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È pomeriggio quando lasciamo Milano alla volta del Piemonte. Un intenso week-end eno-gastronomico tra il Monferrato, le Langhe e la Valsesia, per assaggiare quel che quest’angolo d’Italia ha da offrirci. Lasciate alle spalle Pavia e Voghera, ci troviamo immediatamente in una distesa che i colori autunnali ed il grigio delle nuvole rendono di un fascino romantico. I campi si susseguono ordinati, punteggiati qua e là di campanili di mattonato rosso. Superata Alessandria il paesaggio si fa più movimentato, l’autostrada segue il corso del Tanaro che inizia ad insinuarsi tra le colline, dove riso e grano lasciano spazio ai vigneti: è il Monferrato. Camminando per le vie di Asti si è avvolti da un’atmosfera risorgimentale dal sapore sabaudo: via Quintino Sella, via Massimo D’Azeglio…la grande piazza triangolare è intitolata a Vittorio Alfieri, come pure il Teatro Comunale ed il corso principale della città. (nato proprio ad Asti, il drammaturgo è praticamente una gloria cittadina). Eleganti palazzi tra i quali si ergono le chiese e le torri a mattoncini, lasciano il posto a vie d’improvviso più degradate.

Proseguiamo verso sud, in direzione di Alba e delle Langhe. I castelli e le tenute dell’antica nobiltà di susseguono in cima alle alture ricoperte di vigneti e noccioleti. Qua e là minuscole frazioni, vecchie case agricole ora trasformate in agriturismi. Alcune sono spruzzate di neve, mentre all’orizzonte il bianco dell’arco alpino ci circonda e si fa più scuro con il tramonto, confondendosi con il cielo. La cena è un omaggio al gusto: i vini, i formaggi, il tartufo, le nocciole. L’agriturismo, ricavato da una dimora agricola del Settecento, è un capolavoro di eleganza e di charme. L’indomani saldando il conto mi attardo a cercare una monetina da 2 euro nelle tasche (102 euro una notte in doppia), “Non si preoccupi!”, la proprietaria mi sorride e dribbla abilmente il taccuino delle fatture porgendomi una bottiglia di Barbera d’Asti della casa. In fondo tutto il mondo è paese…

Torniamo in strada in direzione Nord, alla volta di Vercelli e della Valsesia. C’è ancora il tempo per una sosta a Alessandria e Casale Monferrato. Siamo nel mezzo di quello che fu il triangolo industriale, a ricordarcelo ci sono veri e propri reperti di archeologia industriale. Vecchi capannoni industriali di mattoni ora inglobati nel centro cittadino di Casale, mentre i tricolori con la scritta “Eternit: Giustizia” appesi alle finestre ricordano la triste vergogna della fabbrica che qui produceva amianto. Il Piccolo di Alessandria (quotidiano locale!) si interroga invece sulla dismissione-riconversione dell’immenso scalo ferroviario della città, ormai in abbandono. Vestigia di un passato lontano?

Giungiamo infine sulle rive del fiume Sesia. Superati i distretti industriali della lana e della rubinetteria (questi sì! Ancora ben attivi!), ci addentriamo nell’alta Valsesia. Piccoli paesi come di gnomi si aggrappano sulle pendici delle montagne, che si fanno più ripide laddove il fiume ha formato una gola nel corso dei secoli. Alcuni sono veri e propri villaggi, raggiungibili solo a piedi attraverso un ponte pedonale che oltrepassa il fiume e li congiunge alla strada statale. Proseguendo lungo il fiume si giunge fino alle pendici del Monte Rosa, con Alagna ed gli impianti sciistici. Sono queste le valli padane armate dalla Lega Nord? Più a valle c’è Varallo, con il Sacro Monte, un complesso di quarantacinque cappelle ed una basilica eretto alla fine del Quattrocento e dichiarato nel 2003 Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO. All’ingresso della cittadina un cartello ci avverte che per ordinanza del Sindaco (non serve dirlo, il Sindaco e Deputato leghista Gianluca Buonanno) “Su tutte le aree pubbliche vietato l’uso di burqa, burqini e niqab, vietata l’attività a “vu’ cumprà” e mendicanti”.

Da Varallo una strada una strada provinciale lungo il corso del Mastallone conduce a Rimella, a 1182 metri d’altitudine. Il paese, che conta attualmente 134 abitanti, fu fondato nel XIII da popolazioni walser (di ceppo tedesco) che, approfittando dell’aumento delle temperature terrestre verificatosi tra l’800 ed il 1300 d.C., erano scesi dalla Svizzera valicando l’arco alpino. Nei secoli successivi l’abbassamento delle temperature, insieme all’assenza di qualunque tipo di collegamento carrozzabile, costrinsero Rimella ad un pressoché totale isolamento. Gli abitanti di sopravvissero nei secoli in completa autarchia, mantenendo livelli di sviluppo culturale e sociale altissimi (nell’Ottocento l’analfabetismo era più basso della media del Piemonte e nel paese vi erano numerosi medici e notabili, un museo ed una biblioteca). Un forte senso comunitario si è cementificato intorno alla condivisione della fede cristiana e della lingua walser: il Tittschu. Ancora parlata dalla gente del luogo, essa è tra le più antiche lingue germaniche conservate al mondo, e proprio per questo ha attirato l’interesse di storici e linguisti. Dal lavoro di questi studiosi e dalla riscoperta della propria cultura sembra che il Comune di Rimella sia voluto ripartire negli ultimi anni, con la creazione di un Centro Studi Walser e la pubblicazione di numerose opere per fare chiarezza sulla propria storia, a tratti ancora oscura.

Il microcosmo perfetto di Rimella non sopravvive infatti al secondo dopoguerra e all’emigrazione di massa. Allo sguardo superficiale di pochi giorni spesi a zonzo tra Valsesia, Langhe e Monferrato, sembra quasi che Rimella come Asti, Alessandria come Casale Monferrato, stiano faticosamente rimarginando le ferite di duri anni di cambiamento. Ed il Piemonte?

Attilio Di Battista

nachmache-berliner-mauer[1]BERLINO – Alla fine non ho resistito. Le mie riflessioni sul muro, sulla DDR, sul blocco sovietico e sulla Guerra Fredda in generale, innescate alla fine del 2006 da quel pezzo di muro lasciato in piedi per i turisti a Potsdamer Platz, ad un certo punto hanno avuto bisogno di un riscontro reale. Ecco perché sono venuto a Berlino, ex capitale della DDR, baluardo di sovietismo puro nel cuore dell’Europa odierna. L’idea di mancare a un appuntamento epocale come il ventesimo anniversario della caduta del Muro mi lasciava molto rammaricato, deluso, “scoperto” da un punto di vista umano e, per così dire, anche professionale. Volevo vivere sulla mia pelle la reazione di questa bellissima città d’Europa carica, oltre che di storia e tragedie, anche di energia, positività e tanto entusiasmo.

La nebbia bassa mista a pioggia che incombe sulla città dal mattino presto non scoraggia i tanti turisti che hanno raggiunto Berlino nei giorni scorsi, da tutta Europa e non solo. Abbondano i tour organizzati dalle tante agenzie che a Berlino si occupano del muro, partendo da Bornholmer Straße fino alla Nordbahnhof per finire alla celebre Porta di Brandeburgo, simbolo della divisione di Berlino fino al 1989 e dell’unità tedesca dal 1990. Durante l’interessante giro si respira l’aria di Berlino Est, che nelle zone fuori dal centro negli ultimi vent’anni non è cambiata molto. Il tempo inclemente rende l’atmosfera cupa, tutto appare triste, scoraggiato, spento. Il ricordo della mancanza di libertà, delle sofferenze e delle privazioni è vivo nella mente di coloro che vent’anni fa c’erano; prende forma in Bernauer Straße, centro della rievocazione della divisione, dove è presente l’unico tratto originale di muro (e annessa frontiera) con tanto di “zona di nessuno”, recinti elettrici e torri di controllo. Si ricordano le 5075 fughe portate a termine durante i 28 anni di esistenza del Muro (di cui 574 effettuate da soldati dell’esercito della RDT) ma una sincera preghiera va alle 265 vittime del “Muro della Vergogna”, definito nel 1963 da J.F.Kennedy come “la manifestazione più abominevole e più forte del fallimento del sistema comunista”. Nel pomeriggio, la passeggiata simbolica della cancelliera Merkel, accompagnata dall’ex Segretario del PCUS Mikhail Gorbaciov e dal sindacalista per antonomasia Lech Wałęsa, colora la giornata sul Bösebrücke, la prima grenzübergang (frontiera pedonale) aperta da Est verso Ovest ai berlinesi, intorno alle 23.15 di giovedì 9 novembre 1989. La commozione di Frau Angie, come la chiamano affettuosamente i suoi sostenitori, e le parole di due simboli viventi del crollo del comunismo come Gorbaciov e Wałęsa (vederli dal vivo mi ha dato una scossa fortissima, tra l’ammirazione e la riverenza) scatenano lunghi applausi.

Con il passare delle ore la folla poliglotta comincia a scaldarsi, nonostante la pioggia incessante e piuttosto insistente; le emozioni dei 250.000 turisti presenti cominciano ad emergere, tra i boccali di birra e l’odore delle bratwürste mit senf , che rendono l’atmosfera inconfondibilmente tedesca. In effetti, questa enorme festa popolare (tale è stato l’obiettivo perseguito dai responsabili dell’organizzazione dell’evento, senza parate militari né simboli dello Stato-nazione) assomiglia molto a una sagra di paese, seppur di oltre tre milioni di persone. Tutti, i bambini con più entusiasmo e gli adulti con più consapevolezza, si assiepano ad ammirare le 1000 tessere (dipinte da 15.000 volontari da tutto il mondo) del tanto atteso domino, che in questo ventennale ripercorre simbolicamente il percorso del muro per circa due km, da Potsdamer Platz fino alla porta di Brandeburgo. Nel piazzale ad essa antistante i bei discorsi di Sarkozy, Medvedev, Brown e Clinton, oltre che della Merkel e del sindaco di Berlino Wowereit, creano una sensazione di gioia, libertà, responsabilità, unità, vittoria direi. Il passato diviso si confonde con il presente, indeciso su un futuro comune. Ma proprio su un futuro comune, necessaria matrice della nuova Europa, sembra innestarsi la spontanea “ola” internazionale e multietnica che accompagna, tassello per tassello, il crollo del coloratissimo muro. Applausi scroscianti, sorrisi ricambiati, urla entusiaste e migliaia di flash regalano questa notte l’impressione (almeno l’impressione, è già qualcosa) che l’Europa esiste ed è forte, compatta, unita. Nel giorno per lei (e per l’intera Germania unita) più importante Berlino non si è smentita, ha dato prova di una enorme solidità fisica e morale, si è fatta apprezzare dai suoi abitanti come dai suoi turisti, ha dimostrato di essere il prodotto (quasi) finito di tanti anni di travagli e sofferenze che l’hanno portata a costituire un esempio irrinunciabile di libertà per tutti noi Europei. Se, per caso, quell’impressione di forza, compattezza e unità dovesse un giorno trasformarsi in realtà, stiamo certi che Berlino sarebbe, a buon diritto e con risultati degni dell’infallibile efficienza crucca, la capitale della nostra nuova Europa (con buona pace di Parigi). E il Muro, c’è da esserne certi, continuerà a rappresentare gli abitanti, la storia, i valori e la vita stessa di questa indomita città.

Andrea Filippo Romani

21092009251Ci sarebbero molte cose da scrivere, parlando di un Erasmus. Anche se esso è iniziato da appena tre settimane un mese; ma si sa, il periodo iniziale è sempre quello più ricco di impressioni e emozioni. Potrei fare i soliti panegirici sull’università estera, sulla sua organizzazione, e ad esempio sugli ottimi mezzi pubblici; ma sarebbe un po’ ripetitivo, e non avrebbe molta utilità per nessuno. Ma come si presenta, invece, Vienna ad uno studente straniero? E soprattutto, è una scelta che rifarei?

La risposta alla seconda domanda è abbastanza semplice: sì. Giorno dopo giorno, sono sempre più convinto che questa sia la città che rispecchia di più il mio carattere. Ho trovato una città che si muove al mio stesso ritmo, e questo è importantissimo. Per dire, scordatevi il traffico caotico di Roma, ma anche la metropoli tentacolare londinese, o le infinite banlieues francesi: a Vienna tutto si muove al ritmo di un grande villaggio, piuttosto che di una città, senza che per questo risulti noiosa o provinciale. Anzi, è molto vivace, se si sa dove andare a cercare. In più, Vienna è priva di periferie in senso classico; le zone “suburbane” sono dei villaggi a sé stanti, autonomi e con una propria identità, in cui la delinquenza e il degrado quasi non esistono. Ogni quartiere ha la propria storia, ed è orgoglioso di essa. Tutto è umano, e la persona ha il palco d’onore. Ad esempio, il parco di Schoenbrunn è percorso per la maggior parte da persone che fanno jogging e da famiglie con i passeggini. Come tutti gli altri moltissimi parchi della città: qui è molto viva la cultura degli spazi aperti, e vedere nei pomeriggi di sole centinaia di persone camminare, correre o giocare al Prater o sulla Donauinsel contribuisce a creare un’atmosfera rilassata che non vedevo da un pezzo.

10102009356Per quanto riguarda la prima domanda, la risposta si lega a quanto detto fino ad ora: Vienna è una continua sorpresa. E’ una sorpresa quando la burocrazia di iscrizione si rivela molto rapida, e in poco tempo ti ritrovi immatricolato all’università di Vienna, la più antica del mondo tedesco (cosa che, lo ammetto, da’ una certa soddisfazione; anche perché vendono le felpe dell’università!). E’ una sorpresa quando gli impiegati dell’ufficio Erasmus, della segreteria studenti e persino delle banche sono gentilissimi e disponibilissimi ad ogni esigenza, nonostante ciò che ti avevano detto prima della partenza. Ma è una sorpresa anche che ad ogni suo angolo, in ogni suo scorcio ai grandi monumenti si affiancano momenti di vita quotidiana che rivelano una molteplicità che non ti aspetti. Si tratta di una grande capitale europea, a pieno titolo; abbondano i ristoranti etnici, e l’inglese è parlato correntemente. Anche troppo: a miei ripetuti tentativi di parlare tedesco, il mio interlocutore mi risponde regolarmente in inglese. Perfetto, per carità. Però non aiuta molto la mia autostima.

Vienna è una grande capitale anche per l’offerta di attività. Le scelte sono moltissime, e (quasi) tutte di altissimo livello. 08102009353E quello che colpisce di più, è che si respira un rapporto con la cultura diverso da quello a cui siamo abituati noi: essa è viva, moderna, affrontata senza timori reverenziali. Un esempio su tutti: il primo sabato di ottobre si è tenuta la Lunga Notte dei Musei, un evento in cui tutti i musei della città rimangono aperti fino all’una di notte, e sono tutti visitabili con un unico biglietto da 11 euro. A parte l’enorme massa di gente che vi ha partecipato, la cosa che mi ha colpito è il fatto che i musei siano considerati dei luoghi di ritrovo: ci sono bar, discoteche e locali, cosicchè la cultura non è qualcosa di morto, ma diventa parte dell’identità del popolo. Identità che si riconosce in un passato glorioso, in cui a Vienna si decidevano i destini del mondo, e che ora si sente soffocata come capitale di un piccolo Stato alpino in cui, in fondo, non si riconosce. Ogni angolo di strada richiama gli Asburgo, e si respira un certo senso di nostalgia per l’epoca d’oro perduta. Ma questo, appunto, non porta Vienna a piegarsi su sé stessa e addormentarsi, ma al contrario, la spinge ad aprirsi al mondo, per riacquistare quella grandezza. Vienna è una vera capitale europea, più ancora di Parigi o Londra: esse lo sono per forza di cose, ma in ogni caso la loro identità è prima inglese o francese, e poi europea. Invece, Vienna compie il salto; vive e si muove prima di tutto a livello europeo, perché solo a quel livello si sente a proprio agio. Così, la nostalgia, da punto di debolezza e rimpianto per il passato, è diventata punto di forza e di spinta verso il futuro.Il valzer, inno di Vienna, risuona di alcuni accordi blues. E la melodia che ne esce è da applausi.

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

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