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La storia sa essere beffarda. Ai cortei dell’Autunno del 2008 contro la riforma Gelmini uno degli slogan più frequenti era “Noi la crisi non la paghiamo”. Non è giusto, diceva questo grido, che gli studenti paghino per una crisi di cui non sono responsabili, frutto di un sistema economico distorto che non hanno creato. Non so quale fosse il grido degli studenti inglesi, ma immagino che il messaggio fosse simile. Ebbene, il dibattito sulla riforma dell’università in Inghilterra (non in Galles e Scozia, che hanno statuti separati) pare andare in una direzione completamente opposta: la crisi la pagheranno gli studenti, e la pagheranno cara.

La riforma del sistema universitario in Inghilterra va inquadrata nella colossale manovra di riduzione del deficit pubblico. Il governo  di coalizione ha annunciato tagli alla spesa pubblica del 12%, pari al 6% PIL, entro il 2015 (per intenderci, in Italia sono pari appena all’1.6% PIL). Il 20 Ottobre il ministro delle finanze ha presentato al Parlamento la ripartizione dei tagli tra i vari dipartimenti. Benché il settore dell’educazione nel suo complesso abbia subito tagli relativamente lievi (-7,58% entro il 2015), a farne la spesa saranno soprattutto le università.

La base di partenza della riforma dell’università è la cosiddetta “Browne Review”: un progetto di riforma del sistema universitario in linea con l’obiettivo di riduzione del deficit, presentato il 12 Ottobre 2010 e redatto da una commissione indipendente. Per poter comprendere esattamente l’impatto dei tagli è però opportuno fare un accenno alla situazione di partenza.

L’attuale sistema delle tasse universitarie è stato introdotto dal governo laburista nel 2004. Il bilancio statale per le università inglesi è basato su un tetto alle tasse universitarie annue di 3290£ (1£=1,13€ al 21 Ottobre) ed un sistema di prestiti permette anche agli studenti più svantaggiati di avere accesso all’educazione universitaria. Attualmente il prestito viene pagato ad un tasso d’interesse reale pari a zero solo dopo che il laureato avrà cominciato a percepire un reddito annuo di almeno 15000£ (da cui viene detratto mensilmente il 9%): il nostro ipotetico Mr. Brown Junior quindi comincerà a ripagare le tasse universitarie con il 9% del suo stipendio solo dopo che avrà cominciato a guadagnare 15000£ annue (ad es. dopo essere stato promosso ad amministratore d’ufficio).

Le proposte contenute nella Browne Review in un certo senso estremizzano questo sistema. Il governo ha annunciato che per il periodo considerato (cioè fino al 2015) il bilancio dedicato all’insegnamento vedrà una riduzione del 40% (2,9 miliardi £) – riduzione da cui sono esclusi i corsi di scienze, tecnologie, ingegneria e matematica – mentre il bilancio per la ricerca sarà bloccato (ma considerando l’inflazione crescente vedrà una riduzione in termini reali di circa il 9%). Queste misure sono assai meno severe di quelle suggerite dalla Browne Review (-79% al bilancio per l’insegnamento e -21,7% al bilancio per la ricerca) ma sono comunque radicali e richiederanno cambiamenti altrettanto radicali.

La riforma disegnata dalla Browne Review si basa su 2 pilastri: rimozione del tetto delle tasse e riforma del sistema dei prestiti. Le università sarebbero così libere di stabilire le tasse che ritengono opportune; per evitare una corsa al rialzo generalizzata, tuttavia, le università che richiedessero una tassa superiore a 6000£ dovrebbero versarne una quota crescente al governo (es. il 6% su 7000£, il 19% su 10000£, …) e dovrebbero fornire piani di supporto finanziario agli studenti più svantaggiati. Il pagamento del prestito invece inizierebbe dopo che il laureato ha cominciato a guadagnare 21000£ annue (ad es. dopo la promozione a direttore delle vendite), in base a un tasso di interesse pari a quello pagato dal governo – in pratica, il più basso possibile – aggiustato per l’inflazione. Anche se il pagamento partirebbe quindi da una soglia più alta rispetto al sistema attuale, il debito contratto dagli studenti sarebbe in media circa raddoppiato (data la crescita delle tasse) ed il tasso di interesse applicato aumenterebbe. La novità maggiore è però che il pagamento sarebbe progressivo: così ad esempio il laureato che guadagna 60000£ annue pagherebbe circa 10 volte di più di quello che guadagna 25000£.

Il governo deve ancora pronunciarsi in maniera dettagliata su entrambi i temi ma la tensione è già altissima, specie considerando che i liberal-democratici rischiano di perdere completamente la faccia di fronte al loro giovane elettorato.

È chiaro comunque che al momento a guadagnare dalla riforma saranno certamente le università specializzate in particolari ambiti di ricerca, che potranno anche attirare finanziamenti privati. Si salveranno anche le università più prestigiose, che possono aspettarsi un’elevata domanda anche con tasse più alte (e per questo motivo spingeranno verso la libera determinazione delle tasse proposta dalla Browne Review). Le altre università, soprattutto quelle specializzate nelle materie umanistiche, vivranno certamente grandi difficoltà finanziarie e alcune saranno forse addirittura costrette a chiudere, un evento senza precedenti.

Ovviamente questa proposta di riforma ha già scatenato un diluvio di proteste, specie da parte della classe media, che non ha accesso ai benefici riservati ai più poveri ma allo stesso tempo non può permettersi di pagare immediatamente tasse universitarie più elevate delle attuali (e quindi risparmiare sul tasso d’interesse). Intanto, l’Unione nazionale degli studenti ha già in programma una mega-manifestazione di protesta a Londra, che arriverà fin sotto le mura di Westminster. Con le statistiche riguardanti la disoccupazione giovanile a dir poco preoccupanti, la prospettiva di cominciare la vita lavorativa con un debito esorbitante non aiuterà certo a raffreddare gli animi: uno scontro frontale dall’esito completamente aperto.

Il lettore saprà già se Dilma Rousseff, candidata del PT (Partito dei Lavoratori) alle presidenziali brasiliane, sarà la prima donna al timone del gigante sudamericano. Pur restando favorita, Dilma non ce l’ha fatta a conquistare la presidenza al primo turno, nonostante sia stata consacrata propria erede dal “politico più popolare al mondo”, come lo ha definito Barack Obama. Un presidente che esce di scena dopo due mandati consecutivi con ancora l’80 % dei consensi è un record senza pari.

Luiz Ignacio Lula da Silva, ex operaio, ex sindacalista, eletto nel 2003 con qualche titubanza (la paura di posizioni troppo “socialiste” determinarono, in un primo momento, una fuga di capitali) è stato capace, in otto anni di governo, di cambiare l’immagine di un paese dal brillante futuro che non arriva mai in quella di modello per tutto il mondo in via di sviluppo, e non solo.

Innegabile la clamorosa crescita economica avuta in Brasile, con un tasso di crescita medio del PIL del 4,2 % tra il 2003 e il 2009. Un’economia stabile (merito che affonda le radici anche nelle riforme avviate negli anni ’90), la conduzione di politiche economiche responsabili e la solidità del settore bancario hanno permesso al gigante sudamericano di affrontare la crisi finanziaria con relativa calma, senza perdere di vista gli obiettivi di politica sociale e ribadendo con fiducia l’essenziale ruolo dello stato nell’economia. Particolarmente rilevante il PAC (Programa de Aceleração do Crescimento), massiccio progetto di intervento statale nel mercato annunciato da Lula nel 2007 (anno in cui la crescita del PIL ha raggiunto il picco massimo) con l’obiettivo di favorire una crescita economica per mezzo di investimenti infrastrutturali e nel settore energetico.

Lula ha conquistato ben presto anche l’appoggio degli imprenditori: dopo aver realizzato, negli anni novanta, uno dei principali programmi di privatizzazione al mondo (l’allora ministro delle finanze brasiliano affermava che “la miglior politica industriale è non avere politica industriale”), il Brasile di Lula ha attuato, sotto questo frangente, una politica esplicita e pronunciata: il BNDES (Banco Nacional de Desenvolvimento Economico e Social) ha investito ingenti somme di denaro pubblico nei settori più dinamici, e ha aumentato il credito pubblico al settore privato delle piccole e medie imprese.

I campi in cui Lula ha però ottenuto il successo per cui sarà ricordato sono altri: la politica sociale è stata il vero fiore all’occhiello di questi 8 anni di presidenza. La disuguaglianza dei redditi rappresentava uno dei tristi record brasiliani, e uno dei principali risultati del governo è stato proprio la sua riduzione: l’indice di Gini, misurante l’ineguaglianza della distribuzione nei vari paesi, è passato dal 0,593 del 2001 al 0,56 del 2005 al 0,49 del 2007, con 0 che indica una perfetta uguaglianza e 1 la perfetta disparità (in Italia, per intenderci, è al 0,36). La vera riforma è stata lanciata nel 2003, con l’avvio del programma Bolsa Familia: Vennero integrate ed accorpate le cinque misure di sostegno al reddito già esistenti in un unico trasferimento, sotto la gestione di un unico ministero, e i beneficiari aumentarono dai poco meno di cinque milioni di famiglie nel 2001 alle 12 milioni nel 2009 (più o meno il 26 % della popolazione del Brasile). In presenza di bambini nel nucleo familiare il sussidio è condizionato alla frequenza scolastica e all’effettuazione di visite mediche regolari. Le scelte istituzionali e amministrative che hanno contribuito al successo del programma brasiliano sono state prese a modello anche da Paesi come il nostro, nell’affrontare la frammentarietà e l’ineguaglianza che ancora caratterizza le nostre politiche di sostegno al reddito.

I successi raggiunti in casa hanno sicuramente portato conseguenze benefiche anche sul piano degli affari esteri: il Brasile di Lula si è ritagliato un ruolo di primo piano nell’agenda internazionale, arrivando a chiedere con insistenza un seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu. La visione squisitamente multilaterale, a partire da un buon livello di integrazione con i vicini sudamericani, ha visto il paese stringere solidi rapporti con Cina (principale socio in termini di esportazioni), Paesi Arabi (gli scambi si sono quadruplicati negli ultimi sette anni) e scommettere in un’intensa cooperazione sud-sud. E’ dunque a buon titolo che il Brasile si assume l’impegno di protezione e promozione degli interessi degli stati in via di sviluppo nei consessi internazionali.

Gli indubbi successi ottenuti da Lula non risolvono tutti i problemi che ancora affliggono il Brasile, un sistema d’istruzione carente e una riforma agraria ancora in sospeso in primis. Ma di questi tempi, con stati sull’orlo del fallimento e finanziarie da lacrime e sangue, l’idea che un ex metalmeccanico lasci in eredità un Paese più ricco e più giusto non può lasciare indifferenti.

Un’esperienza di condivisione aperta a tutti

Taizé è una comunità cristiana ecumenica fondata nel 1944 da un prete svizzero, Frère Roger. Immagino che a questo punto, per il 75% dei lettori, l’interesse verso quanto sto per raccontare sia già drasticamente diminuito: se tuttavia ve la sentite di continuare, spero di potervi dimostrare che ancora una volta le apparenza ingannano.

Lo spirito che ha sempre animato il fondatore della comunità di Taizé, ucciso da una squilibrata il 16 Agosto 2005, è stato quello della condivisione e della comunione, innanzitutto fra le varie confessioni cristiane: proprio l’ecumenismo è la caratteristica principale di questa comunità, ciò che la rende diversa da tutte le altre comunità cristiane. Nel minuscolo paesino di Taizé, dove ha sede la comunità, per tutto l’anno migliaia di giovani da tutto il mondo si ritrovano per meditare e pregare: infatti l’altra caratteristica peculiare di questa comunità è il forte legame con i giovani, interlocutori privilegiati della logica ecumenica, che dà molto più peso agli elementi di unione che non a quelli di divisione. È ovvio quindi che una visione simile sia più vicina a noi giovani, specie europei.

Proprio ai giovani europei si rivolge l’Incontro europeo dei giovani di Taizé, che si svolge ogni anno, dal 28 Dicembre al 1 Gennaio, in una grande città europea. Quest’anno si è svolto nella capitale d’Europa, Bruxelles, che ha accolto tutti i 40000 partecipanti con temperature oscillanti tra -8° e 0° e un tasso di umidità del 90% (!!!), ma anche con generosità ed efficienza. Prima di continuare, è meglio ribadire un dato fondamentale: partecipare agli Incontri Europei comporta la rinuncia al Capodanno con i soliti amici. So che a molti questo potrebbe sembrare una perdita intollerabile, un sacrificio di enormi proporzioni, ma personalmente, dopo 7 incontri consecutivi, posso dire tranquillamente di non essermene mai pentito.

Il costo totale è sempre inferiore ai 200€ (viaggio, vitto e alloggio per 5 giorni) e solitamente il viaggio si fa in corriera ed è quindi estremamente lungo e scomodo. Una volta arrivati, si viene smistati nelle varie parrocchie che hanno dato la loro disponibilità a trovare gli alloggi per i “pellegrini di fiducia”: la maggior parte delle volte si è ospitati dalle famiglie, oppure nelle palestre e nelle scuole (quando la città si presta a una visita turistica a bassissimo costo e quindi attira orde di persone non del tutto in linea con lo spirito dell’incontro). L’accoglienza nelle famiglie forse limita la possibilità di fare festa senza limiti, ma è la maniera migliore di conoscere la vita e i popoli degli altri paesi e può rivelarsi un’esperienza bellissima, e comunque sempre sorprendente.

La giornata-tipo dell’incontro prevede la colazione in famiglia o nella scuola/palestra, la preghiera del mattino nella parrocchia e gli incontri in piccoli gruppi con gli altri giovani della propria parrocchia. In questi incontri è richiesto di meditare sulla “Lettera” dell’incontro (scritta dal capo della comunità, Frère Alois) ma ovviamente la discussione è libera: è un’ottima occasione per esercitare il proprio inglese e conoscere ragazzi di altre nazionalità.

Finiti gli incontri, ci si dirige alla Fiera della città, allestita per accogliere le preghiere e i pasti: pranzo e cena, consumati seduti per terra nei padiglioni della Fiera, sono seguiti dalle preghiere sullo stile di Taizé, i momenti centrali del “pellegrinaggio di fiducia”. La preghiera di Taizé è molto particolare e consiste in canti di ogni confessione cristiana, ognuno ripetuto a lungo, una meditazione dei Frères e 10-15 minuti di silenzio: è un momento molto bello, anche per chi, come me, nella vita di tutti i giorni dedica ben poco tempo alla preghiera e alla meditazione. Non capita tutti i giorni di stare a cantare e a fare silenzio (quasi perfetto) assieme ad altri 10000 ragazzi, e sono momenti preziosi per pensare a tutto ciò che durante l’anno si trascura o si nasconde dietro altre preoccupazioni.

L’Incontro di Taizé è un’esperienza che potrebbe non piacere a tutti, ma è sicuramente unica e originale.

Permette di scoprire da un punto di vista assolutamente inusuale la vita di altri popoli, di stringere relazioni che sono spesso di una intensità e autenticità sorprendenti, anche quando non vanno avanti dopo l’incontro.

Aiuta a vivere in maniera diversa per qualche giorno, lasciandosi temporaneamente alle spalle i pesi della vita quotidiana per potersi concentrare meglio su se stessi e sulle persone intorno a sé.

Ricorda l’importanza della condivisione e dell’apertura verso gli altri, perché le barriere culturali cadono fin troppo facilmente quando si condividono ogni giorno le stesse cose e lo stesso spirito.

Ma soprattutto, ogni volta si ritorna a casa esausti e felici, con tutti i ricordi di amicizie, incontri, abbracci e canti ancora freschi, e con un atteggiamento positivo e prepositivo, che aiuta a rendere meno traumatico il ritorno al lavoro e allo studio!

Informazioni pratiche: l’iscrizione passa attraverso i gruppi locali che organizzano gli incontri di preparazione e hanno i contatti con la Comunità; nel caso del Friuli Venezia Giulia il gruppo di riferimento è il “Gruppo ’89” di San Giovanni al Natisone (http://www.gruppo89.org/); siccome hanno anche i contatti degli altri gruppi italiani, potete provare a chiederli a loro.

Altre informazioni sul sito internet della comunità: www.taizé.fr

Federico Faleschini

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