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Per gli studenti di Gorizia. Quelli che non hanno potuto esserci all’assemblea di mercoledì 23 ottobre. E quelli che non potranno esserci all’assemblea del 29 a causa delle lauree programmate nella sede staccata goriziana per quel giorno (nonostante che la centrale Trieste abbia decretato la sospensione dell’attività didattica). Ma anche, e soprattutto, per quelli a cui questa protesta non interessa. Con la speranza ma non la presunzione, di fare cosa sgradita.

Stato d’agitazione. Una condizione che ricorda lo stato d’allerta, quasi si trattasse di guerra o, com’è successo recentemente, di minaccia terroristica. Sennonché a dichiarare siddetta condizione d’urgenza, non è il ministero della difesa, ma un’assemblea degli studenti. Una delle tante in questi giorni di protesta anti-Gelmini. “Fate l’amore con il sapere” lo striscione appeso, non senza comiche difficoltà, sulle finestre al terzo piano dell’Università di Trieste. Sotto, senza il popolare yogurt, la mul(l)eria, gli studenti. Saranno novecento, millecinquecento. Chi azzarda 3 mila. Tanti, tantissimi, troppi per me che non sono mai stato bravo a far stime.

Di certo, come non era bastata a contenerci la sala Venezian, prima destinazione, così l’aula magna, seconda ma altrettanto vana sistemazione. “Fuori!”, l’urlo parte da quelli che s’accalcano all’entrata dell’aulone maestoso e oscuro. C’è voglia di partecipare, il grido si fa applauso e poi coro unisono. E fuori sia. Tempo d’organizzare una cassa e un microfono, nonché di percorrere le scale all’interno dell’edificio. Sembra di stare alla simulazione di un’evacuazione, quelle delle scuole dell’obbligo per intenderci. Solo che, a differenza di allora, non tutto scorre fluido e veloce. Niente maestro unico qui.

Percorro i gradini e mi risuonano in testa motivetti gucciniani da feste a base di rossi (i vini, ormai d’annata ci sono solo quelli). A me, che il ’68 non so nemmeno cosa sia, e non me ne importa nemmeno più tanto, vien da sorridere. Penso a Gaber, al bar Casablanca. La locomotiva, intanto, procede lenta fino al cortile, lì come all’uscita di una stretta galleria, riprende a correre. E’ un anfiteatro che si apre al mare, il cortile di piazzale Europa.

“E’ in questo luogo simbolo dell’Unione Europea che, significatamene, ci ritroviamo”. Apre le orazioni il rettore Peroni. Svelto e attento a liberarsi da ogni critica di strumentalizzazione della protesta. Issato al muro centrale, sventola debolmente lo stendardo europeo, affiancato dall’ancora più stanco tricolore. Che il Magnifico mi venga ad informare sullo stato delle cose, invitando la mobilitazione degli studenti a me, uno pocofico, un po’ puzza. L’atmosfera è da grandi parole, senza bisogno di scomodar la retorica. Basta guardar la folla e, per i più romantici, spingersi oltre, fino al golfo. E’ il sentimento che ti frega nella massa, e così ti ritrovi, senza volerlo, ad applaudire la non-negoziabilità della carta costituzionale. Il giurista Peroni dimostra di saper usare i termini del mestiere e chiude con un appello all’apostolato per la costituzione. Amen. Meno accesi di un requiem, gli interventi istituzionali a seguire. Con a ruota la rappresentanza dell’Ateneo di Udine e della SISSA (la scuola internazionale superiore di studi avanzati). La platea rimane attenta, in uno stand-by continuo, pronta ad accendersi, ad alzarsi, ad infiammarsi.

Finchè, finalmente, arriva il momento degli studenti, della sedicente muleria. Si capisce subito che i pompieri non serviranno. Non questa volta, troppa pacatezza nell’aria. Si salutano le parole di tutti con degli applausi più da conferenza che d’assemblea. Poche le interruzioni da standing ovation. E difatti, lo scopo è quello d’informare prima di tutto. E, stando al silenzio, più di assento che di assenso, ce n’è davvero bisogno. La legge 133, chi era costei? E il DL 112? Potrei indovinare che più della metà dei presenti non si è nemmeno preso la briga di leggere gli articoli d’interesse. Così la demogagia di una mobilitazione, fosse anch’essa giusta, può dilagare.

C’è spazio anche per il dissenso del dissenso. E’ uno studente della destra studentesca che denuncia gli sprechi del mondo universitario. Per difendere il suo diritto allo studio, non c’è bisogno dell’intervento dei poliziotti-guardiani chiamati alle armi dal Cavaliere-capitano. Infatti, lo sfortunato navigante si becca la sana dose di fischi ed evapora nella folla, felicemente. L’impavido lo sa, verrà premiato l’indomani con una citazione nel giornale locale, anche questo, nel suo Piccolo, conta.

Scorre da un’altra parte la corrente della protesta. Studentesse e studenti, ricercatori, precari, docenti con e senza cattedra. Le parole sembrano fluire insieme, in un corso morbido come l’Isonzo, romantico come la Soča. E insieme alle parole le cifre. Un miliardo e mezzo di euro, tanto si taglierebbe all’Università da qui al 2013. Togliere fondi all’Università e alla ricerca è come sparare su una croce rossa che di rosso ha già anche il bilancio.

Tanti si rivoltano in nome della pubblica scuola. Tanti tacciono nell’indifferenza passiva e sedentaria che ha ormai prodotto questa democrazia da reality. Tanti, soprattutto tra i non universitari (ma non solo), si chiedono se, tra sprechi e baronati, stringere la cinghia non abbia effetti su un uso più efficiente delle risorse. La verità probabilmente rimane sottaciuta: di progetti di riforma non si fa nemmeno accenno, solamente si spenderà meno e si continuerà a spendere male, e questo non farà menomale. Anzi.

Ma è bello pensare che, come hanno ripetuto fino all’autoconvincimento gli studenti intervenuti, “Non finisce qui”. Ci s’illude di essere meno soli a parlar di “sogni”. Ad unirsi all’appello dei “cittadini civili che oggi insorgono”. E’ romantico e serve. Unendomi al corteo partito spontaneamente per le trade triestine, ho sentito ragazzi uscirne per la paura di essere “segnalati” alle forze dell’ordine. Di più: una ragazza mi ha rivelato che appena ha visto i poliziotti vestire i guanti ha subito pensato ad uno scontro violento e si è dileguata. Mi chiedo che paese sia l’Italia, dove chi manifesta ha paura, chi governa usa questa paura come strumento, e chi, come la muleria, non dovrebbe aver niente da perdere, abbassa il muso e decide di convivere con questa paura. Democrazia o Paurocrazia? Nel dubbio, meglio scender impavidi nelle piazze, invadere le strade, far lezioni in città. E il quarto d’ora accademico? Al bar Casablanca. “Al bar Casablanca seduti all’aperto la birra gelata. Guardiamo le donne, guardiamo la gente che va in passeggiata. Con aria un po’ stanca, camicia slacciata in mano un maglione, parliamo, parliamo, di studentato, di rivoluzione.” Ma come? Con tutte le libertà che abbiamo, vogliamo anche la libertà di cambiare?

Un nipote illegittimo del signor G.

(Davide Lessi)

Per avere qualche idea delle cifre proposte mercoledì 23 ottobre e appena accennate nell’articolo, rimando al sito della facoltà di scienze: http://www.smfn.units.it/default.aspx

in particolare al link del powerpoint pubblicato dal professor Rui, preside di facoltà e primo docente a tenere lezione in Piazza Unità a Trieste, per sensibilizzare sui temi della protesta la società civile.

http://www.smfn.units.it/Lists/Announcements/DispForm.aspx?ID=85&Source=http%3A%2F%2Fwww%2Esmfn%2Eunits%2Eit%2Fdefault%2Easpx


Per una maggiore visibilità pubblichiamo “il testo finale della nuova offerta formativa dopo la riunione della Commissione per il riordino che si è tenuta il giorno 17 settembre al termine dei lavori istruttori” che entrerà in vigore dall’a.a. 2009-2010 così come trasmesso dal Preside prof. Domenico Coccopalmerio ai Rappresentanti degli Studenti.

Clicca per scaricare Riordino GO TS.pdf

Settembre, il mese della fine dell’estate, della vendemmia, della burocrazia e degli esami d’ammissione.

Ogni anno, ogni rientro dalle vacanze, ci si scontra inevitabilmente con questo signor Settembre. E bisogna farci in qualche modo i conti. Bisogna finire quello che è rimasto in sospeso prima delle vacanze e prima che (ri)comincino le lezioni, ci sono sempre le domande e bollettini da pagare e controllare, ci sono gli ultimi esami dell’anno da completare e ci sono anche gli esami d’ammissione.

Per questi ultimi fortunati è stata l’estate della maturità e della fine del liceo, delle vacanze veramente meritate e la vostra prima estate da “maggiorenni e maturi”. Ora scordatevi i 3 mesi estivi di libertà, appartengono al liceo, qui in estate si suda sui libri, e solo chi è stato veramente bravo può forse gustarsi le vacanze a partire da luglio.

Per l’esame di ammissione al SID 2008 si parla di circa 240 candidati, per 120 posti disponibili. Ottimi numeri, considerando il calo dei candidati nei due anni precendenti. Ma quest’anno ci sarà una novità ad accompagnare i candidati all’ammissione al SID, uno sportello informativo organizzato dall’ASSID (Associazione Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche) con la collaborazione di tutte le Associazioni Studentesche presenti a Gorizia, per consigliare e informare i candidati, i “Futuri Studenti Universitari”, nel loro ingresso nel mondo dell’università.

Buon rientro dalle vacanze, in bocca al lupo per gli esami e buon inizio del nuovo anno accademico!

Scarica il Foglio Informativo dell’ASSID

Diego Pinna

“Se molti di voi pensano che Gorizia senza universitari sia una città morta, si sbagliano di grosso”.

Sono in molti a pensare che Gorizia non meriti le realtà universitarie, altri che non riesca a gestirle o a valorizzarle. Nonostante questo non bisogna sottovalutare o giudicare per partito preso le iniziative presenti in città. Vi sono essenzialmente due novità: ciò che interesserà sopratutto il popolo di studiosi che di Gorizia ha fatto la sua seconda città, o semplicemente il luogo dove “spende” la settimana dal lunedì al venerdì, è l’apertura dei bandi dell’Erdisu, per usufruire dei contributi per lo studio, per l’alloggio, per maggiori info Erdisu.

Interesserà invece anche la cittadinanza l’apertura del nuovo “Conference Center” in via Alviano, a partire da Gennaio 2009. Come riportato da “Gorizia Oggi” il sindaco Romoli ha salutato la conclusione dei lavori con la speranza che la struttura possa essere adeguatamente sfruttata e pubblicizzata.

Dunque appuntamento a Settembre e a Gennaio… godetevi le vacanze.

Diego Pinna

Due anni sono trascorsi dal primo numero di Sconfinare. Dopo due anni molte cose sono cambiate, ma molte altre sono rimaste le stesse.
Le persone che scrivono su questo giornale, ad esempio, sono diverse dal primo numero: molti ormai fanno parte del “popolo del SID” sparso per il mondo o altri sono in Erasmus e torneranno in questo periodo per gli ultimi esami dell’anno.
La nostra Università invece non è cambiata e ancora per qualche anno non cambierà, come spiega il preside di facoltà Domenico Coccopalmerio al Sole24ore: «Ristrutturazioni e accorpamenti slittano al 2009-2010». Eppure qualche cambiamento è già stato fatto nei corsi della Specialistica del SID, ma questo al Sole24ore non lo sanno. La città di Gorizia non è cambiata: la contestata giunta del centro sinistra fa ormai parte della storia, non ci sono più telecamere ai semafori, e qui i problemi di “monnezza” non ci sono e mai ci saranno. La nuova piazza Vittoria sarà a breve aperta e, anche se le attività commerciali sono in calo, i bar sono sempre strapieni. I disagi per il traffico notturno e per gli schiamazzi sono stati prontamente segnalati, sono più quelli che la notte dormono di quelli che vogliono fare casino (e la maggior parte di questi non sono nemmeno residenti!).
Pare allora che l’Università da Gorizia non andrà mai via, quindi nemmeno gli studenti che la popolano. Ma per meglio dire, l’Università di Trieste non andrà mai via, grazie a legislazioni nazionali che piantano irremovibilmente il nostro Corso di Laurea qui. Circa l’Università di Udine, invece, sono molte le voci che circolano all’ombra del Castello: sono in molti a scommettere che almeno un Corso di Laurea sarà trasferito nella sede centrale. Attendiamo ulteriori notizie dalla webradio Uniud.it
Rimangono tanti interrogativi allora per Gorizia e per questo giornale e i giochi si riapriranno in settembre, con una carica propositiva nuova e con un nuovo Preside di Facoltà. Gli studenti continueranno a proporre e a essere presenti, in facoltà come nella città. Sono molti i progetti in preparazione, ma non possono essere il frutto dell’iniziativa dei soli studenti, hanno bisogno dell’impegno di tutti. Allora ecco un piccolo suggerimento al quale qualcuno sta pensando: la Città ha bisogno di presentarsi, ha bisogno di essere presente e attivarsi, negli eventi, nelle attività commerciali. Non si può ancora fare affidamento sul passaparola delle persone e degli studenti. La Gounicard ha iniziato a smuovere le acque, ma ha ormai perso slancio e sono molti gli esercizi che non la accettano più.
L’idea di una Scuola Superiore in Relazioni Internazionali a Gorizia premierebbe un percorso di 20 anni costellato da grandi successi, e lo dimostra il popolo del SID nel mondo. Chi non è favorevole ai miglioramenti (purchè siano effettivamente tali)?. A lato, bisogna lavorare sulle esigenze di tutti i giorni degli studenti: dalla mensa ai corsi extra-didattici, dalle opportunità di studio internazionali ai corsi di lingua, dal cinema al divertimento: “perchè lo studente non vive solo di acqua e libri“.
Così come la Città e il Corso di Laurea, anche questo giornale deve percorrere lo stesso percorso: già al giorno d’oggi ha acquisito una conoscenza diffusa all’interno delle due città transfrontaliere, ma dovrà evolversi ancora di più quale forum partecipativo tra studenti e città.
E questo lo sta facendo grazie al contributo del Consorzio che rappresenta l’interesse costante della città verso queste nostre iniziative.
Da settembre si ricomincerà con nuovo slancio con nuove discussioni, con la consapevolezza di stare facendo qualcosa di grande e che aspira ancora a qualcosa di più.
Buona estate, buoni esami, buone lauree, buone vacanze.

La Redazione

Vi informo e vi invito caldamente a partecipare alla Conferenza di giovedì 15 maggio alle ore 15, presso l’Aula Magna della nostra Università, alla quale parteciperà Mme Florence SAUTEJEAU, Consigliera per gli Affari Sociali dell’Ambasciata di Francia a Roma. L’intervento verterà su una presentazione in lingua francese della legislazione del lavoro francese (ripercorrendo l’excursus di CPE, CNE e le ultime proposte di Contratto Unico che hanno toccato anche la società italiana) nonchè sulla presentazione dello stage presso l’Ambasciata Francese che già da anni è attivo presso il nostro Corso di Laurea, grazie all’intermediazione della prof.ssa Leggeri e attualmente della prof.ssa Dupond.

Locandina intervento Mme Sautejeau 15 maggio 2008

Lunedì 17 marzo si è spento, a Milano, il professor Enrico Fasana, Ordinario di Storia e istituzioni dei paesi afro-asiatici presso la nostra Facoltà.
Nato a Robecco sul Naviglio il 28 agosto del 1940, Enrico Fasana si era formato all’Università Cattolica del Sacro Cuore  di Milano, laureandosi nell’anno accademico 1964-65 in Scienze Politiche, con una tesi sul problema tribale in India, sotto la guida del professor Luigi Prosdoscimi, già titolare degli insegnamenti di Storia della Chiesa e di Storia della colonizzazione e della decolonizzazione.
Successivamente, il professor Fasana ha conseguito un MA all’Università di Chicago nel 1970, e ha frequentato, nel 1974,  i corsi di dottorato all’Università dell’Arizona a Tucson. Negli stessi anni ha intrapreso la carriera accademica alla Cattolica di Milano, prima quale assistente volontario, presso la stessa Facoltà di Scienze Politiche, quindi come assistente ordinario dal 1973.

L’interesse scientifico di Enrico Fasana per la storia e la società del subcontinente indiano, come si è visto, deriva dal contatto con l’insegnamento del professor Prosdocimi. Dunque la sua matrice si distingueva da quella dell’indologia pura, per avvicinarsi agli studi storico-religiosi. Al contempo, il suo approccio si teneva distante da un’interpretazione storica incentrata sulle relazioni di potere, mostrando invece una predilezione per lo studio delle istituzioni sociali e religiose.ì
Non vi è dubbio che la sua personale fede religiosa abbia avuto un peso rilevante nel formarne l’approccio di studioso. Il suo interesse originario per la storia della Chiesa, infatti, lo ha spinto, sin dall’inizio, a esplorare le radici del sacro nella cultura indiana, sottolineando il significato religioso delle istituzioni sociali che erano oggetto della sua ricerca. A tal proposito, Enrico ebbe spesso a confessare che, proprio in ragione della percezione di una costante presenza del sacro, egli si era diretto verso lo studio delle società afro-asiatiche, e dell’India in particolare, in cui tale dimensione continua ad avere un peso rilevante.
Da questo punto di vista, l’esperienza negli Stati Uniti ha avuto un’importanza centrale. Nel suo soggiorno a Chicago, infatti, Enrico Fasana è entrato in contatto con idee e concetti che avrebbero caratterizzato la sua interpretazione. In particolare, fu influenzato dell’antropologo Louis Dumont, autore del volume “Homo hierarchicus” che rivoluzionò l’interpretazione europea del sistema castale. È alla teoria dumontiana della casta e, più in generale, all’idea dell’antinomia tra l'”individualismo occidentale” e la “società tradizionale” indiana, che Enrico Fasana si è ispirato profondamente. Nella società indiana, infatti, Enrico intravedeva un modello che, nella sua visione, poteva costituire una chiave di lettura per una più generale analisi del passaggio dalla tradizione alla modernità.

Dopo il ritorno in Italia, verso la metà degli anni Settanta, Enrico Fasana ha proseguito nella carriera accademica, divenendo Professore Incaricato di Storia Moderna e Contemporanea del Subcontinente Indiano presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, dal 1974 al 1979. Quindi, dall’anno accademico 1979-80,  è stato Professore Incaricato di Storia e Istituzioni dell’Asia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste. Dal 1991-92 è stato Professore Straordinario della stessa disciplina, prima chiamato all’Istituto Universitario Orientale e poi a Trieste. Infine, dal 1995-96, Professore Ordinario della stessa materia a Gorizia, con supplenza a Trieste, presso la Facoltà di Scienze Politiche. Dal 1992 fino al ‘97, nella sede di Gorizia, ha tenuto per affidamento l’insegnamento di Storia e Istituzioni del Mondo Arabo.
La ricerca di Enrico Fasana si è sviluppata in diverse direzioni. Tuttavia si può affermare che il suo contributo più fecondo riguardi la storia sociale dell’India centro-settentrionale – in particolar modo la regione del Maharashtra, della quale ha sviluppato una conoscenza specialistica riconosciuta a livello internazionale. Da questo filone di indagine sono maturati alcuni tra i suoi saggi più rilevanti, tra cui “Samarth Ramdas e il dharma” e quelli sui principati indiani in epoca coloniale. Nella sua visione, Enrico Fasana era indubbiamente influenzato dalla concezione gandhiana, che considerava con particolare attenzione il mondo dei principati indiani – definito, dallo stesso Mahatma, “Indian India” – rifiutando l’ostilità del movimento nazionalista indiano verso quelle dinastie.

Alla figura del Mahatma Gandhi, Enrico Fasana ha dedicato una parte importante della propria ricerca, approfondendone il profilo morale e religioso, e rifiutando un’interpretazione – di derivazione anglosassone – che ne enfatizzava gli aspetti in prevalenza politici.

L’interesse scientifico che il professor Fasana aveva sviluppato verso l'”invenzione della tradizione” lo portava altresì ad approfondire il fenomeno della rivisitazione riformista e, in seguito, nazionalista, delle istituzioni castali e religiose. Da ciò derivarono alcuni dei suoi studi più originali, quali quelli dedicati al pensatore nazionalista V. D. Savarkar, e quelli sui rapporti tra Risorgimento e nazionalismo indiano. Nello stesso ambito di ricerca, Enrico Fasana sviluppò altresì una linea d’indagine che identificava nella cultura coloniale la matrice di un’invenzione del concetto stesso di casta. Avvicinandosi in tal modo all’idea dello “Stato etnografico” – sviluppata da autori quali Nicholas Dirks e Bernard Cohn – Enrico Fasana ha evidenziato il potere di trasformazione delle istituzioni coloniali, in particolar modo l’effetto divisivo dei Censimenti.

Tra le sue pubblicazioni più significative ricordiamo:
– Introduzione. In E. Fasana (a cura di), Le Confraternite cristiane e musulmane: storia, devozione, politica. Quaderni storici della Facoltà di scienze politiche dell’Università degli Studi di Trieste, 2, pp. 9-31,2001.
– Gandhi e Vinoba. Atti del Convegno dell’ASSEFA Italia, Genova, 17-18 Marzo 2000, pp. 13-23.

– Deshabhakta: the leaders of the Italian independence movement in the eyes of Marathi nationalists. In N. K. Wagle (a cura di), Writers, Editors and Reformers, Manohar, Delhi, 1999, pp. 42-63.
– Luigi Pio Tessitori: his historical research and the Rajasthan of his time. Tessitori and Rajasthan. Proceedings of the International Conference. Bikaner, 21-23 February 1996 (eds. D. Dolcini & F. Freschi) Società Indologica “Luigi Pio Tessitori”, 1999, 129-64.

– Samarth Ramdas e il Dharma : un ‘santo’ indiano nella vita, nella storia e nell’immagine, in AA.VV., “La realizzazione spirituale nell’uomo”, Istituto di propaganda libraria, Milano, 1987, pp.75-122.

Diego Abenante, 14 aprile 2008

Ho sempre odiato il metodo “santo subito”. Quel misto di senso di colpa e di buonismo cattolico che spinge le persone a ipocrite esaltazioni di un defunto che fino a poche ore prima a malapena salutavano.

Odio gli elogi sterili e impersonali, andare ai funerali con la lista delle presenze. In una specie di tensione per dimostrare che siamo persone migliori.

Non sono mai stata una discepola di Fasana. E lui avrebbe voluto ancor meno che lo fossi. Non credo di poter dare un’idea completa di quell’isterico genio, né voglio farlo. Perché credo che in questo caso ancor più che in altri, tutte le impressioni, purché sincere e schiette, gridate o silenziose, siano giuste.

Ho passato molto tempo in una sorta di stato rancoroso perenne nei suoi confronti. Spesso ho intavolato estenuanti discussioni, che poi terminavano nella solita apologia dell’assoggettamento al potere. Il tutto condito dalle classiche frecciatine lungo i corridoi.

Se avessi agito razionalmente, quindi, forse non ci sarei andata. Eppure giovedì 20 marzo ero là. Non so dire se sia stata la distanza che come un setaccio ha alleggerito dalle tensioni della quotidianità quel cumulo di emozioni e conoscenze che i tre anni goriziani mi hanno lasciato. So però che si sono imposte giorno per giorno nella forma di un costante termine di confronto. D’infinito richiamo allo “spirito critico fasaniano”.

In macchina sull’A4 pensavo a quanta gente ci sarebbe stata. Immaginavo uno di quei funerali multietnicamente colorati, anarchici e intellettuali. Formulavamo ipotesi sui numeri della rappresentanza universitaria. Discutevamo dell’opportunità che chi l’aveva da sempre considerato come una mina vagante da disinnescare fosse presente nella veste ufficiale che l’Ateneo gli conferisce. Immaginavamo.

Già, immaginavo. E sbagliavo.

Lo scontro con la realtà è stato una doccia gelata, un grido ovattato. Poca gente. Pochi colori. Pochi studenti. Pochi familiari. Nessun'”Alta Carica Triestina”. Un funerale silenzioso e ordinato. Composto. Un funerale normale. Niente di più diametralmente diverso da quell’irruenta e incontrollabile persona, strenuo difensore dell’importanza del contattato umano.

Poche notizie certe. Pochi che sapessero cosa gli fosse successo.

Il funerale di una persona sola. Questa la cruda sensazione. Il triste contrappasso per qualcuno che nonostante i tanti difetti, ha poi forse duramente pagato per troppo bisogno degli altri. Tanto da soffocarli. E da allontanarli. O da avvicinarli, accettando che spesso fossero spinti da semplice opportunismo.

Avrebbe veramente voluto ci fosse quell’ufficiale riconoscimento, quella solenne incoronazione del proprio ego? Forse no. Forse in fondo avrebbe voluto che andasse così. Niente presenze ipocrite o forzate. Niente onoranze in pompa magna. Niente sorrisi di circostanza o frasi di rito.

Solo un comune senso di spiazzamento e d’instabilità, da cui l’esigenza di essere presenti.

Per me è stato così. Per questo ero a Milano. Forse nemmeno tanto per lui, per l’ultimo saluto. Forse più per me. Per riconoscere ed accettare la traccia che questo scompaginato esempio di passione e irrazionalità ha irrimediabilmente lasciato.

Valentina Collazzo

E’ il SID il fiore all’occhiello di Scienze Politiche.

Il 2008 è un anno d’incontri per la piccola comunità di Scienze Internazionali e Diplomatiche, che ha visto la presenza del Rettore nel mese di Marzo e quella del Preside di Facoltà Coccopalmerio in Aprile. Queste due personalità hanno voluto “conoscere” gli studenti goriziani, ascoltare i loro problemi e cercare assieme una soluzione. Sappiamo già che l’incontro col Rettore è stato caratterizzato da polemiche, lamentele e scontri; quello col Preside è avvenuto nella più totale calma e serenità anche per una serie di fattori da non trascurare quali la presenza non massiccia degli studenti- dovuta al ritorno di buona parte degli stessi nelle loro regioni di provenienza in occasione delle elezioni politiche- e nche perché il dialogo all’interno del Polo stesso si è fatto più costruttivo. Costruttivo vuol dire che gli studenti del SID stanno imparando a comunicare tra loro, in un continuo scambio di idee e di proposte che, si spera, continui ancora a lungo. Nell’incontro con il Preside Coccopalmerio sono emerse delle interessanti problematiche, talvolta difficili da risolvere anche in seno all’Ateneo stesso. Alcune di queste: il ripristino del ciclo unico nel nostro Corso di Laurea, l’introduzione di corsi-base di lingua inglese, la “creazione” di figure di collegamento tra il Polo Goriziano e la sede centrale. Il Preside ha preso atto di quanto detto dagli studenti e ha proposto, quando possibile, delle soluzioni adeguate. Nel corso dell’incontro è emerso anche il problema della scarsa rappresentanza degli studenti ai funerali del compianto prof. Fasana, al quale il Preside ha risposto con una lettera di ringraziamenti inviataci dal cugino del prof. Fasana, pubblicata in questo numero di Sconfinare. Ed è proprio al nostro giornale che il prof. Coccopalmerio, alla fine dell’incontro con gli studenti, ha gentilmente rilasciato un’intervista.

Signor Preside, La ringraziamo intanto per la sua presenza qui al Polo di Gorizia. Sappiamo che Lei è giunto alla fine del suo mandato e che a Ottobre ci saranno le elezioni per il nuovo Preside di Facoltà. Può dirci come ha trovato questa esperienza e cosa ha voluto dire per lei ricoprire questo incarico?

Essere Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste è stato per me un onore e so bene che il mio ruolo ha avuto, e ha tuttora, un’importanza fondamentale. Sono Preside dal 1987, cioè da ben 21 anni e ho visto una Facoltà in continua evoluzione. Ho visto una Facoltà rinomata ed accreditata agli occhi dell’Italia intera. Non dobbiamo dimenticare che secondo le statistiche del Censis, siamo la seconda Facoltà di Scienze Politiche a livello nazionale, preceduti soltanto da Forlì. E se possiamo vantare un tale primato è soprattutto grazie al Corso di Laurea di Scienze Internazionali e Diplomatiche, che è il nostro fiore all’occhiello.

Probabilmente l’Università dei giorni nostri non è più quella di una volta. Potrebbe aiutarci a individuare le cause di questo declino? In questo contesto cosa rappresenta l’Università di Trieste?

Ho constatato che effettivamente il livello generale di preparazione si è abbassato. Il sistema universitario si sta liceizzando per due motivi in particolare: in primis, vi è uno scadimento degli studi che precedono quelli universitari e le scuole medie superiori sono le maggiori colpevoli. In secondo luogo, la colpa l’attribuirei alla riforma dell’Università che ha moltiplicato la cattedre e i Corsi di Laurea dal 1999 in poi, causando un minor rigore dei criteri selettivi della classe docente. Fortunatamente, l’Ateneo di Trieste, la Facoltà di Scienze Politiche e, in seno a quest’ultimo, il SID, conservano il prestigio e l’alta qualità. Il SID è una nicchia d’eccellenza, ma che, nell’ambito di applicazione del decreto Mussi, deve ritrovare una propria specificità.

Cosa potrebbe dirci riguardo alla politica nazionale ed internazionale? La corruzione, la sete di denaro e di potere, il clientelismo sono sotto gli occhi di tutti. E’ questo l’esempio che noi studenti, in particolare noi amanti della politica, riceviamo. La prego, ci dia un buon motivo per credere ancora nelle “scienze politiche” e/o nelle ideologie…

Innanzitutto, con riferimento agli innumerevoli Corsi di Laurea che si sono venuti a creare, il “sapere” si è diviso: o gli studi sono troppo tecnici, o sono troppo ampi. Le scienze politiche, invece, sono scienze organiche, non sono né troppo tecniche, né troppo ampie, benché il loro campo di applicazione sia molto vasto. Un ragazzo che studia scienze politiche conosce l’economia, il diritto, la sociologia. Questa Facoltà potrebbe essere definita avocazionale, universalistica. Chi ha studiato politica si sa muovere su ogni terreno, perché lo contraddistingue la curiosità intellettuale, l’elasticità mentale e la capacità di adattamento. Sebbene la politica nazionale e internazionale spesso ci deludano, i grandi statisti non sono mancati e comunque non è un buon motivo per dissuadere i giovani dallo studiare le scienze politiche.

Federica Salvo

Secondo le versione “ufficiale” dei fatti, quella prevalente nelle dichiarazioni accorate dei politici e sui media, all’università La Sapienza Benedetto XVI è rimasto vittima dell’intolleranza laicista di una minoranza di studenti e docenti. Ma guardando i fatti da una prospettiva diversa, può addirittura passare per la testa che non sia successo niente di tutto ciò, e che la vera notizia da ricavare sia un’altra. La stampa estera ha dedicato solo esigui trafiletti all’accaduto; secondo il Berliner Tageszeitung, dimostra semplicemente “che il Papa non è ospite gradito dappertutto”. E allora, perché è nata quest’enorme bagarre? Chi l’ha alimentata?

In primo luogo, il rettore di un ateneo pubblico che invita “l’uomo sbagliato al momento sbagliato”. Possibile che Guarini non sapesse a cosa andava incontro? Bisogna ammettere che molto spesso le celebrazioni ufficiali si risolvono in uno sfoggio di ermellini e retorica che vuol dire poco, ma l’inaugurazione dell’anno accademico e la relativa lectio magistralis sono momenti altamente simbolici per l’università. Comprendono le linee guida dell’attività di un ateneo, e il metodo che contraddistingue tale attività prevede libertà d’espressione per tutti, seguita da contestazioni, dibattiti, ripensamenti, confutazioni. Come si può pensare di non suscitare opposizione invitando, come unico ospite, un personaggio che incarna una istituzione basata su dogmi, fra cui quello della sua infallibilità? Il professor Marcello Cini, autore di una lettera di protesta inviata al rettore il 14 novembre, denuncia come Benedetto XVI stia utilizzando “l’effigie della dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga”: impossibile pretendere che biologi e scienziati in generale assistano senza dire nulla all’intervento di un Papa che ha dato appoggio esplicito alla teoria del disegno intelligente, e che pretende di “ricondurre la scienza sotto la pseudo-razionalità dei dogmi della religione”.

A mio parere, l’invito non andava fatto: non in assoluto, perché le occasioni di confronto (anche se per un pontefice il dibattito vero e proprio è praticamente inconcepibile) non vanno rifiutate, neppure di fronte a chi ha la possibilità di esprimere quotidianamente le proprie opinioni con il supporto di media asserviti. Ma in quell’occasione e in quel modo sicuramente no. Ciò detto, l’invito acquista un senso preciso se si ammette che lo scopo reale era proprio quello di suscitare un caso mediatico, per dare visibilità ad un rettore giunto a fine mandato. O per distogliere l’attenzione dai problemi giudiziari di quello stesso rettore, coinvolto in un’inchiesta sull’assegnazione di posti di lavoro ai parenti nonché di un appalto milionario per la costruzione di un parcheggio. O per far dimenticare il buco nel bilancio dell’ateneo. Tesi avvalorate dal fatto che la lettera di protesta del professor Cini, e il successivo sostegno espresso dai 67 docenti, risalgono alla metà di novembre, mentre i media hanno aspettato pochi giorni prima della visita per dare risalto alla notizia, presentando le proteste come un’improvisa fiammata di intolleranza che ha portato agli eventi che ben conosciamo e che ha catalizzato l’attenzione generale per giorni.

In ogni caso, una volta fatto e accettato l’invito, il pontefice andava ascoltato, proprio in nome di quella libertà d’espressione che dovrebbe caratterizzare l’università. Ma è ignobile e surreale invocare tale diritto a favore di Benedetto XVI per poi attaccare ferocemente i contestatori della sua presenza: studenti e docenti non hanno fatto altro che esprimere il loro punto di vista, come garantisce la Costituzione, e la possibilità di parlare non è mai stata negata al Papa. Negli ultimi anni, la Chiesa cattolica si è distinta sempre di più per le pesanti ingerenze nella vita politica italiana, affermando perentoriamente la propria opinione su tutto ciò che la interessa, comportandosi come l’unico rappresentante dell’etica del Paese. E quando non sono le gerarchie ad agire, ci pensano i politici, di destra e di sinistra, a strumentalizzare la religione per scopi populistici, per assicurarsi i voti dei cattolici da cui, nel “giardino del Vaticano”, non si può prescindere per essere eletti. I rappresentanti della Chiesa in questi casi tacciono, non è mai successo che si ribellassero una volta per tutte all’uso improprio delle dichiarazioni di fede, e permettono che le veglie di preghiera per politici indagati dilaghino per il Paese. Il risultato peggiore di questi comportamenti è l’inasprimento del confronto civile riguardo alla fede cattolica, che in Italia non è mai stato semplice: cittadini cattolici e cittadini laici si sentono sempre più attaccati e minacciati gli uni dagli altri. In un contesto del genere, è ingenuo credere che la Santa sede non abbia considerato la possibilità di contestazioni alla visita.

Il problema della sicurezza era inesistente: gli studenti più coinvolti nelle proteste erano circa 300, e sarebbe bastato dare loro uno spazio in cui manifestare contemporaneamente alla cerimonia (come avevano chiesto) per evitare episodi imbarazzanti ed eventualmente poco civili in aula magna. Prodi ed Amato avrebbero insistito fino all’ultimo perché Benedetto XVI non rinunciasse alla visita, se ci fossero stati reali motivi di preoccupazione sullo svolgimento della cerimonia?

Nessuno ha impedito al Papa di parlare. Nessuno gli ha messo il bavaglio. E’ stato lui a sottrarsi ad una situazione che poteva non essere facile, ma che poteva affrontare. Le motivazioni addotte dalla Santa sede perdono ulteriormente credibilità alla luce degli avvenimenti che sono seguiti: domenica 20 gennaio, il Cardinal Ruini invita tutti all’Angelus per esprimere il proprio sostegno al Papa, trasformando una cerimonia religiosa in manifestazione politica tanto quanto le proteste degli studenti. Il giorno dopo, il tocco finale: al Consiglio permanente della Cei, Monsignor Bagnasco lancia precise accuse al governo Prodi, in bilico dopo l’annunciato rirtiro del sostegno dell’Udeur di Mastella. Il capo della Cei detta senza mezzi termini un’agenda politica ben precisa sui temi più importanti del momento, dall’assistenza alle famiglie, alle morti sul lavoro, all’emergenza rifiuti. Non dimentica di ringraziare indirettamente Giuliano Ferrara per aver “lanciato il dibattito” sulla revisione della legge 194. Insomma, indica le proprie condizioni per la sopravvivenza di un governo in Italia.

Ed eccola qui allora, la vera notizia di cui parlavo all’inizio: chi governerà dopo l’attuale crisi politica, farà bene a tenere conto dell’influenza del Vaticano, ancor più di quanto non abbia fatto questo centro-sinistra.

Athena Tomasini

Ieri, a Milano, si sono svolte le esequie del nostro caro Professore Enrico Fasana.

Noi, i suoi “discepoli”, eravamo presenti, ma non solo: moltissime persone sono arrivate da diverse parti d’Italia per ricordare il Professore nella sua città che tanto amava.

Erano presenti i familiari, diversi professori dell’Università Cattolica di Milano, di cui il Prof è stato un illustre studente , altri colleghi di università italiane, amici, membri dell’Associazione Italia Tibet, di cui lui era un grande amico e preziosissimo collaboratore, giornalisti, rappresentanti del Consolato Generale dell’India.

La cerimonia è stata intima, intensa e commovente; molte persone hanno speso parole di stima e affetto per ricordare il Professor Fasana sia come intellettuale che come uomo.

Il Professor Baracca, suo amico, ha ricordato l’enorme contributo agli studi sul Subcontinente Indiano, di cui il Professore era considerato uno dei massimi esperti, ma non solo, anche la sua straordinaria umanità e capacità di aiutare le persone più in difficoltà e disperate, verso le quali dimostrava una particolare sensibilità.

Si è inoltre fatto ampio riferimento alla sua libertà e onestà intellettuale , che lo hanno portato a cercare la verità in ogni cosa, sia a livello professionale che umano.

Noi, i suoi discepoli, eravamo veramente in tanti: commossi ed emozionati abbiamo trasportato la sua bara, sulla quale era stata posta la bandiera del Tibet: mai nessuno di noi ha assistito a qualcosa di più e suggestivo e toccante. Proprio nel momento in cui il Professore se ne andava , la strage dei Tibetani, uno dei popoli che più amava e sosteneva , era nuovamente sotto gli occhi del mondo e quella bandiera fungeva quasi da coperta spirituale che legherà per sempre l’anima del Nostro a quella di milioni di Tibetani.

All’uscita della chiesa tante corone di fiori a rendergli omaggio tra cui quella del Consolato Generale dell’India a Milano, dell’Università Cattolica di Milano e degli studenti del secondo anno del S.I.D. di Gorizia.

Ci è dispiaciuto, che tra tutti questi segni di stima e ricordo non comparisse un’espressione ufficiale di cordoglio da parte dell’Università degli Studi di Trieste e in particolare dei S.I.D al quale il professor Fasana ha tanto dato.

Francesco Guerzoni

Sembra prospettarsi per Gorizia un’ulteriore ampliamento delle sedi e dei Corsi di Laurea da parte delle due Università regionali di Udine e Trieste.

Proprio nei giorni scorsi si sono sentite importanti dichiarazioni, anche e forse soprattutto in funzione elettorale, che promettevano importanti investimenti in infrastrutture e corsi per le sedi universitarie di Gorizia. Particolare rilevanza ha avuto soprattutto la proposta portata avanti dai sindaci di Gorizia e Nova Gorica di sviluppare nelle strutture ormai dimesse del vecchio polo ospedaliero a ridosso del confine, dei nuovi moderni spazi in cui poter insediare nuovi Corsi di Laurea. Questa proposta che circola ormai da diversi negli ambienti culturali e politici cittadini, ha per la prima avuto il sostanziale appoggio dell’uscente Presidente Regionale Illy (al momento della battitura non è ancora chiaro se sarà lui il futuro Presidente N.d.R.), il quale pur sottolineando come non spetti a lui ma bensì alle Università scegliere come e dove sviluppare nuovi Corsi di Laurea ha espresso un vivo interesse da parte della Giunta e della Regione tutta affinché si sviluppi in questi territori un Polo Universitario orientato alle tematiche di natura europea e transconfinarie.

Parallelamente, e forse più concretamente, l’Università degli Studi di Udine tramite il suo Prorettore ha fatto sapere che a breve, anche grazie alla sinergia con Fondazione e Provincia, si terranno i lavori di ampliamento della sede di via Diaz, tali ampliamenti si svilupperanno su dei palazzi adiacenti. Tali operazioni permetteranno quindi di creare nuove aule e nuovi spazi dove si potranno insediare i nuovi Corsi di Laurea specialistica ed anche le nuove offerte di Master che verranno in futuro presentate.

E’ ben chiaro, almeno per quanto riguarda l’Università di Trieste, come al momento si stia parlando soltanto di promesse e nulla è ancora ben definito e delineato. L’unico reale progetto, di discutibile interesse, è la costruzione dell’ormai famoso conference center all’interno della nostra sede universitaria.

Quindi, pur se nel complesso gli interventi di sviluppo e potenziamento della realtà universitaria goriziana non possono che essere analizzati in modo positivo, permangono dei forti dubbi sul senso di un ampliamento universitario qui a Gorizia. La città, non si è mai distinta per particolare interesse nei confronti degli studenti, presentando croniche carenze di servizi e spazi rivolti al mondo giovanile; è sotto gli occhi di tutti, giovani e non, come la città si presenti più a misura di anziano che non di giovane.

Forse prima di pensare a grandi e possibili sviluppi dei poli universitari sarebbe importante capire se al di la del mero interesse economico portato dalla presenza delle università nel territorio, ci sia per gli studenti un qualche minimo ritorno in termini di valore aggiunto a permanere in un città che in questi anni non ha dimostrato il ben che minimo interesse per gli studenti universitari.

Marco Brandolin

Mi è sembrato piuttosto ridicolo l’atteggiamento degli studenti e dei professori in occasione della (mancata) visita del Papa alla Sapienza. E non lo dico per difendere inutilmente il Papa; non è mia intenzione. Passi che il Papa sia considerato “avversario” da alcuni laici; questo è legittimo, visti alcuni comportamenti passati del Pontefice. Ma che questo diventi un odio cieco e violento, no. E invece, è proprio ciò che, a mio parere, è avvenuto. C’è stata, a mio avviso, una grave limitazione della libertà di parola, proprio da parte di coloro che di questa libertà si fanno promotori. Insomma, tutti possono parlare, tranne il Papa. Ma così facendo, essi si sono dimostrati più intransigenti e “bigotti” dell’istituzione che vogliono “combattere”. O forse, essi intendono dire, quando proclamano i loro slogan presi in prestito da Voltaire e da altri pensatori, “libertà di parola solo a chi la pensa come noi”. Altrimenti non si spiega il fatto che Toni Negri o altri ex brigatisti, ritenuti grandi intellettuali, siano accolti a braccia aperte, e un Papa che come qualità indubbia ha sicuramente quella di essere un fine intellettuale sia rifiutato. Non sto dicendo che gli ex- brigatisti non dovrebbero tenere conferenze, anzi; ma che si usano due pesi e due misure. Dovremmo prendere spunto dal fatto che Ahmadinejad ha parlato alla Columbia University. Ci sono state proteste, giustamente, ma non hanno bloccato l’organizzazione.

Io non sono contrario alle proteste, tutt’altro; sono anch’esse uno strumento per esporre il proprio pensiero. Ma devono essere civili; invece, in questo caso, gli studenti hanno dato prova di arroganza e di cecità. Sarebbe stato molto meglio per loro, se avessero voluto mostrarsi superiori, invitare il Papa ad una discussione aperta, lasciarlo parlare, e poi fargli domande od osservazioni. Allora sì avrebbero mostrato la superiorità del pensiero “libero” e “laico” contro l’oscurantismo del Vaticano. Allora sì sarebbero stati liberali e tolleranti, condizione necessaria nel mondo contemporaneo. Invece così si sono dati la zappa sui piedi in due modi: per prima cosa, si sono dimostrati infantili e intolleranti di fronte a tutti, e in secondo luogo hanno dato buon gioco al Papa. Gli hanno permesso di essere visto dall’opinione pubblica come vittima; gli hanno fatto pubblicità gratis.

Quella dei professori e degli studenti non è laicità; è intolleranza e volgarità. La laicità è ben altro; basta pensare al già citato Voltaire, ma anche a Pasolini, a Camus, e a molti altri.  Se quelli che abbiamo visto alla Sapienza sono i rappresentanti del pensiero laico, allora non c’è da stupirsi del ritorno della religione. Ma, fortunatamente, non sono questi. Essi sono solo una minoranza. E proprio questo è un dato che fa ancora più riflettere: pochi studenti e 60 insegnanti (solo il 3% del totale) hanno bloccato un’iniziativa per tutta l’università, imponendo la loro volontà alla maggioranza. E qui affiora un problema classico in Italia, come si vede anche da quello che è accaduto recentemente in Parlamento: un gruppetto si impone sulla maggioranza, e impedisce ogni possibilità di azione. Questo è un pericolo per la democrazia. Ci terrei, inoltre, a segnalare il fatto che molti degli studenti che si sono opposti in questo modo alla visita del Papa professano con orgoglio di essere “contro il sistema”. Ma non si rendono conto che il loro modo di comportarsi, invece, è figlio proprio di questo sistema, in cui vince chi urla di più, chi si fa più notare, non chi ha i migliori argomenti; c’è un interesse nell’impoverimento della ragione, del dibattito. E questo è gravissimo. Essi sono dentro a tutto ciò che criticano; solo, vi entrano da un’altra porta rispetto ai “conformisti” classici. Con queste premesse, oggi i veri ribelli risultano essere coloro che, in questo mondo caotico e volgare, riescono a mantenere un distacco elegante, una superiorità intellettuale che li porta a preferire sempre la moderazione e il dialogo al litigio e alle grida. Distacco che ha mantenuto il Papa, ma che, il più delle volte, è tipica proprio di molti intellettuali laici.

Giovanni Collot

Come riportato dal sito dell’università, la mattina di venerdì 11sarà carica di appuntamenti e incontri. Si comincia alle 10.15 dove i candidati al consiglio di facoltà si presenteranno agli studenti. Alle 11.30 farà il suo ingresso il Preside di Facoltà Coccopalmerio per un incontro con gli studenti.  Anche noi di Sconfinare riteniamo sia importante esserci, partecipando e intervenendo attivamente.

Non trovate scuse, questi sono appuntamenti importanti per far sentire le necessità degli studenti! Il mio augurio e della redazione di Sconfinare è quello di vedere una massiccia partecipazione di tutti voi.

Un saluto.

Qui, su Sconfinare non sono mai mancate le denunce agli sprechi, alle ingiuste sottrazioni di corsi che andavano e tutt’ora vanno a minare le peculiarità di un Corso di laurea come quello in Scienze Internazionali e Diplomatiche.
Nella quasi totalità dei casi Professori ed Istituzioni universitarie hanno sempre motivato tali scelte al ribasso, non come scelte di tipo “politico” ma bensì come conseguenza di problematiche di tipo prettamente economico che non permettevano la presenza di particolari Professori a contratto o di particolari corsi complementari. Se poi ritorniamo con il pensiero nella nostra realtà locale, spesso si è detto che una regione piccola come il Friuli Venezia Giulia ed al suo interno un’Università come quella di Trieste, non si possono assolutamente permettere doppioni, non si possono assolutamente permettere corsi dove partecipano non più di cinque ragazzi. Se a quanto fin qui detto aggiungiamo le varie, e spesso incomprensibili, riforme del mondo universitario allora il gioco è fatto.
Allora, o te ne fai una ragione, e ti dici “ bhè bisogna tirar la cinghia”; e allora anche se un po’ incavolato vai avanti e cerchi di tirare fuori il meglio da quello che resta, oppure prendi e vai da un’altra parte.
Ma nel caso fossi rimasto qui, ti può capitare di tutto. Ti può anche capitare (come è successo a me) di leggere per caso “Il Piccolo” e scoprire con grandissimo stupore che: “L’università della terza età attiva corsi di lingua cinese”.
Come… Corsi di cinese??
Il cinese, lingua strana, qui al S.I.D. l’hanno tolto dal piano di studio circa due anni fa, a causa dei soliti problemi di bilancio e delle solite normative ministeriali, che obbligano a riformare i curricula. E chissenefrega se il cienese lo parlano più di un miliardo di persone, e chissenefrega se secondo molti sarà una delle lingue fondamentali per il futuro. La realtà è che noi qui oggi non possiamo studiarlo perché non rientra più nel nostro piano di studio.
Detto ciò mi chiedo: ma com’è possibile che a Gorizia possa partire un corso di lingua cinese, con tanto di lettrice, per i frequentanti dell’università della terza età?
Vabbè che qui i vecchi ed i pensionati pullulano, ma di questi quanti andranno a frequentare un corso di lingua cinese?? Più o meno di cinque…
Ma soprattutto a che scopo? Cultura personale? Tempo libero? Hobby? Oppure si stanno preparando per sbarcare in massa a Pechino per le Olimpiadi 20008?
Sia ben chiaro, le università della terza età hanno tutto il diritto di fornire nozioni anche a chi, magari, a vent’anni era costretto a lavorare, però questo non giustifica ciò che è accaduto: da un lato noi non possiamo studiare il cinese, mentre dall’altro i pensionati lo possono fare.
Sembra una riproposizione al contrario di certe tematiche legate al ’68. Penso prima di tutto al diritto allo studio. Infatti in quegli anni i giovani chiedevano, ai loro padri e ai loro “vecchi” garanzie e diritti nei loro confronti; mentre oggi sembrano essere i “vecchi” (quelli che nel ’68 avevano circa vent’ani) a chiedere ulteriori diritti, però sempre nei loro confronti. Il problema è che questa continua richiesta di diritti e garanzie, al giorno d’oggi no fa altro che penalizzare i loro stessi figli, cioè noi!
E’ evidente e chiaro, che nel caso specifico, non c’è alcun legame diretto tra la nostra Università e l’Università della terza età di Gorizia; però se pensiamo che in ogni provincia d’Italia è presente un università per anziani, i soldi spesi e gli investimenti fatti cominciano ad essere tanti.
Sembra una situazione assurda e paradossale, ma purtroppo è la mera realtà di un Paese “allo sbando” che pensando sempre a sindacati e pensioni non ha le ben che minima idea di che cosa fare dei suoi giovani, cioè del suo futuro!

Marco Brandolin

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