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In questo periodo siamo andate più volte a visitare i ragazzi che soggiornano alla Caritas di Gorizia, ragazzi in attesa dei permessi, dello status di rifugiato politico o di protezione sussidiaria. Da mesi ormai a Gorizia si vedono girare sempre più ragazzi stranieri, la maggior parte africana, e molti di noi non sanno chi siano: alcuni li vedono come una minaccia per il proprio posto di lavoro, altri come dei malintenzionati venuti qui per delinquere ( e su questo i mezzi d’informazione danno un forte aiuto).  Loro sono qui invece per motivi molto diversi: c’è chi fugge da un paese in guerra, chi fa parte di una minoranza maltrattata nel proprio paese, chi cerca una via d’uscita da una vita piena di povertà, ma priva di prospettive. E’ per questo che abbiamo trovato giusto far descivere a loro stessi la loro storia, i loro sentimenti, perché crediamo sia il modo migliore per far capire che cosa c’è dietro l’”emergenza immigrati”.

Per motivi di riservatezza i nomi verranno cambiati, anche perché per molti di loro il procedimento inerente il loro caso è ancora in corso, e preferiscono non esplicitare e proprie generalità.

Mi chiamo Giovanni, ho 26 anni e vengo da un villaggio del Mali. Sono figlio unico, mia madre ha 56 anni, fa la casalinga e è sola. Nel villaggio facevo l’agricoltore e coltivavo il mango. Il lavoro era pesante ma lo facevo volentieri anche se non mi permetteva di guadagnare molto. Nel villaggio ci si conosce tutti ma la miseria è grande. Io non sono sposato, ma avevo una fidanzata che si chiama Chiara che ho dovuto lasciare in Mali per cercare una sistemazione migliore in Italia. Qui spero di trovare lavoro, ad esempio come operaio in fabbrica e con il tempo desidero ritornare a casa.

Qui a Gorizia sono ospite della Caritas con molti altri stranieri provenienti dal Mali come me, dal Niger, dall’Afghanistan. Sono arrivato in Italia otto mesi fa: sono partito dal Mali nel mese di settembre del 2008 con una macchina verso l’Algeria, da cui ho proseguito il mio viaggio con un’altra macchina fino in Libia. Dalle coste libiche sono partito su una barca insieme ad altre 74 persone e una volta arrivato a Lampedusa, dopo soli due giorni sono stato trasferito in aereo a Ronchi dei Legionarie successivamente a Gradisca d’Isonzo. Nel CARA di Gradisca sono rimasto sette mesi,e da un mese sono uscito e vivo grazie all’aiuto della Caritas. Nel frattempo sto aspettando il giudizio della Corte di Trieste in riguardo al mio caso; se il risultato dovesse essere negativo e io volessi ricorrere in appello, dovrei pagare più di 300 euro e io non li ho, anche perché il permesso di soggiorno che ho in questo momento non mi permette di lavorare.

Mi chiamo Ahmad e vengo dalla Turchia. Ho 26 anni e dopo un lungo e faticoso viaggio in camion sono arrivato in Italia. Il mio lavoro era di decorazione interna ed esterna delle case. Sarei rimasto volentieri in Turchia, lì avevo una fidanzata che si chiama Aynur ed è studentessa universitaria. La mia venuta in Italia è dovuta a seri motivi politici . Nella mia città natale  ho lasciato la mia famiglia composta dai miei due genitori e dalle mie tre sorelle . Spero di ottenere presto il permesso di soggiorno e di trovare un lavoro in Italia.

Mi chiamo Amadou, sono del Niger e sono in Italia da un anno. Sono arrivato dalla Libia con una barca fino a Lampedusa, poi sono stato trasferito al CARA di Gradisca e dopo qualche mese mi hanno fatto uscire e, in attesa della valutazione del mio caso da parte del Tribunale di Gorizia e poi di Trieste, sono stato accolto dalla Caritas di Gorizia. Sono ormai mesi che vivo qui a Gorizia, passando il mio tempo tra la Caritas, l’ufficio del mio avvocato e la Questura, e non ho mai perso la speranza di ottenere il mio permesso di soggiorno. Ora però ho ricevuto il secondo rifiuto della mia domanda, e per provare un’ultima volta ho bisogno di pagare l’avvocato, ma di soldi non ne ho.

Io vorrei avere un documento solo per poi spostarmi in un altro paese in Europa, magari in Inghilterra, oppure andarmene negli Stati Uniti a studiare, dato che ho capito che l’Italia non ci vuole e che non c’è lavoro per noi. Ma senza quel documento non posso spostarmi, se vado a chiedere il permesso di soggiorno in un altro paese europeo mi rimanderanno qui, dove mi hanno preso le impronte, e la storia ricomincerà da capo.

Il prete del mio paese mi ha sempre detto che le cose accadono sempre per un motivo, sia quelle belle che quelle che ci fanno soffrire: io accetto gli eventi brutti della vita, ma questa volta è difficile, ho lasciato tutto per venire in Europa, è da un anno che sto qui in Italia, bloccato da dei documenti che non mi vengono dati, e non ho alcun genere di prospettive. A questo punto preferirei che mi rimandassero a casa, ci metterei del tempo, ma me ne farei una ragione. Restare in questa situazione di incertezza mi snerva, non dormo più di notte, e anche di giorno il pensiero è sempre fermo ai documenti, a che si può fare per ottenerli. La mia mente non si ferma mai.

Voi ragazzi siete fortunati, potete studiare, muovervi in Europa, potete farvi un’istruzione che vi darà una vita migliore. Sarebbe bello se lo potessi fare anche io.

Leonetta Pajer

I ragazzi Ospiti della Caritas di Gorizia

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Il passaggio dall’ingresso alla platea, dopo la lunga attesa sotto la tettoia sgocciolante del teatro Verdi, è stato un viaggio ultrarapido dalla piovosa Pordenone al Sudafrica postcoloniale; un viaggio guidato da parole e gesti di una signora ottantaquattrenne, africana di madre inglese e padre lettone, che ha vissuto e raccontato il suo Paese con l’occhio della scrittrice, attenta agli «aneddoti non inclusi nel libro di storia da imparare a memoria».

Nadine Gordimer esce dalle quinte del Dedica Festival e si avvia a piccoli passi verso il leggio, inizia a sfogliare le prime pagine del suo nuovo libro, Beethoven era per un sedicesimo nero, legge in inglese il primo racconto. È la storia di  un professore di Biologia che, dal Sudafrica di oggi, cerca di ripercorrere la storia della sua famiglia a partire dal suo cognome (bianco) ereditato dal bisnonno partito molti anni prima dall’Inghilterra; quel suo avo – ritratto nella sua gioventù virile in una vecchia fotografia – gli aveva trasmesso una goccia di sangue nero, unendosi, lontano dalla moglie e dalla patria, con una serva della miniera. È forse per questo che il prof, da ragazzo, disegnava e affiggeva per le strade manifesti contro i signori del regime dell’apartheid; per questo, oggi, non è guardato con troppa diffidenza dai suoi connazionali con  la pelle scura: «Una volta c’erano neri, che, poveracci, volevano rivendicare il loro essere bianchi. Adesso c’è un bianco che, poveraccio, vuole rivendicare il suo essere nero. Il segreto è sempre lo stesso.»

In platea il pubblico (tanti sono gli africani) è in delirio quando una figura, alzatasi dalla prima fila in penombra, sale sul palco e si riempie di luce: Kofi Annan, ex segretario delle Nazioni Unite, «non ha resistito» a venire a salutare una vecchia amica. «Un bravo cittadino del mondo è chi riesce ad esserlo a partire dal suo villaggio. Nadine ha servito il suo Paese con le parole, che possono influenzare gli amici o i politici. Da segretario ho tenuto presente quanto mi ha insegnato questa signora, ho cercato di farmi tramite di parole di speranza perché arrivassero anche in Paesi dove si può morire per aver scritto una pagina di giornale». Annan racconta dei suoi incontri con la scrittrice, i due si sono spesso incrociati in giro per il mondo cogliendo l’occasione per scambiare qualche considerazione sulla loro Africa.

La stessa Gordimer racconta delle loro preoccupazioni e speranze per Kenia e Zimbabwe; risponde paziente alle domande un po’cattedratiche di una docente universitaria, spiega come nascono i suoi racconti e parla di Sudafrica. Il suo Paese è uscito nel 1991 da quarantatré anni di apartheid; ha rischiato la guerra civile, ma nel 1994 ha festeggiato, con le prime elezioni a suffragio universale, la vittoria del African National Congress di Nelson Mandela. «La gente è scesa per le strade, si brindava, l’euforia era incontenibile: ma è arrivato il giorno dopo, quello dell’impegno per costruire il futuro. Oggi stiamo vivendo quel “giorno dopo”.»

Due imprevisti rendono tuttora difficile la vita al popolo sudafricano: la piaga dell’AIDS e le forti ondate  di immigrazione; tre milioni di persone sono già fuggite verso Sud da Zimbabwe, Somalia, Kenia, provocando sempre più risentimento nella popolazione.

«Siamo liberi solo da mezza generazione, l’Occidente sappia pazientare, ci dia un’occasione: stiamo facendo molti passi avanti e io sono una “realista ottimista”, come mi ha insegnato Mandela.»

La sala tace e sospira quando Kofi e Nadine, due artigiani della parola, si stringono un forte abbraccio.

Conservo il ricordo di una vecchina piena di energie che non smetterà di combattere con la sua penna, la stessa penna che quella sera ha graffiato paziente decine di autografi per i fans di Pordenone.

Francesco Marchesano

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