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Lo sentite nell’aria, non appena cominciate a scendere i gradini. Prima ancora del buio, del fumo denso, dell’odore di tabacco. E’ lui, non potete sbagliarvi. Inconfondibile, magnifico, inimitabile. Quelle note calde, avvolgenti, a tratti così malinconiche, a tratti così sensuali. La sua voce è come un bacio, vi accarezza dolcemente la pelle. La sua tromba è un amplesso, suona dentro di voi. Avete forse sentito qualcun altro suonarla in questo modo?

Ecco, iniziate a scorgerlo tra le teste che riempiono il locale. Bellissimo, come sempre. Suona verso di voi, il pianoforte nero alla sua destra. Dalla sua tromba esce una melodia divina. Come se il jazz non fosse mai stato suonato prima. Non in quel modo. My Funny Valentine. Semplicemente stupenda. Lui ha il dono di sussurrarvi l’amore all’orecchio come non può farlo nessun altro. Non potete non innamorarvi, è ovvio.

C’è Chet, e poi vengono tutti gli altri.

 

Chet Baker, nato nel 1929 in Oklahoma, è stato uno dei migliori musicisti jazz del secolo scorso. Ha conquistato l’Europa negli anni ’60, dopo aver vinto un’audizione con Charlie Parker nel ’52 e aver ottenuto un successo notevole con il suo quartetto. Così inquieto, così sregolato, così geniale. La fatidica caduta dalla camera del suo hotel, ad Amsterdam, nel 1988, mentre era sotto l’effetto di quell’eroina di cui non poteva fare a meno, ha messo fine alla sua vita turbolenta. E con quella caduta se n’è andato un talento irripetibile nella storia del jazz. Non c’è molto da dire, bisogna ascoltarlo: è un’esperienza che va provata. Let’s get lost, I fall in love too easily,
Isn’t it romantic?,
Time after time, sono solo alcune briciole delle sue migliori interpretazioni.
Chet sapeva suonare splendidamente, ma soprattutto sapeva emozionare. E lo fa ancora. Come nessun altro al mondo.

 

Agnese Ortolani

“Primo maggio sì, ma con noia
Rumori di guerriglia per le strade
E, sotto i colpi, vuota”
G. L. Ferretti

Il concerto del primo maggio a Roma: un evento che prima di tutto vorrebbe essere politico, cioè della gente. E lo è per davvero. Arrivo in serata (sul palco stanno finendo di suonare i Baustelle) e sembra di assistere ad una dimostrazione di piazza. La risonanza mediatica dell’evento è notevole e la sua gratuità fa il resto: si parla di ottocentomila giovani. Il colpo d’occhio è stupefacente. Ammutolisce. Disorienta chi, come me, ritrae anche idealmente questa folla provando a sperare che sia tenuta insieme da qualcosa di più di una bandiera o di una maglietta con slogan triti, sbiaditi, concepiti alla scrivania di esperti di marketing – non sulla strada. Perché anche questo è chiaro: non si sta condividendo un sogno. La mia generazione mai avrà una sua Woodstock. E’ rimasta senza un progetto. Senza un’Utopia da fare propria. Rimane solo l’opposizione, in qualche caso quasi fine a se stessa, nei suoi eccessi.
Alle otto – dopo una pausa di circa un’ora – ricomincia la musica. Appare chiaro che non basteranno i pasticci di un’organizzazione approssimativa nell’amplificazione e nei maxischermi; la piattezza di un presentatore di mediocre talento come può essere Bisio; non basterà l’imbarazzo generale di sentire i segretari dei tre maggiori sindacati italiani arrabattarsi sulle note di ‘Viva l’Italia’ di De Gregori; non basterà tutto questo a narcotizzare la voglia di divertirsi del pubblico.
L’apertura, affidata a Skin, lascia fredda la folla che probabilmente avrebbe preferito uno sposalizio più duraturo tra la cantante e gli Skunk Anansie, e questo nonostante le sue indubbie qualità canore. Cominciamo a scaldarci con Caparezza e la sua satira contro l’uomo medio. Qualcuno inizia a saltare (finalmente) e a cantare. Più incisivo ancora è Piero Pelù, che conclude la sua performance con una ‘Il mio nome è mai più’ che in bocca a piazza San Giovanni pare innalzarsi come un inno. E lo spettacolo raggiunge il suo apice: Ligabue porta il suo rock da stadio nell’ambiente a lui più congeniale, si diverte – si vede – come il pubblico; Roy Paci ci rinfresca con il suo ska mediterraneo (abbozzando anche una ‘Bella Ciao’ con la sua tromba) e i Negramaro sembrano essere qui per ricordarci – complici le urla isteriche delle ragazzine presenti – che questo sottoprodotto popolare, un ibrido tra boyband e chitarre elettriche, ha sempre un successo comunque troppo grande entro le mura di casa nostra. Un momento di disorientamento generale accoglie Alex Britti, completamente estraneo al clima dell’avvenimento (come un pesce fuor de la vasca…), e che sicuramente avrà provocato qualche risata più dell’intermezzo caricaturale su Carmen Consoli. Si tira un sospiro di sollievo quando finalmente è la volta di Vinicio Capossela. Barbarico, viscerale, sembra uno sciamano che si agiti con le sue maschere. E’ ossessivo per ritmi ed immagine, geniale. Roma lo accoglie come un grande artista e gli tributa applausi che a ciò sanno di rendere merito.
Non rimarrò per il resto dello spettacolo. Mi allontano veloce, supero comitive di giovani stanchi e assonnati, attraverso i viali lasciandomi alle spalle bancarelle di magliette, souvenir e panini, lasciandomi alle spalle il primo maggio. In metropolitana sembra già lontano. Rimane impressa negli occhi e nella mente la sensazione di festa. Della gioia collettiva di chi gode come se per una volta potesse farsi ascoltare grazie al volume degli amplificatori. Come se davvero un semplice microfono potesse bastare.

Rodolfo Toè

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