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TravaglioSi sta già concludendo la querelle che ha campeggiato sulle prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali per qualche giorno: scemerà come una di quelle notizie di cui parla Marco Travaglio ne “La scomparsa dei fatti”, verrà dimenticata e si volatilizzerà, come se nulla fosse successo. I canali informativi alternativi alle tv “di Regime” e alle testate nazionali però non dimenticano: è facile trovare, per chi l’informazione sulle vicende del mondo e soprattutto dell’Italia le cerca on line, degli spazi dedicati alla polemica e alle risposte che Travaglio ha fornito per chiarire la situazione.
L’episodio scatenante questa battaglia politica contro Travaglio è la sua partecipazione, sabato 10 maggio, a “Che tempo che fa”, trasmissione di Raitre condotta dal noto showman Fabio Fazio. Il giornalista, rispondendo a Fazio, parla di Schifani, neo eletto Presidente del Senato: racconta delle sue amicizie e dei suoi legami d’affari con persone di mafia. Il giorno dopo scoppia la polemica. E non certo perché Schifani non conoscesse D’Agostino e Mandalà, condannati l’uno nel 1997 per concorso esterno in associazione mafiosa e l’altro nel 1998 per associazione mafiosa, e non fosse stato in affari con loro (in una società di brokeraggio assicurativo, la Sicula Brokers, dal 1979 alla fine del 1980, anno in cui Schifani chiede la liquidazione della sua quota), bensì perché un giornalista ha osato “diffamare” pubblicamente la seconda carica dello Stato. È palese che gli anni in cui i due sono stati condannati distino notevolmente dagli anni dei legami affaristici, ma è altrettanto chiaro a tutti che non si diventa mafiosi da un momento all’altro. Non è insensato dunque presumere che Schifani conoscesse le amicizie e i legami mafiosi che coltivavano i suoi soci della Sicula Brokers. Lirio Abbate – giornalista pluripremiato ed elogiato dal Presidente Napoletano –, nel suo romanzo di protesta contro la mafia e i suoi legami con il potere “seduto in Parlamento”, uscito nel 2007 con il titolo “I complici” e a causa del quale è costretto a vivere sotto scorta, spiega chiaramente le implicazioni mafiose di illustri parlamentari e dello stesso Schifani. Ma il punto è un altro: i giornali non hanno chiesto informazioni al Presidente del Senato in merito alle sue trascorse relazioni con condannati per mafia, hanno invece gridato allo scandalo perché, in un momento in cui il Presidente del Consiglio chiede “dialogo e serenità all’interno del Parlamento e del Paese”, le parole di un giornalista hanno attaccato, minando proprio la tranquillità parlamentare, una carica politica.
E sono le parole di un giornalista che compie in modo ineccepibile il suo lavoro: si documenta, studia sentenze, legge carte su carte e soprattutto ci ragiona e ne trae delle considerazioni reali. Provate e inconfutabile perché dati di fatto. E scrive libri e articoli, denuncia la realtà dei fatti di fronte a un’Italia costretta a vedere telegiornali e programmi di approfondimento politico che raccontano di veline che amoreggiano con uno dei tanti calciatori, di delitti tanto palesi che sembrano irrisolvibili, di epidemie di polli o mucche, e non di chi sono davvero le persone che ci governano, di cosa hanno fatto, di quali conflitti di interesse hanno, di cosa stanno facendo alla nostra democrazia. Travaglio racconta come pochi giornalisti del nostro tempo sanno fare, con ironia ma con estrema puntigliosità: mai un fatto senza documentazione, mai una menzogna, tutto vero e provato. Si può dissentire su un’opinione, non si può però polemizzare, discutere ed essere contrari a un fatto: le cose avvengono e un bravo giornalista le deve raccontare e collegare nel modo più imparziale possibile, ovvero senza preoccuparsi di dare fastidio a una o all’altra parte, ma evidenziando e valorizzando solo gli eventi. Si potrà criticare l’opinione e le considerazioni fatte dal giornalista, ma se egli ha raccontato un evento, questo dovrà essere inattaccabile: possono nascere polemiche sulle spiegazioni e sulle interpretazioni del fatto, ma non sul fatto in sé. Ed è così che Travaglio si palesa come persona scomoda. Perché racconta il potere attraverso i fatti reali e non ne è implicato.
Pasolini nel suo celebre “Romanzo delle stragi” (1974), meglio noto come “Io so”, spiega che lui conosce i nomi dei mandanti delle stragi politiche di fine anni ’60 e di inizio anni ’70 e i nomi di chi sta dietro alla “strategia del terrore” posta in atto in quegli anni per scongiurare una deriva comunista prima e una tentazione golpista neofascista poi, e li conosce proprio perché è “un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”. Il problema che rileva Pasolini è la sua impossibilità di detenere le prove delle conclusioni alle quali le sue riflessioni l’hanno condotto: il mondo del potere non concede “le prove e gli indizi” a chi non è in qualche modo compromesso nelle sue pratiche. A parer mio, dagli anni ’70 qualche passo avanti è stato fatto rispetto a questa difficoltà. Ora è più facile reperire informazioni, prove e indizi, anche grazie alle nuove tecnologie comunicative, e il ruolo degli intellettuali può essere svolto anche da giornalisti integri e separati dal potere allo stesso modo in cui lo era Pier Paolo Pasolini. Travaglio, dunque, secondo la mia opinione, sta svolgendo quel lavoro di coordinamento di fatti anche lontani, sta ragionando. E ciò che lui scrive e dice risulta essere la realtà, tanto quanto ciò che ha scritto Pasolini risulta essere vero anche a oltre 30 anni di distanza.

Michela Francescutto

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