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Dove nasce la rabbia del profondo Nord

di Paolo Rumiz

 

Il sottotitolo e l’immagine di copertina di questo capolavoro di giornalismo potrebbero far pensare a un manifesto della Lega Nord: non a caso, mentre lo leggevo in classe, ho ricevuto sguardi dal perplesso allo schifato (certo non stupiti, d’altronde sono friulano, quindi parte integrante del terribile Nord-Est leghista!).

In realtà, questo libro del triestino Paolo Rumiz, giornalista de “La Repubblica” e autore di numerosi reportage dall’area balcanica, è un rarissimo esempio di imparzialità e lucidità di analisi all’interno del campo minato che è la “Questione leghista”. Questa imparzialità è ancora più eccezionale considerando che il libro è stato scritto nel ’97, sull’onda del clamore suscitato dalle posizioni più estreme della Lega, al tempo partito dichiaratamente secessionista.

 

L’analisi di Rumiz prende spunto da un viaggio in tutto il Nord Italia, parlando con attivisti e dirigenti dei partiti, ma anche con imprenditori del Nordest e della Lombardia, con sindaci di minuscoli paesini di provincia, dal Friuli al Piemonte, con sociologi e intellettuali di ogni orientamento politico e ideologico. Un quadro completo e originale, che grazie alla maestria di Rumiz si trasforma da raccolta di opinioni a documento importantissimo delle ragioni della nascita e dell’affermazione del fenomeno leghista. Un fenomeno caratteristico dell’Italia, non di quella stereotipata di pizza, mafia e mandolino, ma di quella dell’imprenditoria diffusa e familiare, del localismo (eccessivo e non), della religiosità quieta e riservata, quasi più protestante che cattolica (un esempio su tutti: il caso Englaro e la dissidenza del clero friulano dalla posizione ufficiale del Vaticano)… insomma, del Nord, che sembra quasi fare a pugni con l’immagine “tradizionale” dell’Italia.

Quello che davvero colpisce di questo libro è come Rumiz riesca a unire spunti diversissimi, componendo un quadro vario e allo stesso tempo estremamente coerente: è, insomma, un esempio di grande giornalismo, che si cala nelle piccole e grandi realtà con straordinaria umanità e riesce comunque a mantenere una visione d’insieme di ampio respiro. Per capire il fenomeno della Lega, in particolare, un approccio che tenga conto delle particolarità dei luoghi e della gente è fondamentale, perché, come Rumiz stesso suggerisce più volte, la Lega è spesso il frutto di un localismo esasperato, ma che è diventato tale soprattutto perché la Sinistra italiana l’ha sempre disprezzato o peggio ancora ignorato, facendo finta che non esistesse. Berlusconi, in maniera più furba dal punto di vista politico/elettorale (e discutibile eticamente), ha soffiato sul fuoco e ha fatto da cassa di risonanza al messaggio della Lega.

 

La maggior parte dell’intellighenzia di sinistra continua ad attribuire l’innegabile e crescente successo della Lega solamente ad un’ignoranza di fondo, trascurando,  consapevolmente o meno, tutte le dinamiche sociali, ideologiche e politiche che sottostanno a tale successo. È un atteggiamento controproducente, che non ha fatto altro che rendere ancora più salda la “fede” dei militanti del partito e convinto molti indecisi a votarlo. Rumiz, al contrario, analizza finemente tutte queste dinamiche; in particolare, si sofferma sull’aspetto sociologico e culturale del voto leghista, registrando e mostrando quella che lui chiama appunto una “secessione leggera” (dallo Stato e dalla politica in primis). È qui il punto centrale del fenomeno della Lega: quello di essere un fenomeno popolare, nato dal basso e da un comune sentire, trasversale sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista politico. Gli spunti offerti da Rumiz qui sono intelligenti e numerosissimi: ad esempio, le ragioni del passaggio “in blocco” dalla DC alla Lega in Veneto e Friuli, oppure il voto “secessionista” delle provincie (e degli Alpini) che fecero la Resistenza partigiana più feroce. O ancora, perché proprio sulle sponde del “Dio Po” la Lega sia più debole che in Sicilia.

 

La Lega è stata definita un “estremismo di centro”, ancora riferendosi alla sua natura fondamentalmente culturale e apolitica. Rumiz racconta e sviscera le manifestazioni più eclatanti ed estreme dei primi anni della Lega (le adunate celtiche, tanto per dirne una), da una parte dissacrandole e dall’altra cercando di andare oltre, entrambe cose che la politica italiana di quegli anni non seppe fare, dando un’enorme forza e credibilità a Bossi e alla sua carica eversiva.

Quell’”andare oltre” è anche esaminare le profonde contraddizioni del «Nord, capace di esprimere contemporaneamente straordinari “altruismi” nel volontariato e imprevedibili “egoismi” in politica». Perché è proprio questa la cosa più difficile da comprendere per le persone “esterne” al Nord Italia: com’è possibile, ad esempio, che nelle roccaforti leghiste di Treviso e Verona i sindaci “sceriffi” tolgano le panchine per impedire agli immigrati di dormirci mentre quelle stesse provincie hanno i più alti tassi di integrazione e di imprenditorialità degli extra-comunitari? Oppure ancora, come diavolo fanno i bergamaschi a conciliare le “percentuali bulgare” della Lega (strano gioco di parole!) con una radicata ed efficientissima tradizione di volontariato (senza distinzioni di “latitudine” o etnia)? Queste e molte altre ancora le domande a cui avrete risposta, leggendo questo bellissimo libro.

 

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.com

 

“Perdere la memoria è come camminar nella neve senza lasciar impronta”. Edoardo Pittalis, editorialista  e vicedirettore del Gazzettino, spiega così le necessità del suo ultimo parto letterario. “Il sangue di tutti. 1943-1945 in Triveneto”  si muove da un preciso territorio, e dalla gente comune, per raccontare uno degli avvenimenti tra i più studiati della storia recente e, forse proprio per questo, tra i più discussi.
“Quando il fascismo cade l’Italia è spaccata in due, ai milioni rimasti fascisti se ne contrappongono altrettanti d’antifascisti”. E’ poi l’armistizio dell’8 settembre a “spappolare quel che ne rimane: iniziano due anni d’occupazione nazi-fascista, due anni in cui la scelta tra Repubblica di Salò e resistenza è un niente, mancano gli elementi e la consapevolezza per capire; d’altronde l’unica certezza nel Veneto d’allora era la fame”.  E nella “gran fame del tempo di guerra”, persone qualunque diventano, quasi inconsapevolmente,  artefici della storia.
Una storia di morte, di sofferenze, che racconta d’eccidi di bande nere, che riecheggia le gesta disumane di Julio Valerio Borghese (proprio quello del tentativo di “golpe” del ’70) e dei suoi della X^M.A.S. nel Montello,  che fotografa le macerie di una Treviso bombardata alla vigilia di Pasqua di 72 anni fa, che riscopre la crudele verità delle impiccagioni di Belluno, storia che sconfina fino a Trieste, nella Risiera di San Sabba dove ci fu chi si chiese da dove venivano quelle ceneri che cadevano sulle case di Servola e sul mare…
Ma è anche una storia che non dimentica le rivalità interne sul confine orientale, come a Porzus dove, al grido di una libera Italia contrapposto al sogno rosso titino, s’uccisero tra loro partigiani e cadde tra gli altri Ermes, nome di battaglia di Guidoalberto Pasolini, il fratello del genio letterario di Casarsa. Storia che non trascura la sommersa verità delle foibe, il disegno oscuro di chi nel cancellare la memoria altrui la seppellisce nelle voragini della madre terra.
E’ tutto questo e altro ancora il libro di Edoardo Pittalis, il tutto scritto con un inchiostro che vuole rimanere indelebile nella mente dei lettori. Perchè quel “sangue di tutti” non può versarsi nel già straripante fiume dell’oblio.

Davide Lessi

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