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Adoro gli stereotipi. È vero, sono ingiusti, demistificatori e semplificano la realtà. Erano una forma popolare e sono diventati una forma borghese di pensiero ed espressione, sono un luogo comune in cui è facile cadere se non si ha una personale esperienza concreta e se non si possiede un buon bagaglio culturale. È finita l’epoca del saper scrivere e far di conto.

 

 Per sfatare questo mito, o più semplicemente per vedere qualche proiezione cinematografica più leggera e poco impegnata, per “fuggire” in piacevole compagnia da una cena diventata troppo ricca di pietanze e d’invitati, ho deciso di concedermi una proiezione di “Benvenuti al Sud”. Non vi avrei investito più di cinque euro, non come giudizio di valore, ma, di fatto, perché si sa, e lo ripeterò spesso, il patrimonio dello studente universitario fuori sede fa gola solo alla Guinea di Dadis Camara. Piuttosto vi invito ad assaporare l’opera cinematografica in streaming, tranquillamente e, soprattutto, nella comodità di casa vostra. Abbandonando i preamboli, passo alle considerazioni sullo stesso e invito anche voi, lettori di Sconfinare, ad abbandonarvi al mondo dello stereotipato, di cui il film, come lascia intendere già il titolo, è assai ricco. Dopo la visione, anche voi come me, lascerete la sala con un leggero sorriso in volto.

 È magistrale la rappresentazione, prima, della lugubre Valle Padana, luogo d’inizio e di avvio della trama, costantemente avvolta da una fitta e densa nebbia che mi ricorda più un infernale Stige che il nostrano Po: gli unici sprazzi di luce, in questo buio totale, compaiono nelle ore centrali e più calde della giornata. Giudico senza esperienza vissuta, non essendo nato ne vissuto nel territorio compreso tra Cuneo e Rovigo, se non per brevi periodi, ma vi assicuro che l’immagine offerta era più da paese scandinavo che non da suolo italico, nonostante qualcuno continui a considerarlo come altra entità…(vi assicuro: non mi riferisco a Metternich).

 Le prime impressioni sul Sud e l’immagine di questo mondo mitico ed ancestrale agli occhi dei “polentoni”, è ancora più esilarante, neanche si trattasse della Persia o di qualche lontana repubblica d’Africa: sole, caldo (tutte le stagioni), mare e, per ciò che concerne i suoi abitanti, quasi da romanzo verghiano, lassismo, incuria ed una vita sociale da Far West come neppure Sergio Leone ha mai saputo proporre. Il tutto ovviamente condito con un’onnipresente cadenza linguistica più vicina all’arabo e al sanscrito che non ad una parlata indoeuropea.

 È evidente, che con questi presupposti, cadere nello stereotipo è facile, è ciò che desidera il regista, è ciò che ambisce fare il film senza, però, mai riuscirci del tutto. Sono sicuro che neppure i miei cari anziani veneto-friulani conservino più, se non rare eccezioni, un tale punto di vista ed una tale prospettiva. Come, mi pare evidente sia assodato per tutti, la fine della tristemente nota epoca del brigantaggio risale a fine ottocento. Se non altro perché, ormai, viaggiare non è più un lusso e, si sa, l’esperienza personale illumina molto più dei quotidiani, dei servizi e delle riviste.

 “Benvenuti al Sud” è la versione italiana di “Giù al Nord”, la commedia francese di Dany Boon. Questo groviglio di punti cardinali, presenta la vicenda di un direttore di un’agenzia postale costretto a trasferirsi dalla profonda Pianura Padana in Campania, con l’evidente e grottesca avventura che ne consegue. Il lieto fine, si capisce, è scontato.

 La pellicola è piacevole, anche se nello sfatare i molti cliché e per dimostrare come il Mezzogiorno non sia la caricatura dipinta e tinteggiata da molti settentrionali, finisce per apparire piatta e poco spontanea. Il Meridione appare quasi irreale, da cartolina, senza contraddizioni. Le sue ferite che sono innegabili e che, da sempre, sono il canovaccio perfetto per la commedia sociale, soprattutto italiana, sono spazzate via non si capisce bene come e quando, quasi che, per cambiare l’Italia, sia sufficiente portare in vacanza i lombardi in Sicilia e i campani in Veneto.

Sicuramente una lode è per Bisio, bravo ed esilarante nel caricaturare l’homo nordicus, anche se, è evidente, rende molto di più su di un palcoscenico che non al cinema in pellicola. Un film divertente, che fa sorridere, ma niente di più.

Francesco Plazzotta

Per il trailer del film: watch?v=KAxmBFba4l8

Una riflessione sulla proposta di modifica della tesi triennale

Si fa questo gran parlare dell’improvvisa vacuità della tesi triennale, nonostante per ora le ipotesi in senso contrario siano fallite. E’ una bella scoperta, dico io. A dire il vero, però, a me un piccolo dubbio era sorto già per il fatto che basta consegnarla qualcosa come ventiquattro ore prima dell’esame di laurea. Mi ricordo il caso di un mio amico che era riuscito rocambolescamente a consegnare la propria tesi in segreteria addirittura il giorno stesso. Tanto per dire. Sorprende, invero, pensare a come una commissione possa esaminare un elaborato che va dalle (minimo) trenta alle (massimo) duecento cartelle (non ridete, c’è gente che davvero scrive duecento pagine di tesina triennale) nell’arco di poche ore.

Solo una piccola precisazione, scomoda però necessaria. Io scrivo questo articolo a titolo di mia riflessione generale, e non voglio quindi in alcun modo denigrare il mio coordinatore triennale ed il mio coordinatore attuale. Hanno fatto un ottimo lavoro e mi hanno seguito passo per passo, bastonandomi ove necessario e dandomi il nulla osta per le parti corrette. A loro va il mio ringraziamento e la mia gratitudine.

Ciò non toglie nulla però al fatto che, a parte il mio relatore, nessuno mai ha letto la mia tesi triennale (e, del resto, sono sicuro che nessuno leggerà mai nemmeno la mia tesi specialistica). E se è per questo, nessuno leggerà mai nemmeno le vostre.

Ci sono differenti motivi per cui la tesi triennale è una fuffa. La prima è di ordine cosmico. Siamo troppi. Oggidì, ci si laurea in fila per tre. Chiedere a un professore di testare la qualità di ogni laureato è come domandare all’aeroporto di Malpensa di controllare tutti i bagagli di ogni singolo viaggiatore prima di salire a bordo: è chiaro che si fa a campione, se proprio ci si vuole sporcare le mani. E’, tutto sommato, una bella posa lamentarsi della scarsa serietà delle istituzioni universitarie quando queste ricordano il campo d’arruolamento di un esercito male in arnese: quattro soldi, poco tempo, e un esercito di massa da costruire. Si prendono tutti, anche i “ragazzi dell’89”, e poi dopo una ventina di giorni li si manda al fronte, senza nemmeno dargli il fucile se serve. Tanto è carne da macello. Siamo carne da macello. Conseguentemente, dire che “la tesi triennale non serve a nulla” è solo un modo per dire: “l’università pubblica è inutile”. E non è poi questa gran rivoluzione, scusate il cinismo.

Dato per assodato questo punto, resta tuttavia una considerazione da fare. Perché, se la battaglia è comunque persa in partenza, resta la dignità del mezzo. Tanto per continuare la metafora di cui sopra, ci si può arrendere e consegnare le armi oppure lottare fino all’ultimo uomo senza compromessi. E quindi riconoscere comunque una dignità alla tesi triennale, se non altro per noi stessi. E’ vero che entrambe le mie tesi sono inutili per il mondo, ma per me hanno un valore intrinseco inestimabile. Se non altro per il fatto che esse sono un’occasione che ho per crescere come persona ed approfondire argomenti che mi sono cari.

Detto ciò, è chiaro che affinché un lavoro abbia valore in sé, è necessario l’impegno di quella categoria che a mio parere è la prima a denigrarne l’importanza. Dai, non tergiversiamo, sto parlando dei professori. Gli stessi che disertano le sessioni di laurea o, se ci sono, sono occupati a mandare sms col telefonino sotto il tavolo (scene che manco alle superiori). Lo so che faccio la figura del Bastian Contrario ad ogni costo, ma è necessario perché questa è una cosa che nessuno, nei vari dibattiti sulla questione, si è premurato di sottolineare. Volete che la tesi triennale sia un lavoro serio, senza essere fatto di copia-e-incolla vari o scopiazzature o citazioni farlocche? E’ inutile stare a menar tanto il can per l’aia. Lo dico a costo di scadere nel populismo più becero. Perché per dare dignità ad una tesi triennale basterebbe che i professori si premurassero di far ciò per cui sono pagati: leggerla.

I DIRITTI DEI MINORI NELLA RASSEGNA DEL GRUPPO UNICEF DI GORIZIA

Attraverso lo spunto del film “Trainspotting” si è parlato, la sera di giovedì 1 dicembre, di droga, minori e droga e della realtà locale di Gorizia. La serata, ospitata dal “Punto Giovani”, è stata organizzata dal nascente gruppo giovani che si sta formando in seno alla sezione provinciale dell’Unicef, ed è la seconda di una serie di tre, dal titolo “Children’s Rights”, che si concluderà giovedì 12 dicembre con la proiezione del film “American History X” di Tony Kaye, sul tema del razzismo.

Presente all’incontro(come quello di dicembre, aperto a tutti gli interessati) in qualità di esperto, Massimiliano Ortolan, capo della Squadra Mobile della Polizia di Gorizia, ha presentato il rapporto delle forze dell’ordine col problema del consumo e del traffico di stupefacenti, nello specifico del contesto Goriziano. Il dibattito è stato di informazione, grazie all’apporto di Ortolan, ma anche di confronto e di condivisione di conoscenze ed esperienze.

La coordinatrice della serata è stata Anna Maria Verbi, segretaria del Comitato Provinciale per l’Unicef di Gorizia.

Questi incontri vogliono essere un modo per far conoscere ai giovani presenti nella zona le attività del gruppo, che sono incentrate appunto sull’informazione, sulla sensibilizzazione e su opere di beneficenza a favore degli obiettivi Unicef; già un buon numero di volontarie tra gli studenti in Gorizia partecipa con entusiasmo a queste iniziative.

Davide Caregari

Flickr Photos

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