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Lo scorso 3 ottobre la Germania ha compiuto un doppio compleanno: 20 anni dalla riunificazione tra Germania est e Germania ovest e il pagamento dell’ultima rata delle riparazioni di guerra sancite nel trattato di Versailles. Durante questo addio alla prima guerra mondiale lungo 91 anni i confini tedeschi hanno subito più di uno spostamento,ma è in realtà l’ultimo compleanno a lasciare le fratture più discusse e oggi più evidenti, dove i confini nazionali hanno lasciato spazio a più invisibili confini sociali ed economici.

Le riflessioni pubbliche sul rapporto tra i tedeschi dell’est e dell’ovest in quest’anniversario sono numerose, vorrei qui proporre alcune cifre significative pubblicate quest’estate nel Magazine numero 30 del Süddeutsche Zeitung, dati che in parte ci consoleranno quando sentiremo parlare del nostro sud d’Italia, seppur con le doverose distinzioni.

Da un punto di vista economico la Germania è come un’Italia rovesciata, un sud produttivo e ricco motore del paese, e un nord est, che continua ad arrancare, quindi quando in Bayern e in Baden- Württemberg la disoccupazione è al 5%, invece nella parte orientale è intornto all’11%. Comunque le sovvenzioni ai Länder orientali hanno notevolmente migliorato la situazione che si presentava nei primi anni ‘90, la tassa “Soli” imposta nel 1995 per finanziare i costi della ricostruzione della ex DDR ha aiutato centri come Dresda Lipsia e Jena, o alla regione della Turingia, a diventare competitive rispetto ad altre zone dell’ovest. Ma i divari non si possono solo misurare col PIL, gli Ossi, abitanti della ex DDR, non si sentono ancora parte del tanto desiderato “ein Volk”, un solo popolo,del novembre ‘89. Una vita lunga 40 anni, ma anche solo 5, nella DDR lascia ancora oggi numerose eredità negli stili di vita, nel pensiero, nei consumi e ovviamente nella memoria comune degli abitanti orientali. La sensazione nella Germania ovest è quella di non aver fatto un grande affare in questa riunificazione: un tedesco dell’ovest su 4 vorrebbe di nuovo il muro. Pur non essendo una parte maggioritaria rappresenta comunque una cifra molto significativa in un periodo di crisi economica, quando il malcontento si fa più forte e la visione per uscire dalla crisi più egoista, da entrambe le parti ( Mathias Platzeck, presidente dei ministri del Brandeburgo (SPD) ha pubblicamente affermato che più che una riunificazione si è trattato di un Anschluss quello del 3 ottobre 1990).

Da un punto di vista politico la distinzione si fa ancora più marcata e le cifre parlano da sole: solo il 5% dell’élite tedesca proviene dai Länder orientali; il Bundeskabinett è stato presieduto da 15 cancellieri dell’ovest e solo uno, la Merkel, dell’est; i generali dell’esercito tedesco sono quasi tutti provenienti dall’ovest, 199, contro uno solo dell’est. Risultato? I tedeschi dell’est si sentono meno rappresentati e il dato più sintomatico del problema ci dice che due tedeschi dell’est su tre si sentono cittadini di seconda classe.

La spaccatura come detto si rileva anche da dati relativi ai consumi e alle preferenze degli Ossi, Jochen Wolff è bavarese e da vent’anni è caporedattore di una famosa rivista della Germania Est, SUPERillu. Il fenomeno di tiratura di questo periodico è tanto inusuale quanto simbolico: nella ex DDR SUPERillu è letto da 3 milioni di tedeschi, molti di più di coloro che comprano lo Spiegel, lo Stern, il Focus e il Bunte assieme, che contano solo 2,4 milioni di lettori nell’est. Queste riviste rappresentano poco il mondo della Germania orientale mentre SUPERillu, racconta lo stesso Wolff, dopo la caduta del muro ha incominciato a parlare non di personaggi famosi nel mondo occidentale e non, come Lady Di o Michael Schumacher, ma di quei protagonisti della Germania est quasi sconosciuti nell’altra metà della nazione, in cui il sistema televisivo è molto regionalizzato per il quale esistono star diverse per zone, e canali, diversi. SUPERillu quindi è l’unico tra le riviste che racconta gossip e avvenimenti di Herbert Köfer, Dagmar Frederic, Gerd Christian o Wolfgang Ziegler e tanti altri. La memoria storica comune diversa, sostiene Wolff, fa nascere bisogni, consumi e abitudini diverse,un esempio fra tutti: “ quando gli anziani pensano al loro primo bacio, non collegano questa ricordo ai Beatles, bensì a Frank Schöbel o ai Puhdys”. Il bavarese naturalizzato ossi spiega le piccole differenze che fanno della ex DDR una Germania che si sente ancora un po’ diversa, dai viaggi, il desiderio di vedere una volta nella vita le alpi, ai cibi, non amano né vini fermi né pesce, ma prediligono prodotti esotici come mango e zafferano, in generale vogliono provare ciò che non hanno prima potuto conoscere. Riguardo al comportamento di voto i tedeschi dell’est sono meno ideologici (meno del 15% votano le frange estreme di destra e sinistra) dovendo imparare il sistema partitico dopo gli altri sono anche meno legati ad una sola formazione politica,  e apprezzano la democrazia perché possono votare optando di volta in volta chi preferiscono da entrambe le fazioni (curiosità: wählen significa sia votare che scegliere).

Infine le paure più diffuse dei tedeschi orientali sono le paure di una regione che ha una disoccupazione sopra il 10% e la popolazione che vive sotto la soglia di povertà raggiunge il 19,8%: prima fra tutti è la paura di non riuscire a pagare l’affitto e paura di diventare dei senza tetto.

Dopo vent’anni il nuovo confine tedesco-tedesco è ancora sotto inchiesta, i dati non si possono dire positivi, ma la curva è ascendente. E per la nostra frattura, che ha molti più anni alle spalle,a che punto siamo? In questo periodo di anniversari dell’unità nazionale, che siano 20 o 150 le candeline sulla torta, i confini interni dovrebbe essere posti come ordini del giorno negli editoriali, nelle analisi e nelle riflessioni di fronte ad un’opinione pubblica annoiata e divisa, ma il nostro paese contrariamente alla Germania preferisce la retorica dell’unità e di fratture forse ora non ama sentir parlare, se non nelle battute sui romani e nei pranzi finiti a tarallucci e vino, anzi polenta e pajata.

A fine settembre il presidente russo Medvedev ha licenziato il sindaco di Mosca Luzhkov con un comunicato lapidario: “Jurij Mikhailovich ha perso la fiducia del presidente”.

Luzhkov è uno dei personaggi politici russi più in vista e controversi. Salito al Mossovet (il municipio di Mosca) sotto la presidenza di Boris Eltsin nel 1992, in quasi vent’anni è riuscito a risollevare la città dalle ceneri dell’Unione Sovietica e a garantirsi una posizione politica di rilievo sulla scena politica russa. Le basi del suo potere sono di cemento: in coppia con la moglie, Elena Baturina, magnate nel campo delle costruzioni, prima donna più ricca della Federazione e terza al mondo, Luzhkov ha costruito un impero. Non si è limitato a garantire un sostegno politico alle attività imprenditoriali della moglie: i due avevano nei fatti il potere di concedere o negare il via libera per un cantiere. Mosca ha visto fiorire in pochi anni una miriade di grandi opere imponenti e moderne. La catterdrale del Cristo Salvatore, ricostruita a tempo di record dopo che Stalin l’aveva abbattuta per farne una piscina, è l’opera-simbolo dell’efficienza del sindaco con la “coppola” – di chiara provenienza sovietica nelle sue intenzioni pubblicitarie, questo cappello è ormai associato alla gestione del potere in stile mafioso del sindaco. Il suo sistema di potere si basa infatti sulla corruzione. Esso è stato finora tollerato dal Cremlino: Luzhkov si è rivelato molto abile a proteggere la sua posizione mettendo il suo carisma al servizio dei vertici dello stato. Ha sempre appoggiato i candidati di punta alla presidenza, Eltsin e Putin per due volte e Medvedev nel 2008. Ha contribuito a fondare e rafforzare il partito del secondo, Russia Unita, che gode di larga maggioranza in ogni organo decisionale russo. Oggi però alcuni errori strategici hanno incrinato un sistema che appariva incrollabile.

Il giudizio dell’opinione pubblica moscovita sull’operato del sindaco si è fatto sempre più duro. Le accuse di corruzione erano in circolazione da tempo, anche se solo ora che l’uomo è inviso al potere presidenziale le televisioni di stato ne parlano; l’episodio più recente, che ha suscitato il disgusto dei moscoviti, è stata la gestione dell’emergenza che quest’estate ha visto le fiamme arrivare alle porte di Mosca, rimasta assediata dal fumo per settimane. Il sindaco, in soggiorno in Crimea, ha evitato di dichiarare lo stato di emergenza per non interrompere la sua vacanza ed ha fatto ritorno a Mosca solo quando la situazione si era normalizzata.

Ma l’opinione pubblica non è uno dei pilastri su cui si fonda il potere di un sindaco russo. Dal 2004, infatti, la carica non è elettiva, ma di nomina presidenziale. Il prescelto può solo essere approvato o respinto da un’assemblea eletta dal popolo, la Duma cittadina. L’errore più grave Luzhkov lo ha commesso quando ha cominciato a far mancare il suo appoggio al presidente Medvedev, accusandolo di essere un mollaccione inadatto alla guida del paese. Quest’ultimo aveva sfidato il sindaco negando il suo permesso ad una grande opera ferroviaria cui era interessata un’impresa della moglie: la corruzione incarnata dal sindaco è l’antitesi del suo progetto di modernizzazione per la Russia. L’atto di Medvedev poteva apparire come una sfida al primo ministro Putin, molto legato al clan Luzhkov. In realtà il provvedimento del presidente sarebbe stato impensabile senza il via libera del premier. La sua influenza è dimostrata dalla scelta del nuovo sindaco. Medvedev ha scelto per la guida di Mosca un putiniano fedelissimo: Sergei Sobjanin era capo-staff di Putin quando questi era presidente e lo ha seguito come vice primo ministro quando è diventato premier. L’ipotesi più convincente sembra dunque essere che la posizione del sindaco fosse già compromessa, proprio perché sgradita anche al primo ministro: Luzhkov è diventato negli anni un uomo troppo potente e, soprattutto, indisciplinato.

Nel 2012 la Russia eleggerà il suo nuovo presidente e sia Putin che Medvedev stanno preparandosi ad avanzare le loro candidature, anche se nessuno dei due ha mai rilasciato dichiarazioni in tal senso. Putin, dopo due mandati consecutivi alla guida del paese, nel 2008 ha lasciato a Medvedev le redini della Russia, con l’intenzione di riprendersele quattro anni dopo. I servizi segreti hanno recentemente registrato un nuovo sito internet che potrebbe essere premonitore: http://www.putin-2012.rf. Medvedev dal canto suo non ha mai voluto iscriversi al partito del premier, Russia Unita, e fonti anticipano anzi che stia lavorando per fondarne uno suo proprio, Russia Avanti, cercando di raccogliere il sostegno di tutte le formazioni politiche escluse dal potere dal monopolio del partito di Putin. Il suo obiettivo è quello di creare una Russia nuova, libera dalla corruzione e con una struttura economica “meno primitiva”, meno dipendente dalle esportazioni di materie prime (a giudicare dal logo del movimento, l’iniziativa pare aggressiva!, vedi immagine). I progetti politici dei due uomini forti di Russia sono dunque diversi e la distanza che li separa è destinata ad allargarsi. Si sono trovati d’accordo, tuttavia, sul destino da assicurare all’ex padrone di Mosca. Il mandato del nuovo sindaco è chiaro soprattutto in un punto: ricompensare chi gli ha assegnato la poltrona più alta della capitale – Medvedev e Putin – con un appoggio politico strategico per le elezioni presidenziali. E il neo-nominato Sobjanin deve essere grato ad entrambi.

Francesco Marchesano

… E poi ti trovi a vent’anni a guardare rapito uno speciale televisivo su Fabrizio De Andrè, e ti rendi improvvisamente conto che forse buona parte di quello che sei oggi lo devi a lui, alla sua musica. Capisci come la tua sensibilità si sia modellata come cera sulla sua; come dagli anni dell’adolescenza interpreti ciò che ti succede attraverso le sue lenti. Come le sue rime si siano scolpite indelebilmente nel tuo subconscio, o in qualche altro posto lì in fondo, e come tu abbia conosciuto e catalogato la tua vita mediante esse.

E allora, cominci a pensare che forse è anche grazie a lui se sei sempre stato mosso a pietà e a commozione dai deboli, dagli umili, dagli emarginati, se in fondo senti battere anche in loro, “Anime Salve”, la luce fioca della dignità umana; se non li vedi in nessun caso colpevoli, ma solo vittime.

E forse, è anche grazie a lui se ancora oggi non puoi evitare di incazzarti quando vedi un’ingiustizia, se non riesci mai a dire “c’est la vie, chérie”, se non riesci ad accettare che il mondo vada diversamente da come credi esso debba andare, da come senti che potrebbe andare.

Ed è forse anche grazie a lui se, in fondo in fondo, dopo aver studiato, analizzato a fondo, compreso e ripetuto tutte le motivazioni che la possono scatenare, quello che ti rimane, e che vedi in una guerra, è soprattutto il lamento di un padre che piange la piccola morte del figlio maciullato, e il grido senza voce di una medaglia al valore militare. Questa visione può essere distorta e limitata, ma è più forte di te, e sai che dovrai conviverci sempre; è un tuo limite, e una tua forza.

E soprattutto, ti trovi a pensare che forse è anche grazie a lui se nei numerosi momenti di sconforto avuti negli anni bui dell’adolescenza, in cui ti sentivi diverso dagli altri, solo, limitato; in cui venivi sopraffatto dall’angoscia e dal desiderio di essere altro rispetto a quello che eri, di essere “come loro”, almeno una volta; se in tali momenti di abbandono sei riuscito, forse non a vederti parte di un tutto, quello no, ma se non altro, a sentirti orgoglioso di essere minoranza. Se sei riuscito a rimanere com’eri, a non cedere, a non lasciarti trascinare dal flusso, sempre “in direzione ostinata e contraria”; o se almeno ci hai provato. Se hai avuto le motivazioni necessarie per non abbatterti, e se alla fine sei riuscito a conoscerti meglio, ad accettare i tuoi limiti, a non sopravvalutare i tuoi punti di forza.

Per questo, sei presente anche tu nel momento in cui il porto di Genova saluta il suo figlio prediletto; ti unisci al grido di quella sirena, e senti come se l’Italia tutta si fermasse per un secondo, trattenendo il respiro. E allora, decidi all’improvviso di scrivere quello che senti in quel momento, di liberare il flusso di pensieri che ti accompagna da sempre, ma che solo ora si è fatto veramente chiaro.

Ti sfiora per un attimo il dubbio che tutto ciò sia un po’ troppo esagerato, che non sia altro che un futile esercizio di retorica dettato dall’emozione e dalla ricorrenza; dopotutto, si tratta solo di un cantante. Ma accantoni questo dubbio, per il momento: ne riparleremo domani, dopodomani, forse, a mente più fredda e distaccata. Ora, ti rendi solo conto del fatto che, come te, molte altre persone si sono viste stravolgere la vita da Fabrizio De Andrè, e che forse l’Italia di oggi, nonostante tutte le frustrazioni e il malgoverno, si è data un immaginario collettivo grazie a lui. E allora, sorge in te la speranza che, forse, nulla è ancora perduto.

Giovanni Collot

Giovanni.collot@sconfinare.net

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