Stretta finale dell’esercito contro le Tigri Tamil

Con la caduta della città di Puthukkudiyiruppu, l’ultima roccaforte delle Tigri Tamil, sta probabilmente per calare il sipario sulla più lunga e dimenticata guerra dell’Asia Meridionale.

Solo due anni fa i separatisti Tamil controllavano tutta la parte nord orientale dell’isola, mentre ora sono accerchiati in una cinquantina di chilometri quadrati di foresta.

Il presidente dello Sri Lanka, il nazionalista Mahinda Rajapakse dopo aver dichiarato scaduta unilateralmente la fragile tregua che durava dal 2001, il 2 gennaio 2008 ha dato il via libera all’esercito per la riconquista delle regioni ribelli.

Con un’imponente operazione e il rifiuto di qualunque tipo di tregua, l’esercito è avanzato in tre direzioni lungo l’autostrada A9 che unisce nord e sud, conquistando prima il settore orientale, l’antica regione di Ceylon, passando poi alla parte settentrionale.

Con pesanti bombardamenti aerei e dell’artiglieria, tutte le roccaforti dell’auto proclamato stato Tamil sono state progressivamente conquistate, le città di Mullaitivu e  Malavi seguite dallo strategico passo dell’Elefante e per finire ad inizio dell’anno anche Kilinochchi, la “capitale” dei secessionisti.

I pesantissimi combattimenti hanno causato migliaia di vittime, sia tra i ribelli che tra i militari singalesi, ma anche tra i civili. Sono molte centinaia le vittime innocenti ed oltre centocinquantamila persone sono rimaste intrappolate dai combattimenti e che restano accampate sulle spiagge in attesa di essere evacuate via mare dalla Croce Rossa Internazionale.

La durezza e la brutalità dei combattimenti hanno avuto anche un contraccolpo tra la maggioranza della popolazione, singalesi di fede buddhista (i tamil sono induisti). Quattordici giornalisti sono stati uccisi da killer che in nessun caso sono stati identificati e portati in giudizio. Il caso più eclatante, è quello di Lasantha Wikramatunga, il direttore del settimanale Sunday Leader, uno dei più influenti periodici in lingua inglese della capitale Colombo e colpevole di aver criticato il presidente ed il governo.

Anche le proteste ed i tentativi di arrivare ad una tregua umanitaria da parte delle Nazioni Unite e dall’estero, sono stati rigettati e bollati come “ingerenze” dal presidente Mahinda Rajapakse che ha ordinato la chiusura per tutte le ONG e i reporter dalle zone di guerra minacciandone l’immediata espulsione in caso di interferenze, mentre il ministro dei Diritti Umani ha dichiarato: «Siamo determinati a non concedere alcun cessate il fuoco e soprattutto siamo decisi a sradicare il terrorismo dallo Sri Lanka».

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