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tn_200_300_cose-da-turchi[1]di Marta Ottaviani, Mursia 2008

Marta ha 30 anni: vive in un appartamento a Milano in una delle sue zone più belle e ha tanti amici. Ma anche una vita monotona ed un lavoro precario .

Decide allora di cambiare la propria vita e tenta la sorte candidandosi per una borsa di studio del governo turco. La vince e l’avventura ha inizio: potrà studiare per 8 mesi nella bellissima Istanbul; unica straniera in un college di 3200 studenti .

Scoprirà, così, una Turchia oltre tutti gli stereotipi, che fa riflettere e che incanta con il suo fascino, scaturito dalla fusione dell’antico con il moderno, dell’oriente coll’occidente e della religione con la laicità. Una fusione non sempre armonica, a volte contraddittoria ai nostri occhi , ma che nella mentalità di chi la vive non perde mai il suo senso.

Da quest’esperienza unica, Marta ha tratto il suo libro, fusione anch’esso tra 2 generi diversi – romanzo e reportage giornalistico – per aiutare anche noi ad andare al di là dei comodi stereotipi in cui i più si rifugiano. Con un linguaggio semplice e colloquiale integra descrizioni politico-culturali alle sue esperienze vissute e viceversa: come se, intenti a passeggiare sulle sponde del Bosforo o a bere del çay durante una pausa dal lavoro, ci narrasse della Turchia e dei suoi abitanti, della loro vita quotidiana e del loro modo di pensare. Un libro che, senza affaticare, consente dunque di “farsi un’idea”più chiara a 360 gradi di un paese di cui ultimamente si parla spessissimo ma del quale, in realtà, si è ben poco informati.

Marta Ottaviani è nata a Milano nel 1976. Laureata in Lettere Moderne, viene ammessa all’Istituto per la Formazione al Giornalismo «Carlo de Martino».  Nell’ottobre del 2005 parte per la Turchia, dove, in breve tempo, comincia a lavorare per l’agenzia di stampa Apcom, per i quotidiani «Il Foglio», «Il Giornale», l’«Avvenire», per Radio 24 e per il settimanale «Io Donna». Commentatrice di Radio Tre Mondo ed editorialista del quotidiano libanese «An-Nahar», vive attualmente a Istanbul.

Tommaso Ripani
Tommaso.ripani@sconfinare.net

Regista: Fatih Akin

Cast: Alexander Backe

Nazione: Germania/Turchia

Durata: 90′

Voto: 9

Questo film-documentario del regista turco-tedesco Fatih Akin propone un viaggio ad Istanbul attraverso la sua musica e le diverse sonorità che la compongono. Nel suo lavoro è accompagnato da Alexander Hacke, bassista del gruppo tedesco d’avanguardia Einsturzende Neubauten, affascinato dalla vitalità artistica turca già in occasione della composizione delle musiche per il film “La sposa turca”. Istanbul viene spesso denominata come “ponte tra occidente ed oriente”, sia per la sua posizione geografica a cavallo tra Europa ed Asia, che per le vicende storiche di cui è stata protagonista nel corso dei secoli. E proprio per questi motivi racchiude in sé una molteplicità di culture (e di identità) che spesso riescono ad amalgamarsi tra loro, ma che a volte non riescono a trovare una vera (e propria) integrazione nella società. Ciò vale naturalmente anche in ambito artistico, dove , accanto alla musica tradizionale e (a quella) di derivazione “occidentale”, le diverse influenze creano sound innovativi grazie alla (facile) contaminazione tra stili. Si passa dal liuto saz di Orhan Gencebay al clarinetto dello zingaro Selim Sesler; dalla voce della cantante curda Aynur, ostacolata fino a poco tempo fa proprio per la sua appartenenza etnica, a quella di Müzeyyen Senar, (cantante quasi novantenne) legata alla musica classica orientale; da Erwin Koray, precursore del rock turco moderno (e ispiratore di gruppi quali Baba Zula e Replikas), all’hip hop di protesta di Ceza (e ai musicisti di strada) . Il tutto è accompagnato da scorci di Istanbul e interviste alle persone, in cui emerge ancora una volta la commistione di culture e mentalità in una città e in una nazione che tuttora non trova una collocazione ben definita. Una parte vorrebbe infatti legarsi all’Unione europea, mentre l’altra vorrebbe mantenere intatte le proprie tradizioni senza intromissioni occidentali. Il dibattito resta ancora aperto, anche per la difficile convivenza tra gli eccessi dell’islamismo e la volontà di modernità (che difficilmente troverà una soluzione in tempi brevi). Credo che il film possa aiutare a capire meglio il popolo turco e a conoscere i diversi punti di vista in una nazione in continua evoluzione politica e sociale; naturalmente ciò non è esaustivo (in sé) ma va accompagnato all’apertura verso questa cultura abbandonando (almeno per un po’) i pregiudizi e la diffidenza che hanno accompagnato la storia umana nell’ultimo periodo.

Lisa Cuccato

 

 

Premio Nobel tra polemiche, minacciate crisi intergovernative e opinioni assai differenti, ma pur sempre grande letteratura.

12 Ottobre: premio nobel assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk.

“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva: l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi un giorno è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando ero sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancor più bello vedere le due rive insieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.”

Con questa affermazione del neo premio nobel Orhan Pamuk si riassume la sua visione del mondo, la sua concezione di letteratura; egli ci dona una piccola goccia dei suoi pensieri riguardo alla Turchia, patria dell’autore dal 1952. Al di là delle continue dichiarazioni tra lo stato francese e quello turco; dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una legge che punisce penalmente chi nega il genocidio della comunità cristiana armena degli anni 1915-18. Al di là della disapprovazione di Pamuk stesso e della Comunità Europea della suddetta proposta di legge considerata illiberale e controcorrente rispetto alla politica di riconciliazione dell’Ue atta a permettere l’entrata della Turchia nell’Unione. Al di là di tutte le polemiche, quello che non si deve porre in secondo piano ma far emergere con determinazione è l’esistenza di una produzione letteraria di alto stile che a partire dal 1974 muove timidamente i suoi primi passi con il romanzo “Oscurità e luce”. Dopo aver studiato giornalismo alla Istanbul University, Pamuk è stato ricercatore alla Columbia University a New York e alla University of Iowa. In questo periodo inizia a scrivere i suoi primi romanzi legati alla corrente del naturalismo; tutto riconduce a descrizioni di paesaggi smarriti e sconvolti della provincia turca, allo splendore della capitale sul Bosforo. Fino alla fine degli anni ’80 la sua produzione rimane legata soprattutto ad elementi biografici, a descrizioni di luoghi in cui l’autore ha trascorso la propria infanzia (La casa del silenzio, il castello nero). Il 1990 è l’anno di svolta che segna l’inizio del periodo postmoderno (Il libro nero); un periodo che tuttavia rimane fortemente permeato dallo spirito favoloso, dall’oralità della tradizione orientale, dall’eco dei vari racconti dei saggi nei quartieri turchi. D’importanza fondamentale è, quindi, il tema dell’identità che riconducibile sia al conflitto di valori tra l’occidente europeo e la cultura islamica, sia ad una più profonda radice psicologica. I romanzi lasciano spesso in sospeso la soluzione di tale conflitto, presentano trame complesse e personaggi di grande carica emotiva. L’Istanbul contemporanea e dell’impero ottomano non è solamente lo sfondo delle vicende umane ma assume la qualità di personaggio, di organismo vivo, con una sua storia da raccontare.

Ed è questo che costituisce il valore aggiunto del premio Nobel. La descrizione di una città sempre luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Il valore aggiunto risiede in quella capacità di unire la sua formazione estremamente influenzata dall’Oriente e quella sua nuova vita sempre a contatto con il mondo occidentale. L’autore si erge a punto di contatto tra queste due realtà eterogenee, le descrive, le fa leggermente sfiorare come un timido incontro e poi le fonde assieme. Stoccolma, infatti, annuncia: ” A Orhan Pamuk perché nell’anima melanconica della sua città ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell’interrelazione delle culture” .

Quest’anno il premio Nobel è stato assegnato, perciò, ad uno scrittore simbolo della cultura laica, ha prevalso una certa ragione politica che vede premiare un personaggio al centro di un archiviato caso politico, accusato dal governo turco di antinazionalismo per la sua presa di posizione sui massacri degli armeni e curdi. La sua patria nega, quindi, la classificazione di quest’uomo, che ha rifiutato il titolo di artista di stato, come un autore esponente di quell’engagierte Literatur, utilizzando una definizione tedesca, ossia di quella letteratura politicamente impegnata che da pochi anni ha incontrato la penna di Pamuk. Letteratura che coniuga efficacemente tradizione, avanguardia e sensibilità politica, nettamente al passo con i grandi processi di sviluppo che accompagnano i nostri giorni.

Nicoletta Favaretto

Bibliografia:

Oscurità e luce, 1974

La casa del silenzio, 1984

Il castello bianco, 1985

Il libro nero, 1990

Il volto segreto, 1992

La nuova vita, 1995

Gli altri colori, 1999

Il mio nome è rosso, 2000

Kar (neve), 2002

Istanbul, 2004

Flickr Photos

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