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Intervista a Giuseppe Mammarella, insegnante di Storia contemporanea e Relazioni internazionali nell’Università di Firenze e nella Stanford University di Palo Alto, California, di cui è professore emerito.

Dott. Mammarella, il processo di formazione delle Comunità Europee e successivamente di integrazione nell’Unione trae origine, dopo la seconda Guerra Mondiale, dalla necessità primaria di garantire la sicurezza in Europa. Poiché oggi l’obiettivo è stato raggiunto e una guerra tra stati europei assolutamente improbabile, non è forse il tempo di “ripensare” l’idea stessa di Europa, vista la crisi in cui si trova, determinato dall’esaurirsi del suo scopo storicamente fondante?

Sicuramente l’obiettivo della pace in Europa è acquisito, ma vi sono altri problemi che si è posta l’Unione Europea e la realtà mondiale lo dimostra, vista anche l’ascesa di molti paesi che e appartenevano al cosiddetto terzo mondo e che ora sono industrializzati a tutti gli effetti. A mio parere, il Presidente del Consiglio Italiano, Romano Prodi, ha centrato perfettamente il problema, sostenendo recentemente l’urgenza di certe decisioni, perché l’Europa non può attendere che il mondo “vada avanti”. Uno dei problemi più importanti è comunque quello della difesa, sicuramente con intensità minore rispetto al ’45-‘46, ma da tenere in grande considerazione. Mi riferisco principalmente al futuro dei nostri rapporti con gli Stati Uniti, con i quali indubbiamente vi è un problema, frutto essenzialmente di due politiche piuttosto differenti in parecchie questioni. A questo proposito ritengo che i tempi siano maturi per procedere alla revisione del Patto Atlantico, come ho avuto modo di sostenere recentemente in un colloquio con l’Amb. Sergio Romano. Un altro tema è senz’altro quello istituzionale, perché se non si creano gli strumenti l’Europa non ce la può fare a uscire dalla crisi che ormai da 2 anni la affligge. Una crisi però che si è fondata anche su malintesi, perché Francia e Olanda non hanno votato per la Costituzione Europea, ma per altri obiettivi, e questo è bene tenerlo sempre presente. Vi è poi il tema economico, dove siamo costretti a fronteggiare le forti pressioni dei paesi asiatici e a breve anche di quelli africani. Ed è proprio grazie al campo economico che l’Europa è andata avanti in questi anni, ma ora servono gli strumenti per parlare con una voce sola e l’UE attualmente non li possiede. Io credo che in questo senso politica internazionale e politica economica siano strettamente legati. È difficile portare avanti un discorso con questi paesi che mantenga quelle condizioni di crescita e di sviluppo, cioè un mercato aperto, ma che al tempo stesso protegga certe posizioni europee e gradui nel tempo certi sviluppi, se non si ha una politica estera comune, una diplomazia comune. Questo è il principale problema strettamente legato a quello economico-istituzionale.

A questo proposito Lei ritiene che una politica di sicurezza comune, attraverso, per esempio, la creazione di un esercito europeo, potrebbe aiutare la costituzione di una voce unica per l’Europa?

Questa è la storia di 50 anni di tentativi e fallimenti, quando dal 1951 si ipotizzò la creazione di un esercito europeo. Esistono attualmente alcune unità, diverse collaborazioni tra stati, ma siamo ancora lontani dalla creazione di un vero e proprio esercito. Del resto possiamo osservare ciò che succede nel momento in cui gli europei si impegnano in campagne militari come quella in Iraq o in Afghanistan: vi è una debole coordinazione con gli americani, quando c’è, ma è del tutto assente tra i paesi europei. Probabilmente l’unico tentativo andato a buon fine fu quello riguardante l’intervento in Kosovo, quando gli italiani riuscirono a convincere i portoghesi, i francesi e gli spagnoli a dare una mano. Per il resto, forti collaborazioni dal punto di vista militare a livello europeo non vi sono state. Questo è un problema difficile perché apre parecchi interrogativi: quest’esercito dovrebbe essere indipendente dalla NATO? Oppure dovrebbe essere al suo interno, muovendosi quindi sulle di strategie americane? Francesi e tedeschi vorrebbero una sorta di unità di pronto intervento, ma non si hanno risultati operativi pratici. Io continuo comunque a vederlo come un problema politico diplomatico, piuttosto che strettamente militare. Si inserisce poi la questione, non secondaria, dell’arma atomica: dovrebbe possederla l’esercito europeo? Stiamo assistendo, infatti, ad un riarmo su vasta scala che punta soprattutto sul nucleare. Stati Uniti ed Europa si stanno muovendo per impedire la costituzione dell’arma atomica in Iran proprio perché se ciò avvenisse, tutti i paesi di quell’area (Egitto, Marocco in primis) sarebbero più che tentati di seguire l’esempio iraniano. In tale situazione, con alcuni paesi dell’area medio-orientale in possesso del nucleare, si può ipotizzare un esercito europeo senza arma atomica? Probabilmente no. A dire la verità un tentativo venne compiuto nel 1958 per creare una sorta di “bomba atomica europea” tra francesi, italiani e tedeschi, ma il progetto, seppur di una certa importanza, fu accantonato da De Gaulle. La stessa costituzione Euratom fu un tentativo di creare un ente energetico europeo fondato sull’energia atomica.

Inserendoci ora nelle relazioni USA-UE, che reazioni vi sarebbero all’interno dell’amministrazione statunitense di fronte alla creazione di una forza militare europea?

Gli americani sarebbero favorevoli, poiché si sono sempre battuti per una partecipazione più diretta degli europei, soprattutto alle spese e agli sforzi economici. Ma è chiaro che non accetterebbero di “passare la mano”, la direzione strategica delle operazioni rimane in mano agli americani.

Anche per il mantenimento e il funzionamento dell’Onu gli americani si lamentano spesso per i pochi investimenti effettuati dagli europei…

Il punto è che gli americani hanno una visione strategica della storia, del mondo e della politica internazionale molto diversa. Essi sono molto pessimisti sul futuro, posseggono una forza militare che pensano di poter impiegare con profitto, ma l’Iraq insegna che non sempre avviene così. Gli europei la forza militare non ce l’hanno e, ovviamente, sono più inclini al negoziato e al compromesso. Quindi sono visioni della politica internazionale molto diverse e che vanno però riconciliate. Io penso che l’Europa abbia un ruolo fondamentale per cercare di mediare queste situazioni conflittuali che gli americani tenderebbero a risolvere con l’uso della forza militare.

Precisamente, in che cosa si esplica questo pessimismo americano? Forse nasce dall’ambivalenza nella storia della politica estera statunitense tra il richiudersi in se stessa e quella di agire all’estero, sempre con l’idea di porsi come elemento portatore di ordine, benessere e democrazia?

In questo momento gli americani si sentono accerchiati, gli Stati Uniti sono in una fase in cui si rendono conto che stanno nascendo nuovi poteri e vogliono difendere le loro posizioni. Nell’ottica statunitense, la democrazia serve a portare nel mondo delle condizioni che siano congeniali all’America per mantenere le sue posizioni. Ovviamente in tutto ciò vi è anche un valore, nella democrazia, nelle istituzioni democratiche, nella democratizzazione di paesi che invece democratici non sono. È una sorta di “gioco” in cui essi si sentono più a loro agio. Tutto ciò nasce essenzialmente dalla paura che i privilegi di cui hanno goduto fino ad oggi vengano messi in discussione.

Riccardo Dalla Costa e Andrea Bonetti

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Quando si parla di ricambio e di adeguatezza

La virulenta polemica sostenuta dal vandalismo lessicale della Lega e condivisa dall’opposizione tutta sulla questione dei senatori a vita, lungi dal meritare una sua dignità individuale al di fuori del contesto della necessità di una riforma elettorale in tempi brevi(che è un problema sulla maggioranza politica, e non sul ruolo costituzionale dei senatori a vita), porta alla luce un tema interessante e attuale: quello dell’”età(biologicamente intesa) della politica”.

Da una parte ci si chiede, forse in maniera troppo indiscreta, fino a che età si possa essere credibili, indipendenti, e attivi quanto basta per condurre a livelli parlamentari la politica nazionale. Questa è una domanda dalla facile risposta: secoli e secoli di storia delle società, innumerevoli esempi illustri ci mostrano come da sempre le virtù della moderazione, della democrazia, della temperatezza siano appannaggio di chi ha percorso a lungo le strade dell’esperienza, umana come di lavoro. Il dinamismo burrascoso dei giovani più ardimentosi è certamente una componente fondamentale di ogni organismo sociale o politico che voglia dirsi storicamente vivo, ma al di la di ogni possibile giustificazione questo non coincide certamente coi canoni dello sviluppo pacifico e, dichiaratamente, colloca il suo poderoso vitalismo in uno scenario di cambiamenti violenti(più o meno figurati).

Dall’altra, si affronta la polemica più pregnante, sull’opportunità di un ricambio della classe che siede in Parlamento, per una commistione di motivi politici(la vecchia classe non ha mai veramente traghettato l’Italia ad una Seconda Repubblica, fallendo quindi nei suoi obiettivi) e, quasi banalmente, demografici(la crescente presssione di diverse generazioni che si ammassano alle porte della rappresentanza, tenute fermamente serrate da una schiera di adulti che ”non mollano”). Man mano che l’argomento diventa di possesso del pubblico dibattito, anche l’uomo della strada inizia a interrogarsi sull’opportunità della permanenza in Aula di uomini che già erano protagonisti della politica negli anni Settanta, quando questa permanenza diviene causa di esclusione di tutta una generazione che nei Settanta è nata(per non parlare di tutte le altre intermedie) e si è nel frattempo potuta ampiamente formare. I giovani dei partiti italiani pensano con angoscia al loro futuro quando apprendono che, a livello macroscopico, il più giovane rappresentante del nostro Governo è il quarantunenne Enrico Letta(che è “arrivato” così giovane solo in virtù di indubitate ed eccezionali capacità).

Ma la classe “antica” non resiste solo per abitudinarietà, per prassi, per status quo. Questa rimane anche e soprattutto-ainoi se così non fosse- in funzione di una passione e di una dedizione che gli è valsa il posto che occupa; la chiara percezione del beneficio che l’esperienza e il consiglio apportano al Paese(senza volersi gettare in più o meno opportune, seppur a volte veritiere dietrologie sul rimanere per coprire le misfatte di “gioventù”) ispirano l’opera di rappresentanza e di decisione di molti politici di lunga carriera del nostro Parlamento.

Tuttavia, non sarebbe allora una gravissima miopia, proprio in funzione di questo alto senso della salute del Paese, non percepire come l’estraneità agli affari “importanti e concreti” imposta alle nuove generazioni sia una minaccia grave proprio ai principi per cui si lavora? Sarebbe come mettere un bambino alla guida di una aereoplano. Perché non si nota e valorizza l’esempio di Giorgia Meloni, deputato AN, unica esponente di formazioni giovanili dei maggiori partiti italiani, e più giovane vicepresidente della Camera della storia della Repubblica? È chiaro che il compito di una volontà riformatrice in questo senso è solo dei partiti, che devono saper sciegliere e mettere in luce i componenti più adatti delle loro giovanili e, fuor di retorica, mandarli in Parlamento. Cedere il passo, non per forza in massa, ma con gradualità e ponderazione, sarebbe la conferma sperata delle qualità grazie alle quali tanti rappresentanti godono-e hanno goduto- della fiducia della gente.

Un appunto di cronaca: è curioso come, proprio mentre si dibatte con una classe lavorativa gelosa del privilegio della pensione precoce sull’intricato tema dell’età pensionabile, a cui a suo tempo anche la destra non seppe rispondere che rimandando la decisione agli esecutivi successivi, sia prorpio la classe politica a dare il “buon esempio”, sfoggiando indefessi “lavoratori” che scavalcano con insospettabile agilità tutte le varie medie pensionistiche europee.

Davide Caregari

Quando uno scenario appare irrisolvibile.

Mai dalla fine della guerra fredda si era sviluppata una situazione così complicata, così tesa, da rendere difficile ogni trattativa, ogni possibile soluzione che portasse ad una pace duratura.

Per la maggior Parte dei paesi arabi, è Israele ad essere la causa dell’instabilità della regione ed essa finirà, quando terminerà l’esistenza di tale Stato. Ma la fine dello stato ebraico è molto lontana, per la tenacia del suo popolo e per i suoi forti alleati. In questo periodo è stato sconvolto da alcuni scandali politici, che hanno investito alte cariche dello stato come l’ex capo di stato Moshe Katsav, con accuse di molestie sessuali mosse da alcune sue collaboratrici, già sostituito dal premio nobel per la pace Shimon Peres. Questo evento segue di poco le dimissioni del ministro della difesa Amir Peretz, criticato per la sua inesperienza e in particolare per la cattiva gestione della guerra della scorsa estate contro gli Hezbollah libanesi. Nel paese è molto acceso il dibattito politico, circa l’attuale situazione della regione, e a proposito della sicurezza dello stato ebraico, che è parsa minacciata dall’organizzazione militare degli Hezbollah, con tecniche di guerra avanzate, per le quali Israele non ha saputo far fronte in maniera efficace e convincente per la popolazione.

Nei territori Palestinesi invece, dopo la vittoria alle elezioni del partito di Hamas, sono iniziate le sanzioni economiche – soprattutto da parte di Israele, Usa e Ue – contro il Governo, con l’intento di farlo cadere. La necessità più volte espressa, soprattutto dagli Stati Uniti, è quella di vedere una Palestina indipendente e che mantenga rapporti di buon vicinato con Israele. Tale obbiettivo si è ritenuto non potesse essere raggiunto dal partito al governo, Ḥamas, ritenuto infatti un’organizzazione terroristica da Israele, Usa e, dal settembre 2003, anche dall’Unione Europea. Si è favorita così la sua caduta a favore del partito al-Fatah, molto più disposto alla diplomazia con Israele e Usa. Per rispondere a questo “colpo di stato” i miliziani di Hamas hanno preso il controllo della striscia di Gaza, incarcerando i membri del partito rivale, scatenando l’opposta reazione nei territori della Cisgiordania, tanto che la stampa ha ipotizzato la nascita di due Palestine distinte. Nonostante gli inviti al dialogo da parte di Hamas, la sua credibilità è stata distrutta con la sua azione militare, e con la preoccupazione che al-Qaeda si nasconda nel suo territorio. In Cisgiordania il neopresidente Mahmoud Abbas ha colto l’occasione per sbloccare la situazione, iniziando il dialogo con Israele, Ue e Usa, che ha portato allo scongelamento degli aiuti economici e alla promessa da parte palestinese del riconoscimento di Israele e della fine di ogni politica anti-israeliana.

Nel vicino Libano, dopo essere stato sconvolto dalla guerra tra Hezbollah e Israele,si cerca disperatamente di ricostruire il Paese e di ripristinare la stabilità interna. Con il sostegno della missione Unifil collocata al confine meridionale, a cui partecipa anche l’Italia, si cerca di garantire il cessate-il-fuoco tra Hezbollah e Israele, da qualche tempo però si registra l’aumento di attentati contro i soldati Onu. Nel nord del Libano, sembrano ormai sconfitti i miliziani qaedisti di Fatah al-Islam che combattono contro l’esercito libanese da più di un mese, asserragliati nel campo profughi palestinese di Nahr al-Bared, vicino alla città di Tripoli.

Nel frattempo in Siria, è stato rieletto per la seconda volta, con risultati quasi plebiscitari, il presidente Bashar Al Assad, che sembra voler rilanciare le trattative di pace con Israele, per ottenere i Territori Occupati nella guerra del 1967, ma allo stesso tempo è allineato con altri Stati arabi circa la volontà di vedere la sparizione dello stato ebraico. La repubblica araba è da sempre sospettata di fornire appoggio a varie organizzazioni terroristiche e tra i vari supposti sembra che sia stato ordinato da Damasco l’assassinio dell’ex premier libanese Rafiq al Hariri: l’imprenditore protagonista della ricostruzione del Libano, che con la sua forte personalità minava l’ingerenza siriana negli affari interni libanesi. La sua morte scatenò a Beirut la Rivoluzione dei Cedri nel febbraio 2005, che condusse al ritiro delle forze siriane presenti in Libano.

In Iran, lo storico alleato della Siria, la situazione si mantiene molto tesa. Sembra ormai molto lontana la crisi per il sequestro dei soldati inglesi da parte delle autorità iraniane, ma al contrario è attualissima la minaccia del suo programma nucleare. In questo momento lo scontro si fa con la propaganda, soprattutto tra la Repubblica Islamica e gli Stati Uniti. Così proprio come il Guatemala, il Nicaragua e l’Iraq erano tremende minacce, così lo è oggi l’Iran, secondo le affermazioni dell’amministrazione Bush. Da parte del presidente Mahmud Ahmadinejad, continuano ad arrivare dichiarazioni per molti versi contrastanti: lancia in più occasioni appelli al dialogo a coloro che vedono provenire il pericolo dalla Repubblica Islamica, dall’altra parte non sospende mai le minacce contro lo stato Israeliano e il suo alleato americano. È poi sorprendente scoprire che in realtà Ahmadinejad non ha alcun potere per quanto riguarda la politica estera, amministrata totalmente dall’Ayatollah Sayed Ali Khamenei, le cui affermazioni quasi sempre in toni conciliatori, vengono raramente riportate dai media occidentali. L’Iran sarebbe il principale finanziatore e sostenitore dell’insurrezione sciita in Iraq, fornendo attrezzature militari per minare l’attività americana nel Paese. A peggiorare l’immagine del Paese islamico in occidente sarebbero le notizie riguardo le leggi sulla limitazione dei diritti fondamentali dei cittadini, e soprattutto della condizione di subordine delle donne.

In Afghanistan, le forze dei talebani – dichiarate tempo fa sconfitte e scomparse – ora impegnano i soldati Nato in battaglie sempre più violente. La Nato inoltre è stata recentemente investita da una serie di pesanti critiche, circa l’uccisione ingiustificata di civili innocenti in alcune zone del paese. L’Italia da parte sua continua la sua missione di “peacekeeping” nella provincia di Herat e a Kabul, ma con regole di ingaggio molto restrittive. La crescente preoccupazione dovuta al crescere delle violenze ha portato il Governo Italiano ad aumentare la sua presenza con ulteriori uomini e mezzi.

In Iraq, continuano quotidianamente gli attentati suicidi, le autobombe, oltre alle uccisioni di civili innocenti, e aumentano sempre più il numero dei soldati morti della coalizione e della polizia irakena. Tutto questo mentre si discute la c.d. exit strategy dal Paese e garantire una duratura situazione di sicurezza che garantisca il fiorire della “importata” democrazia. Secondo le recenti dichiarazioni, del primo ministro iracheno Nuri al-Maliki, le forze irachene sono pronte “in qualsiasi momento” a prendere il controllo delle operazioni di sicurezza in Iraq in caso di ritiro, anche immediato, delle forze internazionali. Le parole di Maliki sono parse in contrasto con quelle pronunciate del suo ministro degli esteri Hoshyar Zebari la settimana scorsa. Zebari aveva espresso preoccupazione per un eventuale ritiro anticipato delle forze militari statunitensi. Tale ritiro, “potrebbe portare a una guerra civile, a una divisione del Paese o a una guerra regionale”.

Ma nei Paesi dell’area mediorientale, l’elemento che è sia destabilizzante, sia l’unica fonte di sostentamento per interi paesi, è sicuramente la presenza di combustibili fossili. Guardando bene, senza tale presenza in cosa differirebbero le zone desertiche africane da quelle mediorientali?

Diego Pinna

Intervista a Octavio Alberola.

Nella sua biografia, Lei è stato definito come uno dei maggiori esponenti del movimento anarchico contemporaneo. Qual è il significato odierno di anarchismo.

L’anarchismo ha avuto una lunga storia come movimento sociale e come idea. Dal feudalesimo si delinea il movimento sociale liberale che lotta contro l’assolutismo. Si instaura in seguito il movimento repubblicano e più tardi il socialismo con esponenti come Marx e Bakunin che prospettavano un cambiamento totale della società. Da una società di dominio e di sfruttamento ad una società dove non esistevano disugaglianze e divisioni. Come realizzarlo? Il socialismo autoritario, il cui massimo esponente era Marx, affermava la necessità della conquista del potere, seguita dalla dittatura del proletariato. Ciò comporta la demolizione dello stato ineguale e la sostituzione ad esso di una società egualitaria. Questo è stato il tentativo dell’Unione Sovietica. Secondo l’anarchismo, invece, ci deve essere una socializzazione e una libertà che provengono dal basso, la trasformazione non deve provenire per mezzo di un sistema autoritario. La differenza tra marxismo e anarchismo, dal punto di vista rivoluzionario, sta nel fatto che l’anarchismo non prospetta la creazione di un nuovo stato, ma il centro decisionale è l’individuo stesso, in particolare il lavoratore. L’anarchismo ha difeso l’idea della necessità, nella società capitalista, di alimentare la coscienza dei lavoratori affichè siano essi stessi a difendere i loro interessi e tentino di realizzare nella società un’ esperienza di autogestione. Questa è l’immagine con cui si presentava l’anarchismo dello scorso secolo. Con la caduta dei regimi comunisti, in particolare quello sovietico, ogni esperienza di creazione di stati socialisti (in cui, si ricordi, veniva applicato comunque il capitalismo, quello di stato) è fallita e si è ristabilito il capitalismo privato. Ciò non ha portato alcun vero cambiamento sociale perché rimane lo sfruttamento. Attraverso i miei anni di militanza e lotta ho potuto vivere questo processo storico e ho maturato la convinzione che un cambiamento sociale debba essere sviluppato per e dai membri della società e non da un élite rivoluzionaria. Ad un’analisi più oggettiva, l’anarchia oggi si riflette nell’esigenza sociale in ampi settori della società di un modo di convivenza antiautoritario e antigerarchico, di un’esperienza di autogestione. L’aspetto positivo dell’anarchismo odierno è il fatto che abbia deciso di non essere un’ideologia e un movimento organizzato rigidamente, per trasformarsi invece in un’aspirazione sociale e umana. Tu, individuo non lotti per un simbolo, per una bandiera o perchè ti comanda qualcuno; ma lotti perchè senti sorgere dentro di te la necessità di affermare il rispetto sostanziale dei tuoi diritti. Non ci sono organizzazioni nè capi, ma una molteplicità di individui con un’esperienza autonoma che tentano di metterla in pratica e cercano che l’esperienza nasca spontaneamente dalla propria società, come aspirazione. Questo oggi si riflette nel movimento no global.

Quali sono state le sue relazioni con Castro e quali le sue aspettative?

Mi incontrai con Castro in Messico alla metà degli anni ‘50. Avevo appena terminato gli studi universitari e militavo all’interno del movimento studentesco. Vi erano molti latinoamericani (dominicani, cubani, brasiliani) esiliati dalle dittature dei rispettivi paesi. Io ero un rifugiato antifranchista e assieme a loro tentavamo di animare la resistenza contro le dittature e i regimi autoritari. Vi era quindi una coincidenza di intenti. Collaborai soprattutto con il gruppo “26 luglio” perchè era il più vicino e il più attivo. Conobbi anche Che Guevara che allora non era ancora il mitico personaggio, era un medico. Dopo l’assalto alla Moncada nel ’53, Castro e altri cubani furono esiliati da Batista in Messico, il Che si avvicinò a questo gruppo e io li aiutavo. Noi e altri rivoluzionari aiutammo il Direttorio Rivoluzionario Studentesco. Mi occupavo soprattutto di atti di propaganda in Messico per cercare aiuti economici e materiali con la sorella minore di Fidel. Costituimmo poi il Frente Juvenil Antidictatorial Latino Americano con la promessa che i primi che si sarebbero liberati dalla dittatura avrebbero aiutato gli altri. I primi a risultare vittoriosi contro il dittatore Pérez Jiménez furono i venezuelani, applicarono quindi l’accordo e donarono un milione di dollari al movimento. Nel ’59 vi fu la vittoria di Castro. Nello stesso anno fondammo il Movimento Spagnolo ’59 aspettandoci un aiuto da Fidel, secondo la promessa fatta. Castro nel frattempo iniziò a godere dell’appoggio del movimento comunista. Io nel ’61 ritornai clandestinamente in Europa per preparare la guerriglia contro il regime di Franco. Al mio ritorno in Messico l’incontro con Castro non si realizzò a causa dei comunisti spagnoli, i quali avevano adottato una politica di riconciliazione con la Spagna franchista (già nel ’47 abbandonarono la guerriglia). Intanto, in Europa avevo partecipato all’organizzazione anarchica della Difesa Interna per coordinare la lotta contro Franco. Nel ’62 ritornai nuovamente in Spagna clandestinamente per unirmi a loro. E da quell’anno si disgregano progressivamente i rapporti con i castristi. Castro seguiva ormai la politica dei comunisti e intratteneva relazioni diplomatiche con Franco. Inizialmente assicurò che si trattava di relazioni momentanee, in realtà furono continue e attuate soprattutto per mantenersi al potere. Dal 1962 le relazioni tra Cuba e la Spagna diventarono sempre più intime.

É legittimo pensare che il popolo cubano si trovi in mezzo a due blocchi: il proprio governo e l’imperialismo statunitense?

Per il popolo cubano in questo caso si devono intendere i lavoratori cubani. E io tra i lavoratori cubani comprendo medici, professionisti, operai ecc. Dipende solamente dallo stato castrista la loro possibilità di ottenere un impiego. Qualsiasi cosa di cui essi abbiano bisogno dipende dal castrismo che ha copiato il modello sovietico. Tutte le persone, salvo i ricchi, vanno tutto il giorno incessantemente in cerca di cibo. La maggioranza dei cubani cerca dollari americani perchè il peso è una valuta debole a causa della crisi in cui si trova il mercato cubano. Questo ha provocato il dilagare del mercato nero e lo sviluppo del settore turistico (anche questo controllato dalla burocrazia) e con esso la ricomparsa del fenomeno della prostituzione. I cubani non possono nemmeno contare sull’appoggio di coloro che abitano in America perchè Castro controlla l’entrata delle divise. Come sappiamo, alla popolazione non è permesso nemmeno lasciare il Paese. La maggior parte di questi cubani ha come massima aspirazione quella di andare negli Stati Uniti. Tuttavia, il governo Usa mantiene da 45 anni una presunta politica contro il regime castrista che è servita solamente a Castro per giustificare la situazione di profonda crisi dell’isola, identificandone la causa nell’ingerenza statunitense. In realtà, gli Usa non hanno fatto nulla perchè è nel loro interesse mantenere le odierne condizioni economiche e politiche del popolo cubano. Questo per due ragioni: sfrutta l’idea che ci sia il comunismo come uno “spaventapasseri” per coloro che vivono male in America, in modo tale che pensino “beh, lì c’è il comunismo mentre qui viviamo in una democrazia” e impedisce l’immigrazione in massa del popolo cubano negli Stati Uniti. Il popolo cubano è in mezzo tra il governo castrista e l’egemonia Usa. Questa è la mia opinione.

Esistono dei movimenti di resistenza a Cuba non legati all’influenza Usa?

Per gran parte dei cubani che vivono in questa situazione la preoccupazione più urgente è quella di uscire dall’isola e conseguire quindi delle condizioni di vita migliori. Molta di questa gente non lascia che si formi un movimento di lotta. Ma c’è un settore dei cubani (quelli che una volta credevano nella rivoluzione) che tentano di organizzare clandestinamente la dissidenza, perchè l’isola è completamente controllata dalla polizia. Gruppi di opposizione che vogliono un sindacato indipendente che necessitano di solidarietà nel denunciare la repressione. Io sono membro del gruppo di appoggio ai libertari e sindacalisti cubani. Serve come contatto per molta gente della dissidenza. Vi contribuisce anche il nipote del “Che” Canek Sánchez Guevara (figlio della figlia maggiore del Che che si sposò con un guerrigliero messicano esule, ma costretto ad andarsene da Cuba perchè Castro teneva relazioni con il governo dittatoriale messicano). Inoltre, vi partecipano cubani e latinoamericani anarchici e antiautoritari che denunciano la politica di oppressione. Facciamo un lavoro di recupero della memoria storica per introdurre a Cuba libri e documenti su quello che fu la storia del sindacalismo combattivo a Cuba prima che questo diventasse strumento stesso dello Stato che ha messo a tacere questo movimento. Il governo cubano pose fine al pluralismo per imporre un sindacato unico. Tutta questa attività viene fatta ovviamente clandestinamente. Esteriormente agiamo attraverso atti di propaganda e se alcuni cubani riescono ad uscire dall’isola noi li aiutiamo a trovare lavoro. In più proponiamo dibattiti ideologici con quelli che difendono la politica portata avanti da Castro.

Che tipo di attività porta avanti in Spagna?

L’attività in relazione alla Spagna è diversa. Da 10 anni sono membro di un Gruppo di Lotta per la Riabilitazione Morale e Politica delle Vittime della Repressione Franchista. Anche se sono passati più di 30 anni (il regime franchista cadde nel ’75) nella Spagna attualmente democratica non c’è ancora la depurazione delle istituzioni dalla dittatura, anche se c’è stata l’amnistia nel ’77. La giustizia continua a riconoscere come legalmente valida le sentenze del tribunale repressivo della dittatura. Il governo socialista di Zapatero si è visto obbligato, nel 2004, a costituire una commissione interna ministeriale il cui obiettivo era quello di proporre una legge per riabilitare le vittime della repressione franchista. Nel 2006 è stato presentato il progetto di legge che risulta diverso da quello che si prospettava inizialmente a causa di influenze della destra e della chiesa. In questo momento stiamo portando avanti una campagna di mobilitazione affinchè il governo mantenga la promessa fatta, ossia l’annullamento di tutte le sentenze pronunciate dal tribunale della dittatura. Si tratta di un progetto politico e morale. Ora sto scrivendo un libro, con un altro storico, dal titolo “Paura della Memoria”. Un’opera di analisi di tutte quelle che erano le leggi repressive franchiste durante i 40 anni di dittatura e su come la transizione alla democrazia abbia smontato solo parzialmente questo apparato e non totalmente. Dal risultato della mobilitazione dipenderà la fine del libro.

Quale sarà, secondo la sua opinione, il futuro di Cuba?

Sono pessimista per il futuro di Cuba. Mi addolora molto che il popolo cubano che ha lottato per liberarsi dalla dittatura di Batista abbia perso 50 anni soffrendo molto senza aver recuperato le libertà fondamentali. La prospettiva che alla morte di Castro ci sia una democratizzazione in cui la maggior parte dei lavoratori cubani potrà godere di libertà formali è alta ma la condizione dominante sarà la stessa. Al capitalismo di stato si sostituirà il capitale privato. Se non ci sarà una transizione con un governo democratico, si copierà il modello comunista cinese e la situazione sarà peggiore perchè non ci saranno nemmeno le libertà fondamentali.

La cosa più grave è che il sindacalismo, che dovrebbe essere lo strumento dei lavoratori per difendere i loro interessi, è screditato a Cuba perchè il popolo ha avuto come modello di riferimento per 40 anni il sindacalismo ufficiale. Sarà difficile costruire un sindacalismo autonomo. Oggi i lavoratori cubani non hanno diritto allo sciopero e sono stati create delle figure con il compito di vigilare che la popolazione si rechi al lavoro puntualmente (si pensi che la maggior parte della popolazione vive lontano dal posto di lavoro, è povera e non ha la possibiltà di usare i trasporti pubblici per cui si deve svegliare prestissimo). Tutti i lavoratori sono malpagati. Il mio pessimismo è dovuto anche al fatto che stiano intervenendo anche altre forze politiche per tentare di controllare questo nuovo sindacalismo, cioè per dividerlo invece di rafforzarlo. L’aspetto per cui sono ottimista, invece, è che una gran parte della gioventù non crede nei partiti politici nè nel regime. Comunque si impegnano e mostrano un grande interesse per la loro situazione poichè vi è l’esigenza di una libertà reale e di un’autonomia per organizzare la loro vite e il loro futuro.

Nicoletta Favaretto

Sguardo alle musiche di oggi e di ieri a volo di… ippogrifo.

“Hedwig’s theme”, il tema di Edvige. O forse sarebbe meglio dire il tema di Harry Potter, visto che sono sufficienti poche note introduttive di questo pezzo per rivivere quasi magicamente tutte le avventure del maghetto, ormai cresciuto, nato dalla penna di J. K. Rowling. È questo il motivo musicale che riecheggia da tempo nella mente di chi ha atteso con una certa emozione l’uscita del quinto capitolo della saga; soprattutto di coloro che hanno seguito l’evolversi non solo dei personaggi, ma anche delle stesse colonne sonore.
John Williams, Patrick Doyle, Nicholas Hooper: questa la sequenza dei compositori che hanno contribuito a iscrivere nella storia del cinema la serie, anche se (e questo va detto), è forse Williams ad avere il merito più grande, essendo la mente delle prime tre colonne sonore, dunque il “padre musicale” di Harry Potter e compagnia bella.
Da notare il crescendo in difficoltà d’esecuzione, dissonanze e tensione che ben disegnano l’inizio dell’avventura nel mondo della magia: dal momento in cui tutto è stupore e scoperta, ben rappresentato da “Harry’s Wondrous World” (il meraviglioso mondo di Harry, altro motivo che, assieme al tema di Edvige, ritorna continuamente nelle varie colonne sonore), a “Fawkes the Phoenix” (Fanny la fenice), motivo che accompagna il volo della creatura magica verso chi rimane fedele al saggio Silente. Per arrivare ai temi più cupi della terza colonna sonora: emblematico a tal proposito “A Window to the Past” (una finestra sul passato), triste motivo che accompagna il momento in cui Harry e Lupin gettano uno sguardo al passato e ai timori del ragazzo camminando per la foresta.
Decisamente tutto un altro taglio ha la quarta colonna sonora firmata Doyle, nella quale troviamo, come prima novità, ben tre canzoni. È il sapore della sfida che pervade l’intera composizione: i suoni sono calcati e vorticosi, come ad indicare l’assenza di calma e la necessità impellente d’azione. Un brano per tutti: “The Quidditch World Cup” (la coppa del mondo di Quidditch, tema che ritorna con l’arrivo degli studenti di Durmstrang a Hogwarts), dove le percussioni e una sorta di basso continuo degli archi accompagnano le grida di sfida (e le scintille dei bastoni) di Viktor Krum e compagni.
E in ultimo c’è la quinta colonna sonora firmata Hooper, nome non noto al cinema. Interessante e nuovo l’uso di pianoforte e fisarmonica, e la rivisitazione del tema di Edvige in chiave più misteriosa attraverso i corni. La musica accompagna il moto dell’anima e l’azione con un tocco di nuovo che si preannuncia allettante.
Certo, fra primi baci annunciati (e ripetuti ventiquattro volte in sede di riprese per ben rendere la crescita dei personaggi!), stanze che spariscono e arte della penetrazione delle menti, sarà un po’ difficile prestare attenzione alla colonna sonora, ma certo non impossibile. Perciò, se vi piace il genere, fate un salto al cinema e giudicate voi se Hooper ha ben accompagnato o meno l’attesissimo “Harry Potter e l’Ordine della Fenice”…

Isabella Ius

Vsi vemo, da ima Slovenija na svojem ozemlju okoli deset velikih igralnic. V kratkem pa bodo imeli še večjo, pravzaprav eno izmed največjih v Evropi. Kje pa se bo nahajala? V Novi Gorici, seveda! V minulih dneh sta podpisala pogodbo upravitelj slovenskih igralnic Hit Group in ameriška družba Harrah’s, pravi velikan v področju hazardne igre. Pogodba predvideva gradnjo velikega igralnega centra, kateri bo tudi vseboval enega izmed najmodernejših centrov wellnessa in vzdrževanja. Tako, da bi bil podpis pogodbe mogoč, je slovenska vlada morala znižati davke nad igralnicami še za pet odstotkov.
Sedaj pa bo treba pomisliti na posledice, ki bo prav gotovo tale ogromna stavba imela nad staro Gorico. To je mesto, ki ne ljubi sprememb. V tem slučaju, pa je sprememba neizogibna, saj sta stranki že podpisali pogodbo in torej mestu ostaneta le dve opciji: pasivno sprejeti dejstvo ali pa izkoristiti možnost gospodarske rasti. Jasno je, da se bo treba v kratkem odločiti. Nekdo bi lahko ugovarjal, da ni etično omogočiti razvoj goriškega ozemlja s tem, da se ulaga v hazardno igro. Prav zaradi je nujna odločitev ne samo iz vidika ekonomske rasti, temveč tudi glede etičnosti strukture. Po drugi strani pa v naših časih ni niti preveč smotrno zaustaviti se pri analizi moralne zakonitosti igralnice, ko bo slednja v istem času gotovo delovala in privabila v Novo Gorico okoli tri milijone turistov in igralcev na leto. Prišel je torej čas, da obe občini, še toliko več tista na italijanski strani, začenjata sodelovati ena z drugo, tako da bo prišlo do pravične razporeditve dohodkov. Gorica bo morala naložiti na infrakstrukture, ki bodo cenile lepote ozemlja. Na tak način bo mogoče privlačiti del turistov na italijansko stran, ki bodo lahko imeli na razpolago razne turistične in trgovske postrežbe.
Res je neverjetno, bi se upala reči, da se Gorica po naklučju znajde v centru ogromne možnosti gospodarske rasti in rikvalifikacije ozemlja. Nedvomno, kar sem tu trdila, se ne bo uresničilo, če se ne bodo isti prebivalci potrudili in  že sedaj začeli sodelovati. To bo edini način, da ne bomo zopet ostali na robu trga in rasti.

Sappiamo che in Slovenia ci sono circa una decina di grandi casinò.  Ma da adesso ne avremo uno ancora più grande, anzi uno dei più grandi d’Europa.  Dove?  Ma a Nova Gorica, ovvaimente.  Da pochi giorni è stato infatti siglato un accordo tra Hit Group (gestore dei casinò sloveni) e la società americana  Harrah’s, colosso dell’industria del gioco d’azzardo.  L’accordo porterà alla costruzione di un mega centro del gioco, dove sarà anche possibile usufruire dei più moderni centri wellness, e di intrattenimento. Va detto che, per far sì che l’accordo venisse siglato, il governo di Lubiana ha dovuto abbassare l’imposizione fiscale sui centri di gioco di ulteriori cinque punti percentuali, portandola a livelli irrisori rispetto a quella degli agli altri concorrenti europei.
Detto ciò, bisogna fare delle considerazioni.  È inevitabile che una struttura di queste dimensioni, anche se non ancora ben definite, abbia delle grosse conseguenze su un tessuto urbano e sociale, quello Goriziano, poco propenso ai cambiamenti.  In questa situazione il cambiamento sembra però inevitabile, in quanto l’accordo è stato già firmato, e quindi alla città restano due differenti opzioni: prenderne passivamente atto, oppure utilizzare al meglio quest’occasione di sviluppo.
È ben chiaro che una decisione di questo calibro non può essere presa solo analizzando l’aspetto economico, ma anche quello etico.  Infatti qualcuno potrebbe obiettare che puntare sul gioco per sviluppare l’economia del Goriziano non sia propriamente legittimo.  Ma, d’altro canto, non è neanche plausibile, di questi tempi, star a disquisire sulla legittimità di una struttura che comunque verrà costruita e che nei piani degli ideatori porterà qualcosa come tre milioni di turisti-giocatori in quel di Nova Gorica ogni anno.  È quindi giunto il momento per le due amministrazioni comunali, e soprattutto per quella italiana, di creare delle strategie pratiche di collaborazione tra i due territori affinché gli introiti derivanti da questa grande operazione vengano ridistribuiti in maniera corretta su entrambi.  Ciò significa che Gorizia dovrà essere in grado di sviluppare delle infrastrutture che esaltino le molte bellezze del territorio, affinché almeno una parte dei vari turisti si fermino anche al di qua del confine ed usufruiscano dei nostri servizi turistici e commerciali.
Incredibilmente, quasi fortunosamente oserei dire, la città di Gorizia si ritrova al centro di un’immensa operazione di sviluppo economico e di riqualificazione territoriale.  Ovviamente quanto detto fin qui non troverebbe alcuna conferma se, per esempio, la municipalità ed i suoi cittadini non si impegnassero fin da subito nel sviluppare strategie economiche sia di tipo turistico territoriale sia nei confronti dei vicini amici sloveni.  L’unico modo per non rimanere, per l’ennesima volta, periferici rispetto al mercato.

Marco Brandolin

Sarei curioso di scoprire quanti triestini saprebbero raccontare la storia del Narodni dom o del Processo di Basovizza.

Pochi, credo. Quasi nessuno, al di fuori della comunità slovena. Io per primo, fino a un paio di mesi fa, non avrei avuto alcuna idea. Sì, certo, dom vuole dire casa. Ma narodni? E Basovizza…

C’entreranno mica le foibe?

Il problema è che questi due avvenimenti occupano una posizione centrale nell’immaginario della minoranza. Sono due avvenimenti periodizzanti, due di quelli che hanno segnato indelebilmente chi ha vissuto negli anni giusti per ricordarli, e che continuano a marcare l’immaginario collettivo del gruppo. Un po’come l’arrivo dell’Italia per la comunità italiana, insomma, o le foibe, l’esodo dall’Istria e dalla Dalmazia e così via. Con una differenza: se chiedessimo ad una persona della minoranza di parlare di questi avvenimenti, lo saprebbe fare perfettamente. Magari giungerebbe a conclusioni diverse, forse opposte, ma almeno non ci guarderebbe come se fossimo pazzi.

E allora il punto non può che essere questo: com’è possibile che, nella stessa città, una comunità viva nella più completa ignoranza della storia dei propri vicini? E con la cultura non credo che andremmo poi molto meglio. Pahor somiglia più al nome di un notaio, che a quello di un poeta. Ziga Zois? Buh, però aveva un nome simpatico. Forse con Preseren (mi scuso per l’ortografia…) saremmo più fortunati, ma solo forse. E sì che nella minoranza la cultura italiana è conosciuta tanto quanto quella slovena. Va bene, potrebbe obiettare qualcuno, ma loro vivono in Italia: è ovvio, anzi è giusto che abbiano un’idea di quello che, bene o male, è pur sempre il loro paese. Ed è sicuramente vero.

Però questo non giustifica una simile ignoranza da parte della comunità italiana. Perché la comunità slovena, per quanto minoritaria (nemmeno troppo, poi), ha contribuito allo sviluppo di Trieste allo steso modo della controparte italiana. E’radicata sul territorio da secoli, anzi da ben più di un millennio, ed ha gli stessi nostri diritti di rimanerci. Solo che è ignorata, quando non viene apertamente discriminata.

Lo strumento principale che permette di realizzare questa situazione, evidentemente, è la scuola: la cultura slovena, nella scuola di lingua italiana, non viene proprio concepita: è avvertita come una realtà estranea, o meglio straniera. Un po’come se la cultura austriaca fosse trascurata in Alto Adige, insomma. O quella francese in Val d’Aosta.

Certo, i sapientoni ci spiegheranno che il modello scolastico italiano segue l’esempio della Francia post-illuminista: l’obiettivo principale è quello di diffondere delle nozioni identiche in tutto il paese, senza considerare le possibili differenze fra luogo e luogo, in modo tale da creare dei cittadini standardizzati, omologati. Fatta l’Italia bisogna fare gli Italiani, insomma. Solo che, a Trieste questo disegno si è scontrato con l’esistenza di un’identità altrettanto radicata.

Succede così che un ragazzo della comunità italiana, di solito, cresce nella più completa ignoranza della cultura dei suoi stessi vicini di casa. A volte dei suoi amici, della sua ragazza. E’un po’da schizofrenici, no?

Trieste è una città malata. E continuerà ad esserlo finché una qualsiasi comunità pretenderà di imporre la propria egemonia. Perché questa situazione di ignoranza, di conflitto latente, di schizofrenia è funzionale agli interessi del gruppo dominante. Come potremmo discriminare uno sloveno, o quantomeno escluderlo così a cuor leggero, se riconoscessimo alle sue origini la nostra stessa dignità?

E sì che oggi la situazione è migliorata in modo incommensurabile. Le bombe di fronte alle scuole della minoranza non esplodono più dal ’74. L’ultimo corteo studentesco anti-slavo che abbia ottenuto un certo successo risale a prima del ’68. I muloni della curva passano sempre più raramente dalle parole alle vie di fatto. Al limite qualche pestaggio, e un bel po’ di s’ciavi de merda.

Solo che, se proviamo veramente a pensarci, ci accorgiamo che i ragazzi della minoranza rischiano di vivere in uno stato di effettiva segregazione. Nulla di imposto dalla legge, molto poco di violento, spesso anzi senza nessuna conseguenza. Però con un corollario inevitabile: se uno di questi ragazzi volesse provare ad inserirsi in determinati ambienti, incontrerebbe difficoltà sicuramente maggiori. Perché, giusto per fare un esempio, non ricordo nessun sindaco proveniente dalle file della comunità slovena? E sì che, nel comune di Trieste, gli Sloveni sono attestati storicamente fra il 10 e il 20%. Non è che non si notano, ecco.

Bisogna riconoscere che l’Italia ha fatto proprio un bel lavoretto: in epoca liberale e fascista li ha perseguitati apertamente, espropriandone i beni, chiudendo le scuole, costringendoli alla fuga. In epoca repubblicana, poi, si è spesso limitata ad insistere sull’aspetto della discriminazione culturale, in una cornice apparentemente più favorevole. Certo, non mancano casi di discriminazione ben più palesi. Secondo Piero Purini, negli anni ’50-60 era prassi comune che uno sloveno, per venir assunto nell’amministrazione pubblica, iscrivesse i propri figli alle scuole italiane. Sono molti altri gli esempi di una politica chiaramente indirizzata in tal senso, dalla costruzione dei borghi carsici alla discriminazione degli insegnanti delle scuole slovene. Per non parlare della tendenza a cancellare le responsabilità storiche dell’Italia nella regione.

Solo che non ce ne accorgiamo, perché non siamo mai stati abituati a pensarci.

Andrea Lucchetta

Visto le numerose e-mail di apprezzamento ricevute, riguadanti la versione ridotta di questo articolo, abbiamo deciso di riproporlo integralmente.

La storia comincia alle dieci del mattino. Ignaro di tutto, dopo una tranquilla colazione mi siedo a compilare la domanda erdisu.
Mi dico “ok, ho tempo fino al sei ottobre, cavolo sono un sacco di giorni, e vuoi che internet non serva a ridurre i tempi? Per dio, ho tutto il tempo del mondo!”…

(per la cronaca, mentre scrivo la mia domanda non è ancora stata spedita)

…stringo in mano fiduciosamente la dichiarazione ISEE e mi connetto al sito http://www.erdisu.trieste.it, pensando si sprecare tranquillamente una mezz’ora e di avere il resto della mattinata per svaccarmi in pace (connettermi ad internet è una tortura: ODIO LA TECNOLOGIA, ODIO IL COMPUTER, E ODIO AVERCI A CHE FARE, FOSSE PURE PER POCO).
Sono allenato, è la terza volta che la faccio.
Addirittura, ho anche sotto gli occhi il mio codice fiscale, insomma cazzo mi sento preparatissimo!

Via!
Clicco su “inserimento nuova pratica”, e subito metto il nome al posto del cognome.
Olé! Forse non sarà una cosa così scontata.
Correggo il tutto e ricomincio da capo.

Secondo problema: il numero di matricola!
Mi rendo conto imprecando che ho lasciato il libretto a Gorizia.
Vabbè, c’è lo spazio informatico personalizzato di ogni studente. Prendo, vado sul sito dell’università, e dopo qualche minuto riesco a recuperare il mio numero.

Comincio a dubitare di me stesso, ma è solo un presentimento, un’impressione vaga.
Sarò all’altezza della domanda erdisu?

Arrivo alla fine della prima pagina, quando mi squilla il telefono.
“Pronto?”. E’ Bonez! Anche lui, a un bel po’ di chilometri di distanza, sta facendo la domanda, e si è imbattuto in una bestia dalla quale non può fuggire, e che sta aspettando anche me.
Chiedono di inserire la media dei voti ed il numero di crediti ottenuti.
E ciò che più spaventa, è che non si può evitare.
E’ come lo stretto di Magellano.
Mi chiede se so come si calcola. E io, naturalmente, non lo so.
Ora, è interessante notare come nella nostra università esistano queste cose (percentuale di ore frequentate, media degli esami…) che IN TEORIA esistono e sono conosciute da tutti, ma IN PRATICA non sono scritte da nessuna parte.
“Niente paura!” mi dico. Sono fresco! La mia battaglia è appena cominciata, posso fare qualunque cosa, mi sento fortissimo! “Facciamo così” lo rassicuro “cerco in internet, al massimo ti richiamo dopo”.

Benissimo, torno nel sito dell’università. E da NESSUNA PARTE trovo scritta la modalità del calcolo della media.
Intanto i minuti passano.
Provo a tornare nel mio profilo informatico (come si chiama? ESSE3? H3? Vabbè, ci siamo capiti).
Sorpresa! Non posso entrare, ci sono dei problemi col server (penso, non me ne intendo di ‘ste robe, come mi sembra abbiate capito).
A questo punto cominciano a gonfiarmisi leggermente le vene sulla testa, ma resto ottimista.
Vedo il numero verde 800.23.69.16, per l’orientamento agli studenti. Numero verde! PUOI CHIEDERE INFORMAZIONI SU OGNI COSA! E’ PERFETTO!
E’ GRATIS!

Tra le altre cose, è pure occupato.
Sono le dieci e mezza. Prendo il cellulare e richiamo un paio di volte, quando… MIRACOLO! Mi risponde una cortese signorina. Il mio tono non è molto gentile, anzi, comincio ad incazzarmi sul serio. Sto per arrivare al punto in questione. “Mi chiedevo come si fa a calcolare la…”.
Silenzio. Vuoto.
SI E’ ESAURITA LA BATTERIA DEL CELLULARE.
PORCA PUTTANA!
Ok Rodolfo, tranquillo. Mantieni la calma.
NO.
Non sono un sannyasi, quindi mando a cagare i buoni propositi, mi fiondo correndo in camera, prendo il caricabatteria e torno davanti al computer.

Ricompongo il numero.
OCCUPATO.
Spiacente bimbo, hai sprecato la tua UNICA OCCASIONE.
Ma ci sono altre vie istituzionali! Non tutto è perduto!
Sono disperato, così disperato da ricorrere alla NOSTRA SEGRETERIA, dove incappo in DARIO BAZZARIN.
Il quale, ovviamente, impegnato in un solitario estenuante non ha tempo per aiutarmi.
“Beh, si calcoli la sua media: deve prendere i voti e li divide per il numero degli esami, e mette trentatre per la lode”.
(LA LODE VALE TRENTATRE? E questo da quando? E DOVE STA SCRITTO?)
Boh, sarò ignorante io. Ringrazio e riaggancio.

No, non sono convinto.
Un dubbio si insinua in me: forse Bazzarin non ha le risposte per tutto, forse ci sono davvero dei quesiti ancestrali che l’uomo non può risolvere, forse siamo davvero destinati a brancolare nella cecità…

…oppure, posso vedere se Emmanuel può aiutarmi.
Benissimo, chiamo Emmanuel.
Tuuuu…tuuu… “pronto, ciao Emmanuel! Ascolta, mi spiace romperti, ma ho problemi con la domanda Erdisu, non è che puoi darmi una mano?”.
Ahimè, discordia!, nonostante tutta la sua buona volontà non potrà essere il fido Emmanuel a salvare l’esito della mia impresa. Ma ancora, una porta si apre, una nuova, esile speranza: Davide sta per l’appunto anch’egli sbattendo la testa sulla domanda per l’erdisu.

Telefono al povero Davide, che giustamente dopo aver dato Trattati ha festeggiato come si conviene ad un buon veneto d.o.c.g. invecchiato di ventuno anni, e che trattiene a stento la giusta tentazione di mandarmi a quel paese assieme alle mie scartoffie. E’ gentilissimo e mi dice che NON SERVE CALCOLARE LA MEDIA. FANTASTICO! OTTIMO! GRANDIOSO! Comincio già ad assaporare la fine delle mie sventure, vedo la luce!
E invece, no.
Perché Gambi, che è lì vicino, gli spiega che invece lui l’ha calcolata.
“Ah.”
La bile in me ha appena compiuto un carpiato doppio, coefficiente di difficoltà 6.5.
Ringrazio e saluto tutti.
Dopo aver interrotto la chiamata, seguono minuti di cupo sconforto. Me la prendo un po’ con tutti quelli che mi circondano. Ad un certo punto, verso le undici (LE UNDICI! ALLA FACCIA DEI VENTI MINUTI!) entra mia nonna, che mi chiede se posso andare a farle la spesa.
La risposta non può essere riportata in questa sede.

E qui entra in gioco la mia incoscienza perché mi sento talmente incazzato & depresso che mollo tutto e vado a prepararmi…un caffè.
Effettivamente, era meglio la camomilla.
Effettivamente, già che c’ero sarebbe stato meglio mollare tutto e andare a letto.

E INVECE: ritorno con il caffè in mano davanti al computer, e riprovo a più riprese a richiamare il numero verde (per la serie: magari non sa nulla, ma almeno faccio una chiamata che non pago).

O-C-C-U-P-A-T-O.

Improvvisamente mi chiedo se Joyce abbia scritto l’Ulisse mentre aspettava che un numero occupato si liberasse.
Passo il tempo immaginando irruzioni alla Tarantino nell’università di Trieste, e sto per desistere definitivamente quando suona il mio telefono.
E’ di nuovo Bonez. E BONEZ E’ RIUSCITO A PARLARE CON L’OPERATORE DEL NUMERO VERDE.
Lo ascolto con l’espressione di chi vede un pezzo della vera croce.
E…sorpresa! Il mio salvatore mi dice:
1.    che NON SERVE LA MEDIA DEI VOTI, la calcolano loro (cazzo, più logico di così! Del resto, a che servono gli spazi di un questionario? Mica bisogna riempirli!).
2.    che – tenetevi forte – COMUNQUE NON SA QUANTO VALGA UNA LODE.
Per un paio di minuti imprechiamo entrambi a gran voce contro la gestione dell’erdisu.
Per la precisione, mi sa che imprecavo solo io.

A quel punto però la domanda è cosa fatta.
O no?

Inserisco le cifre degli indicatori.
MERDA! NON CI VANNO I SEPARATORI DELLE MIGLIAIA!
Torno, cambio i numeri, schiaccio “avanti”.
Ma il computer NON VA AVANTI.
Infuriato, clicco ad una velocità di “clic al minuto” tendente a +∞.
E torno alla schermata iniziale.

INSERIMENTO NUOVA DOMANDA ONLINE.
Mi viene da piangere. Mi sento come il capitano del Titanic.
Tutti i miei sforzi naufragati in quel mare di dati.
A quel punto mi metto a ricompilare la domanda. Termino verso mezzogiorno. Alla fine riesco ad inviarla. Che sollievo. Libero un sospiro di soddisfazione. Avrei potuto ubriacarmi per festeggiare.

Ma qui scopro una novità (per me, almeno, che ho una memoria cortissima). La domanda va anche stampata, ed inviata con raccomandata.
E’ così logico.
Del resto anch’io mi faccio spedire le cartoline prima via mail quando i miei amici vanno in vacanza.

Rassegnato, clicco su ‘stampa’.
Il computer non stampa.
Controllo la stampante, è accesa.
Clicco su ‘stampa’.
Il computer non stampa.
Il computer non stampa.
IL COMPUTER NON STAMPA.
Compare una schermata vuota, il documento non viene inviato alla stampante.

A quel punto mi metto a piagnucolare. Mi metto a inveire. Chiamo in causa la modernità, il progresso, Gabassi, il Sid, la lode-che-non-so-quanto-vale, la media che non serve, la stampante che non stampa, il computer che non computa, internet che non internetta, il libretto che è rimasto a Gorizia, la spesa che non ho fatto, il cellulare che mi è morto, mando a cagare tutto e metto su un po’ di musica.
Guns ‘n’ roses.
Giusto per calmarmi un attimo.
Lo so, sono un mona.

Che fare?
Telefono a pà. “Ciao pà, ho un problema con la pratica erdisu, non è che se ti do i dati puoi stamparla tu in ufficio?”. Mi dice di sì. Gli do il codice d’accesso. Aspetto un attimo.
E’ FATTA. HO STAMPATO LA DOMANDA.
Comincio ad esultare saltando in salotto, urlando “chi è il numero uno?! Eh? Chi è il numero uno?!”, e quindi mi accascio sul pavimento in preda ad una crisi di convulsioni. Ho la bava alla bocca e sto delirando. Mia nonna chiama il CSM. Mi portano via mentre sto ancora esultando e li scambio per angeli.

Non sono tuttora riuscito a completare questa missione.

Possibile che un chirurgo impieghi meno tempo a mettere un pacemaker di quanto ce ne voglia ad inviare la domanda erdisu?
Concludo brevemente:
BUROCRATI, E’ ORA DI FINIRLA, CAZZO!

Un ringraziamento di cuore – e le mie più profonde scuse – a tutti coloro che mi hanno dato una mano in questo difficile parto.
Ciao fioi,
Rodo

E insomma non son certo io a scoprire che laurearsi non è cosa facile. Farlo a luglio è autentica follia. Finiti gli esami il 20 giugno ci si lancia tra le braccia di madama tesi. Alla tipografia ti aspettano al varco per il 10 luglio. Pensi che, in fondo, il tempo, non ti manca. Sarà pure un “lavoro di copia e incolla”, ma corrono i giorni e le notti insonni si dilatano. Poni la parola fine al testo, fai l’indice e controlli la bibliografia, pensi che si, puoi finalmente tirare un sospiro di sollievo. E invece no! Manca meno di una settimana al gran giorno, che bisognerà pur festeggiare no?! E via col rinfresco: telefoni alla ricerca dei consanguinei. Naturalmente ne trovi solo la metà. E la metà di questa metà ti farà sapere tra qualche giorno. Se sei al cellulare bestemmi per la ricarica appena fatta, che si prosciuga in un secondo. Manco a dirlo, proprio in quell’istante, il tuo cellulare, decide di passare alla rete slovena, senza che tu te ne accorga. “Cazzo!” Questo è il meglio che ti esce dalla bocca. Se invece, sei tornato a casuccia, a bestemmiare è tua madre, perché “il telefono costa!”. Il commento è il medesimo. A metà lavoro inoltre devi mollare tutto. Tua madre ha deciso che il giorno della laurea devi essere elegante. Tu concordi ma per orgoglio non l’ammetti e così tra mille proteste cedi allo shopping. Il problema è che: a) sei con tua madre e nonostante siano le 15 e 30 non avrai mai finito per l’ora spritz; b) fa così caldo che nel tuo terrazzo ci sono dei caimani che sorseggiano cocktail tropicali. L’esperienza è atroce. Ti muovi sfatto dai bagordi della sera prima, incapace di controbattere colpo su colpo agli imperativi materni e così, dopo 4 ore di peregrinazioni da un negozio all’altro, ti ritrovi con un vestito nuovo, un paio di scarpe lucide e una camicia che, lo sai, a parte la laurea, non indosserai mai. Nel frattempo tua madre è soddisfatta di averti “vestito di nuovo”, si come quando eri piccino e magari preso dalla nostalgia non pensi ai 300 euro spesi. Arrivato a casa ti riprendi attacandoti al rubinetto dell’acqua, ci scappa pure una doccia e decidi, nella follia ormai cavalcante, di dare una controllata al pdf della tesi. Ed eccolo, un errore fatale: nei ringraziamenti, ti sei dimenticato del tuo relatore. Impanicato chiami la copisteria per avvisarli che gli mandi il file corretto. Per fortuna non hanno ancora stampato, ma ti ricordano cortesemente il costo delle stampe: 5 copie in simil-pelle più 2 in cartonato…fanno 132 euro! Nel resto del weekend termini le telefonate. Sembra fatta, basta parlare con un paio di ristoranti, e tutto è chiuso, ma tornato a Gorizia ti ricordi che non sei l’unico a laurearti. Festeggiarli è un onore, ma organizzare son dolori. Regali, invitati, papiri e denari si sovrappongono ai preventivi degli osti: 300 euro per 30 persone, bufula, crudo, pasta fredda e vitellone. Spritz aperol o normale? Ormai nello spirito gogliardico sei entrato e i versi sgorgano fuori tutti di un fiato. A suon di birre la lingua si scioglie, le ore di sonno invece cadon come foglie, e a mezzo a tutto ‘sto trambusto un quesito sorge lesto: “Che cazzo regaliamo a Luchet?!”. Vai a battere cassa per i regali dei tuoi più stretti amici e a tua volta vieni dissanguato da 7 euro a testa per almeno 5 compagni, 35 euro facili, facili. Improvvisamente ti accorgi che devi andare a prendere la tesi e consegnarla in segreteria, altrimenti sarà solo molto rumore per nulla. Naturalmente c’è il conto da saldare. Il caldo intanto non da tregua. La giornata della laurea è ormai bella e preparata, a parte gli invitati più lenti a dar conferma, hai fatto ormai tutto. Ho fatto, si, fatto, fatto, fatto, fatto! E invece no. Cosa fare infatti della serata? Non si è mai vista una laurea terminata al calar del sole. Bisogna assolutamente sbronzare tutta la città. E allora: l’unione fa la forza. Coi gli altri laureandi organizzi una festa in piscina per un centinaio di persone: 60 euro a testa di partenza, poi ognuno può aumentare il proprio budget se vuole. E’ già venerdì, meno tre alla laurea, di euro ne hai spesi parecchi e le energie non ti assistono più. A questo punto devi pulire la casa, perché vengono a strar da te i parenti per qualche giorno ed è preferibile non fargli vedere in che porcile sei abituato a vivere, basterà già il papiro a farli incazzare. Intanto hai raccolto solo la metà dei soldi per lauree, l’altra ti arriverà il giorno stesso. Anticipi e incroci le dita. Ovviamente fa caldo, ma così caldo che i commessi non vogliono neache servirti. Gorizia è deserta, nessuno a parte te e i tuoi amici si avventura alle 3 e mezza per i viali arsi dal sole. Solo voi osate tanto perché sapete che nonostante dobbiate prendere un semplice ipod, nonostante conosciate già il negozio e abbiate visto il modello, ci vorrà tutto il pomeriggio: non ci sarà mai il colore che preferite; se ci sarà il prezzo sarà troppo alto; se anche quello andrà bene non vi piacerà quell’esemplare, nonostante sia uguale in tutto il mondo! Così arrivate al sabato sera, incredibile ma ce l’avete fatta, avete preso tutto, i papiri sono arrottolati sul tavolo, al ristornate fervono i preparativi, gli invitati già stirano il costume per la festa in piscina, il vostro vestito nuovo pende da una bruccia nell’armadio e le tesi luccicano in libreria. Ora basta solo ripassare la propria parte e sperare che il gran giorno valga tutta la fatica e il denaro costati.

Emmanuel Lucchetta

Andrea Dalle Mulle

La Bionda

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