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Martedì 7 novembre, ore 15.00. Università degli Studi di Trieste.

Trovare parcheggio è anche più difficile di quanto non sia nei giorni comuni.

Un convulso movimento di persone, telecamere, forze dell’ordine e macchine d’ordinanza prelude all’inaugurazione dell’ottantatreesimo anno accademico.

Nell’accaldata Aula Magna al terzo piano di piazzale Europa, traboccante di persone come solo in speciali occasioni si vede, regna una trepidante attesa per l’arrivo del Magnifico Rettore e del Ministro per le Politiche Giovanili e le Attività Sportive, l’onorevole Giovanna Melandri.

Inseguiti dalle irreprensibili hostess prendiamo posto: i più organizzati e puntuali, seduti; gli altri, e molti, in piedi.

Ci sono il coro dell’Università, il gruppo dei goliardi con il tradizionale cappello, rappresentanti degli studenti, del personale tecnico – amministrativo, senato accademico e professori. Le autorità, fra cui il sindaco di Trieste, Di Piazza e il presidente della regione, Illy, sono presenti numerose ed in prima fila.

Sfilano i Presidi di Facoltà ed i rappresentanti delle altre Università. Assente di rilievo, il rettore uscente, Domenico Romeo.

Alla speaker che annuncia “il Magnifico Rettore, prof. Francesco Peroni” segue un’inusuale standing ovation. “Una cosa mai vista ad una cerimonia di questo genere”, secondo le spettatrici più esperte. E l’ovazione si ripete, per ben due volte.

Sono gli studenti i più entusiasti. Gli stessi studenti che il neo – eletto rettore ringrazierà e ricorderà quali primi sostenitori della sua candidatura e quale risorsa preziosa, meritevole di particolare attenzione.

Così inizia un discorso che rivela da subito un deciso programma d’azione per i prossimi tre anni: riforma della didattica nel segno della professionalità e della razionalizzazione; collaborazione con gli enti locali al fine di migliorare i molteplici aspetti della vita universitaria; centralità degli studenti e valutazione dell’operato dell’ateneo da parte di soggetti esterni ad esso; sostegno alla ricerca, anche se in un periodo di evidenti difficoltà finanziarie.

Questi, alcuni dei principali aspetti di un discorso che unisce realismo politico a sani ideali di meritocrazia e collaborazione.

“Fate che”, dirà in conclusione del suo intervento il prof. Peroni, citando un discorso di Aldo Moro, “la vita pulsi dentro – l’università -, che la società con i suoi interrogativi vi si rifletta, che i problemi della difficile convivenza umana vi siano compresi ed affrontati.

Gli interventi a seguire, del rappresentante del personale tecnico – amministrativo, dott.ssa Giuliana Masci, e del presidente del Consiglio degli Studenti, dott.ssa Gisella De Rosa, manifestano fiducia e speranze nel nuovo dirigente.

Pur senza omettere le numerose necessità ed esigenze dei 23000 studenti dell’ateneo giuliano, la neo dottoressa De Rosa ribadisce l’appoggio dell’organo da essa rappresentato al rettore ed auspica un dialogo ed una collaborazione sempre più proficui con i vertici dell’Università.

“Il più giovane rettore d’Italia sostenuto dai giovani”. Questa, una delle prime considerazioni del Ministro Giovanna Melandri, che condivide con il rettore il medesimo primato, tra i ministri in carica, e che rimarca l’interesse del governo verso le nuove generazioni, riconoscendone il rilevante apporto alla comunità locale.

Un discorso lungo ed articolato, il suo, che, da una generale considerazione sull’impossibilità di colmare il ritardo storico accumulato con una sola finanziaria, giunge ad una presentazione più completa del programma economico in discussione in parlamento (sostegno al precariato, bonus fiscale di 2.600 € per gli studenti fuori sede, prestiti bancari agevolati e quant’altro).

Nel corso della cerimonia viene, in fine, conferita la laurea ad honorem in ingegneria ambientale e del territorio al prof. Adolfo Josè Melfi, Rettore Emerito dell’Università Statale di São Paulo (Brasile).

Resta di questa giornata la chiarezza d’intenti e l’attenzione del Rettore Peroni, come altresì dimostra la presenza di quest’ultimo il 17 novembre scorso all’inaugurazione del ciclo conferenziale presso il polo goriziano.

In questo “piccolo mondo nel quale completamente quello grande si riflette”, riprendendo il pensiero do Aldo Moro riportato dal prof. Peroni, speriamo davvero di poter “fare che questa piccola società sia un ponte verso la vita”.

Valentina Collazzo

Ad essere onesti, un dvd come quello di Deaglio lo si aspettava da mesi. Almeno da quando il Berlusca aveva monopolizzato la scena post-elettorale paventando brogli da sottoregime sovietico. Cioè, sia chiaro, era stato bello immaginare torme di scrutatori comunisti che, fra un bambino in tecia e un esproprio proletario, sbianchettavano come pazzi le schede del Nostro. Ci aveva lasciato la speranza che almeno una parte dei duri e puri fosse sfuggita alla banca o alla cattedra, e ci desse dentro come nemmeno nei magnifici ’70. Un po’di vita, insomma.

Ahinoi, l’Infallibile ci aveva visto male. La realtà è ben più grigia: i folli nemici della democrazia altro non erano che bancari disillusi e professori frustrati. Altro che colpo di stato, al limite colpo apoplettico. Per cui, era inevitabile che, prima o poi, l’accusa si ritorcesse contro l’Inquisitore. Anche perché è forse il caso di sottolineare un piccolo particolare. E cioè che a dirigere le operazioni di voto non c’era Trotskji, ma quel cattolico tutto d’un pezzo che è il bel Pisanu.

Questo non vuol dire che sia valida l’accusa di Deaglio, per effetto di un contrappasso mai così appropriato. Diciamo che, agli occhi di un profano, la risposta dei bolscevichi ha tutt’altra consistenza, per una serie di elementi. A partire dal catto-sardo, passando per il black-out dei risultati nella notte elettorale, senza trascurare la miracolosa rimonta del centro-destra, che nemmeno a Lourdes avevano saputo prevedere. Poi, queste non sono altro che idee buone per una discussione da bar. E io sono più che prevenuto.

E’chiaro che ognuno di noi sarà maggiormente propenso a credere ad una particolare versione. E che, nella stragrande maggioranza dei casi, questa scelta si sposerà d’ incanto con i propri pregiudizi. La conseguenza di tutto ciò non può che essere l’impossibilità di giungere ad una conclusione condivisa. Perché, tanto, qualsiasi pronunciamento nascerà con un vizio di fondo insanabile: l’assoluta mancanza di fiducia. Se non sono i giudici comunisti, saranno i servizi deviati.

Ma è proprio qui che sta il nocciolo del problema. Chi conta, in democrazia? Chi vota o, piuttosto, chi conta i voti? Conta il contatore o conta il contato? E il contato si fida del contatore?

Mi pare ovvio che questa fiducia sia venuta meno qualche era geologica fa. Ma, forse, mai come ora la situazione s’è fatta ingarbugliata. Siamo arrivati al paradosso delle cifre militanti, all’opinabilità della matematica. Non credo che ci sia una sola persona in grado di cavalcare i milioni di dati, in aperta contraddizione, con cui scudieri e stallieri fortificano le posizioni dei rispettivi boss.

Può darsi che la causa di tutto ciò sia la perenne overdose di informazioni in cui viviamo. Ma il punto è un altro. E cioè, come superare questa situazione. Perché è ovvio che un governo formatosi ignorando l’accusa più grave non potrà che essere mutilato.

Non sembra, finora, che la classe politica abbia recepito questa necessità. L’unica iniziativa vagamente sensata in tale direzione è la decisione di Amato di sospendere la sperimentazione del voto elettronico. Nell’attesa, ovviamente, che qualche modernista insorga in nome del progresso.

Ma quello che veramente inquieta, almeno secondo me, è l’atteggiamento del centro-sinistra. Voglio dire, nel giro di sei mesi, è passato dall’accusa di aver truccato le elezioni, alla condizione di potenziale vittima di un colpo di stato. Ce ne sarebbe abbastanza per allarmarsi, credo. O, quantomeno, per cercare di normalizzare la situazione, e costringere al silenzio chiunque dubiti della legittimità del risultato. A destra come a sinistra. E invece, finora, non s’è andati oltre a qualche timido balbettio sconnesso, teso a non scontentare la piazza, ma nemmeno a compromettere la salute di Berlusconi. Non una presa di posizione forte. Non dico accusando aprioristicamente la Cdl. Ma nemmeno chiedendo una verifica rigorosa dei risultati. E’confortante quanto un tg di Fede, per un elettore dell’Unione, sentire che certe richieste sono avanzate da Bondi e Cicchitto, mentre Bertinotti seda e tranquillizza. Perché, delle due l’una: o siamo di fronte ad una cazzata colossale, che può ritorcersi in primo luogo contro lo stesso centro-sinistra, e allora non si spiega l’inerzia dell’Unione. Oppure, i nostri paladini si trovano all’interno di un sistema che non fa comodo nemmeno a loro smascherare; in fin dei conti, se così fosse, non sarebbe lo stesso sistema che li ha finora legittimati?

Ma insomma, forse non è il caso di farsi troppe illusioni. Del resto, ricordiamolo, siamo davanti a gente che trova appassionante sapere come la pensa la signora Fassino sulla droga.

Andrea Luchetta

Premio Nobel tra polemiche, minacciate crisi intergovernative e opinioni assai differenti, ma pur sempre grande letteratura.

12 Ottobre: premio nobel assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk.

“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva: l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi un giorno è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando ero sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancor più bello vedere le due rive insieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.”

Con questa affermazione del neo premio nobel Orhan Pamuk si riassume la sua visione del mondo, la sua concezione di letteratura; egli ci dona una piccola goccia dei suoi pensieri riguardo alla Turchia, patria dell’autore dal 1952. Al di là delle continue dichiarazioni tra lo stato francese e quello turco; dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una legge che punisce penalmente chi nega il genocidio della comunità cristiana armena degli anni 1915-18. Al di là della disapprovazione di Pamuk stesso e della Comunità Europea della suddetta proposta di legge considerata illiberale e controcorrente rispetto alla politica di riconciliazione dell’Ue atta a permettere l’entrata della Turchia nell’Unione. Al di là di tutte le polemiche, quello che non si deve porre in secondo piano ma far emergere con determinazione è l’esistenza di una produzione letteraria di alto stile che a partire dal 1974 muove timidamente i suoi primi passi con il romanzo “Oscurità e luce”. Dopo aver studiato giornalismo alla Istanbul University, Pamuk è stato ricercatore alla Columbia University a New York e alla University of Iowa. In questo periodo inizia a scrivere i suoi primi romanzi legati alla corrente del naturalismo; tutto riconduce a descrizioni di paesaggi smarriti e sconvolti della provincia turca, allo splendore della capitale sul Bosforo. Fino alla fine degli anni ’80 la sua produzione rimane legata soprattutto ad elementi biografici, a descrizioni di luoghi in cui l’autore ha trascorso la propria infanzia (La casa del silenzio, il castello nero). Il 1990 è l’anno di svolta che segna l’inizio del periodo postmoderno (Il libro nero); un periodo che tuttavia rimane fortemente permeato dallo spirito favoloso, dall’oralità della tradizione orientale, dall’eco dei vari racconti dei saggi nei quartieri turchi. D’importanza fondamentale è, quindi, il tema dell’identità che riconducibile sia al conflitto di valori tra l’occidente europeo e la cultura islamica, sia ad una più profonda radice psicologica. I romanzi lasciano spesso in sospeso la soluzione di tale conflitto, presentano trame complesse e personaggi di grande carica emotiva. L’Istanbul contemporanea e dell’impero ottomano non è solamente lo sfondo delle vicende umane ma assume la qualità di personaggio, di organismo vivo, con una sua storia da raccontare.

Ed è questo che costituisce il valore aggiunto del premio Nobel. La descrizione di una città sempre luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Il valore aggiunto risiede in quella capacità di unire la sua formazione estremamente influenzata dall’Oriente e quella sua nuova vita sempre a contatto con il mondo occidentale. L’autore si erge a punto di contatto tra queste due realtà eterogenee, le descrive, le fa leggermente sfiorare come un timido incontro e poi le fonde assieme. Stoccolma, infatti, annuncia: ” A Orhan Pamuk perché nell’anima melanconica della sua città ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell’interrelazione delle culture” .

Quest’anno il premio Nobel è stato assegnato, perciò, ad uno scrittore simbolo della cultura laica, ha prevalso una certa ragione politica che vede premiare un personaggio al centro di un archiviato caso politico, accusato dal governo turco di antinazionalismo per la sua presa di posizione sui massacri degli armeni e curdi. La sua patria nega, quindi, la classificazione di quest’uomo, che ha rifiutato il titolo di artista di stato, come un autore esponente di quell’engagierte Literatur, utilizzando una definizione tedesca, ossia di quella letteratura politicamente impegnata che da pochi anni ha incontrato la penna di Pamuk. Letteratura che coniuga efficacemente tradizione, avanguardia e sensibilità politica, nettamente al passo con i grandi processi di sviluppo che accompagnano i nostri giorni.

Nicoletta Favaretto

Bibliografia:

Oscurità e luce, 1974

La casa del silenzio, 1984

Il castello bianco, 1985

Il libro nero, 1990

Il volto segreto, 1992

La nuova vita, 1995

Gli altri colori, 1999

Il mio nome è rosso, 2000

Kar (neve), 2002

Istanbul, 2004

Per chi si trova a vivere a Gorizia il confronto con il confine rappresenta una tappa obbligata. Il confine non è però soltanto quelloche divide il territorio italiano da quello sloveno, ma anche quello – senza dubbio meno evidente – tra la città e l’università e ancora quello che separa i due atenei goriziani. Questo aspetto non è sfuggitoagli studenti del corso di laurea in Scienze internazionali e diplomatiche dell’Università di Trieste. Ed è da questa consapevolezza che nasce «Sconfinare». Ecco dunque il primo numero di quella che vuole essere da un lato un’occasione di confronto e riflessione all’interno del mondo universitario, ma anche un modo di aprirsi a Gorizia. Troppo spesso città e università vivono esistenze a sè, senza opportunità di scambiarsi esperienze e arricchirsi vicendevolmente. «Sconfinare» si candida allora a diventare lo strumento per superare quel confine che divide il colle che ospita il Seminario minore – oggi, appunto, sede del Polo universitario goriziano di via Alviano – da Gorizia e soprattutto dai goriziani. Non si concludono qui gli obiettivi degli studenti che hanno dato vita a questa nuova iniziativa editoriale. Il
giornale, infatti, avrà anche un’anima transfrontaliera attraverso la traduzione in sloveno dei principali articoli proposti in ogni numero. Nella speranza che continuino ad arricchire con i loro contributi la
realtà di «Sconfinare», i ringraziamenti della redazione vanno sin d’ora a Piergiogio Gabassi, Demetrio Volcic, Roberto Covaz e Pietro Neglie, senza dimenticare il Consorzio per lo sviluppo del polo universitario goriziano

Annalisa Turel

Flickr Photos

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