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È una giornata come tante al Decimo Distretto: il serial killer Libra ha decapitato un’altra prostituta; l’agente Pete si è reso imbarazzante con il suo razzismo antirobot; dei folletti usciti dalla psiche di un teppista fatto di iperadrenalina hanno rubato la ciotola del sergente Cesar; l’agente Smax ha picchiato a sangue un mostro squamoso e ubriaco alto venti metri; ed è arrivata una nuova recluta. Robyn Slinger è fresca d’accademia, e farà carriera, se riuscirà a non impazzire. Benvenuti a Neopolis, l’unica città al mondo in cui tutti hanno superpoteri. O poteri magici. O qualche gingillo ultratecnologico.

In questo straordinario fumetto di Alan Moore i classici meccanismi delle serie poliziesche vengono applicati ad un ambiente folle, esilarante eppure realistico. Perché ogni membro del Top Ten è un personaggio ben definito, con personalità e motivazioni credibili, dal “duro” Smax al cane parlante Kemlo, al detective Corbeau, amabile e colto adoratore del demonio, fino al tassista zen che guida bendato. La storia si protrae per tre volumi splendidamente illustrati da Gene Ha, destreggiandosi fluidamente tra le indagini e la vita privata dei protagonisti. Con una straordinaria miscela di umorismo e profondità, si tratta probabilmente della migliore tra le opere recenti di Moore (la leggenda del fumetto inglese autore di Watchmen e V for Vendetta). Top Ten è una lettura che consiglierei a chiunque, ed un acquisto obbligato per gli appassionati di fumetti veterani, che potranno passare giorni interi a cercare la miriade di citazioni nascoste nelle dettagliatissime vignette.

 

Luca Nicolai

 

Agota Kristof, nata ungherese, ma estirpata dalla sua terra nel 1956, sembra soffrire in tutti i meandri dei suoi libri del distacco e della perdita.
La sua è una scrittura sintatticamente semplice, costituita da frasi concise, poche subordinate. Eppure, pur nella mancanza più assoluta di orpelli ornamentali o descrittivi, l’immagine che si ricava è brutale, secca.
La sua apparente semplicità è in realtà un taglio alla Fontana, qualcosa che lascia interdetti, inabilita il pensiero e lascia solo una coltre di amaro, di tristezza, di malinconia lontana.
L’immediatezza della parola, così come posta, si perde nella realtà di personaggi alienati, senza identità, né adesione al mondo o ai valori.
In “la Vendetta”, edito da Einaudi (come anche “Ieri” e “La Trilogia della città di K.”, entrambi vivamente consigliati), delle figure senza nome esprimono con brevi pennellate la loro estraniazione, si rendono quanto più surreali, grotteschi e distanti possibili da noi. Il loro individualismo, la loro tristezza, i loro gesti apparentemente aberranti, allucinati e distorti ci urlano addosso “vendetta” parola che, più o meno distante, accomuna i tutti.
Ma più ci immergiamo in questi brevissimi racconti, più ci accorgiamo che non si tratta di scherzi, invenzioni letterarie. Sentiamo che questo mondo irreale ed allucinato è anche il nostro, che i personaggi, anche -ma non unicamente- perchè anonimi, possono assomigliarci, e la reazione non può essere altra che l’amarezza.
Questo piccolo libro, una settantina di pagine, viene a dimostrarsi come piccolo fardello, come qualcosa che soppesa le allegrie quotidiane e ci rende, per un’ora o poco più, leggermente più pesanti.
Ma non è mia intenzione, con questo, di allontanare nessuno dalla lettura di questa splendida scrittrice. Il piccolo fardello che ci chiede di portare è ampiamente alleggerito dalla leggiadria, dal lirismo che queste frasi concise portano con sé.
Il fardello stesso si trasfigura e diventa  piuma.

Buona lettura.

Sono i deportati di Gorizia: 1048 nomi che compongono l’elenco consegnato il 12 dicembre 2005 dal Sindaco di Nova Gorica, Mirko Brulc, al Sindaco di Gorizia, Vittorio Brancati, per conto del Ministro degli Esteri Dimitrij Rupel. La lista è stata resa nota dalla Prefettura di Gorizia soltanto tre mesi dopo, agli inizi di marzo, ed è stata messa a disposizione della cittadinanza e di chiunque volesse consultarla. Contiene i nomi di soldati, carabinieri, finanzieri, funzionari di banca e di istituti pubblici, professori, maestri di scuola e molti altri che nel maggio del 1945 furono rastrellati dalle truppe titine del comandante Boro, il IX Korpus, e portati in Jugoslavia da dove non fecero più ritorno. E’ impossibile calcolare con esattezza il numero dei deportati e forse non si saprà mai quante persone subirono l’infoibamento o morirono nei campi di prigionia per mano dell’OZNA, la polizia politica del Maresciallo Tito. Oltre al desiderio di vendetta per le terribili violenze subite dai fascisti durante la guerra, dai documenti emerge la volontà delle truppe comuniste di attuare una sorta di pulizia etnica: non furono catturati solo fascisti o presunti tali, militari o resistenti, ma tutti quegli italiani e sloveni che avrebbero potuto rappresentare un ostacolo per la creazione di un forte stato jugoslavo e per l’annessione del Friuli Orientale e della Venezia Giulia. Ora questo elenco dovrebbe contribuire a fare un po’ di chiarezza e di giustizia in quei tragici eventi a lungo ignorati e addirittura nascosti per sessant’anni dall’una quanto dall’altra parte. La documentazione, elaborata dalla storica slovena Natasa Nemec, rivela che “gli arresti furono effettuati secondo accurati elenchi pronti dal 1944”, e riporta diverse notizie sugli scomparsi: dati anagrafici, professione o corpo militare di appartenenza, data e luogo di arresto. Purtroppo manca il dato più atteso dai parenti delle vittime: il luogo della morte. Il luogo in cui potersi recare per portare l’estremo saluto ai propri padri, fratelli, mariti e amici, per dare una risposta al bisogno di onorare le vittime in un luogo fisico oltre che nella memoria. Sostanzialmente il documento non porta grandi novità: secondo i parenti e diversi storici sloveni e italiani, molti nominativi erano già noti perché comparsi in precedenti studi, altri sono imprecisi o addirittura erronei. La stessa Nemec sostiene che l’elenco da lei elaborato sia un “dossier ancora parziale”: altri nomi dovranno essere aggiunti in futuro, e molti archivi devono essere ancora aperti; i dati più importanti potrebbero trovarsi a Belgrado.
Altre critiche contestano il modo in cui l’elenco è stato trasmesso e diffuso dalle autorità, alimentando un’accesa polemica. Polemica prevedibile considerato il periodo politicamente delicato in cui la lista è stata pubblicata: il 9 e 10 aprile gli elettori italiani saranno chiamati ad esprimersi nelle elezioni politiche, mentre a fine anno in Slovenia si svolgeranno le elezioni amministrative. Il Sindaco di Nova Gorica ha espresso infatti il timore che queste vicende possano alienargli il supporto dell’elettorato che rimane legato al mito partigiano, e ha voluto sottolineare come l’iniziativa di consegnare l’elenco sia partita dal Ministro degli Esteri sloveno Dimitrij Rupel. Brulc ha inoltre aggiunto che il periodo scelto per pubblicare l’elenco indica la volontà di strumentalizzazione “da parte italiana per fini politici di carattere preelettorale”. Vittorio Brancati ha replicato di aver chiesto espressamente al neo-Prefetto di Gorizia Roberto De Lorenzo (nelle cui mani era passato l’elenco dopo la consegna al Sindaco) di essere consultato prima della pubblicazione senza che ciò sia avvenuto. Brancati si è dunque rivolto a Brulc pregandolo di non fermare il dialogo iniziato, pur dichiarandosi consapevole della difficile situazione in cui è stato messo il suo omologo sloveno. Inoltre, il fatto che l’elenco sia in mano al Prefetto, che è il rappresentante del governo a livello locale, ha i suoi aspetti positivi: passando dai due Sindaci ai due Governi, il documento potrebbe acquisire più chiaramente il significato di passo in avanti verso la creazione di una memoria riconosciuta e condivisa a livello ufficiale. Ed è proprio su questo punto che si innestano altre critiche. Secondo lo storico sloveno Branko Marusic, consulente scientifico dell’ Accademia delle arti e delle scienze di Lubiana, il documento avrebbe dovuto essere consegnato dal Ministro Rupel al suo omologo italiano, utilizzando i normali canali diplomatici. L’effettivo modo di diffusione dell’elenco ha invece sminuito il possibile valore simbolico del gesto. Anche lo storico italiano Roberto Spazzali, autore di studi sulle foibe, si è chiesto che senso abbia “tenere questo dossier come una cosa in famiglia”, e sostiene che il modo migliore per far luce su quanto accadde sia “un controllo incrociato con gli elenchi preesistenti” effettuato da storici di professione.
Purtroppo, il modo in cui è stata gestita la vicenda (a partire dall’accuratezza della ricerca storica alle modalità in cui è stata consegnata e diffusa) secondo alcuni alimenta l’impressione che il gesto sloveno sia solo una sorta di “contentino” per gli italiani. Ma al di la delle polemiche, inevitabili per un argomento così delicato, è sicuramente un passo importante per riparare lo strappo nella memoria italiana e slovena, il possibile inizio di un reale percorso di dialogo, riconoscimento e riconciliazione verso una memoria condivisa e ufficiale. Questo elenco non è ancora in grado di rendere giustizia e di lenire lo straziante dolore delle famiglie che videro scomparire i loro cari nella notte, ma è un gesto significativo e necessario anche alla luce dell’entrata della Slovenia nell’Unione Europea. “E’ un momento importante” ha spiegato il Sindaco di Gorizia, “la dimostrazione che in questa piccola città si stanno abbattendo grandi muri. Nessuna frontiera europea può cadere se non si abbattono anche le frontiere della memoria.”

Athena Tomasini
Antonino Ferrara

Flickr Photos

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