido al vostro livello di cinefilia e di frequenza delle sale di proiezione.

Vi vorrei piuttosto rendere partecipe di alcune, perdonate la mia presunzione, considerazioni emerse dopo la visione del suddetto.

Due sono gli aspetti che più mi hanno colpito: la descrizione del paesaggio e della società, pur nei limiti della rappresentazione, del nostro caro e vicino Nord-Est, e le peculiarità che contraddistinguono ciascuno dei personaggi.

Una compagine regionale, la nostra, in cui forte appare la sviluppo, l’impegno e l’operosità dei suoi abitanti, che però non sono stati altrettanto capaci di accompagnare questo sviluppo meramente economico ad una viva e decisa crescita sociale e direi anche ad una maturità mentale e relazionale dei suoi fautori. Con la devastante conseguenza che molti settori e sempre più ampie fette della nostra società non sono riuscite e tutt’ora non riescono a prendere parte a questo lauto e ricco banchetto. Così si viene a creare una nuova borghesia che, nonostante si senta forte sul piano delle conquiste e dell’operosità, ha dimenticato di saper vivere e affrontare le più vicine tematiche di povertà affettiva e culturale che la investono.

Emblematiche sono scene come quelle del funerale della giovane Fabiana o dell’incontro tra Rino e il suo vecchio datore di lavoro, troppo preoccupato al mero guadagno, tanto da dimenticare di avere alle dipendenza degli esseri umani e non delle macchine. A questo mondo, malato al suo interno, ma limpido, se osservato dal di fuori, si contrappone l’esistenza di Rino, del figlio Cristiano e del ritardato Quattro Formaggi, splendidamente interpretato da Elio Germano, che pur apparendo in tutta la loro difficoltà e desolazione di esclusi dal resto della società, sanno far valere e contemplare gli ideali di amicizia, di sacrificio e di vero amore che li unisce, soprattutto tra padre e figlio. Tanto da poter ottenere, agli occhi dello spettatore, quel riscatto e quella riabilitazione che cancella o se non altro smorza i loro crimini, che restano sempre atti da condannare, ma che dimostrano un attaccamento alla vita e un’autentica vitalità che non si dà mai per vinta, che sa affrontare le fatiche di ogni giorno, e che il resto della società ha ormai irrimediabilmente perso e abbandonato.
Francesco Plazzotta

3 referendum popolari, tre bocciature: Dal “Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa”, bocciato nel 2005 da Francia e Olanda, al trattato di Lisbona firmato lo scorso dicembre e respinto nuovamente dagli irlandesi. La crisi attraversata dal vecchio continente non accenna dunque a concludersi, e con il terzo colpo d’arresto è ormai chiaro il clamoroso  preoccupante cortocircuito fra le istituzioni europee e il proprio popolo.

Credo fermamente che non vi sia nulla da festeggiare di fronte a questa crisi senza precedenti. E’ da troppo tempo che i paesi membri come il mondo intero hanno bisogno di un’Europa forte, autorevole, indipendente: lo scenario di crisi internazionale che si sta disegnando in questi mesi, come i venti di guerra degli otto anni di amministrazione Bush, hanno visto un’Europa totalmente incapace di appoggiare, opporsi, o semplicemente incidere nel panorama mondiale e guadagnarsi il ruolo di guida nello sviluppo della pace, di politiche sociali e ambientali.

Ma la colpa di tale arresto non può certo ricadere sugli irlandesi, il cui rifiuto non è stato minimamente indagato dai media nostrani; o su francesi e olandesi, sul cui rifiuto forse bisognava riflettere un pochino di più. Certo, il fatto che l’1 % rappresentato dal popolo irlandese tenga in scacco i 26 parlamenti nazionali che hanno ratificato – o si apprestano a farlo – il trattato (serve l’unanimità dei paesi membri per l’applicazione) pone un serio problema di democrazia all’interno dell’Unione. Ma che questa, alla prova democratica dei referendum popolari (saggiamente evitati ove possibile), sia stata clamorosamente respinta in tempi e luoghi diversi, rappresenta un problema non da poco. Considerando che il rifiuto è stato espresso in maggioranza da giovani, donne, e lavoratori; forse si dovrebbe riflettere su che Europa vogliamo costruire con questo trattato. E che questi sia, in sostanza, una copia di quello che era stato presentato come un grande progetto di Costituzione europea, salvo poi tramutarlo in un tronfio e incomprensibile accordo che, proprio per la sua oscurità, era meglio far approvare in silenzio dai potenti e dai parlamenti… be, questi sono altrettanto gravi problemi di democrazia. Il trattato di Lisbona influenzerà pesantemente le nostre vite, incidendo sugli organi – parlamento europeo e commissione – che oramai producono la gran parte del corpo legislativo che il parlamento nazionale si limita a percepire. Ebbene, in Italia è stato votato all’unanimità in un caldo giorno d’estate, senza che la stragrande maggioranza dei cittadini non solo l’abbia letto, ma sappia almeno di cosa si tratta. Informare, capire, correggere, elaborare un testo convincente e perlomeno leggibile; affidare la sua approvazione ad un referendum comune a tutti i cittadini Europei, magari da svolgersi con le stesse modalità e tempi in tutto il continente… Niente di tutto questo è stato vagliato per uscire dall’impasse dei primi “no”. La scelta è ricaduta sulla via più facile, caratterizzata da un sostanziale deficit di democrazia. Che, tra l’altro, continua ad essere la strada prescelta: Ora aboliamo la regola dell’unanimità, secondo cui ogni riforma deve essere accettata da tutti e 27 i membri, affidiamoci – snaturandolo – al principio di “Europa a due velocità”, e approviamo in fretta e furia questo pasticcio incomprensibile che – parole del commissario UE McCreevy – “difficilmente una persona sana o a posto mentalmente lo leggerebbe dall’inizio alla fine”. Gli Irlandesi, si arrangino: facciamoli rivotare una seconda e una terza volta, magari, finché si decideranno a votare sì. Fortuna che siamo in Europa, l’avamposto democratico dell’intero pianeta.

Non credo che Irlandesi, Francesi o Olandesi siano anti – europeisti. Abbiamo un disperato bisogno di un’Europa forte. Di un’Europa, però, che si schieri dalla parte dei cittadini, invece che con le banche e le burocrazie. Di un’Europa che ascriva nel suo DNA il fondamentale requisito di essere “sociale”, che difenda e promuova il welfare state invece di liberalizzare i servizi. Un’Europa che sappia schierarsi all’unanimità e senza tentennamenti contro la guerra, che riannodi i fili perduti per la ricerca di un dialogo volto a risolvere i conflitti che insanguinano il pianeta. Che rifiuti categoricamente l’idea di una sottomissione alla NATO, che non permetta ai governi di Praga e Varsavia l’installazione di missili e radar statunitensi senza alcuna discussione concertata con i partner europei – e del resto scelta osteggiata dalla maggioranza dei governati -. Abbiamo bisogno di un’Europa che lotti contro la pena di morte, invece di riabilitarla tramite protocolli e articoli del trattato (art 2 paragrafo 2 della CEDU). Di un’Europa che parli di integrazione e accoglienza e non costruisca fortezze, o si appresti a votare la “direttiva della vergogna”, prevedendo la detenzione degli stranieri irregolari fino a 18 mesi prima dell’espulsione. Un’Europa che difenda e promuova le conquiste dei lavoratori del secolo scorso, invece di cancellare con un colpo di spugna la settimana lavorativa di 48 ore e la contrattazione collettiva.

Abbiamo bisogno di un’Europa che ritrovi se stessa, la sua identità, rappresentata da qualcosa di più di una moneta comune. Che riparta, utilizzando la democrazia non solo a parole. Che si dia nuove regole per essere più aperta, democratica e trasparente, rivedendo i meccanismi di elezione e di decisione dei suoi organi, in primis il Parlamento. La vitale necessità di una Costituzione, però, deve passare per una ridefinizione dell’idea di Europa che vogliamo costruire, e una vera e propria rifondazione democratica dell’Unione.

Matteo Lucatello
Matteo.lucatello@sconfinare.net
http://www.lucatello.it

Capita a volte di vergognarsi moltissimo, per una gaffe, per un errore, per l’atteggiamento di un’altra persona. Io mi sono vergognata moltissimo la prima volta che ho letto il testo della legge 19 febbraio 2004 n.40 “in materia di procreazione medicalmente assistita”.
Il 12 e 13 giugno 2005, Radicali, Ds, Sdi, Rifondazione comunista e Associazione Coscioni sono riusciti ad indire un referendum, appoggiato da esponenti della stessa maggioranza come l’on. Fini, che verteva sull’abrogazione di quattro punti cardine della suddetta legge:
     – lo stop della ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali
Secondo le direttive della 40/04 è vietata la produzione di embrioni per scopi scientifici, è vietato l’utilizzo degli oltre 25.000 embrioni congelati e destinati per decorso naturale a deperire in 5 anni dal congelamento (si tratta di embrioni soprannumerari, ovvero prodotti e conservati prima del 2004 per un eventuale secondo impianto). E’ vietata, inoltre, la clonazione terapeutica, ovvero la possibilità di creare cellule geneticamente identiche a quelle di un individuo con il solo scopo di curarne eventuali patologie (come diabete, infarto, fibrosi cistica, autismo, sclerosi multipla, morbo di Parkinson, alcune forme di cancro, osteoporosi, lesioni del midollo spinale, ictus, sclerosi laterale amiotrofica, Alzheimer). Le stime parlano di 10 milioni di persone curabili con le staminali. L’ipocrisia sta nel fatto che la ricerca condotta su embrioni importati da paesi esteri è perfettamente legale.
     – norme sui limiti all’accesso alla procreazione medicalmente assistita
Per sottoporsi alle tecniche di fecondazione assistita i medici devono aver scoperto con certezza le cause della sterilità (in caso contrario si rimane sterili e senza aiuto medico) e le coppie devono aver seguito qualsiasi altro possibile metodo di guarigione. Le coppie non sterili ma portatrici di handicap genetici non possono accedere alla PMA. Inoltre possono essere fecondati solo 3 ovociti e tutti e 3 devono essere impiantati. Nel caso di fallimento la donna deve sottoporsi a una nuova stimolazione (per produrre altri ovociti che avrebbero potuto esserle estratti durante il primo ciclo) e ad un nuovo impianto triplice. Le cellule, una volta fecondate, devono essere impiantate anche se portatrici di malattie genetiche. Alla donna viene lasciata la possibilità di abortire (una, due o tre volte nello stesso ciclo di impianto) nel caso non voglia portare a termine la gravidanza di un feto malformato.
      – le norme su finalità, diritti, soggetti coinvolti
Secondo le direttive legislative l’embrione, già all’inizio del suo sviluppo (zigote, ovvero cellula singola), gode degli stessi diritti della persona. Il diritto alla salute della madre, dunque, viene subordinato al diritto all’integrità fisica dell’embrione. Questo provvedimento è tutt’ora in contrasto con il diritto all’aborto, con il ricorso alla pillola del giorno dopo e con il codice civile italiano che riconosce la titolarità di diritti e doveri solo al momento della nascita.
       – il divieto di fecondazione eterologa
E’ vietato ricorrere a gameti provenienti da individui esterni alla coppia. La legge, pertanto, impedisce di avere un figlio alle coppie in cui uno dei due o entrambi i membri siano sterili. Gli esclusi potrebbero essere persone nate sterili ma anche persone che lo sono diventate a seguito di interventi chirurgici o trattamenti antitumorali, così come i portatori di gravi malattie trasmissibili.
Il referendum è risultato nullo perché il quorum (50% più 1) non è stato raggiunto. I votanti sono stati il 25,9% degli aventi diritto; di questi una percentuale tra il 77 e l’88% ha votato per l’abrogazione di tutti e quattro i punti. Perché la richiesta di un referendum abrogativo possa essere reiterata è necessario il decorso di un periodo pari a cinque anni. Ne mancano ancora due.

Valeria Carlot

Valeria.carlo@sconfinare.net

Un dialogo col Presidente del Consorzio per lo Sviluppo del Polo Universitario

Con l’uscita del nuovo numero di Sconfinare ci è parso giusto cercare di fare un po’ di luce sulla situazione universitaria a Gorizia. Per fare questo abbiamo scelto di intraprendere una strada, per certi versi rischiosa, quella cioè di andare a porre delle domande a quelle istituzione che in prima persona scelgono e sviluppano le politiche locali e regionali per migliorare la situazione universitaria di noi studenti.

La prima tappa di questo viaggio ci ha posto a confronto con l’Ing. Fornasir Presidente del Consorzio per lo sviluppo del Polo Universitario di Gorizia. Per chi ancora non lo sapesse tale istituzione, di concerto con le altre realtà regionali, si occupa di sviluppare e predisporre tutte quelle scelte che servono al mantenimento e alla crescita della realtà universitaria nel capoluogo isontino.

Si evince dunque, come una Regione a statuto speciale quale è il Friuli Venezia Giulia mantenga delle forti connotazioni di autonomia anche nel campo dell’istruzione, ma anche purtroppo anche in questa realtà la “riforma” universitaria proposta dall’attuale governo sembrerebbe avere delle ripercussioni. Infatti se la voluta razionalizzazione non verrà sviluppata in termini di qualità, ma al contrario verrà effettuata solo in chiave di risparmio sarà possibile che per la realtà universitaria goriziana arrivino tempi duri e si sviluppino problematiche reali. Altresì se si scegliesse la via dello sviluppo delle “specialità” sia a livello locale sia a livello accademico Gorizia troverebbe un ruolo forte non solo in ambito regionale ma anche in ambito internazionale.

A questo proposito il Presidente ci ha ricordato come si stanno sviluppando con particolare forza due nuovi progetti: da un lato lo sviluppo del conference center, e dall’altro il trasferimento del corso di Architettura dell’Università di Trieste qui a Gorizia.

Tali ipotesi per avere successo devono, sempre citando il Presidente, riuscire a far sistema con le realtà preesistenti nella zona ed in Regione. Ci si riferisce in particolare al corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche e per quanto riguarda Architettura alla volontà di sviluppo del “Polo Tecnologico” ed alla collaborazione con Area Science Park. Per quanto riguarda il progetto “Architettura” la scelta è ricaduta su Gorizia in primo luogo perché qui ci sono già a disposizione circa 12000 mq di aule e strutture libere e sono incorso di ultimazione o finanziamento investimenti atti a predisporre circa altri 18000 mq di spazi utili a contenere aule e laboratori universitari; dove per contro le strutture e gli spazi oggi utilizzati a Trieste dalla Facoltà di Architettura sono almeno definibili come impropri. Inoltre mancando ad Udine un corso in Architettura, gli studenti friulani potrebbero beneficiare della maggior centralità del centro isontino rispetto la città giuliana.

Parlando di centralità e marginalità l’attenzione si è posta sul ruolo di Gorizia quale punto di cooperazione e collaborazione tra Italia e Slovenia. In quest’ottica la collaborazione tra il Consorzio di parte italiane ed il parigrado di parte slovena (VIRS), già attiva da molti anni, sta ora dando i suoi frutti attraverso il prossimo sviluppo del progetto EuroKampus www.eurokampus.si dove, dopo una prima bocciatura del progetto di un università internazionale andato a Pirano (SLO) si stanno proponendo nuove collaborazioni quali lo sviluppo di un polo tecnologico transfrontaliero e di una casa dello studente internazionale.

Forti sono però ancora le lacune che a più livelli pesano su noi studenti, la principale riguarda indubbiamente la mancanza di un servizio mensa nelle sedi di Via Alviano e di Via Diaz. Stando alle parole del Presidente più volte il Consorzio si è fatto carico di tale problema proponendo una soluzione che unificasse le necessità dei poli di Trieste ed Udine. Essendo in questo senso responsabili i due ERDiSU nelle prossime settimane si instaurerà un nuovo tavolo di confronto tra il Consorzio e tali enti con la speranza di trovare un soluzione in tempi brevi. Purtroppo anche ad altri livelli si stanno creando piccoli nuovi problemi, in quanto il territorio e le sue istituzione locali non sembrano appoggiare delle concrete misure di integrazione e sviluppo tra società locale e studenti; basti pensare aglii ormai famosi comitati anti schiamazzi, causa anche della chiusura del noto Fly e alla completa mancanza delle istituzioni e del mondo imprenditoriale locale all’interno dell’Università, soprattutto in Via Alviano.

Ci è parso dunque di capire che al di là delle solite polemiche si stanno sviluppando dei progetti concreti ma che essi per diversi motivi non riescano a venir completati in quell’ottica di collaborazione in primo luogo tra città ed università, poi tra i due atenei ed ancora tra Italia e Slovenia. Una situazione non proprio favorevole in questo momento di difficoltà per il mondo universitario e non solo.

Oggi più che mai, sembra necessario riuscire a superare queste barriere poste su più livelli; per creare politiche di comune intento atte a sviluppare la presenza universitaria a Gorizia. Per questo motivo nel prossimo numero cercheremo di porre queste domande all’attuale Assessore Regionale all’Istruzione.

Marco Brandolin

Marco.brandolin@sconfinare.net

Pogovor s Predsednikom ustanove Consorzio per lo sviluppo del Polo Universitario di Gorizia

V novi številki časopisa Sconfinare smo mislili, da bi bilo prav razčistiti kaj se dogaja z univerzo v Gorici. Tako smo si izbrali pot, ki je precej neugodna, oziroma smo se odločili, da bomo vprašali tiste ustanove, ki v prvi osebi izbirajo in razvijajo lokalne in deželne politike s tem, da pobojšajo univerzitetni položaj nas študentov.

Prva etapa našega potovanja nas je pripeljala do Ing. Fornasira, Predsednika Consorzio per lo sviluppo del Polo Universitario di Gorizia (Zadruga za razvoj univerzitetnega pola v Gorici). To je ustanova, ki skupaj z drugimi deželnimi realnostimi, se ukvarja z razvojem in izbiro vseh tistih sredstev, ki rabijo v vzdrževanju in rasti univerzitetne realnosti v soškem mestu.

Se torej razume, kako Dežela s posebnim statutom kot je Furlanija Julijska Krajina, ohrani široko samoupravo tudi v sklepu poučevanja, čeprav, nažalost, tudi v tem področju bo t.i. «univerzitetna reforma», ki jo podpira sedanja vlada, imela negativne posledice. Kajti, če ne bo racionalizacija pripeljala do kvalitativnih sprememb, temveč bo nasprotno uresničena v sklepu varčevanja, bo morda to pomenilo prihod trdih časov za goriško univerzo, ki bo pripeljalo do razvoja realnih problematik. Če pa bo padla izbira na pot razvoja «specijalizacij» tako na lokalnem kot na akademskem nivoju, bo Gorica prav gotovo lahko pridobila vplivno vlogo ne samo v deželnem okrožju, marveč tudi na mednarodnem nivoju.

Prav zaradi tega nas je Predsednik spomnil kako se razvijajo s posebno silo dva nova projekta: na eni strani razvoj conference centra, na drugi pa premestitev univerzitetnega tečaja arhitekture iz tržaške univerze tu v Gorico. Tako, da lahko postaneta ta dva nova projekta uspešna, morata oba soupadati z poprejšnjimi resničnostimi v območju in v Deželi. S tem mislimo na univerzitetni tečaj mednarodnih in diplomatičnih ved in kar se tiče arhitekture pa na voljo razvoja «tehnološkega» pola in na sodelovanja z Area Science Park. Kar se tiče projekta «Arhitektura», izbira je padla na Gorico, v prvem mestu, ker tu so že na razpolagi okoli 12000 mq razredov in prostih stavb, ter so v dokončanju ali pa čakajo finansiranje še drugih 18000 mq prostorov, ki bodo lahko vsebovali razrede in univerzitetne delavnice; po drugi strani, stavbe in prostori, ki jih sedaj uporablja v Trstu fakulteta arhitekture, so precej neprimerni. Vrh tega, ker Videm ne nudi tečaja arhitekture, furlanskim študentom bo lažje slediti tečajem, zaradi boljšega položaja soškega mesta z razliko Trsta.

Gorica bo tako lahko imela vlogo središča, saj bo lahko točka sodelovanja med Italijo in Slovenijo. V tem vidiku, sodelovanje med italijansko zadrugo in njenim slovenskim sovrstnikom (VIRS), ki je aktiven že leta, je že dala prve rezultate. To v sklepu razvoja naslednjega projekta EuroKampus www.eurokampus.si, kjer, po prvi odklonitvi projekta zgradbe mednarodne univerzitete, ki je sedaj namenjena Piranu, se predlagajo nova sodelovanja, kot npr. razvoj medmejnega tehnološkega pola in mednarodnih stanovanj za študente.

Precej hude so pomankljivosti, ki na več nivojih težijo na nas študente, najvažnješa med katerimi je prav gotovo pomankanje jedilnic v univerzitetnih sedežih ulice Alviano in ulice Diaz. Predsednik zadruge je opomnil, da njegova organizacija je večkrat hotela rešiti problem, s tem da je predlagala rešitev, ki bi lahko združila potrebe tržaškega in videmskega pola. Na tem področju sta odgovorna ERDISU-ja obeh mest, in tako v naslednjih tednih se bo skušalo rešiti problem v kratkem času z organizacijo dogovorov. Nažalost tudi na drugih nivojih so nastali novi manjši problemi. To se dogaja, ker območje in lokalne ustanove ne podpirajo integracijo in razvoj med lokalno družbo in študenti; pomislimo na sedaj že slavne odbore proti ropotanju ponoči, ki so bili vrok zatvore slavnega kluba Fly.

Razumeli smo, da končno se razvijajo konkretni projekti, ki nažalost ni mogoče zaključiti, zaradi nesodelovanja med mestom in univerzo, tako kot med univerzama in na širšem nivoju med Italijo in Slovenijo. Dandanes zgleda, da je res potrebno prekositi te ovire, ki so nastale na več nivojih. Prav zaradi tega v naslednji številki bom postavil ta vprašanja sedanjemu deželnemu prisedniku za poučevanje.

Prevedel Samuele Zeriali

E’evidente che l’Italia e la Russia sono due paesi difficilmente comparabili. E non solo perché il nostro primo ministro è un cattolico bacchettone, mentre il loro presidente si lascia andare ad apprezzamenti su stupratori e simili. Una delle tante differenze, forse più pregnanti, sta nello sviluppo della coscienza politica di quella che, con una formuletta magica, quasi onnicomprensiva, viene chiamata “società civile”. Per numerose ragioni, in primo luogo di tipo storico, questa benedetta società civile, in Russia, non ha mai trovato un terreno fertile. E nemmeno dalle ceneri del regime sembra che sia sorto l’humus necessario. Del resto, è storia di questo inverno, Putin ha fatto approvare una legge per cui una ong può essere chiusa d’arbitrio se si dimostra irrispettosa verso il potere.

Membro attivo di un’ong è Sasha Philippova: trent’anni, sposata con una figlia di nove, lavora come impiegata presso un’azienda privata e vive a Cheboksary, in Chuvasha. Ho avuto la fortuna di conoscerla quest’inverno, partecipando ad un campo da lei organizzato nella sua città. Le ho chiesto cosa pensava del suo paese, dopo l’omicidio della Politkovskaya.

La sua e-mail è più disillusa di un industriale di fronte al governo. Inizia affermando che in Russia non c’è alcuna democrazia. Per sottolineare, nemmeno mezza riga dopo, la sua lontananza dalla politica. Dice:”So solo che la politica non è mai buona. E che i politici usano il proprio potere a fini personali. La scorsa settimana c’erano le elezioni in Chuvashia. Non sono nemmeno andata a votare, perché non ci credo. Davvero, qua è meglio starne fuori”. Successivamente, afferma:”Per me è difficile scrivere qualcosa di negativo riguardo alla Russia: è come una madre che, per quanto cattiva, continui ad amare”. La soluzione che Sasha ha trovato è un impegno diretto, slegato da qualsiasi tipo di pensiero politico strutturato, tramite la sua associazione. Organizza infatti dei campi di volontariato, volti a far socializzare gli studenti russi con dei ragazzi stranieri. E riesce a creare un clima di rispetto reciproco e di vicinanza fra le diverse culture davvero singolare. A me pare evidente che, dietro la stessa natura del campo, si possa rintracciare un’attitudine ben definita, in tempi di chiusura e sospetto come questi. Per lo meno, un embrione di attivismo politico. Il problema è che, quando si cerca di spostare questo impegno dal piano puramente idealistico a quello politico, portandolo sulla realtà russa, ci si scontra contro un muro. Doppiamente difficile da scavalcare, perché alla disillusione si unisce l’influenza del controllo mediatico. Ricordo ancora delle discussioni sulla Cecenia con una ragazza da poco laureata. Niente da fare, continuava a ripetere che l’intervento russo è giustificato, perché bisogna pur difendersi dai ceceni che ammazzano i bambini. Sembrava la parodia di Berlusca che rispolvera i bambini bolliti dai comunisti. Solo che lei era sincera. E da una marea di stronzate del genere nasce il supporto alla guerra, che così tante limitazioni della libertà ha giustificato. Abbiamo avuto molte altre discussioni del genere: noi stranieri non ci spiegavamo come i russi non volessero reagire alla decisione di Putin di nominare direttamente il governatore della Chuvasha, con la solita scusa di dover rafforzare il potere centrale, per questioni di sicurezza. Niente, o la buttavano sul ridere, o allargavano le braccia. Giusto per rendere l’idea della situazione, appena rientrato in Italia, ho letto che un imprenditore di Cheboksary è stato arrestato per impedirgli di presentarsi contro al governatore in carica. Guarda caso, è stato rilasciato non appena sono scaduti i termini per la candidatura.

Ecco, quello che mi ha maggiormente colpito è che una disillusione così forte non viene da un vecchio nato e cresciuto sotto il regime sovietico; ma da una persona abbastanza giovane da aver sfiorato l’URSS e sufficientemente vecchia per essere già disgustata della nuova Russia.

Andrea Luchetta

Premio Nobel tra polemiche, minacciate crisi intergovernative e opinioni assai differenti, ma pur sempre grande letteratura.

12 Ottobre: premio nobel assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk.

“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva: l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi un giorno è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando ero sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancor più bello vedere le due rive insieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.”

Con questa affermazione del neo premio nobel Orhan Pamuk si riassume la sua visione del mondo, la sua concezione di letteratura; egli ci dona una piccola goccia dei suoi pensieri riguardo alla Turchia, patria dell’autore dal 1952. Al di là delle continue dichiarazioni tra lo stato francese e quello turco; dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una legge che punisce penalmente chi nega il genocidio della comunità cristiana armena degli anni 1915-18. Al di là della disapprovazione di Pamuk stesso e della Comunità Europea della suddetta proposta di legge considerata illiberale e controcorrente rispetto alla politica di riconciliazione dell’Ue atta a permettere l’entrata della Turchia nell’Unione. Al di là di tutte le polemiche, quello che non si deve porre in secondo piano ma far emergere con determinazione è l’esistenza di una produzione letteraria di alto stile che a partire dal 1974 muove timidamente i suoi primi passi con il romanzo “Oscurità e luce”. Dopo aver studiato giornalismo alla Istanbul University, Pamuk è stato ricercatore alla Columbia University a New York e alla University of Iowa. In questo periodo inizia a scrivere i suoi primi romanzi legati alla corrente del naturalismo; tutto riconduce a descrizioni di paesaggi smarriti e sconvolti della provincia turca, allo splendore della capitale sul Bosforo. Fino alla fine degli anni ’80 la sua produzione rimane legata soprattutto ad elementi biografici, a descrizioni di luoghi in cui l’autore ha trascorso la propria infanzia (La casa del silenzio, il castello nero). Il 1990 è l’anno di svolta che segna l’inizio del periodo postmoderno (Il libro nero); un periodo che tuttavia rimane fortemente permeato dallo spirito favoloso, dall’oralità della tradizione orientale, dall’eco dei vari racconti dei saggi nei quartieri turchi. D’importanza fondamentale è, quindi, il tema dell’identità che riconducibile sia al conflitto di valori tra l’occidente europeo e la cultura islamica, sia ad una più profonda radice psicologica. I romanzi lasciano spesso in sospeso la soluzione di tale conflitto, presentano trame complesse e personaggi di grande carica emotiva. L’Istanbul contemporanea e dell’impero ottomano non è solamente lo sfondo delle vicende umane ma assume la qualità di personaggio, di organismo vivo, con una sua storia da raccontare.

Ed è questo che costituisce il valore aggiunto del premio Nobel. La descrizione di una città sempre luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Il valore aggiunto risiede in quella capacità di unire la sua formazione estremamente influenzata dall’Oriente e quella sua nuova vita sempre a contatto con il mondo occidentale. L’autore si erge a punto di contatto tra queste due realtà eterogenee, le descrive, le fa leggermente sfiorare come un timido incontro e poi le fonde assieme. Stoccolma, infatti, annuncia: ” A Orhan Pamuk perché nell’anima melanconica della sua città ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell’interrelazione delle culture” .

Quest’anno il premio Nobel è stato assegnato, perciò, ad uno scrittore simbolo della cultura laica, ha prevalso una certa ragione politica che vede premiare un personaggio al centro di un archiviato caso politico, accusato dal governo turco di antinazionalismo per la sua presa di posizione sui massacri degli armeni e curdi. La sua patria nega, quindi, la classificazione di quest’uomo, che ha rifiutato il titolo di artista di stato, come un autore esponente di quell’engagierte Literatur, utilizzando una definizione tedesca, ossia di quella letteratura politicamente impegnata che da pochi anni ha incontrato la penna di Pamuk. Letteratura che coniuga efficacemente tradizione, avanguardia e sensibilità politica, nettamente al passo con i grandi processi di sviluppo che accompagnano i nostri giorni.

Nicoletta Favaretto

Bibliografia:

Oscurità e luce, 1974

La casa del silenzio, 1984

Il castello bianco, 1985

Il libro nero, 1990

Il volto segreto, 1992

La nuova vita, 1995

Gli altri colori, 1999

Il mio nome è rosso, 2000

Kar (neve), 2002

Istanbul, 2004

Premio Nobel tra polemiche, minacciate crisi intergovernative e opinioni assai differenti, ma pur sempre grande letteratura.

12 Ottobre: premio nobel assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk.

“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva: l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi un giorno è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando ero sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancor più bello vedere le due rive insieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.”

Con questa affermazione del neo premio nobel Orhan Pamuk si riassume la sua visione del mondo, la sua concezione di letteratura; egli ci dona una piccola goccia dei suoi pensieri riguardo alla Turchia, patria dell’autore dal 1952. Al di là delle continue dichiarazioni tra lo stato francese e quello turco; dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una legge che punisce penalmente chi nega il genocidio della comunità cristiana armena degli anni 1915-18. Al di là della disapprovazione di Pamuk stesso e della Comunità Europea della suddetta proposta di legge considerata illiberale e controcorrente rispetto alla politica di riconciliazione dell’Ue atta a permettere l’entrata della Turchia nell’Unione. Al di là di tutte le polemiche, quello che non si deve porre in secondo piano ma far emergere con determinazione è l’esistenza di una produzione letteraria di alto stile che a partire dal 1974 muove timidamente i suoi primi passi con il romanzo “Oscurità e luce”. Dopo aver studiato giornalismo alla Istanbul University, Pamuk è stato ricercatore alla Columbia University a New York e alla University of Iowa. In questo periodo inizia a scrivere i suoi primi romanzi legati alla corrente del naturalismo; tutto riconduce a descrizioni di paesaggi smarriti e sconvolti della provincia turca, allo splendore della capitale sul Bosforo. Fino alla fine degli anni ’80 la sua produzione rimane legata soprattutto ad elementi biografici, a descrizioni di luoghi in cui l’autore ha trascorso la propria infanzia (La casa del silenzio, il castello nero). Il 1990 è l’anno di svolta che segna l’inizio del periodo postmoderno (Il libro nero); un periodo che tuttavia rimane fortemente permeato dallo spirito favoloso, dall’oralità della tradizione orientale, dall’eco dei vari racconti dei saggi nei quartieri turchi. D’importanza fondamentale è, quindi, il tema dell’identità che riconducibile sia al conflitto di valori tra l’occidente europeo e la cultura islamica, sia ad una più profonda radice psicologica. I romanzi lasciano spesso in sospeso la soluzione di tale conflitto, presentano trame complesse e personaggi di grande carica emotiva. L’Istanbul contemporanea e dell’impero ottomano non è solamente lo sfondo delle vicende umane ma assume la qualità di personaggio, di organismo vivo, con una sua storia da raccontare.

Ed è questo che costituisce il valore aggiunto del premio Nobel. La descrizione di una città sempre luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Il valore aggiunto risiede in quella capacità di unire la sua formazione estremamente influenzata dall’Oriente e quella sua nuova vita sempre a contatto con il mondo occidentale. L’autore si erge a punto di contatto tra queste due realtà eterogenee, le descrive, le fa leggermente sfiorare come un timido incontro e poi le fonde assieme. Stoccolma, infatti, annuncia: ” A Orhan Pamuk perché nell’anima melanconica della sua città ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell’interrelazione delle culture” .

Quest’anno il premio Nobel è stato assegnato, perciò, ad uno scrittore simbolo della cultura laica, ha prevalso una certa ragione politica che vede premiare un personaggio al centro di un archiviato caso politico, accusato dal governo turco di antinazionalismo per la sua presa di posizione sui massacri degli armeni e curdi. La sua patria nega, quindi, la classificazione di quest’uomo, che ha rifiutato il titolo di artista di stato, come un autore esponente di quell’engagierte Literatur, utilizzando una definizione tedesca, ossia di quella letteratura politicamente impegnata che da pochi anni ha incontrato la penna di Pamuk. Letteratura che coniuga efficacemente tradizione, avanguardia e sensibilità politica, nettamente al passo con i grandi processi di sviluppo che accompagnano i nostri giorni.

Nicoletta Favaretto

Bibliografia:

Oscurità e luce, 1974

La casa del silenzio, 1984

Il castello bianco, 1985

Il libro nero, 1990

Il volto segreto, 1992

La nuova vita, 1995

Gli altri colori, 1999

Il mio nome è rosso, 2000

Kar (neve), 2002

Istanbul, 2004

Vino a bacca bianca originario della Gironda, nella provincia di Bordeaux, in Francia, dove viene utilizzato nella preparazione di alcuni prestigiosi vini liquorosi (Château d’Yquem ad esempio), il Sauvignon è molto diffuso anche nell’alta valle della Loira, dove è conosciuto col nome di Blanc Fumè. Introdotto in Friuli attorno alla metà dell’800, come altri vini francesi (Cabernet e Merlot ad esempio) ha trovato in questa terra condizioni ideali di sviluppo e vi si è dunque stabilito con successo; tanto che la zona di produzione, inizialmente una ristretta fascia in collina, comincia ora a diffondersi anche nella pianura, anche se i livelli di eccellenza si raggiungono ancora nei prodotti collinare.

Il Sauvignon presenta un colore giallo paglierino che può variare di intensità in base alla vinificazione: se vinificato in presenza di bucce risulta più dorato, se viene invece vinificato in bianco il colore sarà più sfumato e con riflessi verdognoli.

Il profumo è delicatamente aromatico, senza essere stucchevole e generalmente riporta fragranze di fiori di sambuco, salvia, peperone giallo, melone.

Il sapore è un piacevole contrasto: senz’altro asciutto e “nervoso”, ma nel contempo anche molto elegante e vellutato al palato.

È un vino che si adatta indubbiamente agli antipasti, mentre per quando riguarda le pietanze è preferibile accostarvene di particolarmente speziate, in modo che possano tener testa alla sua forte aromaticità: primi speziati, ministre a base di erbe aromatiche, formaggi di media stagionatura, ma anche pesce di lago e soprattutto l’anguilla. Servire a 8-10 gradi.

Massimo Pieretti, Andrea Bonetti, Rodolfo Toè

Izboljšati odnose med mestom in univerzo v obojestransko korist. To je najpomembnejši cilj krajevnih združenj in ustanov, da bi tako zaustavile postopno staranje Gorice in omejile njeno nagnenje k osamljenosti. Nastala je tako posebna univerzitetna izkaznica, ki naj bi služila kot sredstvo za uspostavljanje novih stikov med univerzo in studenti, ki jo je predlagala in uresničila zadruga – »Consorzio per lo sviluppo del Polo universitario Goriziano.«

Izkaznica predvideva popuste v raznih trgovinah in obratih, olajšave pri javnem prevozu in razne storitve, med temi informacijski center v ulici Garibaldi.

To sta tudi cilj in pot »Sconfinare«, ki prav zaradi tega in ne naklučno, posveča, od sledečega izvoda dalje, stran raznim vsem tistim bralcem, ki bi radi posegli in kaj pripomnili. V to smer je tudi usmirjen »Studenti e rifiuti«, s katerim študentje osveščajo javno mnenje o onesnaževanju in izražajo svoje mnenje o ambientalni revoluciji, ki je še vedno zelo aktualna med goričani. Leto dolgi debati se torej pridružujejo glasovi vseh tistih, ki v tem mestu živijo za krajše oz. daljše obdobje.

Prevedel Samuele Zeriali

Migliorare i rapporti tra città e università, a reciproco vantaggio. Sembra essere questo l’obiettivo principale di enti locali e associazioni di categoria per arginare il progressivo invecchiamento di Gorizia e quella sua radicata tendenza a chiudersi su se stessa. Ed ecco arriva la nuova tessera universitaria, mezzo per stringere nuovi rapporti tra studenti e università messo a punto dal Consorzio per lo sviluppo del polo universitario goriziano. Sconti nei negozi, agevolazioni per il trasporto pubblico e nuovi servizi a disposizione. A partire dallo sportello informativo che aprirà nella sede di via Garibaldi del Municipio di Gorizia.

La strada è quella battuta da «Sconfinare». Che non a caso inaugura in questo numero uno spazio riservato agli interventi dei lettori, studenti e non, goriziani e non. Proiettato in questa direzione anche l’ampio servizio dedicato a «studenti & rifiuti», con cui gli universitari faranno conoscere alla città il proprio punto di vista sulla rivoluzione ambientale che tanto ha fatto e sta ancora facendo discutere i goriziani. Al dibattito che va avanti ormai da un anno si aggiunge dunque una voce diversa, di chi – a tempo pieno o part-time – vive la città.

Annalisa Turel

1954: la televisione arriva in Italia.

2006: la televisione muore in Italia.

Mi chiedo a volte se tutte quelle parole di libertà, di partecipazione, di conoscenza, di sviluppo siano state svuotate del loro significato intrinseco o se per caso siano solamente i nomi con cui vengono identificati i fili attraverso cui qualcuno ci muove dall’alto.

Mi chiedo se dal lontanissimo alto ci considerino degli emeriti cretini, se il grande popolo italiano, terra dei grandi artisti (novità di Bramante, di Stilnovo e Dante come recita un passo di Notre Dame de Paris) della cultura, della civiltà abbia ancora una volta la volontà di farsi trasportare da quell’alta onda di una marea chiamata sistema, invisibile, silenziosa ma che nel suo lento scorrere travolge tutto e porta la gente ignara, stanca a fare affidamento ad un salvagente, l’unico disponibile chiamato televisione italiana. E i sopravvissuti vedono il mondo da questo piccolo salvagente, l’unica loro ancora quella che gli permette di galleggiare in uno stadio di apatia senza mai andare a fondo nelle cose, sospesi in una dimensione tra cielo e terra senza mai conoscere né l’uno né l’altro.

Quant’è bello galleggiare! Quant’è bello non faticare per raggiungere la riva, ma farsi trasportare da quest’onda, in verità nemica ma tuttavia quella che ci offre il nostro mondo…

Questa è la nostra televisione, quell’unico salvagente offerto, disponibile per tutti che esteriormente si abbellisce sempre più…la qualità di trasmissione dell’immagine è sempre più alta, la qualità del contenuto è ridicolamente scarsa. L’alta marea ci culla tranquillamente tra reality proiettati ogni giorno a ritmo pesante cha appiattiscono il pensiero, che azzerano la volontà di iniziativa e che offrono un’immagine ormai distorta di quello che ci circonda. Così avvinghiati, stretti stretti alla nostra ciambella non impariamo a nuotare, a conoscere il mare in cui viviamo, ad esplorare nuove spiagge ma vaghiamo incerti chiedendoci forse se tutto quello che ci viene offerto dal piccolo schermo sia la vera realtà o un mondo fittizio di cui purtroppo non riusciamo a fare a meno.

È triste, deprimente sapere che uno dei mezzi che ha favorito la conoscenza rapida, accessibile a tutti, mattone solido del villaggio globale, in Italia si stia disgregando a poco a poco portando non solo vergogna al bel Paese ma facendolo crollare anche dal punto di vista intellettuale, culturale scosso continuamente “dai personaggi cicaleggianti dei talk-show che squittiscono ad ogni ora un nuovo vero. Io dico addio”. Io dico addio come recita la famosa canzone di Guccini. Addio ai continui litigi televisivi, a quella gente considerata ormai come modelli di vita (tu chiamala vita!) che dietro una mal celata ipocrisia continua ad urlare, ad offendere, a mostrare la propria incapacità di discutere, la propria mancanza di umiltà, ergendosi a difensori della ormai abusata parola “valori”. Dico addio a quella falsa alternativa di programmi televisivi offerti dalla tv a pagamento che favoriscono la divisione della conoscenza in una conoscenza di serie A e serie B (uccidendo l’uguaglianza guadagnata a fatica a partire dalla rivoluzione francese e americana) . Dico addio allo stesso pubblico statico e legittimante che viaggia nel salvagente della servitù volontaria. Addio alla mia imposta posizione di spettatrice, sentendomi raggirata, non sentendomi parte di quel mondo così tetro, così freddamente triste e lontano. Dico addio alla classe politica attuale che continua a proporre leggi agendo con la logica del “domani è un altro giorno”.

Pur vedendo nella scienza politica la possibilità di risolvere tale problema; mi alzo, spengo il televisore e inizio a nuotare.

Nicoletta Favaretto

Come l’abbiamo capita

 

In quest’ultimo periodo, la parola “Finanziaria” ha invaso la vita degli italiani; ma non per la sua novità, bensì per i contrasti creatisi in seno alle forze politiche di questo paese. La battaglia si ripete in realtà ogni anno.

Mentre con la legge di bilancio il governo si limita a fotografare la situazione finanziaria del Paese, con la legge finanziaria esso modifica le voci di spesa, aumentando o diminuendo le tasse, regolando insomma la vita finanziaria dei cittadini per l’anno a venire. Alla luce della sua importanza un dibattito acceso è assolutamente comprensibile. Il progetto di legge deve essere presentato alla Camera o al Senato entro il 30 settembre. A questo punto una Commissione parlamentare di bilancio la discuterà, proponendo degli emendamenti, e porterà il risultato in aula dove si procederà alla votazione. (Naturalmente gli emendamenti alla finanziaria possono essere presentati dai gruppi costituiti in Parlamento o da singoli parlamentari). Il testo, una volta approvato, passerà all’altro ramo del Parlamento finché verrà approvato nella medesima forma. La finanziaria entrerà quindi in vigore. Tutto però deve avvenire entro il 31 dicembre, altrimenti si entrerebbe in un regime di “esercizio provvisorio” per cui ogni mese lo Stato potrà spendere al massimo 1/12 di quanto ha speso nello stesso mese l’anno precedente.

Questa ultima “manovra di bilancio”, si legge in una nota di Palazzo Chigi,”si sviluppa secondo tre principi guida strettamente interconnessi: crescita, risanamento, equità”. Il progetto presentato quest’anno è notevolmente corposo: 33,4 miliardi di euro (la precedente era di 24 miliardi). Significa che il governo conta di raccogliere nelle sue casse la cifra menzionata e poi utilizzarla per due scopi principali:

–    favorire lo sviluppo (costo: 18,6 miliardi di euro);

–    mantenere il rapporto deficit/pil sotto il 3% (costo: 14,8 miliardi di euro).

Il primo ruota attorno alla riduzione del cuneo fiscale che è la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro ai dipendenti e quanto effettivamente essi percepiscono, al netto quindi di ciò che viene versato al fisco e agli enti di previdenza. Insomma si vorrebbe ridurre l’incidenza del fisco sul costo del lavoro che oggi è ad un livello del 45,4% dello stipendio lordo, mentre la media dell’UE a 25 è di 42,49%.

Il secondo deriva dai limiti del Trattato di Maastricht, con il quale i firmatari si impegnarono a rispettare un codice di condotta, le cui regole fondamentali sono due: un governo può spendere più di quanto raccoglie creando così deficit, ma non più del 3% di quello che il Paese produce in un anno. Infatti dietro al deficit si nascondono soldi che i cittadini prestano allo Stato, ma che andranno restituiti con tanto di interessi. Il deficit si accumula di anno in anno e forma il debito pubblico, ed ecco la seconda regola: per l’UE il debito non deve superare il 60% di quello che il Paese produce. Si tratta di parametri impossibili? Per l’Italia molto più che per altri Paesi perché essa ha accumulato negli anni un debito pubblico pari al 106% del PIL! L’UE nel ’92 ci permise l’ingresso a patto che c’impegnassimo a ridurlo, mantenendo il deficit intorno allo o%. Se consideriamo che la scorsa finanziaria puntava ad abbassarlo dal 2,9% al 2,7% capiamo quanto l’obiettivo sia distante, ancor più difficile da raggiungere a causa degli interessi che bisogna pagare ogni anno (circa il 12% della spesa pubblica).

I parametri del patto di stabilità non sono un limite irraggiungibile solo per il nostro paese: nostri vicini, come Austria(62,9%) e Francia (66,8%), si trovano in condizioni fuorilegge, ma anche Belgio (93,3%) Germania (67,7%, e che presenta inoltre un deficit del 3,5%) , Portogallo (63,9%) e Grecia (107,5%), si presentano in situazioni simili da almeno 3 anni. Oltre ai diversi pareri , che ovviamente si sono creati all’interno del nostro paese, all’estero vi sono state discordanti reazioni, che però in parte approvano questa ultima legge finanziaria.

L’Economist affermava che tra le cose sicuramente positive di questo governo, c’era anche il decreto volto ad erodere il quasi- monopolio televisivo di Berlusconi; la lotta contro l’evasione fiscale, nel caso si verificasse nei numeri attesi dal governo, farà riprendere fiato alle casse statali, e sarà possibile eseguire una ridistribuzione delle tasse, “tutto il resto è secondario – Mr Prodi said”. Secondo il Financial Times, questa finanziaria ha il duplice scopo di garantire la sopravvivenza politica del governo e ridurre il deficit, ma con tre difetti: “Primo, punta sugli aumenti delle tasse più che sui tagli alla spesa pubblica. Secondo, contiene artifici contabili. Terzo, non prevede riforme strutturali. Il problema dell’Italia non è tanto il deficit in sé, ma il fatto che sia accompagnato da una scarsa crescita economica.” Il Wall Street Journal sostiene che la crisi italiana potrebbe mettere in difficoltà i paesi della zona euro: “L’Italia ha il secondo peggior rating dopo la Grecia. La possibilità che l’Italia sia costretta a uscire dalla zona euro è remota, ma non può essere esclusa”. Vedremo se il dibattito interno e i giudizi esteri porteranno o meno ad una revisione del progetto. Nel frattempo però l’ntesa tra il governo e parti sociali, mostra un clima di collaborazione in Italia, ed una volontà di dialogo, pur accompagnate dalle proteste in piazza dell’opposizione.

Nell’attesa gli studenti possono solo sperare che, qualunque sia il risultato, questa finanziaria sia la prima di una lunga serie che porterà ad una sensibile riduzione del debito e che possa riaccendersi con decisione la crescita italiana. Altrimenti un domani saremo noi, in prima persona, ad affrontare pesantemente queste vecchie responsabilità.

 

 

 

I NODI DELLA DISCORDIA 

Le principali novità e i punti della legge che più hanno sollevato polemiche

  • Le aliquote IRPEF (l’imposta sul reddito) passano da 3 a 5 , portando la pressione fiscale massima dal 41% al 43%;
  • Varia la “no tax area” (reddito minimo al di sotto del quale non c’è tassazione): 7500 euro per i pensionati, 8000 per i lavoratori dipendenti, 4800 per gli autonomi.
  • Le deduzioni diventano detrazioni. Per ogni familiare a carico, prima si scalava una quota del reddito su cui calcolare le tasse, ora si riduce l’ammontare     delle tasse;
  • In ambito scolastico si propone l’assunzione di 150 mila nuovi docenti e 20 mila ATA. L’obbligo d’istruzione e l’età di accesso al lavoro verranno innalzati a 16 anni.
  • Superbollo sui SUV (i fuoristrada di lusso), che ha destato un acceso dibattito;
  • Viene introdotta un’accisa sugli alcolici del 10%. Inoltre è vietata la somministrazione di alcolici ai minorenni nei pubblici esercizi.

 

Diego Pinna e Emmanuel Dalle Mulle

Per un punto di vista più serio e ufficiale sui primi 100 giorni del Governo Prodi, abbiamo rivolto alcune domande al Sottosegretario triestino Ettore Rosato. Impegnato in politica fin dal 1987, inizialmente nel Comune di Trieste, in seguito anche in Provincia e in Regione, nel 2005 annuncia la sua intenzione di candidarsi a sindaco di Trieste: vince le elezioni primarie dell’Unione ma l’anno seguente viene sconfitto, seppur per pochissimi voti, dal candidato della destra
Roberto Dipiazza. Dal 18 maggio del 2006 fa parte del secondo governo Prodi in qualità di sottosegretario agli Interni.

Il 25 e il 26 giugno gli italiani saranno chiamati a decidere le sorti della cosiddetta “legge sulla devolution”; la maggioranza di Governo si schiera a favore del no.Quali sono le ragioni di questa opposizione? Il nostro no è motivato dal fatto che questa riforma della Costituzione è stata fatta esclusivamente per un accordo politico all’interno del centrodestra in cui ognuno ha inserito ciò che voleva: da una parte una sottospecie di federalismo, dall’altra un presidenzialismo spinto ma soprattutto un sistema legislativo che non delinea bene i confini tra Camera e Senato.Tutto ciò non consente sicuramente al nostro paese di migliorare i suoi assetti costituzionali. Qualunque sia l’esito del referendum, cosa farà il centrosinistra per il federalismo? Penso che la lezione della riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra nel 2001 sia stata importante: le riforme della Costituzione si fanno solo con un largo consenso nel Paese e nel Parlamento. Cercheremo di definire meglio i confini delle competenze e rendere la nostra Costituzione più attuale. Ma il dato importante è che le riforme si possono fare anche a Costituzione vigente, intervenendo sulla legislazione e aumentando il potere delle nostre regioni. Per quanto riguarda il ritiro delle truppe dall’Iraq, sarà rispettata la scadenza del 31 dicembre 2006? Un eventuale ritiro potrebbe compromettere il nostro rapporto con gli Stati Uniti e la Nato? Credo che il ritiro avverrà sicuramente entro fine anno se non prima perché così è stato deciso, e personalmente ritengo sia giusto. Siamo sempre stati un Paese amico degli Stati Uniti e continueremo ad esserlo ma abbiamo il dovere di saper decidere autonomamente. L’intervento in Iraq non è stato condotto sotto l’egida delle Nazioni Unite ma è stata un’operazione unilaterale da cui vogliamo ora disimpegnarci. Alcuni ritengono che le quote rosa siano poco lusinghiere nei confronti delle donne in politica in quanto attribuiscono loro il ruolo di “minoranza da tutelare”. Lei che cosa ne pensa? Crede che il Governo riuscirà a farle approvare? Non sono mai stato innamorato delle quote rosa e del principio che c’è sotto ma devo ammettere che oggi i partiti non riescono ad adottare strumenti autonomi per coinvolgere in maniera più forte le donne in politica, questo vuol dire che sarà necessario uno strumento legislativo. A livello economico e finanziario la manovra bis cercherà di portare il rapporto deficit/pil sotto il 4% e di realizzare un avanzo primario del 3,5%. Nel Dpef, invece, uno degli snodi principali è la diminuzione del cuneo fiscale di 5 punti. Come sono possibili tali riduzioni in un Paese dove il debito è al 108%? Da dove si attingeranno i soldi per attuarle? La situazione economica del nostro Paese è difficile sotto due profili: innanzitutto vi è la necessità di riprendere competitività sui mercati mondiali; in secondo luogo bisogna risanare il bilancio delle Stato riducendo la spesa pubblica. Il taglio del cuneo fiscale, che sostanzialmente comporta una riduzione del costo del lavoro per le imprese e un aumento del denaro in busta paga per i lavoratori, rivestirà assieme alla riduzione dell’Iva sugli aumenti dei carburanti un ruolo centrale nel rilancio dell’economia. Quando Berlusconi ha presentato il Governo nel 2001 il centrosinistra ha criticato duramente il numero elevato di incarichi distribuiti, 98 per la precisione; l’8 giugno Prodi ha nominato altri tre sottosegretari portando così il Governo a 102 componenti: non le sembra una mancanza di coerenza? Ma soprattutto, che efficienza può avere un Governo così numeroso? La coerenza non è sempre la migliore delle virtù della politica. Purtroppo, l’attuale sistema elettorale voluto dal centrodestra rende necessario ogni singolo voto per la tenuta della coalizione, e in questo modo anche il più piccolo dei partiti pretende e ha il diritto di avere una rappresentanza governativa. Per quanto riguarda l’efficienza nella maggior parte dei ministeri il numero dei sottosegretari è giustificato dalla necessità di coprire diverse funzioni e di essere presenti anche sul territorio. L’entrata in vigore della riforma del sistema giudiziario voluta dal Governo Berlusconi del 2004 è stata prorogata; cosa farà il centrosinistra per rendere migliore il nostro sistema giudiziario? La giustizia è un tema che riguarda tutti, perché quando una giustizia è efficiente diminuisce anche l’illegalità nel Paese, che spesso è prodotta dal fatto che si sente impunibili perché il sistema giudiziario non arriva a colpire i veri responsabili. Il precedente Governo si è distinto per aver voluto fare una crociata inspiegabile contro i magistrati costruendo una riforma osteggiata anche da tutte le altre parti in causa. Il nostro compito sarà quello di ricostruire il dialogo con la Magistratura, il corpo degli avvocati e i detenuti e far in modo che i processi siano più rapidi. Cpt, lei cosa ne pensa? Crede siano la soluzione adatta per limitare l’immigrazione clandestina e che rispettino adeguatamente i diritti degli immigrati? Quello dell’immigrazione è un tema complicatissimo. Oggi dobbiamo riformulare la politica in materia, poiché l’immigrazione è necessaria per il nostro Paese: facciamo pochi figli ma sappiamo che è necessario avere molte braccia che lavorino nelle nostre aziende. C’è sicuramente bisogno di regole, ma dobbiamo renderle più civili. I centri di permanenza temporanea sono stati voluti da una legge del centrosinistra, la Turco-Napolitano, ma sono stati gestiti con le modalità del centrodestra, cioè come centri di detenzione e non di identificazione. Bisogna diminuire i giorni di permanenza nelle strutture, dare garanzie perché le persone possano entrare in Italia con gli strumenti della legalità, riformulare la politica di accoglienza per chi vuole contribuire allo sviluppo del nostro Paese.

Cosa ne pensa della sostanziale equiparazione tra eroina e marijuana introdotta dalla legge Fini? Crede che una legge così rigida possa avere degli effetti positivi? Sono contrario al proibizionismo come soluzione di tutti i problemi. Non possiamo pensare che i nostri giovani non si avvicinino alla droga perché definiamo in maniera più forte il reato. Bisogna tornare ad occuparsi di educazione dei giovani, spiegare in maniera più diffusa i rischi e gli effetti dell’assunzione di droghe, leggere o pesanti che siano. Il tossicodipendente è una vittima, colpevole ma pur sempre una vittima che va recuperata e reinserita nella società. Per concludere,le chiediamo un parere sulla realtà che ci riguarda più da vicino, quella universitaria.Cosa intende fare il Governo per migliorarla? E per il successivo inserimento nel mondo lavorativo?

Per come è impostata attualmente, l’università dà una preparazione scarsamente applicabile nel mondo lavorativo. C’è necessità di una riforma che consenta maggior rapidità negli studi, esperienze a più stretto contatto con la realtà e la possibilità per chi arriva dal mondo dell’impresa di dare un contributo alla formazione dei giovani. È utile che ci sia flessibilità dell’ingresso nel mondo del lavoro ma questa flessibilità non deve essere eterna. Lavoreremo in questa direzione.

 


 

Flickr Photos

Commenti recenti

Anulik su Armenia e Nagorno Karabak…
Edoardo Buonerba su Benvenuti al Sud
Fabione su Un piccolo riepilogo sulla…
marzia su Agenzie interinali
dott. Luca Campanott… su Il Friulano non è una lin…

Blog Stats

  • 11.485 hits