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Una riflessione sulla proposta di modifica della tesi triennale

Si fa questo gran parlare dell’improvvisa vacuità della tesi triennale, nonostante per ora le ipotesi in senso contrario siano fallite. E’ una bella scoperta, dico io. A dire il vero, però, a me un piccolo dubbio era sorto già per il fatto che basta consegnarla qualcosa come ventiquattro ore prima dell’esame di laurea. Mi ricordo il caso di un mio amico che era riuscito rocambolescamente a consegnare la propria tesi in segreteria addirittura il giorno stesso. Tanto per dire. Sorprende, invero, pensare a come una commissione possa esaminare un elaborato che va dalle (minimo) trenta alle (massimo) duecento cartelle (non ridete, c’è gente che davvero scrive duecento pagine di tesina triennale) nell’arco di poche ore.

Solo una piccola precisazione, scomoda però necessaria. Io scrivo questo articolo a titolo di mia riflessione generale, e non voglio quindi in alcun modo denigrare il mio coordinatore triennale ed il mio coordinatore attuale. Hanno fatto un ottimo lavoro e mi hanno seguito passo per passo, bastonandomi ove necessario e dandomi il nulla osta per le parti corrette. A loro va il mio ringraziamento e la mia gratitudine.

Ciò non toglie nulla però al fatto che, a parte il mio relatore, nessuno mai ha letto la mia tesi triennale (e, del resto, sono sicuro che nessuno leggerà mai nemmeno la mia tesi specialistica). E se è per questo, nessuno leggerà mai nemmeno le vostre.

Ci sono differenti motivi per cui la tesi triennale è una fuffa. La prima è di ordine cosmico. Siamo troppi. Oggidì, ci si laurea in fila per tre. Chiedere a un professore di testare la qualità di ogni laureato è come domandare all’aeroporto di Malpensa di controllare tutti i bagagli di ogni singolo viaggiatore prima di salire a bordo: è chiaro che si fa a campione, se proprio ci si vuole sporcare le mani. E’, tutto sommato, una bella posa lamentarsi della scarsa serietà delle istituzioni universitarie quando queste ricordano il campo d’arruolamento di un esercito male in arnese: quattro soldi, poco tempo, e un esercito di massa da costruire. Si prendono tutti, anche i “ragazzi dell’89”, e poi dopo una ventina di giorni li si manda al fronte, senza nemmeno dargli il fucile se serve. Tanto è carne da macello. Siamo carne da macello. Conseguentemente, dire che “la tesi triennale non serve a nulla” è solo un modo per dire: “l’università pubblica è inutile”. E non è poi questa gran rivoluzione, scusate il cinismo.

Dato per assodato questo punto, resta tuttavia una considerazione da fare. Perché, se la battaglia è comunque persa in partenza, resta la dignità del mezzo. Tanto per continuare la metafora di cui sopra, ci si può arrendere e consegnare le armi oppure lottare fino all’ultimo uomo senza compromessi. E quindi riconoscere comunque una dignità alla tesi triennale, se non altro per noi stessi. E’ vero che entrambe le mie tesi sono inutili per il mondo, ma per me hanno un valore intrinseco inestimabile. Se non altro per il fatto che esse sono un’occasione che ho per crescere come persona ed approfondire argomenti che mi sono cari.

Detto ciò, è chiaro che affinché un lavoro abbia valore in sé, è necessario l’impegno di quella categoria che a mio parere è la prima a denigrarne l’importanza. Dai, non tergiversiamo, sto parlando dei professori. Gli stessi che disertano le sessioni di laurea o, se ci sono, sono occupati a mandare sms col telefonino sotto il tavolo (scene che manco alle superiori). Lo so che faccio la figura del Bastian Contrario ad ogni costo, ma è necessario perché questa è una cosa che nessuno, nei vari dibattiti sulla questione, si è premurato di sottolineare. Volete che la tesi triennale sia un lavoro serio, senza essere fatto di copia-e-incolla vari o scopiazzature o citazioni farlocche? E’ inutile stare a menar tanto il can per l’aia. Lo dico a costo di scadere nel populismo più becero. Perché per dare dignità ad una tesi triennale basterebbe che i professori si premurassero di far ciò per cui sono pagati: leggerla.

Due anni fa (magari c’è pure chi l’ha letta) qualcuno tra noi lanciò la proposta d’una pagina commemorativa per il decennale della sua morte. Ci mettemmo tutti all’opera entusiasti. L’anniversario, in realtà, non c’entrava per nulla (tra le altre cose, era pure maggio). Ma non ci importava poi molto. Anche perché, a ben vedere, i più furbi siamo stati comunque noi, anticipando di due anni tutti gli altri. Scusate se è poco.

Perché Bob Dylan, a dieci anni dalla sua scomparsa, significa davvero tanto per ognuno di noi. Guardate quanta attenzione gli hanno dedicato tutti quanti, ultimamente. Domenica sera ho smesso di osservare le nuvole e mi sono guardato il servizio, tanto in seconda serata non c’era niente di meglio. Hanno parlato in tanti, ma nella festa generale nessuno s’è fatto male.

La sua città natale, innanzitutto. Lì in molti sono convinti di vederlo ancora passeggiare ogni tanto, è sempre vivo con quei suoi orribili capelli e l’aria triste ed emaciata, e Jim Morrison a volte gli porta un croissant da Parigi (nemmeno lui sa ancora se morire sul serio). L’illustre suo cugino De Andrade, proprietario di un cannone nel cortile di Piazza Alimonda, indica alle passanti il ritratto di Dylan Thomas appeso da anni alla parete: “entrò un mattino e lo vide, e decise così di cambiare il suo nome, senza essere troppo sbronzo del resto”. Crede proprio che la cittadinanza gli dedicherà un monumento, giusto all’entrata di Via Della Povertà. Lo ritrarranno incatenato con la sua armonica eternata in un ultimo sol di libertà. Nonostante le polemiche, pare che la scelta della frase per la lapide cadrà sull’immortale “mi cercarono l’anima a forza di botte”.

Alla TV hanno intervistato tutti coloro che più gli furono vicini. Il Ghiro Deziz e Zio Bafri Renedda ricordano con affetto e un pizzico di lacrime il piccolo Bob che, stanco dei suoi Lego troppo borghesi, apprende a suonare la chitarra perché in effetti Mr. Tambourine è già morto tra i papaveri della guerra, qualcuno deve pur scriverci una canzone ed io mi sono stancato di questa città di minatori e della loro società-bene dai capelli corti. Anche tutti i suoi amori più celebri lo hanno pianto, e tra loro lei: Joan Baez, che non lo ha mai capito, e che invece avrebbe desiderato tanto dei diamanti, almeno una volta.

I suoi amici sardi hanno intonato un coro sul motivo di Brigante se more, superbamente riarrangiato dalla “E No, Mai Carpire Fra Martino”. Che bella festa gli hanno dedicato, pensavo, ed intanto il Presidente concludeva la celebrazione dicendo che Bob Dylan tiene ancora alto il nome dell’italianità nel mondo. La Patria, voi capirete sicuramente. Se non fosse stato cittadino italiano, l’avrei naturalizzato immediatamente.

Si fa presto a farne un mito, e lui se l’è meritato, spegnendo la tele ero quasi sollevato. Anche se Bob Dylan non ascoltava Bob Dylan. Bob Dylan ha preso quello che di meglio poteva trovare in giro, poesie e canzoni e droghe varie, fino a fare qualche cover di Cohen o di Brassens, lo ha rielaborato ed è andato un poco più avanti. Un giorno qualcuno farà altrettanto con lui, perché in fondo, in-fondo-in-fondo, i maestri servono solo per essere uccisi. Però povero Bob Dylan, mi chiedo se qualcuno lo consoli in paradiso, dev’essere tutto una noia pazzesca perché i tipi più lungimiranti sono finiti tutti all’inferno, e mi sa che lassù non c’è una chitarra nemmeno a dannarsi l’anima.

Rodolfo Toè

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