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La Valmarecchia giunta in sordina a segnare la storia del nostro paese

Quest’estate, 7 comuni d’Italia(Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, San Leo, Sant’Agata Feltria e Talamello) sono riusciti ad ottenere quello che tanti avevano bramato ma che nessuno aveva mai ottenuto: la secessione. Il 29 luglio scorso, infatti, il senato ha approvato in seduta deliberante il Ddl che ha sancito il passaggio dell’Alta Valmarecchia in Emilia Romagna. Val …che? VALMARECCHIA: è una vallata dell’Italia centro settentrionale, che scende dall’Alpe della Luna, in Toscana, divisa nella parte centrale dalle Marche,ed arriva fino al mare Adriatico presso Rimini. O almeno così è stato fino a poco tempo fa. Tutto incominciò quando il “comitato per la Valmarecchia unita in Emilia Romagna” riuscì a riproporre ai sette comuni sotto le Marche il referendum – che ha avuto luogo il 17 e 18 dicembre 2006 – circa il passaggio di tutta la vallata dalla Provincia di Pesaro ed Urbino alla Romagna. L’83,91% dei votanti si espresse favorevole all’annessione. E si può facilmente capire il perché, vista la distanza geografica dal capoluogo, Pesaro. Posso io stesso testimoniare che, utilizzando le strade provinciali, il tempo di percorrenza per il tragitto Pesaro – Pennabilli è di circa 2 ore!Fortunatamente la mia era una gita di piacere ma chiunque altro avrebbe seri problemi se per necessità lavorative o di servizi dovesse recarsi frequentemente a Pesaro. E Rimini è lì a soli 30 minuti di distanza … il piatto della bilancia non poteva che pendere a favore dei favorevoli. Da ciò nascono altre opportunità – come la possibilità di poter usufruire di servizi sanitari superiori più prossimi – ma anche di natura economico. La provincia di Rimini, di recente creazione(1992), ha avuto fin ad oggi un territorio molto ridotto, occupato per la maggior parte dall’hinterland costiero. L’aggiunta dei sette comuni, nuovo ed agognato entroterra, non può che invogliarla a spostarvi i suoi investimenti, soprattutto a livello turistico, contrariamente alla provincia marchigiana che deve spalmare i suo fondi su un entroterra ben più vasto.

Ovviamente, i pareri delle giunte delle 2 regioni non potevano che essere completamente opposte: tanto l’Emilia-Romagna si è dimostrata entusiasta e sicura ad accettare l’annessione, quanto le Marche sono state titubanti e poco convinte nel rifiutare la secessione. Anche le motivazioni di tale rifiuto sono state alquanto misere e poco sostenute. La difesa dell’unità del territorio storico del Montefeltro non ha sortito alcun effetto – neutralizzato dalle contro risposte di coloro che sostengono che non solo la vallata del Marecchia, ma tutto il Montefeltro fosse da sempre storicamente Romagnolo – mentre la difesa del delicato equilibrio economico è stato quasi del tutto ignorata. Infatti, agli abitanti dei Sette l’idea di diventare l’unica fonte di turismo culturale del riminese fa troppo gola. Ma è proprio questo equilibrio che rischia di essere rotto: la mancanza di un turismo culturale locale che potesse coprire i giorni di mare “sprecati” per colpa del cattivo tempo, spingeva le agenzie turistiche del riminese ad organizzare eventi e gite nella provincia marchigiana. Ora con la molto probabile attrazione di questo genere di “tappabuchi” verso la sola Valmarecchia( ricca di magnifici paesaggi, paesini storici e rocche medievali) si rischia di assestare un grave colpo al turismo prevalentemente culturale di Pesaro ed Urbino.

Il 6 maggio di quest’anno la camera ha approvato il disegno di legge con la successiva approvazione del senato. Così, il 3 agosto 2009 i sette comuni dell’Alta Valmarecchia hanno segnato una parte importante nella storia della”Questione dei confini regionali”, fenomeno che coinvolge da tempo ormai tutta la Penisola.

Le prime avvisaglie si ebbero negli anni ’60, con il rientro di Trieste all’Italia e la formazione della Regione “Friuli-Venezia Giulia”. Nel progetto di creazione di una provincia del Friuli occidentale, infatti, il comune di Pordenone coinvolse i comuni del mandamento di Portogruaro – parte storica del Friuli – ma, sebbene la provincia di Pordenone nacque, per il Portogruarese non si ottenne alcun risultato . Ciò fu dovuto fondamentalmente a causa delle scelte del parlamento, desideroso al più presto di istituire la nuova regione ed accantonare, inoltre, un iter legislativo come quello del passaggio di regione,ancora non ben disciplinato.

La questione restò così assopita fino agli anni ’90, quando nella zona iniziarono a formarsi i primi comitati popolari che chiedevano l’annessione al Friuli-Venezia Giulia. Da quel momento, la questione prese piede e si diffuse in tutta Italia, andando ad interessare altre aree, come quella Dolomitica (con il caso di Cortina d’Ampezzo e i Comuni ladini confinanti). Ma l’art. 132, comma II della Costituzione – che dal 1970 disciplinava la materia – rendeva praticamente impossibile il cambiamento: prescriveva, infatti, che il Comune, o i Comuni interessati, producessero una delibera con la quale richiedere l’indizione del referendum, corredata da un numero di delibere comunali e/o provinciali interessate di entrambe le regioni e rappresentanti un terzo della popolazione regionale. Solo in seguito, si sarebbe tenuto il referendum in entrambe le regioni.

Nel 2001 si ebbe , per opera del governo Amato, la riforma del titolo V della Costituzione, comprendente anche l’Art 132. D’ora in avanti è necessaria per l’indizione del referendum la sola “approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati”. Si ha avuto così negli ultimi anni il fiorire di un gran numero di Referendum, alcuni approvati ed in attesa dell’adempimento dell’iter istituzionale, come Carema e Noasca( dal Piemonte alla Valle d’Aosta), altri invece respinti, come Leonessa (nel Lazio). Il comitato per la Valmarecchia unita in Emilia Romagna può ritenersi dunque ben soddisfatta del suo primato.

Ma le avversità non sono ancora finite: la giunta regionale delle Marche non ha alcune intenzione di mollare, ed ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge parlamentare. Sono in ballo l’onore e l’identità delle Marche . L’onore è quello dell’amministrazione provinciale di Pesaro ed Urbino che non accetta la mutilazione del suo territorio – ma che, ad essere sincero, non si è mai impegnata attivamente a mantenere. Infatti, abituata ormai da circa 60 anni ad avere la vittoria in tasca alle elezioni locali, la sinistra si è adagiata sugli allori, ed ha completamente ignorato problemi e necessità che andassero oltre i soliti inciuci politici. Ma ora che quello che sembrava impossibile è diventato realtà, l’ansia da “effetto domino” di perdere altri comuni a favore della Romagna – come quelli della Val Conca,altra vallata a metà tra Marche e Romagna– li sprona ad una disperata contro misura. Si lotta anche per la difesa dell’identità culturale della provincia, che per ragioni storiche, non può che comprendere anche la Valmarecchia, visto che lì hanno origine prodotti gastronomici tipici e lì sono accaduti fatti ed eventi che hanno segnato la storia della provincia.

Purtroppo, però, i problemi che si pongono di fronte ai nostri intrepidi comuni non provengono solo dalle Marche. Infatti, sebbene così ansiosa di annettersi i nuovi comuni, sembrerebbe che l’Emilia Romagna non sia in grado di finanziare l’oneroso processo di trasferimento amministrativo – che secondo il progetto iniziale doveva essere a costo zero per entrambe le regioni. Inoltre, sembrerebbe che non tutti i romagnoli siano così entusiasti come le proprie istituzioni, poiché quella manciata di comuni già nell’entroterra di Rimini vedrebbero ridotti i pochi fondi che la provincia vi investe, visto che, la maggior parte, finisce nelle tasche dei comuni dell’ultraproduttiva riviera. Si spera ancora che i fondi necessari giungano da Roma ma, siamo in tempi di crisi …

Si prevedono tempi duri per i neo-romagnoli: un riordinamento amministrativo non può avvenire dall’oggi al domani, ma richiede molto tempo. Ci sono piani catastali da consegnare, cambiamenti di ordine ed albo professionale da effettuare , processi giudiziari da trasferire e tante altre cose ancora; per non parlare dei progetti di investimento che la regione Marche ha dovuto troncare di colpo e che, invece, l’Emilia Romagna probabilmente non ha nemmeno iniziato a considerare. Chissà quando sapremo se tutto ciò sarà servito a qualcosa, se i 7 comuni della Valmarecchia saranno passati dalla padella alla brace o se, infine, la Corte Costituzionale gli imporrà retro fronte?

Tommaso Ripani

tommaso.ripani@sconfinare.net

Toscana, il Chianti e dintorni 

Se vi dovesse capitare di trovarvi a Monteriggioni o a Castellina in aprile, verreste accolti da collinette dolci che segnano la linea dell’orizzonte, ornate da vigne o prati di margherite bianche e gialle, attraversate da strade sinuose con pochissime macchine. Questo è il Chianti, quella zona compresa tra le province di Siena e Firenze, caratterizzata da spazi collinari coltivati a vigne con i casolari antichi e circondati da un insieme di paesini medievali, con la cinta delle mura attorno alla piazza del paese dove sta la chiesa e la sua facciata con l’ampio rosone. Così si presentano tutti questi paesini, come ricorda Dante nel XXXI canto dell’Inferno a proposito di Monteriggioni, che in su la cerchia tonda di torri si corona.

La Toscana vista da qui fa pensare ad un perfetto compromesso tra sviluppo economico e tutela dell’ambiente, i paesaggi così dolci si devono al modello della mezzadria, con le terre direttamente gestite dai contadini, modelli diversi hanno provocato disastri sociali e paesaggistici: oggi sono ancora evidenti al meridione le conseguenze del latifondismo, fondato sulla deresponsabilizzazione e sugli sprechi.

Certo, assaggiare un pezzetto di pane toscano la prima volta e scoprirlo sciocco è una sorpresa, ma quando arrivano lardo di colonnata, coppa, spalla, pecorino, salame di cinghiale, tutto si spiega, altro sale sarebbe fuor d’opera. E d’altronde, se siete nel Chianti, non vi preoccuperete troppo del pane, anche nella più truce salumeria il rosso di casa è più che accettabile.

Il Chianti si estende dunque tra le due città di Siena e Firenze, d’obbligo visitarle entrambe.

La prima, per chi vive a Gorizia da universitario, può servire da metro di paragone, come può inserirsi una comunità universitaria in una città, o meglio in un paesone, piuttosto provinciale. Anche lì gli studenti lamentano, ma godono di spazi propri, e passeggiando per piazza del campo senti le lingue del mondo. Vi si potrebbe mandare in viaggio studio il Sindaco Romoli assieme al Presidente del comitato antischiamazzi, scoprirebbero con sommo sbigottimento che la storia e le tradizioni della città non sono messe in pericolo dagli studenti, i quali hanno fatto di Siena tra le città italiane più legate ai rapporti internazionali.

Firenze: la culla del Rinascimento ed anche di Piero Pelù, ti siamo grati per entrambi. Passeggiando per le sue vie, passando tra il Battistero color nero fuliggine e il Duomo appena tirato a lucido, troverete turisti di tutto il mondo, ciascuno che sembra star lì spavaldo a voler riaffermare che i luoghi comuni hanno sempre un fondamento di verità oppure semplicemente che all’estero ognuno ha bisogno di riaffermare le proprie origini. Sicché, una volta che vi sarete fatti spazio tra i giapponesi con le webcam e le comitive polacche con le magliette con Wojtyla, arriverete a piazza Santa Croce. Abbandonate la sciocca idea di prendere un caffè o una pizza, e dritti e decisi puntate alla Basilica. Uno spettacolino mi distrae, ci sono tre ragazzi rom che suonano musica tzigana, attorno a loro una gruppo di turisti francesi, in pochi minuti un centinaio di persone vengono coinvolte nella danza, i francesi battono il tempo e il ragazzo rom alla chitarra ride felice. Come dice l’antico proverbio, non tutti i rom vengono per nuocere.

Entrare a Santa Croce dovrebbe essere un must per sviluppare un po’ di patriottismo, io volevo soltanto vedere Foscolo e le sue basette – cosa che consiglio a tutti – ma effettivamente l’Itale glorie serbate nella Basilica stimolano l’orgoglio nazionale. Passo in rassegna, come un generale con il suo esercito, riconosco Meucci, Fermi, Michelangelo e Machiavelli. C’è anche la tomba di Galilei, la quale aveva creato qualche problema all’oscurantismo cattolico dell’epoca.

Subito fuori, il chiostro del Bernini mi permette di riposarmi al sole fiorentino, chiedo una bevanda ad un chiosco e il cameriere bengalese, credo, si volta al connazionale dietro di lui: “Nedo, una hoca per il dottore”, sorrido soddisfatto, l’integrazione funziona e il mio narcisismo ne esce rinvigorito.

La Toscana rappresenta il meglio dei secoli di Storia italiana, in tutte le sue declinazioni, e rimane un posto di sperimentazione, un laboratorio sempre al lavoro, che fa da avanguardia e anticipa le nuove e positive tendenze.

Federico Nastasi

Flickr Photos

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