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Ah les italiens… Sono venuto di persona, e nel cuore della Francia, per capire che cosa esprime questo rimprovero sospirato, tra l’impaziente e il divertito, che esce spesso dalla bocca dei francesi quando commentano le stravaganze del nostro paese.
I primi giorni a Parigi, in piena psicosi collettiva per i pericoli della influenza suina, mi sono ammalato di quella Sindrome Gaber, che quasi inevitabilmente colpisce l’italiano all’estero. «Noi italiani per gli altri siamo solo spaghetti e mandolini», e Gomorra e Berlusconi. Con gli occhi iniettati di questa certezza, patriota sciovinista come non mi sentivo dalla finale dei Mondiali, ho notato che di cinema e arte italiani si parla moltissimo, come del resto di politica&veline. Tuttavia, se il cugino della penisola viene a trovare la Francia in casa, le provoca grandi imbarazzi. La République cerca di ignorare gli eccessi di gridi e risate; previene ogni inconveniente spiegando molto dettagliatamente in italiano corrente ogni divieto o fatto spiacevole da evitare; tenta di calmare l’ospite tirando fuori dall’armadio tutti i regali che ha ricevuto da Oltralpe e lo fa gongolare tra Gioconda e Renzo Piano; prova comunque a fargli capire che dovrebbe andarsene il prima possibile evitando di usare la nostra lingua in qualunque didascalia o annuncio che possa essere utile a renderlo meno impacciato al museo o nella metro!

Questa prima impressione, è lentamente sfumata insieme ai sintomi della mia malattia gaberiana.
Primo, perché ho conosciuto un sacco di gente, comunque ben più di quel che pensavo, che apprezza davvero l’Italia, chi innamorato dello splendore rozzo di Roma, chi della finezza di Venezia o dalla mondanità di Milano. Molti – anche grazie a un nonno italiano partito all’estero – parlano la nostra lingua e così hanno veramente accesso al nostro paese per la porta principale, e non attraverso il filtro di giornali e televisioni stranieri; che comunque, a quanto pare, non fanno molti danni. Forse anzi aiuterebbero anche noi a capire meglio che cosa succede tra i nostri confini.
Secondo, vivendo a contatto con la Francia di tutti i giorni, ci si accorge che non è tutta grandeur quel che luccica. Molti sono gli avvistamenti di boeuf francese, anche se normalmente vive chiuso in casa, si ammazza di fatica a tifare Équipe de France davanti alla televisione e trova sollievo in una birra fresca e qualche mugugno senza erre. Un Homer in salsa francese. Sua moglie Lucille, intanto, disinfetta la casa con litri di Amuchina: oggi tutti sembrano aver dimenticato la temibile grippe A, il virus mortale H1N1; ma solo fino a due settimane fa la televisione mandava a ripetizione un spot (“les gests de chacun font la santé de tous”) che oltre a entrarmi irrimediabilmente in testa, ha fatto la fortuna di quei maledetti gel disinfettanti. Gli affari per la ditta che li produce vanno benissimo, perché ormai il prodotto è entrato nelle abitudini dei consumatori! Che tristezza, poi gli emotivi saremmo noi… “Bastien, dammi una mano a buttare la spazzatura”: non è raro vedere mobili e materassi sui marciapiedi, la signora dove abito di raccolta differenziata non ha mai sentito parlare. Quello della burocrazia è un altro capitolo, e qui a farne le spese son soprattutto gli stranieri. Iscrizione amministrativa all’università, abbonamento della metro, allacciamento internet, conto in banca da aprire e casa da trovare. Per avere i primi serve il conto, per aprire il conto è indispensabile un tetto, per avere una casa servono solide garanzie finanziarie: cioè un conto in banca francese. Ah! Per la matematica il sistema è irresolubile, per uno studente in Erasmus no. Soluzioni a pagina 17 di questo numero. Ognuno di questi passaggi implica ovviamente code agli sportelli, “non ce ne occupiamo noi, si rivolga al piano di sopra”, “manca un documento”, “l’ufficio è chiuso rispondiamo solo via mail” eccetera eccetera. Corri, presto, chiude l’uffico! Passo col rosso al semaforo per i pedoni, dietro una colonna di francesi incravattati, e sento, da dietro, la voce dell’unica francese che si è fermata allo stop: “Ah, les italiens… ils passent toujours avec le rouge…”. Ah, i pregiudizi. L’altra sera ho conosciuto un’americana in partenza per l’Italia che mi ha detto: ho un po’ di paura per la mafia.

Insomma, cari miei, in sostanza sono uguali a noi. Solo che in generale mi sembrano molto meno divertiti, un po’ ingabbiati dal dovere di essere superiori, faro di civiltà anche in fila al supermercato. La grande e vera differenza resta comunque l’abilità di questo popolo vedere nella sua Storia un progetto, una strada da seguire, condivisa anche se in forme diverse dal Presidente come dal panettiere. Noi invece ce ne freghiamo, forse abbiamo veramente capito che il mondo è un teatrino [Gaber] e che passare il tempo a credersela non serve a niente; o forse facciamo di tutto per dimenticare Garibaldi e siamo un po’ rimasti al Medioevo dei Comuni, localisti e felici.
La missione dell’italiano all’estero resta ardua. Rispondere tutti i giorni a domande sull’incomprensibile politica italiana richiede energia e nervi saldi. Parlare gesticolando sotto gli sguardi divertiti degli stranieri (per la prima volta nella mia vita mi sono reso conto che anche io, e solo noi italiani, facciamo il “gesto del carciofo”!). Magari però qualcuno, conoscendoci, imparerà che gli italiani saranno pure ritardatari, urlatori, volgari e berlusconiani, ma restano comunque tra i popoli più felici del mondo! Ah les italiens… Sono venuto di persona, e nel cuore della Francia, per capire che cosa esprime questo rimprovero sospirato che esce spesso dalla bocca dei francesi quando parlano di noi. Nonostante tutto, un pizzico d’ammirazione e d’invidia.

Francesco Marchesano
francesco.marchesano@sconfinare.net

21092009251Ci sarebbero molte cose da scrivere, parlando di un Erasmus. Anche se esso è iniziato da appena tre settimane un mese; ma si sa, il periodo iniziale è sempre quello più ricco di impressioni e emozioni. Potrei fare i soliti panegirici sull’università estera, sulla sua organizzazione, e ad esempio sugli ottimi mezzi pubblici; ma sarebbe un po’ ripetitivo, e non avrebbe molta utilità per nessuno. Ma come si presenta, invece, Vienna ad uno studente straniero? E soprattutto, è una scelta che rifarei?

La risposta alla seconda domanda è abbastanza semplice: sì. Giorno dopo giorno, sono sempre più convinto che questa sia la città che rispecchia di più il mio carattere. Ho trovato una città che si muove al mio stesso ritmo, e questo è importantissimo. Per dire, scordatevi il traffico caotico di Roma, ma anche la metropoli tentacolare londinese, o le infinite banlieues francesi: a Vienna tutto si muove al ritmo di un grande villaggio, piuttosto che di una città, senza che per questo risulti noiosa o provinciale. Anzi, è molto vivace, se si sa dove andare a cercare. In più, Vienna è priva di periferie in senso classico; le zone “suburbane” sono dei villaggi a sé stanti, autonomi e con una propria identità, in cui la delinquenza e il degrado quasi non esistono. Ogni quartiere ha la propria storia, ed è orgoglioso di essa. Tutto è umano, e la persona ha il palco d’onore. Ad esempio, il parco di Schoenbrunn è percorso per la maggior parte da persone che fanno jogging e da famiglie con i passeggini. Come tutti gli altri moltissimi parchi della città: qui è molto viva la cultura degli spazi aperti, e vedere nei pomeriggi di sole centinaia di persone camminare, correre o giocare al Prater o sulla Donauinsel contribuisce a creare un’atmosfera rilassata che non vedevo da un pezzo.

10102009356Per quanto riguarda la prima domanda, la risposta si lega a quanto detto fino ad ora: Vienna è una continua sorpresa. E’ una sorpresa quando la burocrazia di iscrizione si rivela molto rapida, e in poco tempo ti ritrovi immatricolato all’università di Vienna, la più antica del mondo tedesco (cosa che, lo ammetto, da’ una certa soddisfazione; anche perché vendono le felpe dell’università!). E’ una sorpresa quando gli impiegati dell’ufficio Erasmus, della segreteria studenti e persino delle banche sono gentilissimi e disponibilissimi ad ogni esigenza, nonostante ciò che ti avevano detto prima della partenza. Ma è una sorpresa anche che ad ogni suo angolo, in ogni suo scorcio ai grandi monumenti si affiancano momenti di vita quotidiana che rivelano una molteplicità che non ti aspetti. Si tratta di una grande capitale europea, a pieno titolo; abbondano i ristoranti etnici, e l’inglese è parlato correntemente. Anche troppo: a miei ripetuti tentativi di parlare tedesco, il mio interlocutore mi risponde regolarmente in inglese. Perfetto, per carità. Però non aiuta molto la mia autostima.

Vienna è una grande capitale anche per l’offerta di attività. Le scelte sono moltissime, e (quasi) tutte di altissimo livello. 08102009353E quello che colpisce di più, è che si respira un rapporto con la cultura diverso da quello a cui siamo abituati noi: essa è viva, moderna, affrontata senza timori reverenziali. Un esempio su tutti: il primo sabato di ottobre si è tenuta la Lunga Notte dei Musei, un evento in cui tutti i musei della città rimangono aperti fino all’una di notte, e sono tutti visitabili con un unico biglietto da 11 euro. A parte l’enorme massa di gente che vi ha partecipato, la cosa che mi ha colpito è il fatto che i musei siano considerati dei luoghi di ritrovo: ci sono bar, discoteche e locali, cosicchè la cultura non è qualcosa di morto, ma diventa parte dell’identità del popolo. Identità che si riconosce in un passato glorioso, in cui a Vienna si decidevano i destini del mondo, e che ora si sente soffocata come capitale di un piccolo Stato alpino in cui, in fondo, non si riconosce. Ogni angolo di strada richiama gli Asburgo, e si respira un certo senso di nostalgia per l’epoca d’oro perduta. Ma questo, appunto, non porta Vienna a piegarsi su sé stessa e addormentarsi, ma al contrario, la spinge ad aprirsi al mondo, per riacquistare quella grandezza. Vienna è una vera capitale europea, più ancora di Parigi o Londra: esse lo sono per forza di cose, ma in ogni caso la loro identità è prima inglese o francese, e poi europea. Invece, Vienna compie il salto; vive e si muove prima di tutto a livello europeo, perché solo a quel livello si sente a proprio agio. Così, la nostalgia, da punto di debolezza e rimpianto per il passato, è diventata punto di forza e di spinta verso il futuro.Il valzer, inno di Vienna, risuona di alcuni accordi blues. E la melodia che ne esce è da applausi.

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

Ti dicono che loro credono nell’Europa. Che per loro è il futuro, l’unica via percorribile. Che è importante studiare all’estero, creare una mentalità comune. E allora, tu ti fai convincere: andiamo in Erasmus, ci accoglieranno a braccia aperte! Poi, apri gli occhi: burocrazia interminabile, documenti che non ci sono, o che cambiano durante il periodo delle iscrizioni, moduli fantasma, problemi con il sito internet. Per non parlare degli esami: non sappiamo quali saranno disponibili anche l’anno prossimo, non sappiamo che codice avranno, nonappiamononsappiamononsappiamo. “In ogni caso, non credo di poterle riconoscere l’esame. Sa, cosa mi dice che lei ha imparato veramente la materia? Insomma, mi capisca”. Professori, a parte qualche rara, felice eccezione, che non si fanno trovare, che non ti rispondono alle mail, che “sono in viaggio per ricerca, torneranno il 14” (quando tu il Learning Agreement lo devi assolutamente portare entro il 15). “Mi scusi, ma cerchi di capirmi: sa, gli impegni accademici …”. Per carità, tu puoi anche capire. Ma queste cose ti fanno passare la voglia di andarci, in Erasmus. Ma cosa resta di Bologna? Delle direttive europee? Degli ideali tanto sbandierati, dell’”Unione di popoli e culture diversi”? Solo belle parole, parrebbe. Basta vedere Loro. Loro ci credono nell’Europa. Per Loro è importante, Loro sono tutti europeisti. Però, aspettate un attimo: non vorrete chiederci di cedere sovranità? Non vorrete mica chiederci di essere concordi in politica estera? Va bene l’identità condivisa, ma parliamone. E poi, cercate di capire, c’è la crisi, dobbiamo prima di tutto guardare a noi stessi, alla salvaguardia della nostra economia. E, in mezzo a tutto ciò, la ciliegina sulla torta: le elezioni europee! Che grande esempio di democrazia, che bello dare a tutti i popoli europei dei loro rappresentanti, che discutano alla pari di problemi di tutti! Poi guardi bene, e trovi tra i candidati scelti da Loro per questo importantissimo e onorevolissimo compito principalmente Elefanti e Veline. Per carità, tu puoi anche sforzarti di capire. Però ti arrabbi lo stesso. Perché tu, a differenza di Loro, ci credi veramente nell’Europa.

Giovanni Collot
giovanni.collot@sconfinare.net

Non deve apprendere nessuna conoscenza con spirito servile. L’ha detto Platone.

Nel mio piccolo, io sarei dovuto andare a lezione di Arabo oggi. Però non l’ho fatto.

Mi chiamo Rodolfo e sono a Gorizia da cinque anni. Lo direi un periodo lunghetto, anche se un anno ho deciso di giocarmi il jolly Erasmus. Non mi sono ancora ambientato, ma fortunatamente la stabilità non è più una priorità. Da quando mi sono immatricolato per la prima volta sono cambiate così tante cose che ho rinunciato persino a tenerle a mente. Ora, per sapere quanti e quali esami mi mancano faccio affidamento sul mio libretto elettronico. E sbaglio sempre.

Il punto, comunque, non è questo. Se scrivo questo articolo, e so che finirà in “stile libero” e non in “università”, è proprio perché non voglio muovere critiche ad alcunché di concreto e di modificabile. Se scrivo parlo di me, ed è perché mi sembra con ciò di riuscire a sfogare un senso di frustrazione e d’umiliazione che spero non mio solamente.

Il punto è questo: non sono andato a lezione di Arabo. Avrei voluto andarci, sapete, ma semplicemente non l’ho fatto. Perché da un po’ di tempo, a mio vedere, qualcosa si è inceppato nel senso del grande meccanismo generale, qualcosa si è inceppato ed a volte mi pare che sia quasi un portato biologico, il rifiutare di comprendere perché degli esseri umani di ventitré anni, l’età più vitale, l’età più fertile in un certo senso, debbano essere costretti ad imparare.

“Imparare”, capite? Ancora. Quando concluderò la laurea specialistica, avrò studiato per diciotto anni della mia vita, se a Dio piacendo sarò in orario, senza essermi perso troppo e stringendo i denti, come tutti. Diciotto anni (so che in questo momento non ci credete e state contando. Però è così. Pazzesco, eh?). E cosa mi sarà rimasto? Probabilmente la mia sola capacità di leggere e scrivere (sulla terza, il “far di conto”, ho già i miei dubbi). Non credo d’essere particolarmente stupido. Però quello che resta di ogni libro, di ogni esame, è un sorso un fondo un residuo, un po’ di cenere, un “non lo so”. Quali sono le clausole dei trattati x e y? Non lo so. Chi si ricorda anche solo i princípi basilari della statistica? Io no di certo. Eppure quello fu l’esame che preparai meglio, sei mesi passati a sudar duro e punteggi pieni ad ogni parziale. Non ci fu nemmeno bisogno dell’orale, ottenni la piena assoluzione con lode sulla fiducia. Ed è come se non avessi mai aperto quei libri.

E allora, perché continuare? Onestamente, voglio dire.

A volte ho l’impressione che tutto ciò serva ad autoalimentare una struttura. La laurea è richiesta per trovare lavoro, teoricamente. E non sto parlando della laurea triennale, perché quella è lo scherzo più sadico ed inutile che questo sistema ha giocato alla mia generazione. Ogni laureato è prezioso alla società. E non solo in senso ideale. Per ogni laureato ci sono soldi, molti soldi: i soldi dei professori e dei segretari, certo; ma anche delle imprese delle pulizie; dei portinai; delle librerie e delle copisterie; dei padroni di casa; dei baristi; dei locali; anche delle ferrovie, a ben vedere. Avete mai preso un treno di pendolari? Siamo troppi. Viene da chiedersi se non siamo per caso tutti le consenzienti vittime di un’illusione collettiva, di una grande mistificazione, di una presa in giro. Malthus riderebbe di gusto.

Diranno che ciò che si acquisisce all’università, o nell’apprendimento in generale, è un modus vivendi. Ed abbiamo imparato benissimo, ed a velocità sconcertante, tutto ciò che occorre, giusto? Giusto. Abbiamo imparato a non avere ragione; a temere ogni esame o ritorsione minacciata, vera o presunta; abbiamo imparato mezzucci e gelosie; ad essere più svelti degli altri oppure ad imitarli; soprattutto abbiamo imparato ad appiattire la nostra stupenda vivacità intellettuale sulla spenta corda d’una cultura sempre identica a sé, che spicca solo per la sua autoreferenzialità.

E per questo era già sufficiente un liceo. Ci fossimo fermati lì, avremmo impiegato solo tredici anni. Invece ne bruceremo diciotto, e forse ancora non avremo appreso nulla della vita, e continueremo a sonnecchiare, eterni adolescenti nella nostra bella cameretta, ed Almalaurea ci proporrà nuovi master. Perché non si finisce mai di imparare.

Però insomma, eccoci qui. Ci piaccia oppure no. L’inerzia è una cosa meravigliosa. Al quinto anno, teoricamente l’ultimo, con degli esami che hanno il nome di quelli già sostenuti alla triennale, e spesso con i medesimi professori. Almeno nel mio caso.

Così torniamo al punto di partenza. Ed avrei voluto andarci a quel corso di Arabo. Sul serio. E’ un ottimo corso, l’insegnante è davvero fantastica, e mi pare un’opportunità da non perdere. Magari alla prossima lezione sarò presente. Però oggi non l’ho fatto.

Rodolfo Toè

Rodolfo.toe@sconfinare.net

A Cracovia non si vota. Qui, non votare è un po’ come farsi beffa della storia: solo sessant’anni fa, il “sistema” si era così ben organizzato che il totale dei voti bianchi o negativi e delle astensioni rappresentava sempre meno del 5%. Ma, questa volta, i cracoviani non eleggono. Leggono e basta. Sfogliano le Mani Sporche (2001-2007 così destra e sinistra si sono mangiate la II Repubblica, Barbacetto, Gomez e Travaglio, edizioni chiarelettere, dicembre 2007). Un malloppo di 930 pagine dettagliate, minuziose e attente per raccontare, fatto per fatto, gli ultimi 7 anni di politica all’italiana. Partendo dal 2001, da ‘Il ritorno del Cavaliere’ con al seguito un cumulo impressionante di carichi pendenti, nonché un intero capitolo di una sentenza denominato ‘I contatti tra Salvatore Riina e gli on.li Dell’Utri e Berlusconi’, quella con cui la Corte d’assise d’appello di Caltanissetta condanna 39 boss di Cosa nostra per la strage di via d’Amelio, l’eccidio che costò la vita a Paolo Borsellino. Mani e conversazioni sporche. A destra e a sinistra. Come quelle delle intercettazioni telefoniche, poco politically correct e molto scurrili, tra il pio Fassino e il falco Consorte, sul tema della scalata “rossa” alla Bnl. Fino ad arrivare, nella seconda parte, al 2006, al ritorno del Professore con le sue ‘promesse da marinaio’, con un illuminante capitolo denominato ‘Clemenza ed Ingiustizia’, dimostratosi, a posteriori, profetico per la caduta del governo sotto i colpi del partito-famiglia accas(t)ato a Ceppaloni.

Il libro è dedicato, tra le altre, alla memoria di Enzo Biagi. In una recente intervista ad Omnibus (del 10 aprile) il Presidente dell’editto bulgaro ha condannato, ancora una volta, l’uso criminoso dell’attività giornalistica fatto oggi da Travaglio e, ieri, da altri (tra cui Santoro e lo stesso Biagi), non scordandosi, subito dopo, di specchiarsi come l’editore più liberale della storia Repubblicana. A Cracovia, all’epoca della cosiddetta “Democrazia Popolare” le principali libertà, di stampa, di riunione e religiosa erano garantite per via costituzionale. Tuttavia nei paesi sovietici tra teoria e prassi, c’era una grande differenza: il Partito. Oggi un altro spettro, quello della censura “democratica”, s’aggira per l’Italia. Per quanto ancora noi italiani ci specchieremo nella nostra immagine di democrazia? Per quanto saremo allodole, popolo della (presunta) libertà?

Davide Lessi

In questa rubrica finora avete letto ciò che si vive durante un anno di Erasmus, io vorrei parlare di ciò che avviene dopo, ovvero il ritorno. Dopo alcuni mesi vissuti lontano dall’Italia, ci si inizia a calare realmente nella vita del paese dove si è ospiti, specie se avete la fortuna di essere a Madrid, come nel mio caso. Il calore delle persone vi ha contagiato, riuscite a cogliere i diversi aspetti della vita quotidiana, i vostri occhi sono abituati ai mille colori di una città vivissima, giovane, aperta al mondo. Il momento in cui si prende davvero coscienza di sentirsi cittadini di una nuova città è speciale, io ho avuto la fortuna di poterlo assaporare. E’ per questo che, dopo dieci mesi, il momento di rientrare in Italia arriva quasi improvviso, non voluto; per me è stato un momento surreale, non mi sembrava di tornare a casa, semmai il contrario. E’ difficile operare una cesura così netta nella propria vita, specie se il proprio futuro lo si vede nella nuova città. Il ritorno è un viaggio dentro sé stessi; nel tragitto verso l’aeroporto fino all’atterraggio in Italia si ripercorre la propria vita. Si rivivono gli attimi più intensi di questa esperienza e si pensa a ciò che c’era prima di essa. Lo stare lontani, in una realtà totalmente avulsa da quella in cui si è cresciuti e si ha vissuto, spalanca gli occhi. Non si può non rivedere i propri rapporti, non si può semplicemente calarsi nuovamente nelle vecchie abitudini. Tornare a Trieste d’estate può essere anche piacevole; nei giorni seguenti il rientro si rivedono vecchi amici, si riallacciano relazioni, ma si vive quasi come dei turisti. L’estate è periodo di vacanza, di viaggi e passa rapidamente. Ma arriva il momento in cui bisogna tornare alla realtà goriziana. Per me è stato ed è tuttora un trauma, il clima che si respira è differente. Non è solo il fatto di non essere più in Erasmus, è tutto l’ambiente che vi circonda che differisce. Incontrando gli studenti per i corridoi della nostra università le facce sono tese, incontrare tre volti sorridenti consecutivamente è appare un’ impresa. C’è chi conosce già tutti gli orari delle lezioni, dei ricevimenti dei professori; c’è chi sta pensando alla tesi; e c’è chi invece ancora si chiede che ci fa qui dopo due anni. Io sto ancora vivendo Gorizia da osservatore esterno, ed è una sensazione strana. All’ infuori dell’università c’è poco o niente; chi può nel fine settimana torna a casa. Ma perché torniamo a casa, e non restiamo con le persone con le quali trascorriamo buona parte del nostro tempo? La casa non è forse il luogo dove ci sentiamo a nostro agio, liberi, con le persone care attorno a noi? Perché non ci sentiamo a casa a Gorizia? Il grigiore che si respira nella città oltrepassa le pareti della nostra facoltà; i rapporti sono freddi, quasi di lavoro. Una facoltà come la nostra dovrebbe rendere più aperte le persone, renderle più permeabili a ciò che le circonda; ma mi pare che non sia così. Siamo tutti presi dai corsi, dalla frequenza, dagli esami, dalla tesi, che non facciamo caso a ciò che accade al nostro lato. Sembra un discorso surreale, ma tornando da un Erasmus è impossibile non notare l’assenza di colore nella nostra università e nella nostra città. Il colore fa riferimento ai sensi, trascende i semplici dati, le semplici nozioni, i rapporti di facciata. Il grigio che ci attornia non permette di assaporare la vita; che secondo me non è fatta solo di una laurea ottenuta a giugno, di un’ambasciata nel nostro futuro. E’ fatta di sensazioni, d’emozioni, di un vissuto che ci arricchisce giorno per giorno, qualcosa che traiamo da chi ci sta di fronte. E’ per questo che sarebbe un bene poterci muovere tutti, per allargare i nostri orizzonti, per capire che non è tutto in via d’Alviano, per tornare con una veduta differente, con un sorriso. L’ Erasmus è un’esperienza che va vissuta, assaporata; non è semplicemente un susseguirsi di feste, per me è un cogliere degli aspetti della vita, che ci permettono di cambiare, di aprirci, di farci essere delle persone migliori. Ma credo anche che dobbiamo riuscire a far entrare il colore tra noi, all’interno delle mura universitarie e al di fuori di esse, per sentirci più a casa, per vivere meglio. Tutti.

Francesco La Pia

 

Ormai siamo agli sgoccioli, tra 37 giorni il mio periodo Erasmus sarà finito, quindi devo approfittarne per fare tutto il possibile nel poco tempo che mi rimane…

Facendo un bilancio. devo dire che l’esperienza è stata indubbiamente positiva, ho imparato a conoscere meglio una realtà che, seppur così vicina all’Italia, se ne differenzia.

Prima di tutto, parliamo della gente: non è facile stringere dei rapporti con i cittadini austriaci e sono loro i primi ad ammetterlo; una spiegazione fornitami da un indigeno descrive tra le cause la difficoltà che si ha nell’affrontare lo straniero con una lingua che non è la propria,ovvero il tedesco…eh, già, perché qui in Austria si parla austriaco con l’uso di parole spesso completamente diverse e molte espressioni tipiche; e così i classici Kartoffel e Tomate diventano Erdapfel e Paradeiser. E ce se ne rende conto già quando si arriva, la gente si rivolge a te lungo la strada e tu non capisci niente, nonostante 5 anni di tedesco e tanta buona volontà.

Anche l’organizzazione universitaria cambia: somma pagata per l’iscrizione e tasse uguali per tutti indipendentemente dalla facoltà, numero aperto e 5-6 tipi diversi di corsi:dalla classica lezione frontale al seminario, passando per esercitazioni, proseminari e chi più ne ha più ne metta…con tanto di tamburellare con le nocche sul banco alla fine della lezione in segno di approvazione (?!?) . E dimenticatevi le lunghe file ad aspettare l’arrivo del prof per l’esame orale: ognuno sa a che ora si deve presentare perché si va per appuntamento. Tutto organizzato, dunque, forse troppo.

Vienna appare nelle sue molteplici forme, con i suoi palazzi beige e bianchi e tanta storia da raccontare. Con la cultura dei teatri ogni giorno pieni e delle Cafehaus, ma anche con la vita notturna piena di sorprese. Con la sua rete di mezzi pubblici attiva sempre, vista la presenza di autobus notturni nel periodo non coperto dal servizio normale. Con i piatti unici delle osterie e la birra che costa meno del caffè. Con la “festa” nazionale il 26 ottobre, una parata militare priva di entusiasmo e grida ma con un chiaro “no” alla guerra. Con le riunioni dell’Onu nei palazzi di vetro e cemento della cittadella e con il suo ruolo di “Centro dell’Europa” dopo l’allargamento a 10 nuovi Stati.

Insomma,una città da vivere e da scoprire: mi sono trovata benissimo qui, merito anche delle persone che ho incontrato lungo il cammino e delle esperienze fatte….ma porca miseria, almeno al bidet e alle tapparelle potevano pensarci,o no? Aufwiedersehen!

Lisa Cuccato

In data 15 marzo 2006 si sono svolte le elezioni dei rappresentanti degli studenti negli organi universitari e regionale per il biennio accademico 2006/2007. Dalla nostra piccola Gorizia siamo riusciti ad “imporre” ben tre rappresentanti su cinque per il Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche. Tre nomi, tre garanzie. Per GO Hussam Hussein, Valentina Collazzo e Beatrice Moda, della lista Studenti in movimento e per TS Luca Marsi e Xhomaqi Brikena, de Lista di sinistra.
Vista l’inclinazione femminile della nostra rubrica abbiamo deciso di intervistare l due giovani promesse della politica universitaria affinché ci illuminassero su alcune tematiche che le riguardano da vicino come rappresentanti e come donne.
Cosa vuol dire far parte del Consiglio di Facoltà? Da chi è composto?
Le nostre mitiche avranno l’onore di votare o presentare proposte durante le riunioni dell’organo, costituito da docenti ( ordinari, ricercatori, associati), rappresentanti degli studenti, rappresentanti dell’amministrazione. Inoltre gli stessi fanno parte anche del Consiglio degli Studenti, consultivo del Consiglio di Amministrazione.
MA ciò che l’uomo della strada vuole sapere è: che scopi si prefigge la lista?
First of all, la ricerca di una maggiore chiarezza comunicativa nelle spesso difficili relazioni tra Gorizia e Trieste. Secondly, partecipare attivamente alle trasformazioni chela riforma universitaria porterà al nostro corso di laurea, concentrandosi in particolare su alcune problematiche e incognite come : i fantomatici microcrediti( cosa sono? Ma soprattutto posso convertirli in punti dell’A&O?), la gestione del sito e di un eventuale sportello stage. E’ per questo che le due propongono la creazione di un regolamento universitario che nasca dalla collaborazione tra i referenti dei diversi ambiti gestionali. Finally, il coinvolgimento responsabile delle masse alle assemblee “d’Istituto” eventualmente divise per anno di studio, che –ricordiamolo- sono elemento fondamentale della democrazia.
Ma cosa le ha portate alla folle scelta di accollarsi questo andato biennale?
La scelta di Beatrice nasce nel lontano febbraio 2005, quando disordini prossimi a quelli  “du mars français 2006” si erano verificati in quel di Gorizia in seguito alla precaria situazione dovuta alla riforma universitraria. Ella, trovatasi impotente, decise di scavalcare le barricate e immolarsi per la giusta causa.
Valentina, si autodescrive invece come maniaca dell’attivismo gestionale, tuttavia ( chi la conosce lo sa) la sua adesione deriva anche dal suo incontro/scontro con la fumosa burocrazia universitaria per il trasferimento da un altro ateneo.
Al di là delle motivazioni una piattaforma di ideali e speranze comuni unisce le due ragazze.
Tema scottante di queste settimane è l’assegnazione delle borse erasmus. Che cosa capiterà mai se una di queste viene assegnata a un rappresentante?
Obbligo immediato è dare le dimissioni dalla carica ed essere sostituiti ma le ragazze evidenziano come l’importante sia mantenere una linea di continuità di idee ma non necessariamente di persone.
La situazione universitaria di netta prevalenza femminile ci spinge a chiedere un parere sul ruolo delle donne in politica.
Secondo Beatrice la SID-formation ci porta a lavorare all’estero, dove il ruolo delle donne è meno marginale, e quindi il problema si può porre in termini di carriera diplomatica, dominata a tutt’oggi dall’universo maschile. A detta di Valentina, il sesso non dovrebbe essere una discriminante, poiché ciò che conta sono capacità e creatività.
La domanda cruciale arriva puntuale a fine intervista: a quando la festa d’investitura( e specialmente di ringraziamento ai votanti)?
La certezza è che si farà, si parla di fine maggio con finanziamento dei partecipanti( che beffa!!), senza dubbio numerosi.
Lasciamo le due belle al loro lavoro… e in bocca al lupo a tutti!

Leonetta Pajer
Giulia Cragnolini

Intervista al sindaco Mirko Brulc

Il 16 Maggio 2006 c’è stata la proclamazione di Nova Gorica “città universitaria”; abbiamo intervistato il sindaco Mirko Brulc (ringraziamo per la traduzione Bojan Starec).

– Com’è strutturato il nuovo polo universitario di Nova Gorica?
A Nova Gorica sta sorgendo il quarto polo universitario sloveno, dove è possibile seguire i corsi di Megatronica, Diritto Europeo, Infermieristica, Scienze Sociali. Interessante è l’indirizzo di quest’ultimo corso, incentrato sulle dipendenze da vizi come i giochi d’azzardo.
–    Perché uno studente dovrebbe scegliere proprio Nova Gorica?
Fra i principali obiettivi che questa giunta si è prefissa c’è la creazione di una realtà accogliente per il mondo universitario: va letta in questo senso la nascita di un campus studentesco, di nuove strutture sportive e la promozione di numerosi eventi culturali. Inoltre forniamo agli studenti una guida completa della città, trasporti gratuiti, buoni pasto accettati nella maggior parte dei locali cittadini e la consulenza di un ufficio che fra i suoi compiti ha quello di indicare la possibilità di lavoro occasionale. Abbiamo molta fiducia in questo progetto, tant’è che crediamo che nel 2010 avremo almeno 4000 studenti.
–    Nova Gorica diverrà sede erasmus?
Si, lo è già. Il confine non esiste già da tempo nelle nostre teste, al punto che sono numerosi i docenti stranieri che insegnano nelle nostre aule, dalle elementari all’università, e da ben prima che la Slovenia entrasse nell’Unione Europa.
Mi auguro che in futuro si venga a creare una situazione di tolleranza tale che gli studenti possano scegliere la lingua con la quale sostenere gli esami, tra inglese, sloveno e italiano.
–    Si dice che buona parte dei finanziamenti per l’Università di Nova Gorica provenga dai Casinò. Qual è la sua posizione a riguardo?
Esiste un centro di raccolta fondi per l’Università. Buona parte dei finanziamenti proviene dal comune e da ditte private, fra cui anche la Hit. Il peso della Hit è notevole: finanzia infatti al 50%
il corso di Diritto Europeo e probabilmente sarà ancora più cospicuo il suo contributo al corso di scienze Sociali.
Credo sia positivo che parte dei guadagni dei casinò vengano riutilizzati per il bene della comunità.
–    È prossima la creazione di un nuovo centro di divertimenti; non crede che questi finanziamenti dei casinò possano essere interpretati come un tentativo di guadagnarsi il supporto di coloro che si oppongono alla nascita di questo nuovo centro?
Non c’è dietro nessun disegno del genere. Del resto solo il 10% di quest’area sarà destinato ai casinò. Non amo questo genere di divertimento, ma è la natura umana che ci spinge a cercarlo. Con questo progetto speriamo che il bacino di utenza sia di almeno 600 km, e puntiamo ad attirare turisti dall’America, dalla Russia e dalla Cina. Non si tratta dunque di un progetto locale: due snodi cruciali saranno il porto di Monfalcone e l’aeroporto di Ronchi. E’evidente che si richiederà la collaborazione italiana, portando anche alla creazione di nuovi posti di lavoro.
–    Come crede che la proclamazione di Nova Gorica città universitaria possa influenzare i rapporti tra le due Gorizie?
Sono contento dei rapporti molteplici che in questo modo vengono ad instaurarsi tra le due realtà. inoltre esiste già un rapporto di collaborazione con le università di Trieste ed Udine.Senza considerare che la nostra Università ha già aperto una sede a Venezia e un’altra a Gorizia.
–    Secondo lei c’è rischio che nasca una rivalità tra i due poli?In particolar modo non crede che per loro natura il corso di laurea di Diritto Europeo e quello di Scienze Internazionali Diplomatiche finiranno per confliggere?
Per quanto riguarda il SID credo che il suo indirizzo sia più generico di quello di Diritto Europeo, perciò non ci sarà concorrenza. Sicuramente uno dei nostri obiettivi è quello di diventare un polo di attrazione per gli studenti balcanici e dell’est europeo, anche per aiutare il processo di integrazione nell’UE di questi paesi. Del resto noi ospitiamo da tre anni un forum economico rivolto prevalentemente a queste realtà. Personalmente credo ci sia spazio per entrambi i poli universitari, e il mio desiderio è che si vengano a creare dei programmi comuni. Sono già avviate diverse iniziative di collaborazione, come quella del 23 Giugno, quando verrà una troupe di ballerini cubani in piazza Transalpina per una serata all’insegna dell’unione transfrontaliera.

Arianna Olivero
Andrea Luchetta
con la collaborazione di Bojan Starec

Parto all’avventura per il mio Erasmus quando in Italia è ancora estate e si può ancora andare tranquillamente in spiaggia.  Arrivo a Liegi (Belgio) e il mare me lo sono già scordato. Ad attendermi, infatti, ci sono circa dieci gradi di differenza, piove e c’è un vento quasi polare, ma soprattutto c’è lo scontro totale con una lingua per me quasi assolutamente nuova: il Francese.
Si dice che i primi giorni siano i più difficili; per me la regola non ha assolutamente fatto eccezione!! La prima settimana l’ho passata a cercare casa, anzi come direbbero i Liegini, un KOT (case pensate appositamente per studenti e articolate su più piani).  Non ho avuto subito fortuna ma con un po’ di sforzi e molte telefonate sono riuscito a “sistemarmi” e ho pensato (forse un po’ ottimisticamente) che il peggio fosse passato.  Ovviamente mi sbagliavo e mi sono trovato di fronte ad un ostacolo assolutamente insormontabile in quel momento: l’iscrizione all’università.  Iscriversi all’università non è mai molto semplice ma oltre ai soliti problemi con la lingua sono subentrati anche degli altri inattesi problemi con la burocrazia: non solo avevo dimenticato di compilare parte della modulistica, ma non risultavo affatto iscritto…  Sono stati giorni terribili: non capivo assolutamente nulla, non conoscevo quasi nessuno, mi mancava l’Italia, litigavo per ore al telefono con le varie segreterie e forse non sarei neanche riuscito ad iscrivermi all’Università…  Ero distrutto!!
Poi le cose si sono sistemate, il kot si è popolata di un sacco di persone diverse e molto interessanti (spagnoli, tedeschi e ovviamente tanti italiani), ho iniziato a capire la lingua e per fortuna sono riuscito ad iscrivermi a tutti i corsi.
Dopo tutte queste peripezie, quando mi sono veramente sistemato (senza le virgolette questa volta) i mesi sono volati via.  Ho avuto il tempo di pensare, di viaggiare di conoscere, di confrontarmi, di studiare e anche (perché no?) di fare un po’ di festa.
Con gli amici (sia quelli che ho conosciuto là, sia quelli che sono venuti a trovarmi) ho visitato mezzo Belgio, ho provato un’infinità di birre (se per caso capitate dalle parti del Belgio non potete perdervele!!), e quanto ormai la mia avventura stava per terminare, ho anche incontrato Romano Prodi a Bruxelles.
Ci sarebbero ancora un’infinità di aneddoti e di situazioni (diciamo particolari), da raccontare, ma preferisco lasciarvi scoprire da soli le mille sorprese che un Erasmus può riservare.
Quindi voglio augurare a tutti i novelli vincitori delle borse un grande “in bocca al lupo”, per uno scambio il più divertente possibile (magari meno “complicato” del mio).

Marco Brandolin

Flickr Photos

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