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La lectio magistralis del Ministro Frattini a Trieste

Trieste. La nostra generazione è davvero indifferente alla politica? Rassegnati o semplicemente disinformati? L’8 marzo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha tenuto una lezione all’Università di Trieste sul tema “Dai Balcani all’Afghanistan quali lezioni per la comunità internazionale?”.

Segno positivo: aula magna piena. Il Rettore Francesco Peroni ha accolto il titolare della Farnesina con un certo compiacimento “perché – ha dichiarato il Magnifico – la
missione dell’Università è creare una coscienza civile”. Obiettivo: esercizio del dialogo.

Inizia la conferenza. “Negli anni ’90 – ha dichiarato il ministro – la guerra nei Balcani segnò il fallimento della comunità internazionale e la necessità di guardare avanti. Dopo la fine del bipolarismo – ha proseguito Frattini – l’unico metodo di azione è il multilateralismo, nell’ottica di una nuova governance globale”.
Filo rosso di tutta la conferenza la questione dei Balcani Occidentali. “Per la stabilizzazione dell’area – ha detto l’Onorevole – l’ingresso nell’UE è prioritario”. Frattini ha lanciato due messaggi politici importanti alla Bosnia Erzegovina, a rischio ghetto e frammentazione dopo gli accordi di Dayton (1995) che hanno spaccato il paese in due entità: “presentarsi in maniera unitaria all’Ue e liberalizzazione del regime dei visti in area Schengen”. Secondo il ministro inoltre, la Croazia entro l’anno potrà firmare i negoziati per diventare membro effettivo nel 2011.

A parte un vago riconoscimento alla vocazione europea del Kosovo, si glissa elegantemente sulla spinosa questione.

Ciò che conta è che l’Europa sia la guida politica nella partita dei Balcani. E il titolare della Farnesina sembra puntare particolarmente su un successo: il vertice dell’Unione Europea sui Balcani – un’iniziativa italiana – che si terrà a giugno a Sarajevo. Al summit si intende invitare anche Russia e Stati Uniti. L’Italia insomma vuole giocare un ruolo di primo piano nella partita. La conferenza a Sarajevo, indetta dai ministri degli esteri UE, sembra l’unica piattaforma legittimata per discutere i destini dei Balcani Occidentali.
Si sa, un Ministro è pieno di impegni, una vita sempre di corsa. Dopo la lectio magistralis c’è spazio solo per poche domande. Ma la percezione è di una vaga disabitudine da parte dei giovani a far sentire la propria voce. Certo, difficile appassionarsi di politica in
Italia. Pigri o sfiduciati? Forse è solo colpa del poco esercizio.

Lorenza Masè

I rapporti tra Italia e Slovenia, nonostante l’importanza del confine a nord-est, passano molte volte in sordina sul piano nazionale. Eppure, come sempre è stato nei rapporti tra i due Paesi, ci sono motivi per cui andare fieri e sponsorizzare i buoni auspici che vengono dalle ripetute strette di mano. Ma ci sono anche buoni motivi per non far finta di nulla di fronte a frizioni vecchie di anni, che ogni tanto scappano di mano ai buoni politici e ai buoni diplomatici.

Già il 28 febbraio scorso, per andare un po’ indietro nel tempo, a Corgnale di Divaccia (Slovenia), l’impedimento per motivi di ordine pubblico di una manifestazione dell’Unione degli Istriani, commemorativa e umanitaria, correlata al giorno della memoria (nonostante ci fosse già l’ok delle autorità locali), fece muovere addirittura il Ministro Frattini che richiamò alla Farnesina un alto funzionario dell’Ambasciata slovena a Roma per chiedere spiegazioni. Sembra che una contromanifestazione di simboli titini fosse in attesa. La manifestazione ha infine avuto luogo, dopo dovuti chiarimenti, il 23 maggio.

Ma venendo proprio ai giorni d’oggi, la doppia faccia dei rapporti italo-sloveni si è fatta particolarmente notare. Se difatti il 4 novembre scorso il Ministro Frattini esprimeva “viva soddisfazione” per la firma a Stoccolma degli accordi tra Croazia e Slovenia sull’arbitrato relativo ai confini, dall’altro lo stesso, il giorno successivo, si diceva “francamente stupefatto” per la decisione dell’Accademia slovena per la cinematografia di finanziare il film “Trieste è nostra”. Bisogna dire che la notte non ha portato molto consiglio al nostro Ministro.

Nello specifico, la prima notizia riguarda un obbiettivo da vario tempo portato avanti dallo Stato italiano: ovvero la risoluzione pacifica della controversia riguardante il confine croato-sloveno affinché la Croazia possa fare nel più breve tempo possibile i passi che la porteranno all’adesione all’Unione Europea (vi è la convinzione da parte del nostro Ministero Affari Esteri che il percorso di integrazione della Croazia e di tutti i Balcani Occidentali rappresenti un obbiettivo fondamentale per la stabilità della regione). Al contrario, vi è stata stizza da parte del Ministero alla notizia dl finanziamento e di diffusione televisiva del film il cui titolo è già tutto un programma.

A chiudere la “saga del lunatico”, il viaggio del nostro Ministro a Lubiana il 9 novembre, accompagnato dai responsabili di agricoltura (Zaia), ambiente (Prestigiacomo) e trasporti (Castelli, oltre ai sottosegretari alle attività produttive e all’istruzione. Obbiettivi del viaggio: intensificare il dialogo e la cooperazione, rilanciando il ruolo del Comitato di Coordinamento dei ministri dei due Paesi.

Si è discusso inoltre di riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, immigrazione, allargamento Ue ai Balcani e liberalizzazione dei visti.

Vista allora l’importanza dei nostri rapporti con il vicino e visto l’interesse delle tematiche da portare avanti in comune, bisognerebbe farla finita con la tanta demagogia storico-politica che caratterizza ancora oggi i rapporti transfrontalieri. In una realtà importante quale quella europea non si può giocare al tira e molla continuo. Andrebbe e va a discapito di qualsiasi sforzo in direzione comune.

Si finirebbe per fare il gioco del due passi avanti (due strette di mano in Transalpina) e tre passi indietro (protestare per l’IKEA, protestare per i casinò, protestare per Q-landia).

Edoardo Buonerba
edoardo.buonerba@sconfinare.net

Con la ratifica della Repubblica Ceca cade anche l’ultimo ostacolo all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona

Finalmente! Pochi ci avrebbero scommesso, ma il contorsionismo legislativo dell’Unione Europea ce l’ha fatta anche questa volta. Il 3 Novembre infatti il presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus ha ratificato il Trattato di Lisbona, dopo che la Corte costituzionale ceca ne aveva stabilito per la seconda volta la costituzionalità.
Klaus, al suo secondo mandato presidenziale, non ha mai nascosto la sua opposizione al Trattato di Lisbona (e a qualunque misura che potesse allargare i poteri dell’UE). Il problema principale riguardava l’allargamento delle competenze della Corte di Giustizia europea: questa modifica, infatti, avrebbe permesso agli eredi dei 2,5 milioni di tedeschi emigrati/esiliati dalla Cecoslovacchia dopo la II guerra mondiale di avanzare pretese sui beni confiscati a quel tempo, presentandosi direttamente davanti alla Corte di Giustizia europea e scavalcando così le corti ceche. Il 30 Ottobre l’europarlamento ha però approvato una modifica al Trattato che prevede un’eccezione (opt-out) per la Repubblica Ceca, risolvendo la controversia.
La Repubblica Ceca era l’ultimo paese a dover ratificare il Trattato, che dunque entrerà in vigore a Dicembre (giusto in tempo per la conferenza ONU di Copenhagen sul cambiamento climatico, prevista dal 7 al 18 Dicembre). Precedentemente, le opposizioni più forti erano venute da paesi tradizionalmente euroscettici come Gran Bretagna (opt-out su diritti civili e diritto del lavoro), Polonia (opt-out su questioni familiari e morali) e Irlanda (che ha ratificato il Trattato, mediante referendum, solamente il 2 Ottobre 2009).
La storia del Trattato di Lisbona, come da tradizione UE, è lunga e dolorosa. Nasce come figliastro della sfortunata Costituzione Europea, la cui ratifica, partita in pompa magna, era stata poi fermata dal netto “no” dei referendum francese e olandese del 2005. I richiami alla bandiera e all’inno europeo spaventavano i custodi della sovranità statale, non solo in paesi fondatori dell’UE come Francia e Olanda, ma anche e soprattutto nei giovani stati dell’Est Europa.
Da qui la necessità di un rifacimento della Costituzione Europea, da autentica Carta costituzionale a trattato tecnico, senza cambiare davvero la sostanza delle inevitabili riforme. Questo rifacimento viene annunciato con la “Dichiarazione di Berlino” del 22 Marzo 2007, in occasione del 50° anniversario dei Trattati di Roma: le parole sono più caute, l’ardita “Costituzione” viene rimpiazzata dal vago obiettivo di “porre l’UE su rinnovate basi comuni”… ma sono modifiche solo estetiche. Lo si può notare facilmente esaminando il testo del Trattato di Lisbona, che prevede tutte le modifiche più importanti già contenute nella Costituzione:

  • istituzione del Presidente del Consiglio Europeo;
  • istituzione dell’Alto rappresentante per la politica estera (che ha praticamente gli stessi poteri del “Ministro degli Esteri” previsto dalla Costituzione);
  • attribuzione della personalità giuridica all’UE (che può così firmare trattati internazionali);
  • modifica delle quote di rappresentanza all’interno del Parlamento Europeo;
  • passaggio alla votazione a maggioranza (invece che all’unanimità) in numerose materie (ma solo a partire dal 2014);
  • nuove materie di competenza dell’UE.

L’entrata in vigore del Trattato segna certamente un punto di non ritorno, in particolare per la proiezione internazionale dell’UE. Litigi e contrasti tra Stati membri non scompariranno certo né oggi né in futuro (anche perché ogni Stato potrà continuare a condurre una sua propria politica estera), ma l’esistenza di un rappresentante unico darà all’UE maggior peso e credibilità in campo internazionale… e mai come oggi è importante che l’UE abbia un ruolo internazionale forte, sia perché la crisi in questo momento non può essere governata efficacemente dagli USA sia perché la Cina non è ancora pronta a sostituirli nel ruolo di superpotenza mondiale.

Però, al di là di queste fredde (e fondamentali) considerazioni geopolitiche, una questione è forse più importante per noi cittadini: potrà questo Trattato (e di conseguenza il rinnovato ruolo internazionale dell’UE) colmare il pesante deficit democratico di cui soffre l’UE? Forse per noi studenti di relazioni internazionali sì, data la nostra deformazione professionale! Ma per quanto possa ferire il nostro orgoglio, è molto difficile che un processo politico talmente vasto come lo sviluppo dell’integrazione europea possa poggiare su poche migliaia di studenti universitari.

La vera partita riguardo al senso di appartenenza a una comune casa europea, a mio parere, si gioca su due campi: il rinnovamento della classe politica (a livello nazionale ed europeo) da un lato e, dall’altro, l’efficacia delle politiche europee. È infatti evidente che fra i giovani il senso di cittadinanza europea è già diffuso e fortemente sentito, perché essi hanno goduto in misura maggiore dei benefici e delle opportunità immense che l’Europa unita offre; per il resto della popolazione, il senso di cittadinanza europea è soprattutto proporzionale all’utilità percepita dell’UE e delle sue istituzioni. Anche se il Trattato migliorerà decisamente la situazione a livello di efficienza delle istituzioni europee (grazie all’estensione della votazione a maggioranza in molte altre materie), può fare ben poco per il rinnovamento della classe politica. Questa infatti è ancora una questione di competenza esclusivamente nazionale, più precisamente di competenza dell’elettorato… e l’intelligenza dell’elettorato determinerà quali paesi usciranno vincenti o perdenti da questa nuova sfida che l’Europa unita sta per affrontare. E, purtroppo, è probabile che ci vorrà molto tempo per recuperare in caso di errori… sempre che il recupero sia ancora possibile. E non ditemi che non vi avevo avvisato!

Federico Faleschini
federico.faleschini@sconfinare.net

Lisbona mon amour… infine!

Con la ratifica della Repubblica Ceca cade anche l’ultimo ostacolo all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona

Finalmente! Pochi ci avrebbero scommesso, ma il contorsionismo legislativo dell’Unione Europea ce l’ha fatta anche questa volta. Il 3 Novembre infatti il presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus ha ratificato il Trattato di Lisbona, dopo che la Corte costituzionale ceca ne aveva stabilito per la seconda volta la costituzionalità.

Klaus, al suo secondo mandato presidenziale, non ha mai nascosto la sua opposizione al Trattato di Lisbona (e a qualunque misura che potesse allargare i poteri dell’UE). Il problema principale riguardava l’allargamento delle competenze della Corte di Giustizia europea: questa modifica, infatti, avrebbe permesso agli eredi dei 2,5 milioni di tedeschi emigrati/esiliati dalla Cecoslovacchia dopo la II guerra mondiale di avanzare pretese sui beni confiscati a quel tempo, presentandosi direttamente davanti alla Corte di Giustizia europea e scavalcando così le corti ceche. Il 30 Ottobre l’europarlamento ha però approvato una modifica al Trattato che prevede un’eccezione (opt-out) per la Repubblica Ceca, risolvendo la controversia.

La Repubblica Ceca era l’ultimo paese a dover ratificare il Trattato, che dunque entrerà in vigore a Dicembre (giusto in tempo per la conferenza ONU di Copenhagen sul cambiamento climatico, prevista dal 7 al 18 Dicembre). Precedentemente, le opposizioni più forti erano venute da paesi tradizionalmente euroscettici come Gran Bretagna (opt-out su diritti civili e diritto del lavoro), Polonia (opt-out su questioni familiari e morali) e Irlanda (che ha ratificato il Trattato, mediante referendum, solamente il 2 Ottobre 2009).

La storia del Trattato di Lisbona, come da tradizione UE, è lunga e dolorosa. Nasce come figliastro della sfortunata Costituzione Europea, la cui ratifica, partita in pompa magna, era stata poi fermata dal netto “no” dei referendum francese e olandese del 2005. I richiami alla bandiera e all’inno europeo spaventavano i custodi della sovranità statale, non solo in paesi fondatori dell’UE come Francia e Olanda, ma anche e soprattutto nei giovani stati dell’Est Europa.

Da qui la necessità di un rifacimento della Costituzione Europea, da autentica Carta costituzionale a trattato tecnico, senza cambiare davvero la sostanza delle inevitabili riforme. Questo rifacimento viene annunciato con la “Dichiarazione di Berlino” del 22 Marzo 2007, in occasione del 50° anniversario dei Trattati di Roma: le parole sono più caute, l’ardita “Costituzione” viene rimpiazzata dal vago obiettivo di “porre l’UE su rinnovate basi comuni”… ma sono modifiche solo estetiche. Lo si può notare facilmente esaminando il testo del Trattato di Lisbona, che prevede tutte le modifiche più importanti già contenute nella Costituzione:

istituzione del Presidente del Consiglio Europeo;

istituzione dell’Alto rappresentante per la politica estera (che ha praticamente gli stessi poteri del “Ministro degli Esteri” previsto dalla Costituzione);

attribuzione della personalità giuridica all’UE (che può così firmare trattati internazionali);

modifica delle quote di rappresentanza all’interno del Parlamento Europeo;

passaggio alla votazione a maggioranza (invece che all’unanimità) in numerose materie (ma solo a partire dal 2014);

nuove materie di competenza dell’UE.

L’entrata in vigore del Trattato segna certamente un punto di non ritorno, in particolare per la proiezione internazionale dell’UE. Litigi e contrasti tra Stati membri non scompariranno certo né oggi né in futuro (anche perché ogni Stato potrà continuare a condurre una sua propria politica estera), ma l’esistenza di un rappresentante unico darà all’UE maggior peso e credibilità in campo internazionale… e mai come oggi è importante che l’UE abbia un ruolo internazionale forte, sia perché la crisi in questo momento non può essere governata efficacemente dagli USA sia perché la Cina non è ancora pronta a sostituirli nel ruolo di superpotenza mondiale.

Però, al di là di queste fredde (e fondamentali) considerazioni geopolitiche, una questione è forse più importante per noi cittadini: potrà questo Trattato (e di conseguenza il rinnovato ruolo internazionale dell’UE) colmare il pesante deficit democratico di cui soffre l’UE? Forse per noi studenti di relazioni internazionali sì, data la nostra deformazione professionale! Ma per quanto possa ferire il nostro orgoglio, è molto difficile che un processo politico talmente vasto come lo sviluppo dell’integrazione europea possa poggiare su poche migliaia di studenti universitari.

La vera partita riguardo al senso di appartenenza a una comune casa europea, a mio parere, si gioca su due campi: il rinnovamento della classe politica (a livello nazionale ed europeo) da un lato e, dall’altro, l’efficacia delle politiche europee. È infatti evidente che fra i giovani il senso di cittadinanza europea è già diffuso e fortemente sentito, perché essi hanno goduto in misura maggiore dei benefici e delle opportunità immense che l’Europa unita offre; per il resto della popolazione, il senso di cittadinanza europea è soprattutto proporzionale all’utilità percepita dell’UE e delle sue istituzioni. Anche se il Trattato migliorerà decisamente la situazione a livello di efficienza delle istituzioni europee (grazie all’estensione della votazione a maggioranza in molte altre materie), può fare ben poco per il rinnovamento della classe politica. Questa infatti è ancora una questione di competenza esclusivamente nazionale, più precisamente di competenza dell’elettorato… e l’intelligenza dell’elettorato determinerà quali paesi usciranno vincenti o perdenti da questa nuova sfida che l’Europa unita sta per affrontare. E, purtroppo, è probabile che ci vorrà molto tempo per recuperare in caso di errori… sempre che il recupero sia ancora possibile. E non ditemi che non vi avevo avvisato!

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

Quando a mancare sono le soluzioni

Lo sport più praticato in Italia non è mai stato il calcio. No, è sempre stato la capacità di criticare. Siamo i primi al mondo per criticare e auto criticare, insuperabili e instancabili adoratori del bicchiere mezzo vuoto, mai contenti e mai soddisfatti. Qualunque risultato è sempre arrivato ‘ad un costo sempre esagerato’ dunque con i ricorrenti miti della Vittoria Mutilata o della Vittoria di Pirro, scegliete voi.

Non dirò nulla di straordinario parlando delle critiche che circolano in questo periodo. L’Italia è sotto attacco. Come non lo sapevate? Una coalizione di nazioni straniere ha da tempo dichiarato guerra alla nostra amata patria. I leghisti pensando di sfruttare la situazione hanno già pensato di avviare

freedomhouse[1]

trattative separate, firmare la pace e inaugurare la tanto agognata Repubblica Padana. Sfogliare i giornali in questo periodo è una continua tragedia, migliaia e migliaia di parole spese a parlare degli attacchi giornalmente subiti dalle nostre bonificate pianure, dalle nostre fertili colline e dalle nostre bianche e italianissime montagne.

Effettivamente però (ah, il bicchiere mezzo vuoto) a mancare sarebbero solo le vittime di questa guerra. Eppure ci sono, anzi c’è. Ma si sa, dalla storia non si impara mai nulla. Non sono bastate le violenze, i soprusi, le angherie sopportate dagli ebrei, dai palestinesi, dalle popolazioni balcaniche, dai tibetani e dalle numerose etnie africane. Noi adoratori del bicchiere mezzo vuoto, siamo riusciti a trovare qualcosa per cui lamentarci ancora di più.

L’Italia è sotto attacco nella sua Italianità, con la I maiuscola. E la nostra italianità è messa in crisi dalle continue critiche e spregiudicati attacchi effettuati contro il primo rappresentante di tale Italianità, sempre con la I maiuscola. L’Italia è sotto attacco perché è il nostro Presidente del Consiglio ad essere sotto attacco. Ecco la vittima di questa guerra. L’unico oggetto di così tante persecuzioni, tanto da potersi (auto)definire “senza alcun dubbio la persona che è stata più perseguitata nella storia del mondo intero e dell’umanità”… Ora, in questo articolo ho già detto stupidate a sufficienza che potrei andare in pensione in questo momento. Anzi, potrei candidarmi (e vincere le elezioni) come parlamentare di un qualunque partito di un qualunque colore.

La domanda che mi sono posto spesso in questo periodo è stata: come è possibile pensare che attaccando il Presidente del Consiglio Italiano, l’italiano possa sentirsi offeso nella sua italianità? Ma, onestamente, come è possibile pensare che una persona come il nostro attuale Presidente del Consiglio Italiano possa rappresentare l’Italianità? Non voglio fare anti-berlusconismo da quattro soldi, ci sono fin troppi giornalisti per questo. Riflettendo su tale aspetto sono arrivato alla conclusione che le critiche che l’Italia subisce in questo periodo non siano indirizzate semplicemente e in esclusiva al miglior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni, nonostante lui si impegni per essere sempre al centro dell’attenzione.

Quegli attacchi sono provocati dalla Nostra incapacità di essere popolo, essere nazione, essere civili ed essere in grado di scegliere. Che cosa? Sicuramente una classe politica responsabile.

L’anti-berlusconismo, come già detto, lo metto da parte, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa (e mi scuso per il paragone, non vorrei mancare di rispetto ai volontari). Non voglio difendere il PD che fa finta di andare alla deriva: i comandanti (quelli veri) ci sono veramente e il timone è in mano loro. Non voglio nemmeno fare il grillino e attaccare “la casta”: è esclusivamente colpa dell’elettorato se certe persone ora possono vantare il titolo di Onorevole e non pagano il conto del ristorante (perché i signori Onorevoli non pagano il conto al ristorante). Chiunque ha trovato posto in Parlamento è stato votato da un numero sufficiente di persone che hanno trovato in lui una persona degna di fiducia che possa portare i loro interessi a Roma (e questo vale da nord a sud – Padania compresa).

Vorrei precisare a caratteri cubitali un piccolo particolare: qui non si tratta di attaccare una parte o di difenderne un’altra. È giunto il momento di rendersi conto del baratro in cui ci troviamo. Lo dico e lo ribadisco che parlo senza colore politico.

In questo momento della nostra storia Italiana e Repubblicana, iniziata perché abbiamo pagato un salatissimo conto, è il momento di rendersi conto di quali siano le priorità della nazione (si, è ora di considerare l’Italia una nazione, anzi Nazione), quali gli interessi personali di qualcuno e quali gli interessi personali di pochi. Differenziare queste tre categorie e iniziare a lavorare per le cose che contano veramente: quelle di tutta la popolazione.

E allora da qualche parte bisogna pur iniziare. Dovremo risistemare il bilancio dello stato, riuscire a portare sotto controllo il debito pubblico, recuperare quell’enorme porzione del PIL che viene eufemisticamente chiamata economia sommersa e avviare una riqualificazione della spesa pubblica.

Anzi chiamiamo le cose con il loro nome: dobbiamo eliminare gli sprechi. Ci siamo abituati a vedere ogni giorno fin troppi sprechi, e non parlo degli sprechi che vede Brunetta nei finanziamenti per la cultura (spiccioli che vanno bene per un po’ di populismo). Parlo del numero di auto-blu che portano i Signori Onorevoli dal ristorante a prendere l’aereo (che non paga, perché i Signori Onorevoli non pagano nemmeno i biglietti aerei) – circa 624 mila unità contate nei primi 6 mesi del 2009; parlo degli sprechi di tempo e di denaro dovuti e causati dai sindacati, che anche questo sia ben chiaro, svolgono una funzione fondamentale e indispensabile nella nostra Italia Repubblicana, ma è da troppo tempo che i loro costi superano di gran lunga i benefici e fanno politica quando invece dovrebbero focalizzare le loro attenzioni sul proteggere le categorie più svantaggiate e più a rischio.

Sfortunatamente siamo abituati a vedere tutti i giorni sprechi di questo genere, che non ci sorprendiamo più e cosa ancor peggiore non ci scandalizziamo più, non protestiamo più, non ci interessiamo più, non ci informiamo più.

Ed ecco apparire magicamente un ultimo spreco. La libertà di stampa in Italia appare alle volte come un vero e proprio spreco. Da una parte perché sono innumerevoli i casi in cui tale libertà viene abusata e violentata per esercitare una propaganda di basso, scarso, infimo livello, per proteggere l’interesse di quel qualcuno o di quei pochi. Dall’altra parte perché tante, tantissime volte è veramente penoso e triste vedere tante persone, lavoratori, pensionati, politici, dipendenti pubblici, professori e studenti che sprecano la possibilità di ragionare liberamente con la propria testa e che decidono di non leggere più i giornali, non leggere più libri, ascoltare o leggere approfondimenti tecnici di un argomento di attualità. E scelgono invece di affidarsi al Tgcom o allo Studio Aperto nella pausa tra il primo e secondo tempo del film in prima serata per rimanere “informati”. Mah.

Allora sprechiamo parole e aria per parlare del secondo uomo più perseguitato della storia, perché il primo è troppo impegnato a non farsi processare come qualunque altro cittadino (almeno quel diritto lasciamolo ai Signori Onorevoli). Sprechiamo parole per parlare della crisi economica peggiore dal 1929 e dei modi che non stiamo attuando per poterne uscire il più velocemente possibile. Sprechiamo parole per parlare di fantomatici attacchi che una coalizione di nazioni straniere, e i loro giornali nazionali, stanno scagliando contro i migliori rappresentanti da oltre 150 anni della nostra povera Italia.

Italiani stringiamci a coorte contro il nemico che senza alcun rispetto osa attaccarci (là dove ci fa più male).

Diego Pinna
diego.pinna@sconfinare.net

Tbilisi inciampa sugli gli oleo-gasdotti stesi dall’Occidente

Scavando dietro la versione semplificata che ci hanno servito i media occidentali durante la crisi georgiana di quest’estate, si scoprono molte ottime ragioni per solidarizzare con la Russia. Dal progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, alle rivoluzioni colorate georgiana e ucraina; dallo spettacolare riarmo della Georgia (che in aprile aveva incrementato del 28% il suo bilancio militare), al programma di adesione delle due repubbliche alla Nato: queste dimostrazioni di forza (?) orchestrate dagli Usa si sono trasformate in altrettanti buoni pretesti per l’offensiva russa di quest’estate. È innegabile comunque che, togliendosi questi sassolini dalle scarpe, la Russia abbia in realtà agito in difesa di interessi ben più forti.
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Monsieur le Président,

per fortuna non sono un parente delle vittime delle Br, né sono venuto a trovarla all’Eliseo per sentire le sue meschine giustificazioni, ma sono un osservatore e il mio disgusto basta a darmi la volontà di prendere il computer e scriverle questa lettera aperta.

Il suo atto di rifiutare l’estradizione della ex brigatista Petrella risulta supponente e senza giustificazioni. Innanzitutto, ancora non mi capacito di come la Francia abbia potuto essere nella storia il rifugio di criminali condannati da Tribunali dello Stato italiano: se ancora oggi si discute dell’estradizione di tali persone, vuol dire che vi è stata una protezione da parte della Francia, ignara per lo più di ciò che è stato il terrorismo rosso. A prescindere da queste valutazioni storiche, mi fermo sui fatti ultimi accaduti.

Lei rifiuta l’estradizione appellandosi al trattato italo-francese sull’estradizione di terroristi, più in particolare all’articolo che prevede il potere presidenziale di impedire l’estradizione per cause legate al rispetto dei diritti umani. Questo mi scaturisce una doppia riflessione.

In primo luogo, il suo atto vela supponenza e superiorità della Francia nei confronti dello Stato italiano. Crede che qui sia il terzo mondo? Crede forse che i diritti umani non siano rispettati ancora oggi in Italia? Forse lei dovrebbe spolverare le sue idee e ricordarsi che l’Italia ha promosso presso le Nazioni Unite la mozione contro la pena di morte. E in fin dei conti, gli stessi ex brigatisti sono trattati con i guanti, visto che il Sig. Sofri ha addirittura trovato lavoro in Biblioteca, nonostante la crisi occupazionale. La clausola del rispetto dei diritti umani è quindi un pretesto o forse un gesto di pretesa superiorità. Quali sono le vere cause allora? Se la Petrella sta davvero male, ci sono fior fiore di primari che possono aiutarla anche in Italia. E se il problema è psicologico, ci son fior fiore di preti in Italia. Il viaggio poi non è così massacrante.

In secondo luogo, lei si crede la giustizia in persona. Pretende col suo atto di dare assoluzione ad una persona che assoluzione non ha mai avuto né da Tribunali né dalle famiglie delle vittime. Lei, straniero, mette in discussione la giustizia italiana del suo operato e questo, in un contesto europeo è gravissimo. Il Rubicone è passato da tempo, l’Unione Europea è nata e si è sviluppata in primis grazie ai nostri due paesi. Potremmo mai arrivare ad un’unione politica efficiente, se tra uno Stato e l’altro continuano le discriminazioni politiche?

Non aggiungo parole per riportare i sentimenti delle vittime. Immagino che queste lo abbiano fatto all’Eliseo meglio di qualsiasi altro. A questo punto però, se la giustizia dei Tribunali non riesce a fare il proprio corso, bisognerà appellarsi ad un altro tipo di giustizia. Se è vero che la Petrella sta male al punto da non poter essere estradata, allora che soffra atrocemente fino alla fine della sua vita, una volta per ogni vittima che ha fatto. Per ogni volta che si è confusa l’ideologia e la violenza. Per ogni volta che un’amnistia tale copre il senso della giustizia.

Vive la République et vive l’Italie!

Edoardo Buonerba

Edoardo.buonerba@sconfinare.net

In questi giorni, mentre i forti Alisei delle elezioni americane e gli intricati turbini della protesta universitaria soffiano poderosi e portano con sé aria di speranza e voglia di cambiare, è difficile riuscire a sentire la bava di vento che viene da sud, dalla lontana Africa. Laggiù, e più precisamente in Congo, essa è un vento dall’odore greve, che porta con sé aria colma di sangue, morte e paura: si sta compiendo l’ennesimo intricatissimo dramma del continente nero. I ribelli del CNDP (Congrès national pour la défense du peuple), hanno messo in scacco le forze dell’esercito regolare congolese. A guidarli c’è Laurent Nkunda che, fermando i propri uomini non lontano da Goma, capoluogo della regione del Kivu nord, ha decretato un “cessate il fuoco” unilaterale, e chiesto l’apertura di trattative con il governo congolese. Obiettivi delle trattative con il governo congolese dei ribelli del CNDP sarebbero l’annullamento di accordi commerciali con la Cina del valore di 5 miliardi di dollari – che secondo il loro capo avrebbero svenduto le ricchezze naturali del Paesi – e il disarmo dei ribelli Hutu delle Forces Democratiques de Liberation du Rwanda(FDLR), rifugiatisi in Congo al termine del genocidio ruandese del 1994 e fautori di rappresaglie e discriminazioni nei confronti della etnia Tutsi in Kivu, di cui Nkunda si dice difensore. Ulteriori richieste del CNDP sono la creazione di un esercito nazionale repubblicano, un più forte impegno nelle strutture sanitarie, una maggiore trasparenza nei contratti minerari ed un federalismo a livello nazionale. Ma nel frattempo,nonostante la tregua stabilitasi, i soldati dell’esercito regolare congolese in ritirata, sono entrati nei villaggi, saccheggiando, ferendo, violentando ed uccidendo. Anche i due ospedali cittadini di Goma sono stati saccheggiati dai soldati, peggiorando ulteriormente la già grave crisi umanitaria. La gente ha cercato di fuggire come ha potuto verso le frontiere dell’Uganda e del Ruanda, portando con sé a mala pena quello che è riuscita ad afferrare, ma il fronte della guerra va dal massiccio del Masisi fino al confine con Ruanda e Uganda ed è in continuo mutamento. Così, molti dei profughi (1 milione e 600 mila) si ritrovano chiusi “tra due fuochi”. Le ONG e l’ONU hanno sfruttato il “cessate il fuoco” e cercato di portare aiuto ai profughi, ma molti dei campi sono stati trovati deserti: le persone erano rifuggite, perché di nuovo perseguitate, ora dai soldati congolesi, ora dai ribelli del FDLR, comunque operante in zona. L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha stimato in 2,5 milioni il numero delle persone minacciate da epidemie di colera e di morbillo nella provincia del Nord-Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, mentre Medici senza Frontiere (Msf) denuncia l’assoluta mancanza di organizzazioni umanitarie nelle zone più colpite dal conflitto. Intanto, ci sono stati degli scontri tra le forze di Nkunda e miliziani Mai-Mai di Rutshuru, una località situata ad appena una sessantina di chilometri a nord di Goma. Questi miliziani, sebbene attivissimi in tutte le guerre susseguitesi nella zona dei grandi laghi, non sono altro che gruppi armati senza legami né etnici né politici: fanno capo ad anziani della tribù, a signori della guerra o capi villaggio e, in teoria, si batterebbero per la difesa del proprio territorio ma, in realtà si mettono al servizio del miglior offerente, cambiando continuamente le alleanze.

Al fine di trovare una soluzione diplomatica all’ultimo di una lunghissima serie di conflitti a catena che coinvolgono la zona, l’Unione Europea ha inviato in Congo il ministro degli esteri francese – Bernard Kouchner – ed il ministro degli esteri britannico – David Miliband. Dopo aver visitato Goma per tentare una mediazione impossibile si sono mossi ad aprire trattative diplomatiche con i due paesi coinvolti (Repubblica Democratica del Congo e Ruanda). Il presidente del Congo accusa il Ruanda di essere il principale sostenitore dei ribelli di Nkunda, mentre il governo di Kigali sostiene che le FDLR abbiano il pieno appoggio dell’esercito regolare congolese, mettendo così in pericolo l’integrità territoriale del Ruanda.

Il tentativo di Kouchner di porre fine ai massacri della popolazione tramite il dispiegamento di un contingente europeo a sostegno dei pochi caschi blu dell’Onu – finora incapaci di proteggere a pieno la popolazione – si è risolto in nulla a causa dell’opposizione del governo Ruandese, che ben ricorda delle operazioni francesi di peacekeeping del 1994, durante il genocidio ruandese , accusate da una recente inchiesta di aver lasciato la possibilità ai genocidiari di fuggire in Congo. In più, all’opposizione del Ruanda, si sono aggiunte le perplessità degli europei stessi: David Miliband, infatti, ha sostenuto di essere lì non per discutere di una forza europea, ma della situazione umanitaria. Dello stesso parere è l’Alto rappresentante degli Affari esteri UE, Javier Solana, secondo cui la priorità numero uno dell’Unione Europea è l’ambito umanitario. In pratica: l’Europa non ha intenzione di invischiarsi più di un certo limite in certi affari. Londra, però, si è resa disponibile a convincere il Ruanda a spingere i ribelli di Nkunda a rispettare gli accordi di pace del gennaio del 2008 (Trattato di Amani). Ciò mette a nudo la situazione del Ruanda nella regione dato che il regime di Kagame è sospettato di usare gli estremisti hutu per mettere le mani su un territorio ricco di risorse come il Kivu.

Ora, sebbene la comunità internazionale ben sappia che la crisi è un problema interno allo stato congolese, si spera che qualcosa possa essere risolto con il summit di Nairobi in cui parteciperanno i 2 stati contendenti più gli stati confinanti di Uganda, Burundi e Tanzania , l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Così, mentre la lunga e complessissima epopea delle guerre centroafricane prosegue con un nuovo sanguinoso capitolo, l’unico ruolo svolto dalle potenze occidentali in tutta questa storia è sempre stato quello di osservare da lontano una situazione che avevano creato e che, incapaci di comprendere veramente , hanno lasciato e lasciano continuamente scivolare in secondo piano.

Tommaso Ripani

Tommaso.ripani@sconfinare.net

“Se molti di voi pensano che Gorizia senza universitari sia una città morta, si sbagliano di grosso”.

Sono in molti a pensare che Gorizia non meriti le realtà universitarie, altri che non riesca a gestirle o a valorizzarle. Nonostante questo non bisogna sottovalutare o giudicare per partito preso le iniziative presenti in città. Vi sono essenzialmente due novità: ciò che interesserà sopratutto il popolo di studiosi che di Gorizia ha fatto la sua seconda città, o semplicemente il luogo dove “spende” la settimana dal lunedì al venerdì, è l’apertura dei bandi dell’Erdisu, per usufruire dei contributi per lo studio, per l’alloggio, per maggiori info Erdisu.

Interesserà invece anche la cittadinanza l’apertura del nuovo “Conference Center” in via Alviano, a partire da Gennaio 2009. Come riportato da “Gorizia Oggi” il sindaco Romoli ha salutato la conclusione dei lavori con la speranza che la struttura possa essere adeguatamente sfruttata e pubblicizzata.

Dunque appuntamento a Settembre e a Gennaio… godetevi le vacanze.

Diego Pinna

Regista: Fatih Akin

Cast: Alexander Backe

Nazione: Germania/Turchia

Durata: 90′

Voto: 9

Questo film-documentario del regista turco-tedesco Fatih Akin propone un viaggio ad Istanbul attraverso la sua musica e le diverse sonorità che la compongono. Nel suo lavoro è accompagnato da Alexander Hacke, bassista del gruppo tedesco d’avanguardia Einsturzende Neubauten, affascinato dalla vitalità artistica turca già in occasione della composizione delle musiche per il film “La sposa turca”. Istanbul viene spesso denominata come “ponte tra occidente ed oriente”, sia per la sua posizione geografica a cavallo tra Europa ed Asia, che per le vicende storiche di cui è stata protagonista nel corso dei secoli. E proprio per questi motivi racchiude in sé una molteplicità di culture (e di identità) che spesso riescono ad amalgamarsi tra loro, ma che a volte non riescono a trovare una vera (e propria) integrazione nella società. Ciò vale naturalmente anche in ambito artistico, dove , accanto alla musica tradizionale e (a quella) di derivazione “occidentale”, le diverse influenze creano sound innovativi grazie alla (facile) contaminazione tra stili. Si passa dal liuto saz di Orhan Gencebay al clarinetto dello zingaro Selim Sesler; dalla voce della cantante curda Aynur, ostacolata fino a poco tempo fa proprio per la sua appartenenza etnica, a quella di Müzeyyen Senar, (cantante quasi novantenne) legata alla musica classica orientale; da Erwin Koray, precursore del rock turco moderno (e ispiratore di gruppi quali Baba Zula e Replikas), all’hip hop di protesta di Ceza (e ai musicisti di strada) . Il tutto è accompagnato da scorci di Istanbul e interviste alle persone, in cui emerge ancora una volta la commistione di culture e mentalità in una città e in una nazione che tuttora non trova una collocazione ben definita. Una parte vorrebbe infatti legarsi all’Unione europea, mentre l’altra vorrebbe mantenere intatte le proprie tradizioni senza intromissioni occidentali. Il dibattito resta ancora aperto, anche per la difficile convivenza tra gli eccessi dell’islamismo e la volontà di modernità (che difficilmente troverà una soluzione in tempi brevi). Credo che il film possa aiutare a capire meglio il popolo turco e a conoscere i diversi punti di vista in una nazione in continua evoluzione politica e sociale; naturalmente ciò non è esaustivo (in sé) ma va accompagnato all’apertura verso questa cultura abbandonando (almeno per un po’) i pregiudizi e la diffidenza che hanno accompagnato la storia umana nell’ultimo periodo.

Lisa Cuccato

 

 

Estoni, Bulgari, Austriaci, Sloveni, Ungheresi e Italiani: un gruppo di 30 giovani uniti dal desiderio di buttare giù i muri tra gli stati, dalla voglia di stupire chi è convinto che l’Unione Europea sia solo un utile (o dannoso) sistema economico, dall’entusiasmo di chi ama le proprie origini ma che non ha paura di guardare oltre il giardino di casa. Sarà proprio Gorizia, dal 3 al 10 Gennaio, ad accoglierli per una settimana di attività in comune, nelle strutture della Caritas di via Vittorio Veneto. Sono i ragazzi dell’associazione Diagonalpeadria (studenti al secondo anno SID) i diretti organizzatori di questo scambio dalla tematica intensamente legata al valore di queste terre: il confine come realtà quotidiana per i giovani. Dietro un titolo fresco e accattivante, JUMPING IN EUROPE, si chiederanno insieme cosa cambia per le nazioni che ora stanno accedendo in Europa, comparando strumenti e modelli di vicinato per giovani di aree di confine. Sarà una settimana di giochi, dibattiti, conferenze, visite di piacere e incontri con i responsabili ISIG, volta a creare un intreccio di intense relazioni nel gruppo: è proprio con questo intento che la Commissione Europea, tramite la DG Istruzione e Cultura, promuove i progetti ideati da associazioni giovanili europee. Si tratta del Programma Gioventù attivo già dal 1996, e per la prima volta in Gorizia potrà svolgersi un’attività del genere grazie al finanziamento che il sottoprogramma per la cooperazione transfrontaliera (presente solo in Friuli Venezia Giulia e in Veneto) di solito destina ad obiettivi di mercato: questa la migliore dimostrazione di come l’Unione Europea comincia a non fare più paura, di come il processo d’integrazione sociale e culturale stia diventando un bisogno sentito da ogni generazione.

 

Arianna Oliviero

Scambio culturale finanziato dall’Unione Europea

Treno Venezia S. Lucia – Trieste Centrale. Destinazione Gorizia. Il tempo sembra essersi fermato. Guardo fuori dal finestrino e mi perdo col pensiero… appena tornati da un lungo viaggio si rimane sempre un po’ assopiti, passano davanti agli occhi mille immagini che la mente tenta inutilmente di afferrare, i ricordi sono aggrovigliati. Piano, piano quasi cullati dal lento scorrere del tempo si riprende il filo conduttore di un entusiasmante viaggio in Colombia.

La pellicola è finita, riavvolta, pronta per essere proiettata a chi aspetta con ansia di sapere com’è andata.

Un giorno arriva improvvisamente la proposta: viaggio in Colombia. Senza sapere come, dove, quando e perché; accompagnata da un entusiasmo irrefrenabile, accetto. Nei giorni successivi sarà tutto più chiaro. Si chiama Programma Gioventù. Programma della Commissione Europea (2000 – 2006) relativo all’educazione informale dei giovani nell’ambito europeo. Un incentivo alla partecipazione attiva e alla cooperazione tra i giovani. Il progetto consta di 5 azioni: la Gioventù con l’Europa, il Servizio Volontario Europeo, Iniziative Giovanili, Azioni Congiunte e Mezzi di Appoggio.

Quella a cui avrei partecipato, la prima, prevede uno scambio multilaterale finanziato per il 70% dall’Unione europea tra gli Stati membri e paesi terzi a cui possono partecipare giovani dai 15 ai 25 anni. Finalità dello scambio sono lo sviluppo di una conoscenza e comprensione migliore della diversità culturale, l’incremento dell’uguaglianza di opportunità e l’approfondimento di problematiche legate al mondo giovanile.

Il mio scambio dal titolo ” Diversidad cultural en la globalisación juvenil” si sarebbe svolto a Baranquilla a Nord della Colombia assieme a spagnoli, greci, salvadoregni e colombiani appunto. Conoscenza della lingua: zero. Voglia di conoscere un mondo totalmente diverso dal mio: molta.

Dieci giorni accompagnati dal colore giallo. Questo è il colore che predomina. La gente è solare. La gente è comunicativa. La gente balla. Tutta la giornata è accompagnata dal ritmo giallo della musica, dal movimento

inarrestabile del corpo. Si balla nei bar, si balla a casa, si balla per strada e ballando con loro faccio il mio primo incontro con la Colombia.

Grazie a conferenze, incontri formali con il gruppo dirigente della regione ma soprattutto attraverso le mille chiacchierate con gli amici colombiani e i due indigeni che partecipavano allo scambio con noi, ho imparato a conoscere questo Paese. Una terra che ospita mille culture, oltre ai colombiani vi sono 90 comunità di gruppi indigeni, una terra della mitologia kogui, fortemente influenzata dallo spirito europeo, terra di conquiste, della globalizzazione, della contraddizione. Il binomio capitalismo – povertà regna indisturbato nel Paese e il suo apparato burocratico amministra il territorio attraverso la corruzione, lo sfruttamento minorile, la guerriglia che ha perso ormai tutta la sua connotazione politica e segue anch’essa le curve di domanda e offerta nel mercato del narcotraffico.

Di tutto questo si parla in uno scambio, dei problemi che affliggono i giovani. Ci si rende conto di quanto sia importante integrarsi in un gruppo, e di quanto si possa imparare vivendo con persone che affrontano realtà diverse dalla propria. In un clima di condivisione si viene a far parte di un’unica trama. Il progetto coglie tutte le esigenze, le aspettative del mondo giovanile e alla fine gli obiettivi dello scambio sono perfettamente raggiunti…

La Colombia si impegna però a nascondere quello che è il vero problema a chi arriva e visita il Paese, parlarne si, ma non troppo. E se proprio questa è l’immagine che si vuole dare allo straniero, il mosaico non ha mai i suoi tasselli al proprio posto. Ce n’è sempre uno nero che spicca tra tutti gli altri. Una vecchia donna che rovista tra i rifiuti per cercare del cibo rimasto da un pranzo al sacco. Quel tassello così importante vale più di qualsiasi discorso. Il suo colore nero è pronto a testimoniare che oltre il bene vi è anche il male. Entrambi esistono all’interno e all’esterno di ogni individuo come gli Aruahki ci hanno saggiamente ricordato.

Nicoletta Favaretto

Sono i deportati di Gorizia: 1048 nomi che compongono l’elenco consegnato il 12 dicembre 2005 dal Sindaco di Nova Gorica, Mirko Brulc, al Sindaco di Gorizia, Vittorio Brancati, per conto del Ministro degli Esteri Dimitrij Rupel. La lista è stata resa nota dalla Prefettura di Gorizia soltanto tre mesi dopo, agli inizi di marzo, ed è stata messa a disposizione della cittadinanza e di chiunque volesse consultarla. Contiene i nomi di soldati, carabinieri, finanzieri, funzionari di banca e di istituti pubblici, professori, maestri di scuola e molti altri che nel maggio del 1945 furono rastrellati dalle truppe titine del comandante Boro, il IX Korpus, e portati in Jugoslavia da dove non fecero più ritorno. E’ impossibile calcolare con esattezza il numero dei deportati e forse non si saprà mai quante persone subirono l’infoibamento o morirono nei campi di prigionia per mano dell’OZNA, la polizia politica del Maresciallo Tito. Oltre al desiderio di vendetta per le terribili violenze subite dai fascisti durante la guerra, dai documenti emerge la volontà delle truppe comuniste di attuare una sorta di pulizia etnica: non furono catturati solo fascisti o presunti tali, militari o resistenti, ma tutti quegli italiani e sloveni che avrebbero potuto rappresentare un ostacolo per la creazione di un forte stato jugoslavo e per l’annessione del Friuli Orientale e della Venezia Giulia. Ora questo elenco dovrebbe contribuire a fare un po’ di chiarezza e di giustizia in quei tragici eventi a lungo ignorati e addirittura nascosti per sessant’anni dall’una quanto dall’altra parte. La documentazione, elaborata dalla storica slovena Natasa Nemec, rivela che “gli arresti furono effettuati secondo accurati elenchi pronti dal 1944”, e riporta diverse notizie sugli scomparsi: dati anagrafici, professione o corpo militare di appartenenza, data e luogo di arresto. Purtroppo manca il dato più atteso dai parenti delle vittime: il luogo della morte. Il luogo in cui potersi recare per portare l’estremo saluto ai propri padri, fratelli, mariti e amici, per dare una risposta al bisogno di onorare le vittime in un luogo fisico oltre che nella memoria. Sostanzialmente il documento non porta grandi novità: secondo i parenti e diversi storici sloveni e italiani, molti nominativi erano già noti perché comparsi in precedenti studi, altri sono imprecisi o addirittura erronei. La stessa Nemec sostiene che l’elenco da lei elaborato sia un “dossier ancora parziale”: altri nomi dovranno essere aggiunti in futuro, e molti archivi devono essere ancora aperti; i dati più importanti potrebbero trovarsi a Belgrado.
Altre critiche contestano il modo in cui l’elenco è stato trasmesso e diffuso dalle autorità, alimentando un’accesa polemica. Polemica prevedibile considerato il periodo politicamente delicato in cui la lista è stata pubblicata: il 9 e 10 aprile gli elettori italiani saranno chiamati ad esprimersi nelle elezioni politiche, mentre a fine anno in Slovenia si svolgeranno le elezioni amministrative. Il Sindaco di Nova Gorica ha espresso infatti il timore che queste vicende possano alienargli il supporto dell’elettorato che rimane legato al mito partigiano, e ha voluto sottolineare come l’iniziativa di consegnare l’elenco sia partita dal Ministro degli Esteri sloveno Dimitrij Rupel. Brulc ha inoltre aggiunto che il periodo scelto per pubblicare l’elenco indica la volontà di strumentalizzazione “da parte italiana per fini politici di carattere preelettorale”. Vittorio Brancati ha replicato di aver chiesto espressamente al neo-Prefetto di Gorizia Roberto De Lorenzo (nelle cui mani era passato l’elenco dopo la consegna al Sindaco) di essere consultato prima della pubblicazione senza che ciò sia avvenuto. Brancati si è dunque rivolto a Brulc pregandolo di non fermare il dialogo iniziato, pur dichiarandosi consapevole della difficile situazione in cui è stato messo il suo omologo sloveno. Inoltre, il fatto che l’elenco sia in mano al Prefetto, che è il rappresentante del governo a livello locale, ha i suoi aspetti positivi: passando dai due Sindaci ai due Governi, il documento potrebbe acquisire più chiaramente il significato di passo in avanti verso la creazione di una memoria riconosciuta e condivisa a livello ufficiale. Ed è proprio su questo punto che si innestano altre critiche. Secondo lo storico sloveno Branko Marusic, consulente scientifico dell’ Accademia delle arti e delle scienze di Lubiana, il documento avrebbe dovuto essere consegnato dal Ministro Rupel al suo omologo italiano, utilizzando i normali canali diplomatici. L’effettivo modo di diffusione dell’elenco ha invece sminuito il possibile valore simbolico del gesto. Anche lo storico italiano Roberto Spazzali, autore di studi sulle foibe, si è chiesto che senso abbia “tenere questo dossier come una cosa in famiglia”, e sostiene che il modo migliore per far luce su quanto accadde sia “un controllo incrociato con gli elenchi preesistenti” effettuato da storici di professione.
Purtroppo, il modo in cui è stata gestita la vicenda (a partire dall’accuratezza della ricerca storica alle modalità in cui è stata consegnata e diffusa) secondo alcuni alimenta l’impressione che il gesto sloveno sia solo una sorta di “contentino” per gli italiani. Ma al di la delle polemiche, inevitabili per un argomento così delicato, è sicuramente un passo importante per riparare lo strappo nella memoria italiana e slovena, il possibile inizio di un reale percorso di dialogo, riconoscimento e riconciliazione verso una memoria condivisa e ufficiale. Questo elenco non è ancora in grado di rendere giustizia e di lenire lo straziante dolore delle famiglie che videro scomparire i loro cari nella notte, ma è un gesto significativo e necessario anche alla luce dell’entrata della Slovenia nell’Unione Europea. “E’ un momento importante” ha spiegato il Sindaco di Gorizia, “la dimostrazione che in questa piccola città si stanno abbattendo grandi muri. Nessuna frontiera europea può cadere se non si abbattono anche le frontiere della memoria.”

Athena Tomasini
Antonino Ferrara

Flickr Photos

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