You are currently browsing the tag archive for the ‘una’ tag.

Un terremoto minaccia di riversarsi sulla politica italiana. Sono tanti, a sentire loro; sono moderni; e soprattutto, sono arrabbiati. A fine settembre si sono trovati tutti insieme in un prato fuori Cesena, in quella che è stata presentata agli occhi del mondo come una nuova Woodstock. Ma tranquilli, dimenticatevi il glorioso mantra sesso-droga-rock’n’roll; la nuova Woodstock è consistita nel raduno del movimento 5 Stelle, capitanato da Beppe Grillo. Una due giorni di musica, arte e comizi, che ha portato su un prato di Cesena circa centomila persone, centomila “rivoluzionari”, come li ha chiamati Grillo. Questo raduno offre sicuramente degli spunti di riflessione interessanti, e porta a chiedersi: Grillo si pone a fustigatore della politica, e a rivoluzionario; ma cosa dobbiamo aspettarci veramente da lui in questo autunno caldo? E’ un genio politico pronto a portare qualcosa di innovativo, o un furbo impostore?

Per prima cosa, non si può negare che Grillo abbia puntato sul cavallo corretto. Egli, con la sua verve polemica da comico senza peli sulla lingua, ha saputo percepire e raccogliere le voci di antipolitica e di rinnovamento che da anni emergono dalla società italiana. Da un po’ di tempo, però, il movimento è entrato in una nuova fase; non contento di scagliarsi solo a parole contro il sistema politico tutto, proponendo il superamento dei partiti e dei privilegi, ora ha deciso di entrare nell’agone politico, ponendo come obiettivo legittimo e raggiungibile quello di ottenere 10 deputati alle prossime legislative. La contraddizione è evidente: il movimento va contro i partiti, ma vuole giocare sul loro stesso terreno. Non basta un nome, movimento, a non trasformare i grillini in partito; se partecipano alle elezioni, se il loro obiettivo diventa quello di avere deputati in parlamento, è necessario un certo passaggio ad una forma partito, se non altro per recrutare i candidati.  Infatti, non si può dire che il PDL sia un organo strutturato e dotato di profondità di azione sul territorio; ma non si può affermare che queste sue caratteristiche non lo rendano un partito. Anzi, è un partito tanto meno democratico, quanto le decisioni riguardo al suo funzionamento sono prese solamente dal suo leader. Ora, vedo molto difficile che il Movimento 5 stelle non faccia la stessa fine, sottoposto alla scelta finale dei deputati da parte di Grillo. Perchè, se è vero che il comico assicura che la legge elettorale è una porcata e va modificata, come d’altronde buona parte delle persone dotate di intelletto sostengono da molto tempo, è altrettanto vero che per entrare in Parlamento bisogna giocare con le liste bloccate, e quindi Grillo può fare il buono e il cattivo tempo, proprio come uno qualsiasi dei vecchi politici criticati a Cesena.

Grillo però ha un grande merito: quello di sapere usare con maestria i mezzi di comunicazione contemporanei. Internet non ha più segreti per lui, e grazie alla rete riesce ad allargare sempre di più la sua schiera di seguaci insoddisfatti del sistema. Può essere questo visto come un uso dei media che porterà ad una maggiore democrazia? Non credo; vedo assai improbabile uno sviluppo di questo genere, perché comunque tutto il meccanismo fa capo al leader, che domina le idee del gruppo senza possibilità di contraddizione. Anzi, questa politica “diffusa” rende ancora più difficile mettere in discussione il leader, cioè Grillo, perchè la rete crea un pubblico amorfo, da cui pescare le teste più fedeli e lasciare perdere le altre.

Insomma, il movimento 5 stelle critica i meccanismi della politica, ma per veicolare il suo messaggio di critica ne utilizza gli stessi meccanismi, portandoli ad un nuovo livello.  Grillo non è diverso, non è nuovo rispetto a Berlusconi; è semplicemente arrivato dopo, ne ha potuto studiare la bravura e gli sbagli e, ora che ha studiato, ne approfitta per ottenere gloria come novello Messia. Questo è dimostrato da un’ultima considerazione: in un momento in cui la vera opposizione al sistema politico attuale sarebbe spingere ad una riflessione precisa e preparata sulle vere priorità del Paese, Grillo si limita a criticare, ad urlare. Il programma del movimento esiste, e ad onor del vero ha anche proposte interessanti, in particolare sull’ambiente. Ma insieme ad esse sono presenti molte dichiarazioni generiche, populiste, simili,anche se di segno opposto, a quelle a cui ci ha ormai abituato la Lega. Questo non significa che poi, una volta nelle stanze del potere, i grillini non sappiano il fatto loro, e non prendano inziative degne di nota; basta pensare a David Borrelli, candidato governatore del movimento alle ultime regionali in Veneto, e consigliere comunale a Treviso. Ma quello che appare desolante è vedere come in realtà sia proprio a livello di comunicazione nulla cambi; Grillo dice di voler fare la rivoluzione, e di cambiare la politica, ma poi è il primo a rivolgersi alle grida e alla trivialità nel discorso politico. Invece, l’unica vera rivoluzione nella politica italiana di questi anni sarebbe portata da chi veramente smettesse di urlare e ci invitasse ad ascoltare, ad approfondire i problemi, ad affrontarli dopo esserci preparati bene su di essi. Di Woodstock ne abbiamo già tante, e si vede quanto male sono usate; ora è il tempo di tornare all’Opera, e di scoprire quanto bella può essere.

Annunci

 Ci sono parole che una persona elegante non pronuncia mai. Non mi riferisco al tradizionale turpiloquio, perché ritengo che certe affermazioni restino circoscritte a colui che le pronuncia, diminuendone soltanto la sua persona che, di solito, viene additata come volgare e maleducata. Il turpiloquio a cui faccio riferimento è una parola strana, non antica ma, neppure così moderna, un termine molto in voga soprattutto negli ultimi due secoli appena trascorsi e che, ad oggi, sta tornando ferocemente, seppur in forma diversa, di moda.

 Chiaramente mi sto riferendo alla parola di dodici lettere che comincia per N e finisce per O. Se ne dovrà occupare chi, in redazione, vorrà titolare l’articolo, io non voglio pronunciarla di certo. Mi fa ancora troppa paura.

 Ero a casa e, piacevolmente, osservavo la vivace vita goriziana sulla via sottostante, quando il mio sguardo è stato catturato dal massiccio e ricercato, almeno come doveva essere nei sui anni migliori, edificio del tribunale e, in lontananza, la sagoma scura, ma onnipresente del castello. Con una tazza di the in mano ho iniziato a divagare dolcemente coi miei pensieri. Non sono riuscito, come prescrive Schopenhauer a squarciare il Velo di Maya e, per forza di cose, ho ripiegato sulla realtà fenomenica. Cosa che, comunque, ha portato i suoi frutti: ho immaginato una triste Gorizia italianizzata e di epoca fascista e una, invece, più allegra, multiculturale e spensierata Görz austriaca o, lo dico con sofferenza, austro-ungarica, la Cacania di Musil, per intenderci (capitolo ottavo de “L’uomo senza qualità”). Ed è stato allora che, quella parola lì, che non voglio pronunciare, ha iniziato a martellarmi il cervello in modo ossessivo. Un vocabolo che è due volte insoffribile. Primo perché è un’invenzione, secondo perché, e sono certo che molti vorranno contraddirmi, è stata ed è tutt’ora fonte e causa di enormi problemi.

 La prima colpa può sembrare revisionista ed approssimativa, ma vi assicuro che non è affatto così. Esiste qualcosa che fino all’Ottocento, cioè fino alla sua invenzione, abbia accomunato un bavarese ed un cittadino di Amburgo? Oppure, per restare nell’indigeno, un triestino ed un siciliano? La risposta è sicuramente negativa. Per chi ambisce citare lingue, tradizioni e cultura, posso prontamente rispondere che la parlata è sempre stata locale, mai comune per una più vasta compagine territoriale e molto spesso se ne è inventata una ad hoc, come in Boemia, l’odierna Repubblica Ceca, nei Paesi Scandinavi e via dicendo. A sostegno di questa tesi, voglio ricordare come tutte le alte sfere governative e sociali in Europa, fino al famigerato XIX secolo, abbiano sempre utilizzato una lingua franca come il latino o, successivamente, il francese. Quanto imponente e massiccio è stato lo sforzo e la pretesa dello Stato-nazione nell’imporre una comune parlata, Dio solo lo sa. Istruzione e, più tardi propaganda, hanno guidato i popoli verso un’identità socio-culturale creata a tavolino per loro stessi, e chi più tardi vi ci arriva, più difficile e più tortuoso gli si presenta il cammino alla meta. Questo processo è stato talmente irruento ed invadente da superare anche il catalizzatore religioso quale fonte di identificazione popolare, decretando la vittoria del verbo orale su credo e tradizioni.

 La seconda colpa è altrettanto manifesta ed è, per necessità, collegata alla prima, il lemma, che non voglio pronunciare, ha ideato, creato e fomentato idee ed ideologie fautrici di conflitti e confini che mai prima nessuno aveva ipotizzato prendessero piede. Senza immergermi troppo nell’attuale e nel recente, di cui sono certo ogni lettore ha piena conoscenza e memoria, citerò solamente l’emblematico caso del tramonto imperiale e regio. Non un desiderio sentito e condiviso dalle popolazioni, quello della frammentazione asburgica, ma semmai una presa di posizione violenta, un diktat, posto da forze minoritarie capeggiate da miopi potenze straniere. Credo che i predicatori della sedizione in Boemia, in Galizia e in Croazia, i cechi Kramar e Klofac, il ruteno Markov, i croati Supilo e Trumbic, fossero solo delle figure isolate, con un ridottissimo appoggio popolare. Dopo il 1918, agli occhi del mondo, i popoli presero il potere, ma non ne erano pronti e la scena era già preparata per i dittatori.

Per questo rido, anzi sorrido quando leggo Langone e le sue poetiche dichiarazioni su immigrazione, cultura e nazionalità. Non mi piace quello che dice, ma adoro il come riesca sempre a proporlo al grande pubblico. Ho, invece, solo lacrime e indifferenza per altre voci e penne barbare, prive di contenuti e di stile.

Francesco Plazzotta

I dischi sofferti e difficili da capire sono i migliori. Un’opera d’arte che si rivela immediatamente è noiosa. Non resta. Come ogni cosa, un disco può essere amato sul serio solo se ci si sente a poco poco avvinti ad esso, quasi morbosamente. E diventa come una droga. All’inizio non lo si riesce ad ascoltare, però avvertiamo un certo suo chiamarci irresistibilmente. Continuiamo, con nostra meraviglia, a tendere l’orecchio. Quando riusciamo finalmente a sentire, allora la ricompensa è enorme.

Al mondo ci sono montagne di dischi buoni, palate di dischi ottimi. Pochissimi hanno però il coraggio di essere veramente ambiziosi. E l’ambizione, in arte, è tutto: perché la creazione è l’atto con cui l’uomo si fa divino, ricommette il peccato originale, mescola bene e male a suo piacimento, spesso confondendoli. 17 RE è il migliore disco nella storia del rock italiano, senza discussioni. Perché è il più ambizioso. 17 RE è degno della febbre d’un dio – è un disco folle, tremendo, capace nell’arco di pochissimi accordi d’innalzare un inno religioso dal fango. Cosa che nella storia è riuscita a pochi, forse soltanto a un Dostoevskji. 17 RE è un disperato, accorato atto d’amore per l’uomo, per l’umanità – un amore puro e senza compromessi, dolce quanto crudele.

Ogni brano del disco meriterebbe, qui, di essere raccontato. “Café, Mexcal e Rosita”
è una canzone d’amore volutamente ossessiva, perversa. Solo nella distruzione e nell’umiliazione dell’oggetto del proprio desiderio si ama, si possiede davvero. Ognuno uccide il suo amore: solo i più sensuali usano il coltello. Pelù è una bestia, la sua voce è un pulsare di versi gutturali, istintivi, sta prima della ragione. E’ per questo che i testi, seppur a tratti geniali, significano poco o nulla. Si limitano ad essere evocativi, comunicano per via empatica, non razionale: è un ottimo esempio di questo il mantra sciamanico di “Gira nel mio Cerchio”, la rabbia di “Cane” o di “Ferito”.

Sospeso tra febbre e rinascita, il capolavoro del disco è “Pierrot e la Luna”, un crescendo che sembra spaziare verso l’infinito, per un istante di più completo fondersi con il tutto, per esserci / non mancar più. Ogni cosa è finalmente riconciliata nell’oblio di sé, si riscatta in un’armonia superiore, indifferente ed eterna. La notte si fonde in un crescendo finale di luce, si commuove chi per un attimo riesce a guardarsi innocente e perfetto, di nuovo bambino nonostante tutto sia così rovinato in questo nostro mondo così carnale e volgare, ma qui non siamo più sulla terra, siamo sulla luna e da qui tutto appare sereno ed immacolato. Prestami la tua penna, Pierrot, fammi scrivere la quiete alla luce della tua luna. Come un frammento che cade lontano, raggiungere quell’ultimo annullamento cantato anche in “Resta” e “Re del Silenzio”. “Pierrot e la Luna” è una canzone per l’innocenza, il folle volo di voler conoscere, di tentare, pura gioia, nirvana. Non c’è nulla che non si possa prendere con le mani e fare nostro. Non c’è nulla che sia davvero distante da noi, se sapremo esserne all’altezza. E’ una sensazione che riempie, estatica, molte canzoni del disco: “Come un Dio”, “Febbre”, “Apapaia”, “Univers”, “Ballata”. E’ questa la chiave di lettura più completa di 17 RE, un disco sempre alla prima persona singolare, l’Unico Io: in 17 RE l’Io si afferma in tutta la sua straordinaria, meravigliosa purezza e non c’è spazio per nulla che sia diverso da me, perché in me ed in me soltanto si deve riflettere ogni cosa creata.

I Litfiba, in queste sedici canzoni, sono Classici: sono Latini, sono Greci. Illuminano millenni di cultura mediterranea in un solo disco. Non esistono, tra quelli che mi sia mai capitato di ascoltare, dischi che rifulgano di altrettanta ambizione. Gli stessi Litfiba la tradiranno, diventeranno qualcosa di ridicolo e di patetico rispetto alla bellezza della loro promessa iniziale. Ma in questo preciso momento, un attimo prima della loro decadenza, confusi dalle droghe, ridotti in pezzi, riescono a creare l’immagine di un uomo perfettamente in equilibrio col creato – microcosmo e macrocosmo si uniscono ed il risultato è l’Arte e con essa, in una parola sola, la libertà. L’Io è una cosa sola con ciò che gli sta attorno, lo possiede tanto nel bene che nel male. E’ forte, affilato, leggero. E danza.

Dopo gli esordi sul Bosforo, Ferzan Ozpetek si allontana per la prima volta dalla location Romana per l’ennesima commedia a tema omosessuale (il set salentino mi spinge a immaginare una sorta di omaggio preelettorale al presidente Nichi Vendola, ma forse è una malignità priva di fondamento).

Ambientato in una Lecce raggiante, Mine Vaganti racconta la storia di Tommaso (Riccardo Scamarcio), aspirante scrittore che torna in famiglia per dichiarare la propria omosessualità ma anticipato in questo dal fratello maggiore (Alessandro Preziosi) si ritrova costretto dagli eventi a seguire l’azienda di famiglia.

Rispetto al precedente Saturno Contro, Ozpetek ci presenta un racconto privo di connotazione politica. Non sono più all’ordine del giorno le battaglie per i diritti delle coppie di fatto alle quali si accennava nel film del 2008 e che per qualche tempo hanno infiammato di polemiche giornali e talk show. Se i temi principali in Saturno Contro o Le Fate Ignoranti erano l’amicizia, la convivenza e le relazioni, con Mine Vaganti si passa alla famiglia, “l’unica cosa più difficile dell’amore”, come recita il motto del film.

Sono proprio i membri di una famiglia fin troppo retrograda le mine vaganti del titolo, che si muovono ansiose e smarrite non riuscendo ad accettare l’improvviso coming out del primogenito:

Una variegata parentela tra cui si distinguono, un po’ tipizzati, il padre padrone (Ennio Fantastichini), la madre ingenua (Lunetta Savino), una zia alcolica (Elena Sofia Ricci), un cognato logorroico e, avvolta dai ricordi, una nonna bellissima e profonda ( la straordinaria Ilaria Occhini).

Il ritorno a casa porta Tommaso, che ha sempre mentito ai suoi sugli studi e sulle sue aspirazioni, a trasformarsi per un momento nel ragazzo che gli altri si aspettano sia. Nel pastificio che si trova a gestire in compagnia della bellissima Alba (Nicole Grimaudo), riaffiorano i legami e gli affetti sopiti dalla lontananza, portando Tommaso a confrontarsi con il passato, la sua terra, le sue tradizioni, e con i legami dai quali non può prescindere.

Tanta incomprensione per la natura dei figli appare senza dubbio un po’ irreale nel contesto alto borghese che viene proposto, ma l’incomunicabilità di cui sono vittime le mine vaganti è giustificata dal quadro di una famiglia ancora allargata e patriarcale.

Tra elementi ormai caratteristici (le bellissime riprese a tavola) e una colonna sonora – al solito – malinconica e retrò, Ozpetek riesce ancora una volta nel realizzare esattamente quello che il suo pubblico ormai si aspetta: tanti sentimenti alleggeriti e costretti tra situazioni equivoche e ironia per due ore (scarse) in cui non ci si annoia, ma che anzi ci lasciano fuori dalla sala un po’ pensosi e intristiti.

Bellissima l’ambientazione: tra gli uliveti, le ville barocche, i torrioni sulla costa ionia e le stradine del centro, la fotografia fa senza dubbio un’opera gradita all’ente per il turismo locale presentandoci un Salento incantevole con immagini luminose e vivaci anche negli interni… ma perdonate il campanilismo.

Giacomo Manca

 

Caro Iggy Pop:

muoia Sansone, e tutti i Filistei. Cos’è, in questo paese tutti fanno i pagliacci ed io dovrei essere l’unico pirla che scrive un editoriale serio? Ci ho provato. Impossibile. Iniziavo e poi mi piantavo, e allora chissene, mandiamo tutto in vacca anche noi, parlatemi di tutto ma per favore: lasciate stare la politica.

Senti Iggy, ti dò io l’idea. L’età giusta per fare il Presidente ce l’hai. Dai, scendi in campo. Tre anni possono bastare per realizzare uno straccio di programma e convincere l’elettorato. Potresti essere perplesso, ma li hai visti gli altri? Se domani si candidasse una treccia d’aglio, la voterei. Arriverebbe come minimo al sette per cento (guardate Grillo, cos’è riuscito a fare). Qui ho già pronti spillette e striscioni. Ho già in testa i ministeri, mettiamo Bob Dylan alla Cultura, Guccini alle Pari Opportunità, alla Sanità Tom Waits, Bennato alle Infrastrutture. Agli Interni proporrei qualcuno di fidate simpatie repubblicane, credo che Emanuele Filiberto possa andar bene. Agli Esteri Bono, così finalmente l’Italia si preoccuperebbe dell’Africa! Ci sarebbe veramente da ridere. Lou Reed presidente della Repubblica. Ovviamente. In Lazio candidiamo Madonna, così i Vescovi non si lamentano. Devi pur fare qualche concessione, Iggy. E’ normale che siano antiabortisti: li vogliono tutti per loro.

Dovrai trovare qualche occupazione per la vecchiaia. Le giornate a Los Angeles possono essere così noiose. Mettiamo anche noi in cantiere le grandi riforme, sostituiamo il crocefisso con una foto dei Led Zeppelin e costruiamo un ponte da Terracina a Nuova York e due passanti per regolare il traffico tra Cormons e Gorizia, e poi lo facciamo anche noi il giuramento, ho qui una copia di “Sergent Pepper” ancora nel cellophan. Ci metto pure tutte le Escort che riesco a trovarti: dai Iggy, il rock è morto da un pezzo. E’ la politica il vero circo dei dementi ormai.

Rodolfo Toè

rodolfo.toè@sconfinare.net

Un nuovo rimedio contro la crisi

(in caso di controindicazioni, consultare un medico)

C’è chi ingrassa con la disoccupazione, e a farne le spese siamo noi. E’ già abbastanza difficile così: bisogna inventarsene un sacco, per cercare di sopravvivere a questa nostra epoca. L’ottica di pieno impiego, nella teoria liberista, si fonda sul postulato fondamentale che, in ultima istanza, ogni maschio può sempre arruolarsi ed ogni donna prostituirsi. Ultimamente anche la politica va per la maggiore e non è da escludere che in futuro siano molti i senza occupazione che decideranno di tentare una carriera in qualche partito. Perché no? Non ve l’hanno mai detto, ma con un po’ di flessibilità è abbastanza comprensibile.

Bisogna sapere cosa fare e cosa non fare ed ogni buon consiglio è bene accetto, di questi tempi. Da parte mia, credo proprio che possa essere un argomento utile da affrontare il ruolo che tra Gorizia e Trieste (in un’ottica nazionale ammetto di non saperne nulla) ricoprono le agenzie di lavoro interinale.

Una polemica, recentemente portata avanti dal sito Bora.la e dal blog di una giornalista del Piccolo, Elisa Russo, verte proprio sul ruolo delle agenzie interinali (per intenderci: Metis, Menpower, Umana, etc.), ruolo che definirei quantomeno ambiguo.

La mia esperienza personale, a questo proposito, è stata abbastanza esemplare. Per un paio di mesi, a cavallo tra novembre e gennaio, mi sono messo alla ricerca di un lavoro. Qualcosa giusto per tirare avanti, mica niente di difficile o di qualificato. Mi sarei accontentato di tutto, dal netturbino all’operaio, sono di poche aspirazioni io e, come ben si sa, i soldi non hanno odore (altro grande postulato fondamentale del capitalismo).

Sprezzando il mio impegno, tutti mi dicevano che a Gorizia non c’era lavoro – e questo nonostante il fatto, che avrete notato sicuramente, che gli annunci delle agenzie rimangono appesi per mesi interi in vetrina. A me, che intendevo solamente mantenermi, anche un posto come addetto allo scodellamento in una mensa scolastica sarebbe andato benissimo. Ho ventiquattro anni, una buona istruzione, sono mediamente stupido, mediamente di bella presenza (ho dieci dita, due occhi e una bocca), godo di buona salute: le vie del mondo mi dovrebbero essere (quasi) tutte aperte.

E invece no. Strano a dirsi ma, per quanto fossi diventato un habitué di tutte le agenzie di Gorizia, non c’era apparentemente incarico che potessi ricoprire. Anche quando mi offrivo di fare il pelapatate, mi sentivo rispondere che il mio profilo non era quello giusto, che non ero adatto a quel lavoro, che avevano già assunto qualcuno proprio stamattina (che caso!). E questo non soltanto a me. Insomma, mi pareva proprio che non volessero darmelo, il lavoro, nemmeno quando insistevo per avere un periodo di prova. Mi facevano compilare i loro assurdi ed interminabili curricula, i loro formulari, e mi rispedivano a casa. Non mi hanno mai richiamato.

La piccola polemica nata ultimamente mi ha permesso di fare un po’ di luce sulla faccenda, di vederci un po’ meglio e di mettervi in guardia contro questi giocatori delle tre carte. Le agenzie interinali non vi daranno lavoro, per cui è meglio che ve ne stiate alla larga. Quello che a loro interessa è avere quante più persone possibile iscritte nelle loro liste, in modo da ricevere fondi pubblici (regionali, ma soprattutto europei) che vengono commisurati, a quanto ho avuto modo di capire, in base al numero di disoccupati che esse dovrebbero teoricamente “impiegare”. Invece, se ne fregano bellamente. Stanno lì, a mangiarsi i nostri contributi, e non fanno nulla per migliorare la situazione. Tutto quello che fanno è prendere i vostri dati, inserirli nei loro tabulati in modo da intascare ancora più soldi. Per il resto, chi ne sa nulla. Intanto, loro se ne possono stare a posto e fingere di essere utili alla causa. Mi sembra importante condividere questa esperienza perché quante più persone ne saranno a conoscenza tanto meno loro potranno continuare a fare questo gioco. Siete ancora in tempo per starne a debita distanza. E se proprio ci foste cascati, come il sottoscritto, potete sempre andare lì e togliervi la soddisfazione di chiedere che il vostro curriculum sia cancellato. Contandogliene quattro, possibilmente.

La meta in questione è Udine. Terra al centro del Friuli Venezia Giulia, che collega il Veneto con la Slovenia passando per Gorizia, i Pordenonesi con i Triestini e riesce a non amare, e non essere amata da nessuna di questi ultimi. Udine, la città della Gladio. Neglie docet.

Per tutti coloro che non avessero voglia di accettare con asettica ironia ciò che segue e precede, sconsiglio il proseguimento.

Udine è terra a sé stante. Capisco la naturale ed automatica spinta ad inserirla nel panorama friulano, se non altro per ragioni socio-politiche. Ma l’udinese no. Non vuole essere inserito da nessuna parte. Lui se ne sta bene per gli affari suoi, negli affari suoi. E se puoi non farteli, bè, lui ne è contento e sollevato. Preferirà piuttosto vedere la balla di fieno che ha nella stalla rotolare piano piano nel suo cortile o campo. Tanto per capire in che termini uso “friulano”, sia limpido che Udine è la capitale del Friuli e tralasciamo che siamo una regione eterogeneamente composta. Rileggi bene: Udine capitale del Friuli. Non capoluogo, non capoluogo di regione. CAPITALE. Anche perché l’omogeneità, il friulano, non la vuole. Non sa cosa farsene. È importante che tu non sia di colore e che non professi religioni strane. Lui lavora e deve lavorare, quando ha finito può finalmente andare in osteria e ordinare un “tai”. Ben che vada, tornerà a casa e urlerà alla moglie “Femine! Dulà isal di mangjà?!”. Dico “Ben che vada” perché non è detto che riuscirà a pronunciare queste parole senza mangiarsele. Sapete com’è, il vino è nemico dell’uomo e chi scappa davanti al nemico è un codardo. Questo un friulano lo sa bene.

Immediato il parallelo Udine-Gorizia. Ora, sappiamo che il FVG è un bacino particolarmente piovoso: il cosiddetto “pisc*atoio d’Italia”, se non mi fossi spiegato a dovere. Ma anche un udinese dovrà riconoscere che Gorizia è più grigia e piovosa di Udine. Già lo noti quando parti da Udine alle 8 del mattino con tanto di occhiali da sole ed a metà tragitto ti chiedi se il sole a Udine ci fosse davvero. Praticamente arrivi verso Cormons (quello che per i non-friulani è Còrmons) e ti sembra di tornare nei film degli anni ’50. Tutto in bianco e nero.

Arrivi e chi incontri? I Goriziani! Che, poi, li capisco: passare 5 mesi all’anno (sì dai, da ottobre a marzo) in queste condizioni climatiche non è facile. Poco fortunati però: se vanno a Udine sono Bisiachi o Slavi (non Sloveni, Slavi!), se vanno a Trieste sono “furlani”. E tutto il resto d’Italia non sa se risiedono in Italia o in Slovenia.

Poi ci sono i Pordenonesi che per un friulano vero, quello che abita a Udine o nella campagna circostante, è un veneto. Parlano un dialetto diverso, qualcosa di poco udinese e soprattutto non lo chiamano “tai” ma “ombra”. E a Udine l’ombra è quella che proiettano gli oggetti esposti al sole. Quando c’è.

Soprattutto il loro è un dialetto, non una lingua come il Friulano. Provaci, tu, a dire a un Friulano che la sua lingua non è una lingua. Ma in fin dei conti c’ha pure ragione, il Friulano è una lingua così come il Ligure, il Lombardo o il Sardo, come da tutela delle minoranze espressamente citata dalla nostra Costituzione.

Ma l’udinese ha anche un suo dialetto oltre al Friulano. Eh si amici, è il dialetto udinese: un misto tra friulano e veneto, parlato solo dai veri signori udinesi, i quali lo sfoggiano all’occorrenza (tipicamente in bar o a qualche banchetto) per fare i contadini evoluti, quelli che non parlano il rozzo friulano. Perché non dovete credere che l’udinese sia un contadino! No, il Friuli sarà anche una regione di umili origini, ma l’udinese non deriva da tutto ciò. Lui è nobile, aristocratico, non ha le unghie sporche di terra. Adora mangiare il frico, la polenta, il San Daniele e bersi 12-13 tagli di Cabernet ma se è un vero udinese non vi parlerà friulano! Solo dialetto udinese per lui, ed è cosa rara.

I Triestini!!! Come dimenticarsi della guerra archetipica tra Udine e Trieste!? I motivi storici li conosciamo, i libri ce li illustrano a dovere. Ma anche i bambini oramai vengono cresciuti a pane, salame&odio_per_i_Triestini, dalle cui bocche spesso esce un certo melodioso grido “Un solo grido, un solo allarme, Trieste in fiamme, Trieste in fiamme”. Cosa dicano dall’altra parte non voglio saperlo.

Tanto per intenderci, se un bambino Friulano, e quindi di Udine&dintorni, fosse chiamato durante la lezione di geografia di seconda elementare a collocare Trieste sulla piantina geografica, lui chiederebbe spazio su quella slovena. Sia chiaro.

L’uomo friulano è peraltro un uomo molto orgoglioso, grandi principi morali e la famiglia è a lui sacra. Guai se gli citi la moglie o la madre, anche se lui è il primo a chiamare la prima “femine” ed a rispondere male alla seconda. Per spiegarmi meglio, il friulano vero (questa volta mi riferisco al friulano contadino che vive in camicia di flanella, non a quello aristocratico che vive in città), quando rincasa, se trova la moglie sul divano e non a preparargli la cena in cucina, penserà che la catena è troppo lunga.

Puoi andare anche a trovarlo, qualora avessi questa malaugurata idea, ma…: 1. Lui deve lavorare; 2. Magari ha altro da fare o a minuti deve uscire; 3. Se è domenica mattina potrebbe essere a messa, anche se passa 23/24 a condire le sue frasi con delle bestemmie, siano esse esclamative o per intercalare; 4. Stai attento a non presentarti ad orari prossimi a quelli di pasto, potrebbe vedersi costretto ad invitarti a restare a cena e il vero friulano non condivide questi momenti; 5. Tua madre, anche lei friulana, ti ha istruito a non disturbare in casa d’altri, dapprima che cominciasse ad allattarti. 6. Ce ne sarebbero altri, ma mi fermo per limiti di spazio.

Soprattutto, semmai dovessi incrociarlo per strada, distogli lo sguardo. Così non sarà costretto a salutarti.

Ma, al cospetto del friulano dell’hinterland che incarna alla perfezione le sembianze comportamentali e sociologiche di un orso, vi è il friulano udinese della Udine Bene, per i meglio detta anche “Udine Bien”. E il francese non lo sanno, ma fa figo dir così!

La Udine Bene non è di un bene qualsiasi, è di un bene speciale. Per questa casta però non vi sono particolari differenze rispetto a quelle delle altre città. Ma per la Udine Bene sono fondamentali delle tassative vacanze a Cortina e soprattutto almeno 3 settimane di villeggiatura a Lignano. Dove potrai recarti o nell’hotel a 5 stelle o nella casa di proprietà a due piani con piscina e pavimento riscaldato.

Cosa!? Starai mica pensando che il pavimento riscaldato non sia così necessario nella casa al mare? Queste sono tendenziose illazioni! Il pavimento riscaldato è fondamentale!

Pay attention please: IL mare è Lignano, non vice versa. Lignano è “Udine in mutande”.

Ad ogni serata devi come minimo spendere 30 euro in drink per te ed almeno 25 euro per gli amici. Non di più, perché anche l’udinese della Udine Bene è un gran taccagno.

Magari a casa usa le lampade ad olio o le candele perché l’ENEL gli ha interrotto l’erogazione della corrente dopo 6 mesi di mancato pagamento della bolletta, ma in garage ha il Cayenne. Turbo, ovviamente.

Cayenne che andrà rigorosamente sfoggiato, almeno una volta a settimana ed obbligatoriamente il sabato sera quando si scatena la movida udinese (quale?!), per il centro storico cittadino.

Altri nemici dell’udinese sono poi il friulano della bassa e quello carnico.

Per attribuire le appropriate definizioni di ciascuno è importante eleggere il soggetto di riferimento. Un po’ come la Veritas di Hobbes secondo Schmitt.

Se partiamo da quello della bassa la situazione è semplice. Il mare è Grado, non Lignano. A Lignano ci sono le discoteche, ci si va solo per la festa di Maturità, finito il liceo. Per chi ci va, al liceo, spesso i genitori della zona preferiscono per i loro figli un bell’istituto professionale: perdersi sui libri fa male e ti rovina gli occhi. Per il resto c’è Grado, servita dalle corriere della campagna a sud di Udine. A nord c’è Udine, la gente nobile, oltre ci sono la montagna, i montanari e l’ignoto. Sono quelli che puoi effettivamente definire “contadini”.

Il carnico invece è una specie a sé stante. Non puoi condividere esperienze con lui se non abiti almeno a 30 km a nord di Udine. Il carnico, finchè non gliel’ hanno fatto capire a colpi di no, voleva staccarsi dal FVG e creare una regione a sé, con capitale Tolmezzo. Si alza alle 8, spacca un po’ di legna, la mette nel camino e passa 12 ore in osteria con gli amici (quattro, gli amici sono quattro, non di più) a bere damigiane di rosso che, per dissimulare, versa ripetutamente in bicchierini piccoli, così può berne tanti, perché “tanto sono piccoli”. Il vero carnico, quello vero che abita nei paesini, ti saluta sempre. Solitamente vede 5 o 6 anime nel corso della giornata: se tu lo incontri nei suoi vialetti, ti osserverà per circa 3 o 4 minuti ma ti saluterà, quasi con entusiasmo. A Udine sono “Citadins”, da Udine in giù sono “Terons!”

Grande diatriba udinese-carnico: l’udinese è solito definire “carnici” quelli di Tarvisio. ALT! Tarvisio è in Val Canale, non in Carnia. Non offenderlo! (soprattutto, non offendere i Tarvisiani!! Quelli bevono ancora di più!).

Ma il friulano non finisce qui! Da ottobre a marzo, è sempre tempo di “Brovade muset”! Il piatto dovrebbe essere consumato a capodanno, la tradizione lo impone e il friulano la rispetta. Anzi. La “brovada” è una rapa bianca grattugiata dopo averla macerata nella vinaccia per 40 giorni, da mangiare anche cruda. Ma guai a te se confondi il comune cotechino con l’autoctono musetto: il musetto si chiama così perché vengono adoperate parti del muso del maiale. Musetto non è cotechino e se vieni in Friuli devi saperlo.

Il friulano, non l’udinese, che si rispetti vive in camicia di flanella e pantalone di velluto. Lavora sempre e comunque ma l’estate è il suo momento migliore, quando si schiude come i boccioli di un geranio in primavera: sagre, sagre e ancora sagre che dominano estate ed autunno. Il paese scende e si spartisce i compiti, ognuno dietro il bancone o la cassa di turno. I più fortunati, ovviamente, sono quelli al gabbiotto di vino e birra. Gli altri dovranno aspettare la chiusura della serata di sagra per ubriacarsi. Quello col vocione più forte va alla pesca di beneficenza (3 biglietti 6 euro, ma è conveniente!!) e romperà i…timpani per tutta la sera. E la soddisfazione più grande sarà poter dire, a sagra conclusa, “abbiamo avuto più gente del paese a fianco”.

A settembre il gran finale: dai paesi si parte in massa e si va in città, si può finalmente assaggiare un po’ d’aria della metropoli, UDINE. Signore e signori, vi accorrono da ogni dove: è tempo di FRIULI DOC! Mai festa migliore: incitati e autorizzati e bere per 3 giorni, fino a dimenticarsi l’alfabeto.

 

Perché il friulano è un po’ così…all’inizio ti guarda male, ma dopo il secondo bicchiere è una delle più simpatiche, generose e buone persone al mondo.

Friuli Venezia Giulia, ospiti di gente unica.

Fonte: Limes online

 

Qualche settimana fa Mosca si risvegliava sconvolta da due bombe. Alcune donne musulmane, “fidanzate di Allah”, hanno fatto tremare la terra e ucciso 39 persone. Inadatte (e indegne) alla resistenza armata contro il governo russo combattuta nei boschi montagnosi del Caucaso, sono loro che i mariti spingono fino al cuore della Federazione. La donna diventa ordigno e passa facilmente inosservata nella cultura russa, che non è abituata a vedere il femminile come una minaccia.

Il Caucaso è una zona tanto ricca culturalmente quanto martoriata da guerre e povertà. Dietro ogni versante di montagna si nasconde una minoranza etnica, in un mosaico intricatissimo. All’inizio della sua storia il comunismo sovietico prometteva ai popoli di Russia l’autodeterminazione negata da secoli di imperialismo zarista. Ben presto però Mosca si accorse che ogni concessione alle “nazionalità” rappresentava un passo compiuto verso l’autodistruzione dell’URSS. In un clima di nazionalismi emergenti, ben pochi stavano ad ascoltare l’appello alla “Rivoluzione Mondiale”. Così nel corso dell’ultimo secolo è stata la forza a tentare di sovrapporre ad ogni particolarismo nazionale un unico modello di homo sovieticus capace di tenere insieme popoli diversissimi. Dalle migrazioni forzate di Stalin alla gestione ambigua di Gorbachev, nel mosaico caucasico si è consolidata una memoria storica fatta di scontri e oppressioni. Per non parlare della Russia democratica.

Putin sale sulla scena politica a cavallo del nuovo millennio come il risolutore dell’enigma caucasico. Porta un po’ d’ordine in una Russia rotta in mille pezzi, e lo fa con la violenza e la sospensione di ogni diritto per i ribelli caucasici. Le operazioni antiterroristiche si sono concluse solo l’anno scorso. Distrutta dalla guerra e isolata fra le montagne, per la regione al dramma storico si aggiunge una totale mancanza di prospettive di sviluppo. In certe regioni del Caucaso russo la disoccupazione raggiunge l’85 per cento. Il secondo pilastro della strategia putiniana è quindi quello di inviare fiumi di denaro (650 milioni di euro nel 2009) lasciandoli gestire, è il caso della Cecenia, ad un uomo forte, mafioso e a capo di milizie temibili, il leader paramilitare Ramzan Kadyrov.

La vita delle famiglie sospettate di collaborare con il terrorismo non è stata facile. Ci sono madri che hanno visto sparire tutti i loro figli, uno dopo l’altro. All’alba, un convoglio di auto blindate entra nel giardino sgommando, un gruppo di incappucciati totalmente anonimi entra armato in casa, rapisce un familiare e scompare. Nella disperazione di chi resta e che, quasi automaticamente, cade nelle braccia del terrorismo islamico indipendentista che infiamma in particolare le Repubbliche federate di Cabardino Balkaria, Ingushezia, Cecenia e Daghestan. Esprimere il proprio disagio mandando qualche donna a esplodere nella metropolitana di Mosca non è troppo difficile. Infilare una bomba umana in un circuito sotterraneo di quasi 300 kilometri e 180 stazioni è un gioco da ragazzi. La bomba è ancora più efficace se mette di fronte ai sopravvissuti che escono dalla metro il palazzo della Lubyanka, sede di quell’FSB che dovrebbe garantire la sicurezza a Mosca seminando il terrore nel Caucaso. È per questo che il presidente Medvedev non può che rispondere alla provocazione terrorista con le parole “Li prenderemo e li ammazzeremo tutti”. Una forza verbale che nasconde tuttavia qualche dubbio sul piano strategico.

In effetti si capisce sempre meno in quale misura la politica “antiterrorista” nel Caucaso faccia capo a Mosca o ai signori della guerra messi a capo delle province. Ultimamente infatti il vassallo Kadyrov di Cecenia è sempre più indisciplinato. Con il denaro che arriva da Mosca, crea nel centro di Groznyj un’illusione di benessere; ma soprattutto rafforza il suo potere e si rende sempre più indispensabile per il governo del suo feudo. È per questo che all’inizio di quest’anno Medvedev e Putin hanno compiuto di comune accordo un passo piuttosto nuovo rispetto alla loro precedente strategia, creando un’unica maxi-regione caucasica. Se il controllo amministrativo resta nelle mani dei potentati locali, la gestione dei fondi farà invece capo ad un unico “console”, rappresentante ufficiale del governo centrale. Per questo incarico è stato scelto un uomo “nuovo”, Aleksandr Khloponin: per la prima volta qualcuno senza un passato nei servizi segreti e che, al contrario, ha dato prova di buona amministrazione durante il suo incarico precedente in Siberia. Un disegno di lungo termine potrebbe così vedere le Repubbliche separatiste a maggioranza musulmana diluite con la regione a maggioranza russa di Stavropol in una nuova superprefettura (vedi carta).

Il futuro nel Caucaso russo dipenderà insomma da quale delle linee il governo vorrà seguire dopo gli attentati a Mosca: quella dell'”ammazziamoli tutti”, capace di trovare il sostegno dell’opinione pubblica russa ma inefficace nel lungo periodo, o quella più lungimirante della “buona amministrazione”. La scelta non è scontata.

Francesco Marchesano
francesco.marchesano@sconfinare.net

Maggioranza risicata per la lista nazionalista e laica Al Iraqiya

Dopo venti giorni di stallo, la Commissione elettorale è riuscita a dare un verdetto sulle elezioni tenutesi in Iraq il 7 marzo.

Il risultato uscitone è stato un vero e proprio ribaltone elettorale, infatti al contrario di tutte le previsioni, che davano vincente il premier uscente Nouri Al Maliki e la sua coalizione “Alleanza per lo Stato di Diritto” è risultata invece vincente l’alleanza Al Iraqiya dell’ex-premier Iyad Allawi con 91 seggi contro gli 89 di Al Maliki.

Queste elezioni presentano numerosi aspetti di novità rispetto alle precedenti, innanzitutto la partecipazione è stata molto alta raggiungendo il 62,5%, dato invidiabile anche per molti paesi occidentali, in secondo luogo si è avuta una partecipazione massiccia dell’elettorato sunnita, che in precedenza aveva in gran parte disertato le urne, terzo e più epocale il deciso ridimensionamento dei partiti confessionali, fortissimo segnale della volontà degli iracheni di superare gli anni di violenze ed orrori causati dagli scontri religiosi.

Ma chi è il vincitore di queste elezioni? Allawi è nato 65 anni fa, di famiglia sciita ma laico e sposato con una cattolica, in gioventù fece parte del partito Baath uscendone nel 1975 per dissidi con la linea di Saddam Hussein. Si specializza in neurologia a Londra, dove nel 1978 sfugge ad un tentativo di omicidio ordito dai servizi iracheni. Diventa quindi il punto di riferimento di tutti i dissidenti iracheni ex-baathisti e laici, ottenendo l’appoggio americano in diversi tentativi di rovesciare il regime. Rientrato in Iraq a seguito dell’invasione del 2003, diventa premier ad interim nel 2004. Si tratta di un governo-fantoccio delle autorità americane, che gli costa l’appellativo di “boia di Fallujah” a causa dell’offensiva tenuta durante il suo governo sulla città. Finito il suo premierato inizia a preparare la lista laica ed interconfessionale Al Iraqiya, con cui riesce a catalizzare i voti dei sunniti, degli ex-baathisti e dei laici in genere riuscendo a vincere le elezioni.

I veri problemi iniziano però adesso, al di là del fatto che Al Maliki non ne ha riconosciuto la vittoria e ha richiesto il riconteggio dei voti ottenendo un secco no, Allawi ha ora un mese di tempo per formare una maggioranza credibile per ottenere il 163 parlamentari su 325 necessari per governare.

L’impresa non si presenta facile in quanto Allawi ha ottenuto 91 seggi, Al Maliki 89, mentre la coalizione confessionale sciita 70. Gli unici che fin’ora si sono detti disponibili sono i curdi con i loro 43 seggi, comunque insufficienti, e che con ogni probabilità richiederebbero delle contropartite inaccettabili per la componente sunnita in termini di diritti petroliferi e territoriali.

Maliki, sconfitto alle urne, sembra invece messo meglio dal punto di vista delle alleanze, potendo puntare all’accordo con l’Alleanza nazionale irachena, sintesi dei radicali sciiti e forti di 70 deputati, anche se la componente estremista guidata da Muqtada Al Sadr ha fatto sapere di non volerne sapere annunciando un referendum tra i suoi elettori, senza contare che nemmeno gli USA vedrebbero di buon occhio una riedizione del vecchio governo e dei suoi errori.

Resta una possibilità, per quanto assurda possa sembrare, l’alleanza tra Allawi e Maliki. Possibilità confermata dalle dichiarazioni di Allawi, che afferma: “Occorre un governo forte, capace di prendere decisioni che servano al popolo iracheno e portino stabilità e pace all’Iraq. Imposteremo negoziati con tutti i blocchi politici, sia quelli che hanno vinto che quelli che hanno perso”.

Adesso tutti i giochi restano aperti, ma il popolo iracheno ha lanciato un segnale forte con la volontà di avere una società laica, dove sunniti, sciiti, curdi e cristiani hanno pari diritto di cittadinanza, gettandosi alle spalle gli anni di guerra e divisioni etniche e religiose.

Emiliano Quercioli
emiliano.quercioli@sconfinare.net

Alla fine di questo Aprile in Irlanda si ricordano gli avvenimenti della “Easter Rising”, o “sollevazione di Pasqua”, insurrezione antibritannica messa in atto nel 1916 da pochi volontari delusi dall’indipendentismo parlamentare. Capeggiati dal letterato Patrick Pearse(volgarizzazione di Pádraic Anraí Mac Piarais), questi coraggiosi condussero un’azione di occupazione dei punti cardine della città di Dublino; il loro esiguo numero non permise che una debole resistenza alla repressione dell’esercito di Sua Maestà, destinando inevitabilmente i capi al patibolo. Tuttavia, il valore simbolico superò di gran lunga l’utilità pratica immediata, ridando forza e convinzione alle forze indipendentiste irlandesi (più o meno organizzate, dai volontari in azioni violente ai nazionalisti del Sinn Féin) e precipitando gli eventi verso la guerra del 1919-21, terminata con la nascita dello Stato Libero d’Irlanda. Nei versi della sua poesia “Easter 1916” William Butler Yeats dipinge con dura schiettezza il ritratto degli insorti, ma anche la terribile bellezza dell’idea di libertà (Now and in time to be,//Wherever green is worn,//Are changed, changed utterly://A terrible beauty is born.)

Oggi però non è solo questa idea di passato glorioso che riporta alla nostra mente i verdi prati e le indomite genti d’Irlanda. Fitte ombre si sono stagliate sulle cronache che ci arrivano dal Nord, specialmente per quanto riguarda i casi di pedofilia all’interno del clero cattolico. Si tratta del “Rapporto Murphy”, l’indagine condotta dal governo irlandese e necessariamente finita sotto gli occhi dello stesso Benedetto XVI, il quale si è trovato davanti a una lunga torbida storia di abusi-dal 1975 al 2004- a carico di 46 sacerdoti della diocesi di Dublino. Storia ancora più grave a causa di insabbiamenti e coperture forniti dalle gerarchie locali e (almeno secondo i meno maliziosi) mai trapelate fino a Roma. Il Papa ha scritto una lettera, divulgata il 20 Marzo scorso, diretta alla Chiesa d’Irlanda: il cardinale Sean Brady, primate di questa comunità, l’ha letta durante una messa nella cattedrale di San Patrizio a Dublino, esprimendo il suo sostegno alle parole di Benedetto XVI ma senza fare riferimento alla possibilità di dare le dimissioni per il ruolo che lui stesso ebbe nel non denunciare alla polizia gli abusi sessuali commessi da un noto prete pedofilo negli anni ‘ 70. Inoltre, la formula “fermezza sul peccato ma indulgenza con i peccatori” non è piaciuta ai parenti delle vittime, riuniti in associazioni che ora premono sull’opinione pubblica per ottenere verità e richiamare la Chiesa alle proprie responsabilità. In aggiunta a tutto ciò, e se vogliamo anche come naturale conseguenza, si è riacutizzato negli ambiti dell’informazione di massa (ma si tratta di una tematica non completamente avulsa a correnti interne alla stessa Chiesa) il dibattito sul celibato sacerdotale. Il rapporto di questa prassi dalle origini travagliate(a partire dal IV secolo d.C.) e finalmente vincolante dal Concilio di Trento(1545-1563 d.C.) con le cause alla base di condotte devianti tenute all’interno delle mura di chiese, canoniche e oratori fa discutere gli esperti ed i filosofi “laici” con religiosi che si interessano di rito, storia, tradizioni e diritto della Chiesa. Parlare ancora della nascita e dell’opportunità del celibato è, per una Chiesa che con Benedetto XVI torna a puntare fortemente sulla propria identità, una fastidiosa battuta d’arresto: questo è infatti un argomento scomodo, specialmente quando a interessarsi di ciò sono i giovani, ovvero la linfa di cui la Chiesa di oggi ha bisogno per rinnovarsi e continuare a vivere. È scomodo anche quando se ne parla in un Paese che conosce molto bene, per trascorsi infinitamente dolorosi e travagliati, la realtà dei preti sposati (i pastori protestanti della Chiesa anglicana), e non ha timore a guardare in faccia la realtà, a fare confronti ed a porsi domande.

Così, la storia e la cronaca si intrecciano in questa primavera “calda” oggi così come lo era stata quasi un secolo fa, sui diversi versanti della politica e della società, che non sono mai separati e sempre si influenzano vicendevolmente, anche senza una volontà diretta. Alla stessa maniera, ciò che sembra attenere a un ambito meramente nazionale e quindi regionale o locale rivela poi capacità di influenza che trascendono questi limiti che gli si cuciono indebitamente addosso: l’indipendenza dell’Irlanda non fu solo una sconfitta dell’esercito inglese, ma una crepa significativa in un sistema che non ha potuto imporsi laddove (in tutto il mondo) erano forti le radici etniche, culturali e sociali, al di la del mero sfruttamento economico; parimenti, questo scandalo “irlandese” esplode sull’isola ma coinvolge persone e storie sparse su tutto il globo e richiama la coscienza (e, chissà, magari anche qualche intervento concreto) sui sistemi di potere e di informazione all’interno della Chiesa cattolica nella sua totalità internazionale. Due ferite bruciano sul corpo e nella mente dell’Irlanda, una terra che vive fieramente di storia, che ha ancora sulle mani la creta fresca con la quale si è plasmata eppure in testa un progetto d’identità antico e autorevole, come il profilo smussato ma forte dei suoi antichissimi rilievi. Il dolore di ieri non fa meno male solo perché è cessato, così come quello di oggi deve essere considerato, capito e curato per alleviarlo, ma non per dimenticare.

Davide Caregari

Benvenuti nella Marca, felice contrada ove solitamente alle comunali competono due liste: una leghista ed una civica (composta da fuorusciti della Lega). E’ il nostro concetto di alternanza.

Domenica ho votato pure io. Incredibile. Non starò qui a dirvi cosa o chi (tanto siete tutti gente sveglia), fatto sta che in tutto il mio comune solo altre trenta persone hanno espresso la mia stessa preferenza (dati del Ministero dell’Interno).

Non ho votato per così tanto tempo che, entrato nelle urne, non mi ricordavo come si facesse. Sono dovuto ritornar fuori e chiedere agli scrutinatori i requisiti formali d’un voto valido. Non me ne vergogno perché non credo nella “sacralità del voto”. La democrazia ed il voto per cui si prende in mano un fucile e ci si batte sulle barricate sono puri Ideali (e, tra parentesi, non è il sangue versato che rende più giusta un’ideologia, anche se a quanto pare si tende a dimenticarlo); si muore sempre per qualche Eldorado ma la realtà è molto più deprimente e nel suo nome non condannerò mai un astensionista. Se nessuno dei candidati rispecchia le nostre idee, l’atteggiamento più giusto è starsene a casa. E’, al contrario, proprio la logica del “male minore” che affossa la “democrazia”. E’ un atteggiamento, questo, degno del peggior qualunquismo. Oltre al fatto, poi, che accettare il “sacro diritto” del voto implica, inevitabilmente, che si ha il “sacro dovere” di obbedire al proprio governo: le due cose vanno di pari passo perché non si può incensare la democrazia con la mano destra e picchiarla con la sinistra quando ci disobbedisce (e purtroppo accade spesso).

Mi sono recato alle urne con coscienza pulita. Con orgoglio. Di più, con rabbia. Perché per la prima volta in vita mia il mio voto aveva un chiaro significato d’inappartenenza, e chi mi conosce bene sa quanto sangue io debba sputare insieme a questa frase: perché recentemente ho scoperto che il Veneto mi fa schifo. Non volevo votare, ma poi ho pensato che per me era una questione di personalissima dignità. Non l’ho fatto per l’Italia né per chissà quale programma. L’ho fatto solo per me. Per dirmi che io, con questo Veneto bottegaio, non voglio averci nulla a che spartire.

I Veneti (soprattutto i ventenni veneti). Piccole persone intrise di mediocrità bovara e di crassa ignoranza contrabbandata con il facile alibi di sapienza contadina, come se davvero il primo figlio di papà che arriva col Cheyenne fosse capace di distinguere l’uva bianca dall’uva nera (valla a coltivare, la terra, se proprio hai voglia di tornare alla natura, ed imparalo, il dialetto che vuoi difendere). Una terra che nel giro di due generazioni è passata dalla miseria all’opulenza senza mai riuscire a possedere nulla di quello che si trovava in mano; una terra che ha nostalgia – magari – di una Serenissima che a noi ci trattava come servi della gleba, a vergate; le villette recintate con telecamere e filo spinato, Eden privati, Suv e Sky sul tetto, ragazzi abbronzati e VI-RI-LI e le ragazze coi tacchi, sempre perfettamente truccate e perfettamente depilate, microcefali i primi ed oche le seconde, quando ci va di lusso, i cani veneti che in un mese si sbafano più soldi di quelli che io potrei destinare a me stesso, detesto tutti i motivi veneti che loro hanno per amare l’idea leghista, detesto la facilità con cui la loro sana fede cattolica si è tramutata in materialismo e in razzismo, detesto i Veneti. Sono tutti così piccoli e meschini, i Veneti, con la loro paura della Vita e la ricerca d’una patetica, definitiva sicurezza (la grandezza di un Uomo si misura nella sua capacità di accettare la morte, e nessuno in Veneto riesce più a pensarci, hanno tutti bisogno d’una fortezza qualsiasi perché lo sanno, che tanto non possono fermare i vermi).

Ecco perché sono andato a votare. Votare contro la Lega significa votare contro il Veneto, contro questa idea di Veneto perché è vero: la Lega vince perché ci rappresenta. Non solo politicamente, anche interiormente. E’ importante che comprendiate questo, i Veneti purtroppo sono Leghisti anche quando tentano di dimostrare il contrario perché la Lega si bilancia proprio sulle loro infime capacità spirituali. Si bilancia alla perfezione.

Ero solito difenderci. Contro chi mi diceva: voi Veneti, tutti razzisti – (e poi l’anatema, puntuale, Gentilini! Tu vieni dalla città di Gentilini!) Ma non serve. Avete ragione voi. E lo dico io. Non un terrone. Io, un Veneto. Anzi, un Trevigiano. Perché se è vero che “un libro non si giudica dalla copertina”, io dico che per anni di merda ne ho spalata tanta pur di trovare quelle quattro perle dimenticate da dio, e loro c’erano ma erano sempre abbandonate a loro stesse, pazze e stanche di andare per forza nel verso sbagliato, e tutte avevano bisogno, senza eccezioni, di protezione – e per trovarla hanno sempre dovuto andarsene. Per avere spazio. ‘Affanculo il Veneto. Io sono andato a votare per dire che qualcosa di diverso può esistere, punto e basta. Nessun voto utile. Non ho pensato il mio voto perché ho votato quello che ero. Non è cambiato nulla. Tranne per quelle trenta persone che ora sanno di esserci. Non sono forti e non lo sono mai state, non nel mio Veneto di sicuro. Ma almeno non sono più sole, per quanto ciò possa valere in giorni disgraziati come i nostri.

Rodolfo Toè

rodolfo.toè@sconfinare.net

Piove eppure i ragazzi sono tanti, il Venerdì arrivano i primi, ci sono le testimonianze di alcuni tra i tanti parenti delle vittime di mafia, il giorno dopo, 150.000 persone in corteo sfilano la mattina, e riempiono le aule che accolgono i seminari il pomeriggio.

E’ questo il programma della “XV Giornata nazionale dell’impegno e della memoria in ricordo delle vittime di tutte le mafie” organizzata da Libera eccezionalmente per il 20 Marzo e tenutasi quest’anno a Milano.

L’associazione combatte quotidianamente perché si abbracci la cultura della legalità, del rispetto e della pratica delle leggi. Il 21 Marzo, inizio della primavera, è una data simbolica. Ogni anno rinasce l’idea che si possa rimanere in piedi di fronte alla mafia, intesa non solo come associazione ma come atteggiamento, come allontanamento dalla corresponsabilità.

Grazie alla raccolta di un milione di firme nel 1996, Libera vede approvare la legge 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni in virtù della quale viene prevista l’assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita a quei soggetti – associazioni, cooperative, Comuni, Province e Regioni – in grado di restituirli alla cittadinanza, tramite servizi, attività di promozione sociale e lavoro.

La Lombardia segue Sicilia, Campania, Calabria, Puglia ed occupa il quinto posto della classifica delle regioni con il maggior numero di beni confiscati. In tutto il Nord 1000 sono i beni sottratti alle mani della criminalità organizzata. Di questi, 650 sono quelli individuati in Lombardia. A questo dato (come a quelli relativi al sequestro di cocaina ed alle operazioni antidroga per cui la regione è al primo posto nel Paese) va ad aggiungersi quello relativo all’illegalità ambientale che vede la Lombardia configurarsi come terra di grandi opportunità per i trafficanti di rifiuti tossici e gli organizzatori dello smaltimento di immondizia; caso emblematico è quello documentato nel reportage “Mammasantissima a Milano” realizzato da Mario Sanna per Rai News 24 riguardo ai 65mila metri quadrati di terreni agricoli situati tra Desio, Seregno e Briosco (comuni alle porte della città) ed adibiti a discarica abusiva.

Il perché la scelta di Libera sia ricaduta su Milano per la ricorrenza del 21 Marzo si ricollega ad ognuna di queste problematiche, all’avvicinarsi dell’Expo 2015 con i suoi appetitosi appalti e, soprattutto, all’intenzione di parlare di Milano come esempio della presenza della ‘ndrangheta nel Nord Italia, dove appunto, anche la torta dell’Expo potrebbe finire per essere spartita tra quelle famiglie che dagli anni settanta si sono inserite nel tessuto politico ed economico di Milano.

Sono stati anni di paura quelli tra il 1969 ed il 1998 per la Lombardia. La regione si è trovata al primo posto in Italia per il numero di sequestri di persona: 158 contro i 128 della seconda classificata Calabria. A farne le spese sono i bei nomi dell’imprenditoria milanese ed il jet set locale. Oggi, secondo la Relazione annuale della Commissione Parlamentare Antimafia «Milano e la Lombardia, rappresentano la metafora della ramificazione molecolare della ‘ndrangheta in tutto il Nord Italia». A ribadirlo é lo stesso Vincenzo Macrì, sostituto procuratore nazionale antimafia, autore della relazione, che definisce Milano come «la vera capitale italiana della ‘ndrangheta».

Della mafia a Milano, il 20 Marzo, ne ha parlato Giulio Cavalli, coraggioso attore di teatro che ha scelto di testimoniare contro questa presenza invisibile. Cavalli ha scelto di impegnarsi nel teatro civile, nel dare spazio alla denuncia del peso che le mafie hanno in un Nord dalla realtà economica dinamica, fluida ed adattabile. Dal 2008, anno dello spettacolo Do ut des su riti e conviti mafiosi,
vive sotto scorta. In replica anche nel prossimo Aprile, Cavalli continuerà a portare in scena un secondo spettacolo, A cento passi dal Duomo, centrato sul radicamento di cellule dei clan al Nord e sull’assordante silenzio di una regione che ancora fatica a riconoscere i nuovi mafiosi in giacca e cravatta.

Durante i seminari pomeridiani trovano spazio anche testimonianze d’oltreoceano, racconti legati alla corruzione, ad un’assenza di legalità che va oltre quella delle associazioni a delinquere di casa nostra.

Partecipo ad un seminario sul narcotraffico che si rivela una carrellata di testimonianze. Non si parla del narcotraffico in sé ma di idee per fronteggiarlo; si parla di America Latina e ne parla chi lotta contro una realtà corrotta che Libera insieme a Terra del Fuoco decide di denunciare. L’idea è quella di informare e stimolare la partecipazione ad idee e progetti, perché la solitudine legata al sentirsi portatori di un dolore che gli altri non conoscono possa venire lenita.

Tra le diverse testimonianze vi è quella di un avvocato colombiano impegnato nella difesa dei diritti umani. Racconta la storia dei “falsi positivi”, vittime del narcoparamilitarismo, di esecuzioni extragiudiziali sulle cui vicende uomini come lui si impegnano a fare luce. L’avvocato chiede che dall’Italia, scuole e singoli decidano di “adottare” un falso positivo e di sostenere le spese per le indagini su queste trame rimaste insabbiate. Non è questo l’unico progetto per cui si spera in un aiuto ed un appoggio in una giornata di cui Libera chiede l’istituzionalizzazione.

Il cammino sociale di cui Don Ciotti (fondatore dell’associazione) parla, trovi nel 21 Marzo una giornata in cui venga suggellata la promessa di impegno e grazie alle quale l’attenzione si mantenga viva, affinché davvero le loro idee camminino sulle nostre gambe.

Elena Mazza

 

 

 

 

 

Nell’ambito dei lavori interni alla NATO sulla definizione del nuovo Concetto Strategico si è svolto a Roma il 23 Novembre 2009 il Rome Atlantic Forum. La sessione italiana di presentazione e riflessione sui termini elaborati dalla rappresentanza italiana stessa sui quali questo concetto si fonderà ha visto la partecipazione di ambasciatori, ministri, ufficiali, accademici nonché membri del group of experts incaricati direttamente della sua definizione. Anche Gorizia si è resa partecipe con alcuni soci dello YATA che hanno avuto la possibilità di assistere ai lavori tenutisi presso il Ministero degli Affari Esteri.

L’idea di sviluppare un nuovo Concetto Strategico muove dalla necessità di evolvere le basi della Dichiarazione di Washington del 1999, inadatta nei termini a contrapporsi alle nuove sfide della sicurezza collettiva che l’Alleanza è chiamata ad affrontare; prima fra tutte, quella della minaccia asimmetrica. Assieme ad essa si affiancano target come la sicurezza energetica e quella marittima, il contrasto alla tratta dei migranti, del traffico di droga, della pirateria nonché l’ambito della cyberwarfare e della proliferazione delle armi di distruzione di massa. Una ridefinizione delle sfide, anche in ambiti innovativi come la considerazione dell’importanza di tematiche globali e più proprie della contemporaneità come i cambiamenti climatici.

Dall’avvicendarsi degli interventi di illustri relatori alla tavola quadrata del MAE sono emersi alcuni concetti chiave fondanti l’idea della NATO come garante della sicurezza collettiva; in particolare tre nuclei principali: il rilancio del fondamentale rapporto transatlantico, che storicamente caratterizza l’organizzazione, i rapporti NATO-EU e lo sviluppo dei
partenariati
ed il dialogo con i paesi medio orientali sulle sponde del Mediterraneo. Al giorno d’oggi, l’Alleanza raggruppa 28 paesi membri e può contare sulle relazioni con altri 34 paesi attraverso la Partenrship for Peace, il Dialogo Mediterraneo e la Istanbul Cooperation Initiative; ricordando anche il NATO-Russia Council e le commissioni NATO-Ucraina e NATO-Georgia. Queste relazioni hanno di fatto proiettato l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord in una funzione di assistenza e cooperazione militare per perseguire obbiettivi comuni e garantire stabilità sia direttamente ai paesi membri, sia indirettamente su più ampia scala.

Per quanto riguarda i rapporti NATO-EU si riscontra una stabilità riaffermata dal completamento del rientro della Francia anche all’interno del comando militare integrato. Nonostante ciò permangono i punti interrogativi del rapporto tra competenze NATO e PESD; anche fra gli stati d’Europa che sono membri sia dell’Alleanza atlantica che dell’Ue non c’è infatti accordo: alcuni vorrebbero che le questioni di difesa e sicurezza si discutessero in ambito NATO altri ritengono che l’Ue non possa fare a meno di dotarsi di uno strumento militare autonomo. L’Alleanza andrebbe privilegiata per le operazioni militarmente più impegnative, mentre l’UE si manterrebbe sui così detti Petersberg tasks. In particolar modo si è puntata l’attenzione sulla problematica dell’unità europea e si è riscontrata una incapacità a condurre negoziazioni in modo coordinato e nel chiarire gli interessi comuni a gli europei.

Riguardo alle nuove sfide, si è discusso sul futuro della NATO e sulle sue competenze; c’è chi ci vede la necessità di garantire gli interessi fuori area cercando nuove collaborazioni secondo il binomio sviluppo e sicurezza ed altri che vorrebbero un ritorno alle origini limitandosi a mantenere il proprio carattere difensivo abbandonando il criterio di promozione democratica e le così dette non-article 5 operations. Certo è che le questioni che avvicinano la NATO alle problematiche globali sono molteplici, dall’Iran alla Cina, dal Medioriente all’Afghanistan per non parlare degli approvvigionamenti energetici e la stabilizzazione delle aree di crisi passando per un rinnovato rapporto con la Russia. Riguardo ad essa, l’ambasciatore russo ha insistito in particolar modo su come essa non intenda essere isolata e si dica pronta, dal partenariato, a sviluppare una collaborazione stabile. Il principio di porta aperta rimarrà e sicuramente le collaborazioni congiunte saranno favorite in un’ottica di interlocking institutions.

Ai temi geopolitici susseguirono quelli giuridici ed economici riguardo alla necessità di ridurre il deficit spending degli stati per favorire una collaborazione effettiva limitando l’effetto di quei membri più parchi nella determinazione della spesa per la difesa, definiti ironicamente come free riders. Una soluzione delineata sarebbe quella di orientare gli attori nazionali nel fornire determinate competenze specifiche e specializzate.

Concludendo, il Capo di Stato Maggiore Gen. Camporini ha sottolineato come questo nuovo Concetto Strategico debba essere come un continuum costantemente aggiornato per la sicurezza della nostra civiltà, improntato a risolvere su base di un approccio comprensivo quei problemi organizzativi che
rischiano di tradursi in serie difficoltà sul terreno.

Enrico Minardi
enrico.minardi@hotmail.it

La lectio magistralis del Ministro Frattini a Trieste

Trieste. La nostra generazione è davvero indifferente alla politica? Rassegnati o semplicemente disinformati? L’8 marzo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha tenuto una lezione all’Università di Trieste sul tema “Dai Balcani all’Afghanistan quali lezioni per la comunità internazionale?”.

Segno positivo: aula magna piena. Il Rettore Francesco Peroni ha accolto il titolare della Farnesina con un certo compiacimento “perché – ha dichiarato il Magnifico – la
missione dell’Università è creare una coscienza civile”. Obiettivo: esercizio del dialogo.

Inizia la conferenza. “Negli anni ’90 – ha dichiarato il ministro – la guerra nei Balcani segnò il fallimento della comunità internazionale e la necessità di guardare avanti. Dopo la fine del bipolarismo – ha proseguito Frattini – l’unico metodo di azione è il multilateralismo, nell’ottica di una nuova governance globale”.
Filo rosso di tutta la conferenza la questione dei Balcani Occidentali. “Per la stabilizzazione dell’area – ha detto l’Onorevole – l’ingresso nell’UE è prioritario”. Frattini ha lanciato due messaggi politici importanti alla Bosnia Erzegovina, a rischio ghetto e frammentazione dopo gli accordi di Dayton (1995) che hanno spaccato il paese in due entità: “presentarsi in maniera unitaria all’Ue e liberalizzazione del regime dei visti in area Schengen”. Secondo il ministro inoltre, la Croazia entro l’anno potrà firmare i negoziati per diventare membro effettivo nel 2011.

A parte un vago riconoscimento alla vocazione europea del Kosovo, si glissa elegantemente sulla spinosa questione.

Ciò che conta è che l’Europa sia la guida politica nella partita dei Balcani. E il titolare della Farnesina sembra puntare particolarmente su un successo: il vertice dell’Unione Europea sui Balcani – un’iniziativa italiana – che si terrà a giugno a Sarajevo. Al summit si intende invitare anche Russia e Stati Uniti. L’Italia insomma vuole giocare un ruolo di primo piano nella partita. La conferenza a Sarajevo, indetta dai ministri degli esteri UE, sembra l’unica piattaforma legittimata per discutere i destini dei Balcani Occidentali.
Si sa, un Ministro è pieno di impegni, una vita sempre di corsa. Dopo la lectio magistralis c’è spazio solo per poche domande. Ma la percezione è di una vaga disabitudine da parte dei giovani a far sentire la propria voce. Certo, difficile appassionarsi di politica in
Italia. Pigri o sfiduciati? Forse è solo colpa del poco esercizio.

Lorenza Masè

Dall’analisi delle richieste presentate dalle liste spuntano altre irregolarità

Sebbene siano passati ormai più di quattro mesi dall’assegnazione annuale dei fondi del Consiglio degli Studenti (CdS) a liste, associazioni e gruppi studenteschi per le attività culturali e sociali 2010, è sicuramente doveroso dare seguito ed approfondire quanto già scritto da Rodolfo Toè nello scorso numero di Sconfinare. L’assegnazione fondi 2010 ha del resto creato non pochi mugugni tra le associazioni (non solo goriziane), e qualche divisione anche all’interno della stessa commissione del CdS. Analizzando più da vicino il verbale di suddetta commissione e le singole richieste di finanziamento, emergono in effetti un’inequivocabile irregolarità e scelte politiche che, per quanto legali, favoriscono palesemente le liste a scapito di gruppi ed associazioni. Ma procediamo con ordine, riassumendo brevemente gli antefatti.

Come ogni anno il 31 ottobre è scaduto il termine per la presentazione delle richieste di finanziamento di attività culturali e sociali studentesche da parte di liste, associazioni e gruppi. Tale finanziamento è regolato dall’apposito “Regolamento per le attività culturali e sociali degli studenti”, che prescrive la formazione di una commissione in seno al CdS, formata dai rappresentanti eletti presso il Consiglio d’Amministrazione d’Ateneo (CdA) e dal Presidente del CdS (con diritto di voto) e da tre membri aggiuntivi del CdS con funzioni unicamente di controllo e di relazione al Consiglio.

Il regolamento prevede agli art. 5 e 6 le modalità precise di finanziamento delle varie richieste presentate (anche attraverso delle semplici formule matematiche), creando però una certa confusione tra liste, associazioni e gruppi, e lasciando così ampio spazio all’interpretazione. I fondi vengono comunque erogati esclusivamente per attività ben determinate, che il regolamento elenca chiaramente all’art. 2, comma 2: “Sono ammissibili al finanziamento le seguenti attività: a) attività editoriali, quali la pubblicazione di giornali universitari e la realizzazione di siti internet, che abbiano come destinatari gli studenti dell’Università di Trieste; b) conferenze o seminari; c) realizzazione di momenti di incontro tra gli studenti; d) mostre od esposizioni artistiche, storiche, scientifiche e tecnologiche; e) esibizioni teatrali, corali o musicali”. Dunque i finanziamenti non sono volti a finanziare le spese ordinarie degli enti richiedenti: cancelleria, spese di trasporto, telefono e simili.

Proprio su queste due questioni, la quantità di fondi erogati per i diversi gruppi, liste o associazioni e la qualità delle iniziative accettate per il finanziamento, si sono però avute le maggiori irregolarità da parte della commissione.

Come già sottolineato da Rodolfo, la commissione ha scelto quest’anno di adottare due modalità diverse di assegnazione dei fondi: una per le liste, ed una per gruppi ed associazioni. Fermo restando per tutti, almeno teoricamente, l’obbligo di presentare dettagliati progetti per le iniziative da svolgere, la commissione ha deciso di seguire alla lettera il regolamento (in particolare l’art. 6) per l’attribuzione a gruppi ed associazioni, ma di decidere liberamente (ed arbitrariamente) per quanto concerne le liste. Si deve aggiungere che essa è stata supportata in questa decisione dall’Ufficio Staff Organi Accademici Collegiali d’Ateneo, che ha avvallato la linea interpretativa della commissione. Tutto è stato dunque formalmente regolare.

Anche nella regolarità, è però lecito chiedersi quanto peso la “politica” abbia avuto nelle scelte adottate all’interno degli spazi di discrezionalità lasciati aperti dal regolamento. È infatti importante sottolineare che se era regolare adottare due metodi di assegnazione diversi, il caso (?) ha voluto che proprio le liste alla fine fossero finanziate mediamente molto più dei gruppi e delle associazioni. Di certo le iniziative proposte da questi ultimi non erano meno meritevoli di finanziamento, né presentavano delle irregolarità; semplicemente si è scelto di finanziare i gruppi e le associazioni in base alla “valutazione delle iniziative proposte” (come da verbale CdA 18-12-2009), mentre si è assegnata alle liste una quota in proporzione al numero di seggi in CdS, ponderati per la percentuale di presenza dei singoli consiglieri.

Da un punto di vista del diritto ci si può anche domandare quanto questo criterio, che pur riempie un vuoto normativo del regolamento, sia effettivamente conforme con i principi ispiratori dello stesso. Vale a dire che se si tratta di fondi assegnati per “Attività Culturali e Sociali” sembra piuttosto scontato dedurre che l’entità dei finanziamenti dovrebbe essere consequenziale alla qualità e quantità dei progetti presentati. Detto in parole povere, il regolamento finanzia le attività delle liste, e non le liste in quanto tali! Una lista minoritaria potrebbe presentare progetti maggiormente formativi per il corpo studentesco, e per questo meriterebbe maggiori finanziamenti.

La commissione ha però deciso di seguire una logica diversa, a mio avviso in pieno contrasto con lo ratio del Regolamento. Sicuramente è anche un caso (?) che tale decisione sia stata presa proprio nell’anno delle elezioni studentesche, in cui evidentemente le liste avranno bisogno di più soldi per la campagna elettorale! Ed infatti ecco i numeri. Se in media le associazioni hanno ricevuto 1896 euro a testa, ed i gruppi 1170 euro, per le liste la media è di 2554 euro a testa (con una punta di 2754 euro per Oltre-Student Office).

Va anche detto per onestà intellettuale, che dai lavori della commissione risulta che il Presidente del CdS Baracetti abbia espresso delle riserve circa l’opportunità di tale differenziazione, chiedendo lui stesso che venisse interpellato l’Ufficio Staff Organi Accademici e Collegiali.

Ma se sin qui si tratta “solamente” di scelte politiche attuate nell’interpretazione di un regolamento effettivamente in alcuni tratti ambiguo, va aggiunto che sono state ammesse al finanziamento iniziative (o meglio non-iniziative) palesemente ed inequivocabilmente in contrasto con l’art. 2 del Regolamento. Spulciando una ad una le richieste di tutte le liste, i gruppi e le associazioni, non sono mancate le sorprese.

In particolare desta quantomeno curiosità la richiesta della lista Oltre-Student Office, che ha visto accordarsi un finanziamento di 200 euro per “Cancelleria ordinaria” e 360 euro per “GO/TS – Attacchiamo le distaccate”. È evidentemente superfluo dilungarsi sull’irregolarità del finanziamento alla cancelleria ordinaria, che non rientra in alcun modo tra le “attività culturali e sociali degli studenti” di cui all’art. 2.

È invece interessante soffermarci sulla volontà di Oltre-Student Office di attaccare le distaccate! A tale scopo ottiene 80 euro per acquistare biglietti del treno TS-GO a/r e 280 euro per effettuare volantinaggio a Gorizia (anche il volantinaggio fine a se stesso è attività culturale e sociale?). Nulla in più viene specificato, né le date in cui i biglietti saranno acquistati, né le iniziative per le quali i volantini saranno necessari. Anche volendo tralasciare il fatto che difficilmente il volantinaggio ed il “trasporto materiali” (come detto testualmente nella richiesta) possa rientrare nelle attività previste dall’art. 2, resta il fatto che qualora 10 membri di Oltre-Student Office vogliano venire a Gorizia per fare una puntatina al casinò in Slovenia e tornare a Trieste, saranno liberissimi di farlo senza che nessuno fattivamente possa esercitare alcuna forma di controllo! Saranno altrettanto liberi di stampare le loro tesi di laurea presso qualche tipografia “compiacente” e far rientrare tali fatture tra le spese di volantinaggio a Gorizia (280 euro) o tra la propria cancelleria ordinaria (300 euro).

È anche da notare che la commissione è stata molto scrupolosa nel valutare una ad una le iniziative delle associazioni e eventualmente rifiutare di finanziare anche singole voci di spesa. Ad esempio è stata rigettata in toto dalla richiesta di AEGEE l’iniziativa “Agorà”, mentre di “Network Meeting” si è ritenuto di poter finanziare solo la singola voce di spesa relativa alla pubblicizzazione dell’evento. Una scrupolosità senza dubbio lodevole, che il caso (?) ha voluto che mancasse durante l’analisi della richiesta di Oltre-Student Office!

Sull’intera vicenda sarebbe probabilmente necessario un pronunciamento del CdS e del CdA, affinché si faccia almeno chiarezza su quanto avvenuto. È importante evitare che simili casi allontanino l’Università degli Studi di Trieste ed un organo di rappresentanza studentesca come il Consiglio di Studenti dalla trasparenza nella quale dovrebbero sempre operare.

Flickr Photos

Commenti recenti

Anulik su Armenia e Nagorno Karabak…
Edoardo Buonerba su Benvenuti al Sud
Fabione su Un piccolo riepilogo sulla…
marzia su Agenzie interinali
dott. Luca Campanott… su Il Friulano non è una lin…

Blog Stats

  • 11.365 hits
Annunci