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I dischi sofferti e difficili da capire sono i migliori. Un’opera d’arte che si rivela immediatamente è noiosa. Non resta. Come ogni cosa, un disco può essere amato sul serio solo se ci si sente a poco poco avvinti ad esso, quasi morbosamente. E diventa come una droga. All’inizio non lo si riesce ad ascoltare, però avvertiamo un certo suo chiamarci irresistibilmente. Continuiamo, con nostra meraviglia, a tendere l’orecchio. Quando riusciamo finalmente a sentire, allora la ricompensa è enorme.

Al mondo ci sono montagne di dischi buoni, palate di dischi ottimi. Pochissimi hanno però il coraggio di essere veramente ambiziosi. E l’ambizione, in arte, è tutto: perché la creazione è l’atto con cui l’uomo si fa divino, ricommette il peccato originale, mescola bene e male a suo piacimento, spesso confondendoli. 17 RE è il migliore disco nella storia del rock italiano, senza discussioni. Perché è il più ambizioso. 17 RE è degno della febbre d’un dio – è un disco folle, tremendo, capace nell’arco di pochissimi accordi d’innalzare un inno religioso dal fango. Cosa che nella storia è riuscita a pochi, forse soltanto a un Dostoevskji. 17 RE è un disperato, accorato atto d’amore per l’uomo, per l’umanità – un amore puro e senza compromessi, dolce quanto crudele.

Ogni brano del disco meriterebbe, qui, di essere raccontato. “Café, Mexcal e Rosita”
è una canzone d’amore volutamente ossessiva, perversa. Solo nella distruzione e nell’umiliazione dell’oggetto del proprio desiderio si ama, si possiede davvero. Ognuno uccide il suo amore: solo i più sensuali usano il coltello. Pelù è una bestia, la sua voce è un pulsare di versi gutturali, istintivi, sta prima della ragione. E’ per questo che i testi, seppur a tratti geniali, significano poco o nulla. Si limitano ad essere evocativi, comunicano per via empatica, non razionale: è un ottimo esempio di questo il mantra sciamanico di “Gira nel mio Cerchio”, la rabbia di “Cane” o di “Ferito”.

Sospeso tra febbre e rinascita, il capolavoro del disco è “Pierrot e la Luna”, un crescendo che sembra spaziare verso l’infinito, per un istante di più completo fondersi con il tutto, per esserci / non mancar più. Ogni cosa è finalmente riconciliata nell’oblio di sé, si riscatta in un’armonia superiore, indifferente ed eterna. La notte si fonde in un crescendo finale di luce, si commuove chi per un attimo riesce a guardarsi innocente e perfetto, di nuovo bambino nonostante tutto sia così rovinato in questo nostro mondo così carnale e volgare, ma qui non siamo più sulla terra, siamo sulla luna e da qui tutto appare sereno ed immacolato. Prestami la tua penna, Pierrot, fammi scrivere la quiete alla luce della tua luna. Come un frammento che cade lontano, raggiungere quell’ultimo annullamento cantato anche in “Resta” e “Re del Silenzio”. “Pierrot e la Luna” è una canzone per l’innocenza, il folle volo di voler conoscere, di tentare, pura gioia, nirvana. Non c’è nulla che non si possa prendere con le mani e fare nostro. Non c’è nulla che sia davvero distante da noi, se sapremo esserne all’altezza. E’ una sensazione che riempie, estatica, molte canzoni del disco: “Come un Dio”, “Febbre”, “Apapaia”, “Univers”, “Ballata”. E’ questa la chiave di lettura più completa di 17 RE, un disco sempre alla prima persona singolare, l’Unico Io: in 17 RE l’Io si afferma in tutta la sua straordinaria, meravigliosa purezza e non c’è spazio per nulla che sia diverso da me, perché in me ed in me soltanto si deve riflettere ogni cosa creata.

I Litfiba, in queste sedici canzoni, sono Classici: sono Latini, sono Greci. Illuminano millenni di cultura mediterranea in un solo disco. Non esistono, tra quelli che mi sia mai capitato di ascoltare, dischi che rifulgano di altrettanta ambizione. Gli stessi Litfiba la tradiranno, diventeranno qualcosa di ridicolo e di patetico rispetto alla bellezza della loro promessa iniziale. Ma in questo preciso momento, un attimo prima della loro decadenza, confusi dalle droghe, ridotti in pezzi, riescono a creare l’immagine di un uomo perfettamente in equilibrio col creato – microcosmo e macrocosmo si uniscono ed il risultato è l’Arte e con essa, in una parola sola, la libertà. L’Io è una cosa sola con ciò che gli sta attorno, lo possiede tanto nel bene che nel male. E’ forte, affilato, leggero. E danza.

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La meta in questione è Udine. Terra al centro del Friuli Venezia Giulia, che collega il Veneto con la Slovenia passando per Gorizia, i Pordenonesi con i Triestini e riesce a non amare, e non essere amata da nessuna di questi ultimi. Udine, la città della Gladio. Neglie docet.

Per tutti coloro che non avessero voglia di accettare con asettica ironia ciò che segue e precede, sconsiglio il proseguimento.

Udine è terra a sé stante. Capisco la naturale ed automatica spinta ad inserirla nel panorama friulano, se non altro per ragioni socio-politiche. Ma l’udinese no. Non vuole essere inserito da nessuna parte. Lui se ne sta bene per gli affari suoi, negli affari suoi. E se puoi non farteli, bè, lui ne è contento e sollevato. Preferirà piuttosto vedere la balla di fieno che ha nella stalla rotolare piano piano nel suo cortile o campo. Tanto per capire in che termini uso “friulano”, sia limpido che Udine è la capitale del Friuli e tralasciamo che siamo una regione eterogeneamente composta. Rileggi bene: Udine capitale del Friuli. Non capoluogo, non capoluogo di regione. CAPITALE. Anche perché l’omogeneità, il friulano, non la vuole. Non sa cosa farsene. È importante che tu non sia di colore e che non professi religioni strane. Lui lavora e deve lavorare, quando ha finito può finalmente andare in osteria e ordinare un “tai”. Ben che vada, tornerà a casa e urlerà alla moglie “Femine! Dulà isal di mangjà?!”. Dico “Ben che vada” perché non è detto che riuscirà a pronunciare queste parole senza mangiarsele. Sapete com’è, il vino è nemico dell’uomo e chi scappa davanti al nemico è un codardo. Questo un friulano lo sa bene.

Immediato il parallelo Udine-Gorizia. Ora, sappiamo che il FVG è un bacino particolarmente piovoso: il cosiddetto “pisc*atoio d’Italia”, se non mi fossi spiegato a dovere. Ma anche un udinese dovrà riconoscere che Gorizia è più grigia e piovosa di Udine. Già lo noti quando parti da Udine alle 8 del mattino con tanto di occhiali da sole ed a metà tragitto ti chiedi se il sole a Udine ci fosse davvero. Praticamente arrivi verso Cormons (quello che per i non-friulani è Còrmons) e ti sembra di tornare nei film degli anni ’50. Tutto in bianco e nero.

Arrivi e chi incontri? I Goriziani! Che, poi, li capisco: passare 5 mesi all’anno (sì dai, da ottobre a marzo) in queste condizioni climatiche non è facile. Poco fortunati però: se vanno a Udine sono Bisiachi o Slavi (non Sloveni, Slavi!), se vanno a Trieste sono “furlani”. E tutto il resto d’Italia non sa se risiedono in Italia o in Slovenia.

Poi ci sono i Pordenonesi che per un friulano vero, quello che abita a Udine o nella campagna circostante, è un veneto. Parlano un dialetto diverso, qualcosa di poco udinese e soprattutto non lo chiamano “tai” ma “ombra”. E a Udine l’ombra è quella che proiettano gli oggetti esposti al sole. Quando c’è.

Soprattutto il loro è un dialetto, non una lingua come il Friulano. Provaci, tu, a dire a un Friulano che la sua lingua non è una lingua. Ma in fin dei conti c’ha pure ragione, il Friulano è una lingua così come il Ligure, il Lombardo o il Sardo, come da tutela delle minoranze espressamente citata dalla nostra Costituzione.

Ma l’udinese ha anche un suo dialetto oltre al Friulano. Eh si amici, è il dialetto udinese: un misto tra friulano e veneto, parlato solo dai veri signori udinesi, i quali lo sfoggiano all’occorrenza (tipicamente in bar o a qualche banchetto) per fare i contadini evoluti, quelli che non parlano il rozzo friulano. Perché non dovete credere che l’udinese sia un contadino! No, il Friuli sarà anche una regione di umili origini, ma l’udinese non deriva da tutto ciò. Lui è nobile, aristocratico, non ha le unghie sporche di terra. Adora mangiare il frico, la polenta, il San Daniele e bersi 12-13 tagli di Cabernet ma se è un vero udinese non vi parlerà friulano! Solo dialetto udinese per lui, ed è cosa rara.

I Triestini!!! Come dimenticarsi della guerra archetipica tra Udine e Trieste!? I motivi storici li conosciamo, i libri ce li illustrano a dovere. Ma anche i bambini oramai vengono cresciuti a pane, salame&odio_per_i_Triestini, dalle cui bocche spesso esce un certo melodioso grido “Un solo grido, un solo allarme, Trieste in fiamme, Trieste in fiamme”. Cosa dicano dall’altra parte non voglio saperlo.

Tanto per intenderci, se un bambino Friulano, e quindi di Udine&dintorni, fosse chiamato durante la lezione di geografia di seconda elementare a collocare Trieste sulla piantina geografica, lui chiederebbe spazio su quella slovena. Sia chiaro.

L’uomo friulano è peraltro un uomo molto orgoglioso, grandi principi morali e la famiglia è a lui sacra. Guai se gli citi la moglie o la madre, anche se lui è il primo a chiamare la prima “femine” ed a rispondere male alla seconda. Per spiegarmi meglio, il friulano vero (questa volta mi riferisco al friulano contadino che vive in camicia di flanella, non a quello aristocratico che vive in città), quando rincasa, se trova la moglie sul divano e non a preparargli la cena in cucina, penserà che la catena è troppo lunga.

Puoi andare anche a trovarlo, qualora avessi questa malaugurata idea, ma…: 1. Lui deve lavorare; 2. Magari ha altro da fare o a minuti deve uscire; 3. Se è domenica mattina potrebbe essere a messa, anche se passa 23/24 a condire le sue frasi con delle bestemmie, siano esse esclamative o per intercalare; 4. Stai attento a non presentarti ad orari prossimi a quelli di pasto, potrebbe vedersi costretto ad invitarti a restare a cena e il vero friulano non condivide questi momenti; 5. Tua madre, anche lei friulana, ti ha istruito a non disturbare in casa d’altri, dapprima che cominciasse ad allattarti. 6. Ce ne sarebbero altri, ma mi fermo per limiti di spazio.

Soprattutto, semmai dovessi incrociarlo per strada, distogli lo sguardo. Così non sarà costretto a salutarti.

Ma, al cospetto del friulano dell’hinterland che incarna alla perfezione le sembianze comportamentali e sociologiche di un orso, vi è il friulano udinese della Udine Bene, per i meglio detta anche “Udine Bien”. E il francese non lo sanno, ma fa figo dir così!

La Udine Bene non è di un bene qualsiasi, è di un bene speciale. Per questa casta però non vi sono particolari differenze rispetto a quelle delle altre città. Ma per la Udine Bene sono fondamentali delle tassative vacanze a Cortina e soprattutto almeno 3 settimane di villeggiatura a Lignano. Dove potrai recarti o nell’hotel a 5 stelle o nella casa di proprietà a due piani con piscina e pavimento riscaldato.

Cosa!? Starai mica pensando che il pavimento riscaldato non sia così necessario nella casa al mare? Queste sono tendenziose illazioni! Il pavimento riscaldato è fondamentale!

Pay attention please: IL mare è Lignano, non vice versa. Lignano è “Udine in mutande”.

Ad ogni serata devi come minimo spendere 30 euro in drink per te ed almeno 25 euro per gli amici. Non di più, perché anche l’udinese della Udine Bene è un gran taccagno.

Magari a casa usa le lampade ad olio o le candele perché l’ENEL gli ha interrotto l’erogazione della corrente dopo 6 mesi di mancato pagamento della bolletta, ma in garage ha il Cayenne. Turbo, ovviamente.

Cayenne che andrà rigorosamente sfoggiato, almeno una volta a settimana ed obbligatoriamente il sabato sera quando si scatena la movida udinese (quale?!), per il centro storico cittadino.

Altri nemici dell’udinese sono poi il friulano della bassa e quello carnico.

Per attribuire le appropriate definizioni di ciascuno è importante eleggere il soggetto di riferimento. Un po’ come la Veritas di Hobbes secondo Schmitt.

Se partiamo da quello della bassa la situazione è semplice. Il mare è Grado, non Lignano. A Lignano ci sono le discoteche, ci si va solo per la festa di Maturità, finito il liceo. Per chi ci va, al liceo, spesso i genitori della zona preferiscono per i loro figli un bell’istituto professionale: perdersi sui libri fa male e ti rovina gli occhi. Per il resto c’è Grado, servita dalle corriere della campagna a sud di Udine. A nord c’è Udine, la gente nobile, oltre ci sono la montagna, i montanari e l’ignoto. Sono quelli che puoi effettivamente definire “contadini”.

Il carnico invece è una specie a sé stante. Non puoi condividere esperienze con lui se non abiti almeno a 30 km a nord di Udine. Il carnico, finchè non gliel’ hanno fatto capire a colpi di no, voleva staccarsi dal FVG e creare una regione a sé, con capitale Tolmezzo. Si alza alle 8, spacca un po’ di legna, la mette nel camino e passa 12 ore in osteria con gli amici (quattro, gli amici sono quattro, non di più) a bere damigiane di rosso che, per dissimulare, versa ripetutamente in bicchierini piccoli, così può berne tanti, perché “tanto sono piccoli”. Il vero carnico, quello vero che abita nei paesini, ti saluta sempre. Solitamente vede 5 o 6 anime nel corso della giornata: se tu lo incontri nei suoi vialetti, ti osserverà per circa 3 o 4 minuti ma ti saluterà, quasi con entusiasmo. A Udine sono “Citadins”, da Udine in giù sono “Terons!”

Grande diatriba udinese-carnico: l’udinese è solito definire “carnici” quelli di Tarvisio. ALT! Tarvisio è in Val Canale, non in Carnia. Non offenderlo! (soprattutto, non offendere i Tarvisiani!! Quelli bevono ancora di più!).

Ma il friulano non finisce qui! Da ottobre a marzo, è sempre tempo di “Brovade muset”! Il piatto dovrebbe essere consumato a capodanno, la tradizione lo impone e il friulano la rispetta. Anzi. La “brovada” è una rapa bianca grattugiata dopo averla macerata nella vinaccia per 40 giorni, da mangiare anche cruda. Ma guai a te se confondi il comune cotechino con l’autoctono musetto: il musetto si chiama così perché vengono adoperate parti del muso del maiale. Musetto non è cotechino e se vieni in Friuli devi saperlo.

Il friulano, non l’udinese, che si rispetti vive in camicia di flanella e pantalone di velluto. Lavora sempre e comunque ma l’estate è il suo momento migliore, quando si schiude come i boccioli di un geranio in primavera: sagre, sagre e ancora sagre che dominano estate ed autunno. Il paese scende e si spartisce i compiti, ognuno dietro il bancone o la cassa di turno. I più fortunati, ovviamente, sono quelli al gabbiotto di vino e birra. Gli altri dovranno aspettare la chiusura della serata di sagra per ubriacarsi. Quello col vocione più forte va alla pesca di beneficenza (3 biglietti 6 euro, ma è conveniente!!) e romperà i…timpani per tutta la sera. E la soddisfazione più grande sarà poter dire, a sagra conclusa, “abbiamo avuto più gente del paese a fianco”.

A settembre il gran finale: dai paesi si parte in massa e si va in città, si può finalmente assaggiare un po’ d’aria della metropoli, UDINE. Signore e signori, vi accorrono da ogni dove: è tempo di FRIULI DOC! Mai festa migliore: incitati e autorizzati e bere per 3 giorni, fino a dimenticarsi l’alfabeto.

 

Perché il friulano è un po’ così…all’inizio ti guarda male, ma dopo il secondo bicchiere è una delle più simpatiche, generose e buone persone al mondo.

Friuli Venezia Giulia, ospiti di gente unica.

Fonte: Limes online

 

Qualche settimana fa Mosca si risvegliava sconvolta da due bombe. Alcune donne musulmane, “fidanzate di Allah”, hanno fatto tremare la terra e ucciso 39 persone. Inadatte (e indegne) alla resistenza armata contro il governo russo combattuta nei boschi montagnosi del Caucaso, sono loro che i mariti spingono fino al cuore della Federazione. La donna diventa ordigno e passa facilmente inosservata nella cultura russa, che non è abituata a vedere il femminile come una minaccia.

Il Caucaso è una zona tanto ricca culturalmente quanto martoriata da guerre e povertà. Dietro ogni versante di montagna si nasconde una minoranza etnica, in un mosaico intricatissimo. All’inizio della sua storia il comunismo sovietico prometteva ai popoli di Russia l’autodeterminazione negata da secoli di imperialismo zarista. Ben presto però Mosca si accorse che ogni concessione alle “nazionalità” rappresentava un passo compiuto verso l’autodistruzione dell’URSS. In un clima di nazionalismi emergenti, ben pochi stavano ad ascoltare l’appello alla “Rivoluzione Mondiale”. Così nel corso dell’ultimo secolo è stata la forza a tentare di sovrapporre ad ogni particolarismo nazionale un unico modello di homo sovieticus capace di tenere insieme popoli diversissimi. Dalle migrazioni forzate di Stalin alla gestione ambigua di Gorbachev, nel mosaico caucasico si è consolidata una memoria storica fatta di scontri e oppressioni. Per non parlare della Russia democratica.

Putin sale sulla scena politica a cavallo del nuovo millennio come il risolutore dell’enigma caucasico. Porta un po’ d’ordine in una Russia rotta in mille pezzi, e lo fa con la violenza e la sospensione di ogni diritto per i ribelli caucasici. Le operazioni antiterroristiche si sono concluse solo l’anno scorso. Distrutta dalla guerra e isolata fra le montagne, per la regione al dramma storico si aggiunge una totale mancanza di prospettive di sviluppo. In certe regioni del Caucaso russo la disoccupazione raggiunge l’85 per cento. Il secondo pilastro della strategia putiniana è quindi quello di inviare fiumi di denaro (650 milioni di euro nel 2009) lasciandoli gestire, è il caso della Cecenia, ad un uomo forte, mafioso e a capo di milizie temibili, il leader paramilitare Ramzan Kadyrov.

La vita delle famiglie sospettate di collaborare con il terrorismo non è stata facile. Ci sono madri che hanno visto sparire tutti i loro figli, uno dopo l’altro. All’alba, un convoglio di auto blindate entra nel giardino sgommando, un gruppo di incappucciati totalmente anonimi entra armato in casa, rapisce un familiare e scompare. Nella disperazione di chi resta e che, quasi automaticamente, cade nelle braccia del terrorismo islamico indipendentista che infiamma in particolare le Repubbliche federate di Cabardino Balkaria, Ingushezia, Cecenia e Daghestan. Esprimere il proprio disagio mandando qualche donna a esplodere nella metropolitana di Mosca non è troppo difficile. Infilare una bomba umana in un circuito sotterraneo di quasi 300 kilometri e 180 stazioni è un gioco da ragazzi. La bomba è ancora più efficace se mette di fronte ai sopravvissuti che escono dalla metro il palazzo della Lubyanka, sede di quell’FSB che dovrebbe garantire la sicurezza a Mosca seminando il terrore nel Caucaso. È per questo che il presidente Medvedev non può che rispondere alla provocazione terrorista con le parole “Li prenderemo e li ammazzeremo tutti”. Una forza verbale che nasconde tuttavia qualche dubbio sul piano strategico.

In effetti si capisce sempre meno in quale misura la politica “antiterrorista” nel Caucaso faccia capo a Mosca o ai signori della guerra messi a capo delle province. Ultimamente infatti il vassallo Kadyrov di Cecenia è sempre più indisciplinato. Con il denaro che arriva da Mosca, crea nel centro di Groznyj un’illusione di benessere; ma soprattutto rafforza il suo potere e si rende sempre più indispensabile per il governo del suo feudo. È per questo che all’inizio di quest’anno Medvedev e Putin hanno compiuto di comune accordo un passo piuttosto nuovo rispetto alla loro precedente strategia, creando un’unica maxi-regione caucasica. Se il controllo amministrativo resta nelle mani dei potentati locali, la gestione dei fondi farà invece capo ad un unico “console”, rappresentante ufficiale del governo centrale. Per questo incarico è stato scelto un uomo “nuovo”, Aleksandr Khloponin: per la prima volta qualcuno senza un passato nei servizi segreti e che, al contrario, ha dato prova di buona amministrazione durante il suo incarico precedente in Siberia. Un disegno di lungo termine potrebbe così vedere le Repubbliche separatiste a maggioranza musulmana diluite con la regione a maggioranza russa di Stavropol in una nuova superprefettura (vedi carta).

Il futuro nel Caucaso russo dipenderà insomma da quale delle linee il governo vorrà seguire dopo gli attentati a Mosca: quella dell'”ammazziamoli tutti”, capace di trovare il sostegno dell’opinione pubblica russa ma inefficace nel lungo periodo, o quella più lungimirante della “buona amministrazione”. La scelta non è scontata.

Francesco Marchesano
francesco.marchesano@sconfinare.net

Alla fine di questo Aprile in Irlanda si ricordano gli avvenimenti della “Easter Rising”, o “sollevazione di Pasqua”, insurrezione antibritannica messa in atto nel 1916 da pochi volontari delusi dall’indipendentismo parlamentare. Capeggiati dal letterato Patrick Pearse(volgarizzazione di Pádraic Anraí Mac Piarais), questi coraggiosi condussero un’azione di occupazione dei punti cardine della città di Dublino; il loro esiguo numero non permise che una debole resistenza alla repressione dell’esercito di Sua Maestà, destinando inevitabilmente i capi al patibolo. Tuttavia, il valore simbolico superò di gran lunga l’utilità pratica immediata, ridando forza e convinzione alle forze indipendentiste irlandesi (più o meno organizzate, dai volontari in azioni violente ai nazionalisti del Sinn Féin) e precipitando gli eventi verso la guerra del 1919-21, terminata con la nascita dello Stato Libero d’Irlanda. Nei versi della sua poesia “Easter 1916” William Butler Yeats dipinge con dura schiettezza il ritratto degli insorti, ma anche la terribile bellezza dell’idea di libertà (Now and in time to be,//Wherever green is worn,//Are changed, changed utterly://A terrible beauty is born.)

Oggi però non è solo questa idea di passato glorioso che riporta alla nostra mente i verdi prati e le indomite genti d’Irlanda. Fitte ombre si sono stagliate sulle cronache che ci arrivano dal Nord, specialmente per quanto riguarda i casi di pedofilia all’interno del clero cattolico. Si tratta del “Rapporto Murphy”, l’indagine condotta dal governo irlandese e necessariamente finita sotto gli occhi dello stesso Benedetto XVI, il quale si è trovato davanti a una lunga torbida storia di abusi-dal 1975 al 2004- a carico di 46 sacerdoti della diocesi di Dublino. Storia ancora più grave a causa di insabbiamenti e coperture forniti dalle gerarchie locali e (almeno secondo i meno maliziosi) mai trapelate fino a Roma. Il Papa ha scritto una lettera, divulgata il 20 Marzo scorso, diretta alla Chiesa d’Irlanda: il cardinale Sean Brady, primate di questa comunità, l’ha letta durante una messa nella cattedrale di San Patrizio a Dublino, esprimendo il suo sostegno alle parole di Benedetto XVI ma senza fare riferimento alla possibilità di dare le dimissioni per il ruolo che lui stesso ebbe nel non denunciare alla polizia gli abusi sessuali commessi da un noto prete pedofilo negli anni ‘ 70. Inoltre, la formula “fermezza sul peccato ma indulgenza con i peccatori” non è piaciuta ai parenti delle vittime, riuniti in associazioni che ora premono sull’opinione pubblica per ottenere verità e richiamare la Chiesa alle proprie responsabilità. In aggiunta a tutto ciò, e se vogliamo anche come naturale conseguenza, si è riacutizzato negli ambiti dell’informazione di massa (ma si tratta di una tematica non completamente avulsa a correnti interne alla stessa Chiesa) il dibattito sul celibato sacerdotale. Il rapporto di questa prassi dalle origini travagliate(a partire dal IV secolo d.C.) e finalmente vincolante dal Concilio di Trento(1545-1563 d.C.) con le cause alla base di condotte devianti tenute all’interno delle mura di chiese, canoniche e oratori fa discutere gli esperti ed i filosofi “laici” con religiosi che si interessano di rito, storia, tradizioni e diritto della Chiesa. Parlare ancora della nascita e dell’opportunità del celibato è, per una Chiesa che con Benedetto XVI torna a puntare fortemente sulla propria identità, una fastidiosa battuta d’arresto: questo è infatti un argomento scomodo, specialmente quando a interessarsi di ciò sono i giovani, ovvero la linfa di cui la Chiesa di oggi ha bisogno per rinnovarsi e continuare a vivere. È scomodo anche quando se ne parla in un Paese che conosce molto bene, per trascorsi infinitamente dolorosi e travagliati, la realtà dei preti sposati (i pastori protestanti della Chiesa anglicana), e non ha timore a guardare in faccia la realtà, a fare confronti ed a porsi domande.

Così, la storia e la cronaca si intrecciano in questa primavera “calda” oggi così come lo era stata quasi un secolo fa, sui diversi versanti della politica e della società, che non sono mai separati e sempre si influenzano vicendevolmente, anche senza una volontà diretta. Alla stessa maniera, ciò che sembra attenere a un ambito meramente nazionale e quindi regionale o locale rivela poi capacità di influenza che trascendono questi limiti che gli si cuciono indebitamente addosso: l’indipendenza dell’Irlanda non fu solo una sconfitta dell’esercito inglese, ma una crepa significativa in un sistema che non ha potuto imporsi laddove (in tutto il mondo) erano forti le radici etniche, culturali e sociali, al di la del mero sfruttamento economico; parimenti, questo scandalo “irlandese” esplode sull’isola ma coinvolge persone e storie sparse su tutto il globo e richiama la coscienza (e, chissà, magari anche qualche intervento concreto) sui sistemi di potere e di informazione all’interno della Chiesa cattolica nella sua totalità internazionale. Due ferite bruciano sul corpo e nella mente dell’Irlanda, una terra che vive fieramente di storia, che ha ancora sulle mani la creta fresca con la quale si è plasmata eppure in testa un progetto d’identità antico e autorevole, come il profilo smussato ma forte dei suoi antichissimi rilievi. Il dolore di ieri non fa meno male solo perché è cessato, così come quello di oggi deve essere considerato, capito e curato per alleviarlo, ma non per dimenticare.

Davide Caregari

Benvenuti nella Marca, felice contrada ove solitamente alle comunali competono due liste: una leghista ed una civica (composta da fuorusciti della Lega). E’ il nostro concetto di alternanza.

Domenica ho votato pure io. Incredibile. Non starò qui a dirvi cosa o chi (tanto siete tutti gente sveglia), fatto sta che in tutto il mio comune solo altre trenta persone hanno espresso la mia stessa preferenza (dati del Ministero dell’Interno).

Non ho votato per così tanto tempo che, entrato nelle urne, non mi ricordavo come si facesse. Sono dovuto ritornar fuori e chiedere agli scrutinatori i requisiti formali d’un voto valido. Non me ne vergogno perché non credo nella “sacralità del voto”. La democrazia ed il voto per cui si prende in mano un fucile e ci si batte sulle barricate sono puri Ideali (e, tra parentesi, non è il sangue versato che rende più giusta un’ideologia, anche se a quanto pare si tende a dimenticarlo); si muore sempre per qualche Eldorado ma la realtà è molto più deprimente e nel suo nome non condannerò mai un astensionista. Se nessuno dei candidati rispecchia le nostre idee, l’atteggiamento più giusto è starsene a casa. E’, al contrario, proprio la logica del “male minore” che affossa la “democrazia”. E’ un atteggiamento, questo, degno del peggior qualunquismo. Oltre al fatto, poi, che accettare il “sacro diritto” del voto implica, inevitabilmente, che si ha il “sacro dovere” di obbedire al proprio governo: le due cose vanno di pari passo perché non si può incensare la democrazia con la mano destra e picchiarla con la sinistra quando ci disobbedisce (e purtroppo accade spesso).

Mi sono recato alle urne con coscienza pulita. Con orgoglio. Di più, con rabbia. Perché per la prima volta in vita mia il mio voto aveva un chiaro significato d’inappartenenza, e chi mi conosce bene sa quanto sangue io debba sputare insieme a questa frase: perché recentemente ho scoperto che il Veneto mi fa schifo. Non volevo votare, ma poi ho pensato che per me era una questione di personalissima dignità. Non l’ho fatto per l’Italia né per chissà quale programma. L’ho fatto solo per me. Per dirmi che io, con questo Veneto bottegaio, non voglio averci nulla a che spartire.

I Veneti (soprattutto i ventenni veneti). Piccole persone intrise di mediocrità bovara e di crassa ignoranza contrabbandata con il facile alibi di sapienza contadina, come se davvero il primo figlio di papà che arriva col Cheyenne fosse capace di distinguere l’uva bianca dall’uva nera (valla a coltivare, la terra, se proprio hai voglia di tornare alla natura, ed imparalo, il dialetto che vuoi difendere). Una terra che nel giro di due generazioni è passata dalla miseria all’opulenza senza mai riuscire a possedere nulla di quello che si trovava in mano; una terra che ha nostalgia – magari – di una Serenissima che a noi ci trattava come servi della gleba, a vergate; le villette recintate con telecamere e filo spinato, Eden privati, Suv e Sky sul tetto, ragazzi abbronzati e VI-RI-LI e le ragazze coi tacchi, sempre perfettamente truccate e perfettamente depilate, microcefali i primi ed oche le seconde, quando ci va di lusso, i cani veneti che in un mese si sbafano più soldi di quelli che io potrei destinare a me stesso, detesto tutti i motivi veneti che loro hanno per amare l’idea leghista, detesto la facilità con cui la loro sana fede cattolica si è tramutata in materialismo e in razzismo, detesto i Veneti. Sono tutti così piccoli e meschini, i Veneti, con la loro paura della Vita e la ricerca d’una patetica, definitiva sicurezza (la grandezza di un Uomo si misura nella sua capacità di accettare la morte, e nessuno in Veneto riesce più a pensarci, hanno tutti bisogno d’una fortezza qualsiasi perché lo sanno, che tanto non possono fermare i vermi).

Ecco perché sono andato a votare. Votare contro la Lega significa votare contro il Veneto, contro questa idea di Veneto perché è vero: la Lega vince perché ci rappresenta. Non solo politicamente, anche interiormente. E’ importante che comprendiate questo, i Veneti purtroppo sono Leghisti anche quando tentano di dimostrare il contrario perché la Lega si bilancia proprio sulle loro infime capacità spirituali. Si bilancia alla perfezione.

Ero solito difenderci. Contro chi mi diceva: voi Veneti, tutti razzisti – (e poi l’anatema, puntuale, Gentilini! Tu vieni dalla città di Gentilini!) Ma non serve. Avete ragione voi. E lo dico io. Non un terrone. Io, un Veneto. Anzi, un Trevigiano. Perché se è vero che “un libro non si giudica dalla copertina”, io dico che per anni di merda ne ho spalata tanta pur di trovare quelle quattro perle dimenticate da dio, e loro c’erano ma erano sempre abbandonate a loro stesse, pazze e stanche di andare per forza nel verso sbagliato, e tutte avevano bisogno, senza eccezioni, di protezione – e per trovarla hanno sempre dovuto andarsene. Per avere spazio. ‘Affanculo il Veneto. Io sono andato a votare per dire che qualcosa di diverso può esistere, punto e basta. Nessun voto utile. Non ho pensato il mio voto perché ho votato quello che ero. Non è cambiato nulla. Tranne per quelle trenta persone che ora sanno di esserci. Non sono forti e non lo sono mai state, non nel mio Veneto di sicuro. Ma almeno non sono più sole, per quanto ciò possa valere in giorni disgraziati come i nostri.

Rodolfo Toè

rodolfo.toè@sconfinare.net

Ci sono libri che raccontano una storia, e stop. E ci sono libri che contengono un intero mondo. Ci sono libri che, dal loro privilegiato punto di vista, analizzano e interpretano l’epoca in cui si trovano ad essere scritti. Ora, a guardare bene, si notano due caratteristiche che i migliori tra questi libri hanno in comune. Prima di tutto, essi sono romanzi, in genere. Non saggi, si noti bene, ma romanzi. Credo che ciò sia dovuto al fatto che un buon romanzo, limitandosi a narrare, può rappresentare anche il non detto, l’irrazionale, che è sempre presente in qualche misura in tutti gli eventi umani. Invece, un saggio tende per sua natura a razionalizzare gli eventi. Ecco quindi che un saggio perde quella parte di realtà che non può ridurre a schemi razionali ma che è fondamentale per capire il senso generale di un’epoca. Quindi, risulta incompleto.

Il secondo aspetto è che i romanzi che raccontano un’epoca il più delle volte sono scritti quando essa volge già al tramonto. Credo sia un po’ la stessa cosa che succede con le persone anziane: quando sei vecchio, se ti volti indietro riesci a vedere tutta la tua vita chiara, dritta dietro di te; ne capisci finalmente il senso complessivo, che ti era ignoto mentre percorrevi il tragitto.

Un esempio di questo è senza dubbio “La marcia di Radetzky”, romanzo di Joseph Roth del 1932. L’epoca in questione è la fine dell’Impero Austro-Ungarico, che Roth ha vissuto in prima persona: nato in Galizia, alla frontiera orientale dell’Impero, nel 1894, combattente nella prima guerra mondiale e poi esule prima in Germania e poi in Francia, morto alcolizzato e disilluso nel suo appartamento di Parigi poco prima dell’occupazione nazista, Roth ha sempre portato su di sé le stimmate del crollo di un mondo. E la sua vita, come spesso accade, si rispecchia in qualche modo nella sua opera: La marcia di Radetzky racconta la storia della famiglia Trotta attraverso tre generazioni, da quando Joseph, piccolo sergente di origine contadina, riceve il titolo nobiliare per aver salvato la vita all’Imperatore Francesco Giuseppe durante la battaglia di Solferino. Da questo momento, la vita della famiglia Trotta si lega a doppio filo a quella dell’Imperatore e, di conseguenza, a quella di tutto l’Impero: ogni evento della loro vita sarà simbolo di un cambiamento più grande nella vita del loro Paese. La microstoria è Macrostoria. Roth si concentra in particolare su Franz Trotta, figlio del sergente, commissario distrettuale e fedele servitore dello Stato, e su suo figlio, Carl Joseph, sottotenente suo malgrado nell’esercito austriaco. La differenza e il contrasto tra i due ci mostra il forte cambiamento di valori, il passaggio tra 800 e 900: come Franz Trotta è un fervido credente nell’Impero e nei riti e valori dell’aristocrazia austriaca, il figlio è turbato, disilluso; vorrebbe credere ma non ci riesce. Come il padre vive ancora nel mondo solido dell’800, gonfio di certezze e rituali che si ripetono sempre uguali a sé stessi da secoli, così il figlio è già un cittadino a pieno titolo del ‘900: cupo, insicuro, sente attorno a sé il mondo sbriciolarsi e diventare liquido. Anche il suo fare parte dell’esercito diventa, per Carl Joseph, solo una manifestazione esteriore e vuota, in cui non riesce a trovare alcun senso; cerca sempre nuove vie di fuga, nel gioco, nell’alcool, nell’amore, ma alla fine i suoi spettri rimangono, la mancanza di un senso si accresce sempre di più. E’ quindi un personaggio modernissimo, molto più moderno del tempo in cui si trova a vivere: l’Impero Austroungarico, sembra dirci Roth, non si è estinto a causa della Guerra mondiale. Essa ha solo velocizzato un processo che era già ben avviato e inarrestabile, perché nelle menti della gente più che nei rivolgimenti storici. I vecchi miti dell’aristocrazia asburgica ci appaiono già in decadenza, sono già dei fantasmi che camminano. A loro si sostituiscono nuove idee, come il nazionalismo, il nichilismo, la democrazia; ma in generale si afferma un nuovo uomo, incompatibile con quello vecchio: lo stesso imperatore ammette ripetutamente, nel corso del romanzo, di sapere che l’Impero non gli sopravvivrà . E non solo l’Impero: tutto un mondo, tutta l’Europa, sta lasciando il passo a qualcos’altro che spinge per entrare. La famiglia Trotta, e tutto l’Impero, sono sconfitti dalla storia stessa; se Carl Joseph sente su di sé il peso di questo fatto, ma non lo sa ancora riconoscere, il padre rimane cieco fino all’ultimo, per poi cadere più rovinosamente quando la guerra distruggerà la sua famiglia, il suo Impero e il suo mondo. Nel libro non c’è speranza; il sentimento unico è quello della perdita, della rassegnazione. Roth vede il suo mondo andare in frantumi, lucidamente, e non sa resistere in nessun modo, se non attraverso l’autodistruzione. Come Carl Joseph, Roth è uno sconfitto, un reduce; un uomo fuori posto nel mondo in cui si trova a vivere. Ma la sua situazione personale, com’è proprio di tutti i grandi artisti, non si limita all’Impero Asburgico: diventa simbolo di ogni uomo moderno. Che ha perso l’innocenza e la certezza di un senso, non avendo in cambio altro che sé stesso.

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

Piove eppure i ragazzi sono tanti, il Venerdì arrivano i primi, ci sono le testimonianze di alcuni tra i tanti parenti delle vittime di mafia, il giorno dopo, 150.000 persone in corteo sfilano la mattina, e riempiono le aule che accolgono i seminari il pomeriggio.

E’ questo il programma della “XV Giornata nazionale dell’impegno e della memoria in ricordo delle vittime di tutte le mafie” organizzata da Libera eccezionalmente per il 20 Marzo e tenutasi quest’anno a Milano.

L’associazione combatte quotidianamente perché si abbracci la cultura della legalità, del rispetto e della pratica delle leggi. Il 21 Marzo, inizio della primavera, è una data simbolica. Ogni anno rinasce l’idea che si possa rimanere in piedi di fronte alla mafia, intesa non solo come associazione ma come atteggiamento, come allontanamento dalla corresponsabilità.

Grazie alla raccolta di un milione di firme nel 1996, Libera vede approvare la legge 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni in virtù della quale viene prevista l’assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita a quei soggetti – associazioni, cooperative, Comuni, Province e Regioni – in grado di restituirli alla cittadinanza, tramite servizi, attività di promozione sociale e lavoro.

La Lombardia segue Sicilia, Campania, Calabria, Puglia ed occupa il quinto posto della classifica delle regioni con il maggior numero di beni confiscati. In tutto il Nord 1000 sono i beni sottratti alle mani della criminalità organizzata. Di questi, 650 sono quelli individuati in Lombardia. A questo dato (come a quelli relativi al sequestro di cocaina ed alle operazioni antidroga per cui la regione è al primo posto nel Paese) va ad aggiungersi quello relativo all’illegalità ambientale che vede la Lombardia configurarsi come terra di grandi opportunità per i trafficanti di rifiuti tossici e gli organizzatori dello smaltimento di immondizia; caso emblematico è quello documentato nel reportage “Mammasantissima a Milano” realizzato da Mario Sanna per Rai News 24 riguardo ai 65mila metri quadrati di terreni agricoli situati tra Desio, Seregno e Briosco (comuni alle porte della città) ed adibiti a discarica abusiva.

Il perché la scelta di Libera sia ricaduta su Milano per la ricorrenza del 21 Marzo si ricollega ad ognuna di queste problematiche, all’avvicinarsi dell’Expo 2015 con i suoi appetitosi appalti e, soprattutto, all’intenzione di parlare di Milano come esempio della presenza della ‘ndrangheta nel Nord Italia, dove appunto, anche la torta dell’Expo potrebbe finire per essere spartita tra quelle famiglie che dagli anni settanta si sono inserite nel tessuto politico ed economico di Milano.

Sono stati anni di paura quelli tra il 1969 ed il 1998 per la Lombardia. La regione si è trovata al primo posto in Italia per il numero di sequestri di persona: 158 contro i 128 della seconda classificata Calabria. A farne le spese sono i bei nomi dell’imprenditoria milanese ed il jet set locale. Oggi, secondo la Relazione annuale della Commissione Parlamentare Antimafia «Milano e la Lombardia, rappresentano la metafora della ramificazione molecolare della ‘ndrangheta in tutto il Nord Italia». A ribadirlo é lo stesso Vincenzo Macrì, sostituto procuratore nazionale antimafia, autore della relazione, che definisce Milano come «la vera capitale italiana della ‘ndrangheta».

Della mafia a Milano, il 20 Marzo, ne ha parlato Giulio Cavalli, coraggioso attore di teatro che ha scelto di testimoniare contro questa presenza invisibile. Cavalli ha scelto di impegnarsi nel teatro civile, nel dare spazio alla denuncia del peso che le mafie hanno in un Nord dalla realtà economica dinamica, fluida ed adattabile. Dal 2008, anno dello spettacolo Do ut des su riti e conviti mafiosi,
vive sotto scorta. In replica anche nel prossimo Aprile, Cavalli continuerà a portare in scena un secondo spettacolo, A cento passi dal Duomo, centrato sul radicamento di cellule dei clan al Nord e sull’assordante silenzio di una regione che ancora fatica a riconoscere i nuovi mafiosi in giacca e cravatta.

Durante i seminari pomeridiani trovano spazio anche testimonianze d’oltreoceano, racconti legati alla corruzione, ad un’assenza di legalità che va oltre quella delle associazioni a delinquere di casa nostra.

Partecipo ad un seminario sul narcotraffico che si rivela una carrellata di testimonianze. Non si parla del narcotraffico in sé ma di idee per fronteggiarlo; si parla di America Latina e ne parla chi lotta contro una realtà corrotta che Libera insieme a Terra del Fuoco decide di denunciare. L’idea è quella di informare e stimolare la partecipazione ad idee e progetti, perché la solitudine legata al sentirsi portatori di un dolore che gli altri non conoscono possa venire lenita.

Tra le diverse testimonianze vi è quella di un avvocato colombiano impegnato nella difesa dei diritti umani. Racconta la storia dei “falsi positivi”, vittime del narcoparamilitarismo, di esecuzioni extragiudiziali sulle cui vicende uomini come lui si impegnano a fare luce. L’avvocato chiede che dall’Italia, scuole e singoli decidano di “adottare” un falso positivo e di sostenere le spese per le indagini su queste trame rimaste insabbiate. Non è questo l’unico progetto per cui si spera in un aiuto ed un appoggio in una giornata di cui Libera chiede l’istituzionalizzazione.

Il cammino sociale di cui Don Ciotti (fondatore dell’associazione) parla, trovi nel 21 Marzo una giornata in cui venga suggellata la promessa di impegno e grazie alle quale l’attenzione si mantenga viva, affinché davvero le loro idee camminino sulle nostre gambe.

Elena Mazza

 

 

 

 

 

Nell’ambito dei lavori interni alla NATO sulla definizione del nuovo Concetto Strategico si è svolto a Roma il 23 Novembre 2009 il Rome Atlantic Forum. La sessione italiana di presentazione e riflessione sui termini elaborati dalla rappresentanza italiana stessa sui quali questo concetto si fonderà ha visto la partecipazione di ambasciatori, ministri, ufficiali, accademici nonché membri del group of experts incaricati direttamente della sua definizione. Anche Gorizia si è resa partecipe con alcuni soci dello YATA che hanno avuto la possibilità di assistere ai lavori tenutisi presso il Ministero degli Affari Esteri.

L’idea di sviluppare un nuovo Concetto Strategico muove dalla necessità di evolvere le basi della Dichiarazione di Washington del 1999, inadatta nei termini a contrapporsi alle nuove sfide della sicurezza collettiva che l’Alleanza è chiamata ad affrontare; prima fra tutte, quella della minaccia asimmetrica. Assieme ad essa si affiancano target come la sicurezza energetica e quella marittima, il contrasto alla tratta dei migranti, del traffico di droga, della pirateria nonché l’ambito della cyberwarfare e della proliferazione delle armi di distruzione di massa. Una ridefinizione delle sfide, anche in ambiti innovativi come la considerazione dell’importanza di tematiche globali e più proprie della contemporaneità come i cambiamenti climatici.

Dall’avvicendarsi degli interventi di illustri relatori alla tavola quadrata del MAE sono emersi alcuni concetti chiave fondanti l’idea della NATO come garante della sicurezza collettiva; in particolare tre nuclei principali: il rilancio del fondamentale rapporto transatlantico, che storicamente caratterizza l’organizzazione, i rapporti NATO-EU e lo sviluppo dei
partenariati
ed il dialogo con i paesi medio orientali sulle sponde del Mediterraneo. Al giorno d’oggi, l’Alleanza raggruppa 28 paesi membri e può contare sulle relazioni con altri 34 paesi attraverso la Partenrship for Peace, il Dialogo Mediterraneo e la Istanbul Cooperation Initiative; ricordando anche il NATO-Russia Council e le commissioni NATO-Ucraina e NATO-Georgia. Queste relazioni hanno di fatto proiettato l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord in una funzione di assistenza e cooperazione militare per perseguire obbiettivi comuni e garantire stabilità sia direttamente ai paesi membri, sia indirettamente su più ampia scala.

Per quanto riguarda i rapporti NATO-EU si riscontra una stabilità riaffermata dal completamento del rientro della Francia anche all’interno del comando militare integrato. Nonostante ciò permangono i punti interrogativi del rapporto tra competenze NATO e PESD; anche fra gli stati d’Europa che sono membri sia dell’Alleanza atlantica che dell’Ue non c’è infatti accordo: alcuni vorrebbero che le questioni di difesa e sicurezza si discutessero in ambito NATO altri ritengono che l’Ue non possa fare a meno di dotarsi di uno strumento militare autonomo. L’Alleanza andrebbe privilegiata per le operazioni militarmente più impegnative, mentre l’UE si manterrebbe sui così detti Petersberg tasks. In particolar modo si è puntata l’attenzione sulla problematica dell’unità europea e si è riscontrata una incapacità a condurre negoziazioni in modo coordinato e nel chiarire gli interessi comuni a gli europei.

Riguardo alle nuove sfide, si è discusso sul futuro della NATO e sulle sue competenze; c’è chi ci vede la necessità di garantire gli interessi fuori area cercando nuove collaborazioni secondo il binomio sviluppo e sicurezza ed altri che vorrebbero un ritorno alle origini limitandosi a mantenere il proprio carattere difensivo abbandonando il criterio di promozione democratica e le così dette non-article 5 operations. Certo è che le questioni che avvicinano la NATO alle problematiche globali sono molteplici, dall’Iran alla Cina, dal Medioriente all’Afghanistan per non parlare degli approvvigionamenti energetici e la stabilizzazione delle aree di crisi passando per un rinnovato rapporto con la Russia. Riguardo ad essa, l’ambasciatore russo ha insistito in particolar modo su come essa non intenda essere isolata e si dica pronta, dal partenariato, a sviluppare una collaborazione stabile. Il principio di porta aperta rimarrà e sicuramente le collaborazioni congiunte saranno favorite in un’ottica di interlocking institutions.

Ai temi geopolitici susseguirono quelli giuridici ed economici riguardo alla necessità di ridurre il deficit spending degli stati per favorire una collaborazione effettiva limitando l’effetto di quei membri più parchi nella determinazione della spesa per la difesa, definiti ironicamente come free riders. Una soluzione delineata sarebbe quella di orientare gli attori nazionali nel fornire determinate competenze specifiche e specializzate.

Concludendo, il Capo di Stato Maggiore Gen. Camporini ha sottolineato come questo nuovo Concetto Strategico debba essere come un continuum costantemente aggiornato per la sicurezza della nostra civiltà, improntato a risolvere su base di un approccio comprensivo quei problemi organizzativi che
rischiano di tradursi in serie difficoltà sul terreno.

Enrico Minardi
enrico.minardi@hotmail.it

La lectio magistralis del Ministro Frattini a Trieste

Trieste. La nostra generazione è davvero indifferente alla politica? Rassegnati o semplicemente disinformati? L’8 marzo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha tenuto una lezione all’Università di Trieste sul tema “Dai Balcani all’Afghanistan quali lezioni per la comunità internazionale?”.

Segno positivo: aula magna piena. Il Rettore Francesco Peroni ha accolto il titolare della Farnesina con un certo compiacimento “perché – ha dichiarato il Magnifico – la
missione dell’Università è creare una coscienza civile”. Obiettivo: esercizio del dialogo.

Inizia la conferenza. “Negli anni ’90 – ha dichiarato il ministro – la guerra nei Balcani segnò il fallimento della comunità internazionale e la necessità di guardare avanti. Dopo la fine del bipolarismo – ha proseguito Frattini – l’unico metodo di azione è il multilateralismo, nell’ottica di una nuova governance globale”.
Filo rosso di tutta la conferenza la questione dei Balcani Occidentali. “Per la stabilizzazione dell’area – ha detto l’Onorevole – l’ingresso nell’UE è prioritario”. Frattini ha lanciato due messaggi politici importanti alla Bosnia Erzegovina, a rischio ghetto e frammentazione dopo gli accordi di Dayton (1995) che hanno spaccato il paese in due entità: “presentarsi in maniera unitaria all’Ue e liberalizzazione del regime dei visti in area Schengen”. Secondo il ministro inoltre, la Croazia entro l’anno potrà firmare i negoziati per diventare membro effettivo nel 2011.

A parte un vago riconoscimento alla vocazione europea del Kosovo, si glissa elegantemente sulla spinosa questione.

Ciò che conta è che l’Europa sia la guida politica nella partita dei Balcani. E il titolare della Farnesina sembra puntare particolarmente su un successo: il vertice dell’Unione Europea sui Balcani – un’iniziativa italiana – che si terrà a giugno a Sarajevo. Al summit si intende invitare anche Russia e Stati Uniti. L’Italia insomma vuole giocare un ruolo di primo piano nella partita. La conferenza a Sarajevo, indetta dai ministri degli esteri UE, sembra l’unica piattaforma legittimata per discutere i destini dei Balcani Occidentali.
Si sa, un Ministro è pieno di impegni, una vita sempre di corsa. Dopo la lectio magistralis c’è spazio solo per poche domande. Ma la percezione è di una vaga disabitudine da parte dei giovani a far sentire la propria voce. Certo, difficile appassionarsi di politica in
Italia. Pigri o sfiduciati? Forse è solo colpa del poco esercizio.

Lorenza Masè

Il Preside Gabassi al responsabile della Farnesina: “Benvenuto a bordo Ministro”

Gorizia e Friuli Venezia Giulia strategici come porta sui Balcani e avanguardia europea d’integrazione

“Queste sono una Regione ed una città all’avanguardia nello sfruttare il meccanismo di Euroregione e abbiamo fatto le leggi che possono concretizzare tale vocazione”: lo ha dichiarato a “Sconfinare” il Ministro per gli Affari Esteri, Franco Frattini, nella sul intervento al SID per l’International Desk, Conferenza Intergovernativa di 12 Paesi dedicata all’area balcanica. “Nel 2008 – ha spiegato il Capo della Farnesina – per prima cosa dicemmo a Tondo: l’Italia darà al Friuli Venezia Giulia un quadro per creare la prima Euroregione in Europa. La vostra regione sarà l’esempio formale ed esplicito in tema di sviluppo e di frontiere fra tre Paesi e questa entità comprenderà molte regioni: due qui in Italia e altre in Slovenia e Austria. Abbiamo già realizzato un’iniziativa di Euroregione con un gruppo di collaborazione transfrontaliera fra città; prima in tutta Europa: Gorizia con il sindaco Ettore Romoli che ha adottato una formale iniziativa con Nova Gorica e altre città. Questo “Gruppo europeo collaborazione territoriale”, come è stato denominato, è il primo esempio in assoluto in Europa di collaborazione tra città di Stati diversi”. E’ stata una risposta l’esaustiva quella del Ministro Frattini, al nostro interrogativo sulla vicinanza, sia in termini di intenti, sia di tempo, al compimento del progetto di Euroregione e significativo è stato il luogo in cui è stata pronunciata, in quanto il titolare del dicastero degli Affari Esteri, nella sua visita all’Università di Trieste, ha voluto infatti raggiungere Gorizia e incontrare gli studenti che costituiranno il futuro della nostra Diplomazia. Nell’Aula Magna del SID, per una discussione sul futuro dei Balcani, il Ministro ha sottolineato che “Balcani vuol dire guardare all’Est europeo che condivide valori, principi e rilancio economico ed è molto importante anche per questa regione e questa città”. Con queste parole il Ministro Frattini ha quindi indicato una linea che rilancia anche il ruolo della nostra Università , oltre che del Goriziano in generale, nel delicato processo di apertura ai Balcani. “Essere a Gorizia per voi, carissimi studenti, è un particolare piacere” – ha infatti rimarcato il Ministro, ricordando poi che “molti giovani e bravissimi funzionari dell’UE sono di qui e li ho incontrati nella mia esperienza europea”. Non sono mancate le congratulazioni da parte dell’onorevole Frattini, che ha proseguito ribadendo “l’importanza dell’immagine della città e del corso di laurea” e affermando che “la vostra capacità e di quella dei vostri professori rappresentano nelle Istituzioni europee che ho conosciuto un segmento importante di efficienza”.

All’evento si sono uniti al Ministro il Presidente della Regione Tondo sostenitore dell’Euroregione, con l’Assessore regionale a pianificazione, autonomie e relazioni internazionali e comunitarie: la nostra ex studentessa Federica Seganti

Dopo l’intervento del Ministro Frattini, con il quale gli studenti sono anche stati informati dei prossimi appuntamenti italiani in agenda sul tema dell’integrazione dei Balcani in Unione Europea, la parola è passata al pubblico in sala e le domande degli studenti non si sono fatte attendere. In un’aula magna gremita di siddini, professori e media nazionali, l’on. Frattini è stato interpellato sull’impegno italiano in Darfur e sul ruolo del nostro Paese nelle dinamiche politiche NATO nei Balcani. Il Ministro ha portato la sua esperienza dal vivo sulle missione umanitarie nel Darfur e tessuto le lodi dei nostri medici impegnati sul campo. “In una zona di crisi che ha mostrato i limiti della comunità internazionale – ha detto – l’Italia ha sostenuto la riconciliazione interna. Abbiamo portato una rete di sale operatorie dove medici italiani eseguono interventi spesse volte eccezionali addirittura impiantando protesi d’avanguardia che ridanno arti ai bambini mutilati consentendo loro persino di giocare a pallone e siamo gli unici in Europa”.

Il Ministro ha poi esposto le prossime tappe del piano italiano per l’integrazione balcanica nell’UE: “Quest’anno non va sprecato – ha spiegato – e la liberalizzazione dei visti va fatata nel 2010, senza aspettare le elezioni. Si sta lavorando per la transizione dall’ufficio dell’Alto rappresentante ad una struttura che meglio rispetti i bisogni europei in Bosnia e l’Italia sta promuovendo un tavolo di lavoro che presto si aprirà in Canada, insieme a Stati Uniti, Germania, Francia, Gran Bretagna ed il Canada stesso; poi solo all’interno dell’Unione Europea: segno della crescente presa di posizione politica dell’UE. Non sarà un anno di stallo – ha assicurato Frattini – la Bosnia e l’UE non possono permettersi di perdere altro tempo”.

L’incontro, seguito dalle istituzioni e dai media nazionali, è stato un’opportunità unica per gli studenti per conoscere di persona la figura del loro possibile futuro datore di lavoro; non è la prima volta che il SID ospita personalità di quel calibro, come ha spiegato il Preside all’inizio della conferenza e non sarà l’ultima.

Fra gli studenti un po’ di malumore per l’incertezza sul programma definitivo. Voci di Frattini che si ferma a pranzo in ateneo sono corse per l’intera mattinata, rivelandosi poi false. L’agenda del Ministro, infatti, prevedeva l’immediata partenza per Trieste per l’incontro con i colleghi di Scienze politiche.

Molti studenti hanno apprezzato il fatto che il ministro si sia fermato a Gorizia di sua volontà, ascoltando le richieste degli studenti che consci dell’importanza di questa università si domandavano perché solo Trieste sarebbe stata coinvolta nella visita dell’on. Frattini. Il Ministro ha invece dato un importante segno della vicinanza fra le istituzioni e il nostro ateneo, che ha sempre coinvolto nei suoi eventi personaggi fondamentali del mondo politico, economico e militare internazionale.

Insomma, fra plausi e critiche, spesse volte più politicizzate che ragionate, l’evento è comunque riuscito al meglio, dando all’università un pezzetto in più di prestigio e al Ministro l’occasione di conoscere il luogo d’eccellenza che forma i ” bravissimi funzionari” che in Commissione Europea avvicinano la nostra Regione al sogno di una vera e completa unità politica europea.

Daniele Cozzi

Un’integrazione all’articolo di Rodolfo Toè apparso sullo scorso numero

In quanto membro della commissione che ha redatto la proposta di riparto fondi per le attività culturali e sociali degli studenti per l’anno 2010, desidero fare alcuni considerazioni a proposito dell’articolo di Rodolfo Toè apparso sullo scorso numero di Sconfinare.
Anzitutto, mi preme precisare che dell’articolo in questione ho dato notizia in Consiglio degli Studenti, di modo che chiunque potesse autonomamente scrivere una risposta; queste mie righe, quindi, vanno intese come espressione personale.
Toè affermava che la ripartizione fondi effettuata per le attività culturali e sociali degli studenti del 2010 è stata ambigua nella sua parte riguardante le Liste Oltre-Student Office, Autonomamente e Lista di Sinistra, il che si può anche ritenere vero; dico “anche” perché la lettura del verbale permette di capire come il criterio tenuto sia discutibile, ma anche come tutto sia esposto senza ambiguità, compreso il contrasto che ha spaccato il Consiglio. Nella ricostruzione dei fatti realizzata da Toè, quindi, risultano notevoli omissioni: dal verbale della seduta in cui si è discusso della ripartizione fondi (17 dicembre 2009) risulta infatti come una proposta di riparto per le Liste, alternativa a quella della Commissione, sia stata presentata dai consiglieri Guercia, Marafatto, Scarcia, Soldà e Flora; tale ripartizione valutava le iniziative presentate dalle Liste e assegnava fondi su tale base, ponendo un tetto massimo di 2200 euro a Lista, contro il limite di 3000 euro posto per Associazioni e gruppi. Vorrei far rilevare anche come la proposta di ripartizione della Commissione sia stata approvata dal Consiglio con 13 voti favorevoli, 1 astenuto e 10 contrari: un confronto dei nomi proponenti la ripartizione alternativa con il verbale e le presenze permetterà di intuire quali siano stati gli schieramenti. Ancora, nelle relazioni sui lavori della Commissione riportate al Consiglio (una del sottoscritto e una degli osservatori del Consiglio stesso), appare evidente come la Commissione non abbia trovato un accordo sul criterio da utilizzare per l’assegnazione dei fondi alle Liste, tanto che io ho votato contrario su questa parte di ripartizione; il motivo, addotto anche da chi ha redatto la proposta alternativa, era che si stava lavorando sulla base del regolamento per le “attività culturali e sociali degli studenti” e non si poteva quindi “staccare un assegno in bianco”, come giustamente diceva Toè. La ripartizione finale alle Liste, operata calcolando una quota base per ognuna di esse, una quota per ogni seggio e una quota proporzionale alla presenza alle sedute del Consiglio, non mi ha quindi trovato d’accordo.
Va comunque rilevato che ognuna delle Liste aveva presentato domanda per iniziative precise, seguendo l’iter previsto anche per associazioni e gruppi, con preventivi e descrizioni (non è quindi vero che le Liste non avevano presentato bilanci preventivi e rendiconti, come affermato da Toè): che la maggioranza della commissione abbia deciso di seguire un certo criterio è un altro discorso, che la maggior parte delle iniziative di una Lista in particolare fossero, secondo me, discutibili è un altro discorso ancora, per il quale rinvio alla documentazione depositata presso il signor Nicolaucig all’ufficio di staff organi accademici collegiali. D’altra parte, vorrei far notare che l’anno scorso noi stessi votammo una ripartizione che negava i fondi alle Liste Oltre-Student Office e Lista di Sinistra a causa di domande mal preparate; all’epoca i voti contrari alla ripartizione vennero da Oltre-Student Office, purtroppo nel frattempo le lauree hanno cambiato la maggioranza in Consiglio e in Commissione.
Vorrei infine informare che esiste un gruppo di lavoro del Consiglio che sta redigendo un nuovo regolamento, poiché quello presente ha gli evidenti buchi interpretativi sottolineati da Toè e già lamentati da molti consiglieri, che hanno sollecitato tale riscrittura.
In chiusura, una considerazione personale: se si scrive un articolo di inchiesta sarebbe bene documentarsi adeguatamente, leggendo attentamente il verbale di seduta e le documentazioni delle domande fondi; è vero che un’associazione ha chiesto denaro per il paintball, ma su mio suggerimento i fondi per tale attività sono stati negati.
Un’ultima precisazione: non esiste alcun gruppo che abbia chiesto un’aula informatica per giocare a PES, come affermato da Toè, mentre esiste il gruppo “Universitari del Parlamento Europeo degli Studenti – PES”.

Giovanni Baracetti – Lista di Sinistra
Presidente del Consiglio degli Studenti
gioves.bara@email.it

Avviso per entrambi: munirsi di autoironia!

 

Udine. Terra al centro del Friuli Venezia Giulia, che collega il Veneto con la Slovenia passando per Gorizia, i Pordenonesi con i Triestini e riesce a non amare, e non essere amata da nessuna di questi ultimi.

Per tutti coloro che non avessero voglia di accettare con asettica ironia ciò che segue e precede, sconsiglio il proseguimento.

Udine è terra a sé stante. Capisco la naturale ed automatica spinta ad inserirla nel panorama friulano, se non altro per ragioni socio-politiche. Ma l’udinese no. Non vuole essere inserito da nessuna parte. Lui se ne sta bene per gli affari suoi, negli affari suoi. E se puoi non farteli, bè, lui ne è contento e sollevato. Preferirà piuttosto vedere la balla di fieno che ha nella stalla rotolare piano piano nel suo cortile o campo. Tanto per capire in che termini uso “friulano”, sia limpido che Udine è la capitale del Friuli e tralasciamo che siamo una regione eterogeneamente composta. Rileggi bene: Udine capitale del Friuli. Non capoluogo, non capoluogo di regione. CAPITALE. Anche perché l’omogeneità, il friulano, non la vuole. Non sa cosa farsene. È importante che tu non sia di colore e che non professi religioni strane.

Infatti, l’udinese ha anche un suo dialetto oltre al Friulano. Eh si amici, è il dialetto udinese: un misto tra friulano e veneto, parlato solo dai veri signori udinesi, i quali lo sfoggiano all’occorrenza (tipicamente in bar o a qualche banchetto) per fare i contadini evoluti, quelli che non parlano il rozzo friulano. Perché non dovete credere che l’udinese sia un contadino! No, il Friuli sarà anche una regione di umili origini, ma l’udinese non deriva da tutto ciò. Lui è nobile, aristocratico, non ha le unghie sporche di terra. Adora mangiare il frico, la polenta, il San Daniele e bersi 12-13 tagli di Cabernet ma se è un vero udinese non vi parlerà friulano! Solo dialetto udinese per lui, ed è cosa rara.

 

L’uomo friulano è peraltro un uomo molto orgoglioso, grandi principi morali e la famiglia è a lui sacra. Guai se gli citi la moglie o la madre, anche se lui è il primo a chiamare la prima “femine” ed a rispondere male alla seconda. Per spiegarmi meglio, il friulano vero (questa volta mi riferisco al friulano contadino che vive in camicia di flanella, non a quello aristocratico che vive in città), quando rincasa, se trova la moglie sul divano e non a preparargli la cena in cucina, penserà che la catena è troppo lunga.

Puoi andare anche a trovarlo, qualora avessi questa malaugurata idea, ma…: 1. Lui deve lavorare; 2. Magari ha altro da fare o a minuti deve uscire; 3. Se è domenica mattina potrebbe essere a messa, anche se passa 23/24 a condire le sue frasi con delle bestemmie, siano esse esclamative o per intercalare; 4. Stai attento a non presentarti ad orari prossimi a quelli di pasto, potrebbe vedersi costretto ad invitarti a restare a cena e il vero friulano non condivide questi momenti; 5. Tua madre, anche lei friulana, ti ha istruito a non disturbare in casa d’altri, dapprima che cominciasse ad allattarti. 6. Ce ne sarebbero altri, ma mi fermo per limiti di spazio.

Soprattutto, semmai dovessi incrociarlo per strada, distogli lo sguardo. Così non sarà costretto a salutarti.

Il friulano che si rispetti lavora sempre e comunque ma l’estate è il suo momento migliore, quando si schiude come i boccioli di un geranio in primavera: sagre, sagre e ancora sagre che dominano estate ed autunno. Il paese scende e si spartisce i compiti, ognuno dietro il bancone o la cassa di turno. I più fortunati, ovviamente, sono quelli al gabbiotto di vino e birra. Gli altri dovranno aspettare la chiusura della serata di sagra per ubriacarsi. E la soddisfazione più grande sarà poter dire, a sagra conclusa, “abbiamo avuto più gente del paese a fianco”.

 

Ma, al cospetto del friulano dell’hinterland che incarna alla perfezione le sembianze comportamentali e sociologiche di un orso, vi è il friulano udinese della Udine Bene, per i meglio detta anche “Udine Bien”. E il francese non lo sanno, ma fa figo dir così!

La Udine Bene non è di un bene qualsiasi, è di un bene speciale. Per la Udine Bene sono fondamentali delle tassative vacanze a Cortina e soprattutto almeno 3 settimane di villeggiatura a Lignano. Dove potrai recarti o nell’hotel a 5 stelle o nella casa di proprietà a due piani con piscina e pavimento riscaldato.

Cosa!? Starai mica pensando che il pavimento riscaldato non sia così necessario nella casa al mare? Queste sono tendenziose illazioni! Il pavimento riscaldato è fondamentale!

Pay attention please: IL mare è Lignano, non vice versa. Lignano è “Udine in mutande”.

Ad ogni serata devi come minimo spendere 30 euro in drink per te ed almeno 25 euro per gli amici. Non di più, perché anche l’udinese della Udine Bene è un gran taccagno. Magari a casa usa le lampade ad olio o le candele perché l’ENEL gli ha interrotto l’erogazione della corrente dopo 6 mesi di mancato pagamento della bolletta, ma in garage ha il Cayenne. Turbo, ovviamente. Cayenne che andrà rigorosamente sfoggiato, almeno una volta a settimana ed obbligatoriamente il sabato sera quando si scatena la movida udinese (quale?!), per il centro storico cittadino.

 

Perché il friulano è un po’ così…all’inizio ti guarda male, ma dopo il secondo bicchiere è una delle più simpatiche, generose e buone persone al mondo.

Friuli Venezia Giulia, ospiti di gente unica.

Massimiliano Andreetta

Alla manifestazione del 13 marzo scorso a Roma, tutto il centrosinistra si è ritrovato per protestare contro l’azione del governo sulle liste elettorale per le regionali.

I giornali e i siti internet titolavano “la piazza contro Napolitano”, la “grande manifestazione del popolo viola”. E’ un mestiere di pazienza, quello di Bersani, che ha voluto, convocato e organizzato la manifestazione, ricucendo strappi nel centrosinistra, riuscendo a riempire la piazza, non certo per attaccare il Presidente della Repubblica. Il suo discorso è stato più da uomo di governo che da agitatore.

Il messaggio di quel discorso, tutto quello che ha fatto e sta facendo da quando è stato eletto segretario del Partito Democratico, è di trasmettere l’immagine di un grande partito nazionale competente e responsabile.

Il tema della responsabilità è stato il filo rosso che ha tenuto assieme la politica della sinistra italiana, del PSI e del PCI, durante i quarant’anni della Prima Repubblica.

L’idea che non si potesse “fare come la Russia” è espressa sia da Togliatti che da Nenni, da Berlinguer e da Craxi. Le ragioni di questa politica avevano le loro radici in una lettura dell’Italia come un paese culturalmente conservatore e fortemente cattolico, legato più ai campanili che al tricolore, un paese troppo lungo e sempre a rischio di spezzarsi. Motivo per cui, per cambiare la società, fare le riforme e migliorare le condizioni delle classi operaie, era necessario entrare nelle istituzioni e confrontarsi con la cultura maggioritaria, quella espressa dalla DC e dal Vaticano. Lo scontro frontale non avrebbe portato a nulla, peggio avrebbe fatto incancrenire i problemi del Paese.

Se oggi l’Italia è un paese socialmente più avanzato di allora, che ha rafforzato il suo Welfare State, ha conosciuto un’importante crescita economica, ha ancora un ruolo sul piano internazionale, lo si deve anche a quella visione politica.

Bersani riprende questa prospettiva, sa che l’anomalia Berlusconi non passerà con Berlusconi, l’Italia rimane quella che è, con le profonde trasformazioni che hanno portato il berlusconismo e gli anni novanta.

 Di Pietro vuole presentarsi come la nemesi di Berlusconi, uomo contro uomo. Lo scontro sul tema della giustizia è indispensabile per dare forma al suo messaggio. Berlusconi rappresenta la vittima o il nemico principale, a seconda di come la si legga, del sistema giudiziario italiano, Di Pietro per la sua storia personale sembra essere la chiave per risolvere il problema. I risultati elettorali però non danno ragione a Di Pietro, o meglio non a lui individualmente(il consenso di IDV è cresciuto negli ultimi anni), ma sono insufficienti per una coalizione alternativa a Berlusconi.

Il centrosinistra quando ha vinto le elezioni, lo ha fatto proponendo politica e presentandosi in coalizione, non parlando di sé stesso o del suo leader. Nel 1996 la scommessa era andare in Europa, nel 2006 restarci, risanando i conti dello Stato. Politica dunque.

Ogni volta che si è cercato di fare il contrario, contrapponendo presunti uomini-simbolo, si è perso. Una delle regole del berlusconismo è quella di imporre referendum impropri, sulla persona, su questo terreno il centrosinistra ha ceduto al gioco, con Rutelli nel 2001 e Veltroni nel 2008, nella parte del deuteragonista, competitori di Berlusconi, sempre sconfitti.

La proposta popolare e riformista di Bersani è imperniata su alcuni punti fondamentali: responsabilità della politica, lavoro, Costituzione, istruzione, pensioni. Tra questi, la giustizia non è esclusa, ma è affrontata come problema di sistema e non come problema di Berlusconi.

Come arrivare al governo e cosa fare una volta arrivatici. Di questo stiamo parlando: ed allora è chiaro il perchè Bersani non può fare come Di Pietro. E chiaro anche perché Di Pietro non può fare diversamente. L’IDV è nata attorno alla sua figura, alla sua storia di magistrato, il partito non può fare a meno di lui-basta vedere come si è svolto l’ultimo congresso-la sua organizzazione, riprende il modello di Berlusconi, speculare per la forma interna, ma con valori radicalmente diversi. Il suo partito ha avuto un exploit di consensi nel 2008, ultimo esempio di referendum improprio, adesso si stabilizza o tende a calare, i suoi successi sembrano troppo legati in un rapporto di dipendenza alla figura di Berlusconi.

La società italiana è cambiata parecchio dal ’93 in poi, la politica ha perso potere a favore dei gruppi economici e finanziari, spesso stranieri, l’astensionismo è aumentato e si sono ridotte le forme di partecipazione attiva dei cittadini, frutto avvelenato dell’abolizione delle preferenze. In questo solco è nato è cresciuto il berlusconismo, basato sopratutto sul rapporto diretto tra l’uomo e il popolo, in un’illusione di democrazia del fare.

Il risultato delle elezioni regionali non è una vittoria, ma un miglioramento c’è: il PD ha iniziato a lavorare per una coalizione di centrosinistra, questa è la principale inversione di tendenza, precondizione indispensabile per una possibile vittoria futura.

La battaglia di Bersani è duplice. Di fronte la destra, ma deve guardarsi ai fianchi, dove si trova dei moderni Torquemada che influenzano l’opinione dell’elettorato di sinistra. Il lavoro di giornali come Repubblica, le trasmissioni di Santoro e Travaglio, hanno appiattito il dibattito e annullato la cultura politica molto più dell’attuale gruppo dirigente del PD. L’errore, forse l’unico, della campagna elettorale, è stato proprio quella piazza di Roma. Certo, non era nell’intento di Bersani, ma si è offerta l’occasione per ricreare il dibattito tra chi è con Berlusconi e chi è contro. Di Pietro ha preso gli applausi e il PDL ha avuto facilità a rispondere con un’altra piazza la settimana successiva.

L’urgenza è dunque uscire dalla palude dell’antiberlusconismo, senza bisogno di pontefici stranieri, con una coalizione forte, parlando dei problemi del quotidiano e con un’idea del futuro.

 

Da tempo volevo rispondere al “viaggio in Italia” fatto dal mio amico Francesco in Lombardia. Se lui ha scritto, sarcasticamente, del varesotto, zona che conosco discretamente per averci passato diversi mesi nelle mie estati fino ai dodici anni e di cui ho una diversa considerazione, io preferirei parlarvi della citta’ che e’ sinonimo di Lombardia.

Sono nato ventitre anni fa a Milano, ho vissuto i primi vent’anni in diverse zone (prima Washington-Foppa, adesso Navigli). Viverne lontano mi ha dato la possibilita’ di vederne con maggiore nitidezza i difetti, ma anche i pregi (direbbe W.V.). Quello che passa attraverso le parole di chi l’ha vissuta poco e’ una visione limitata e poco accurata di cio’ che Milano e’ veramente. Milano e’ una citta’ orso: tra fine autunno e inizio inverno va in letargo; chi la descrive come una citta’ grigia, nebbiosa e soporifera deve averla vista in questa stagione. A onor del vero, questa e’ l’impressione che da’ non solo ai forestieri, ma anche agli stessi milanesi, che perdono la voglia di uscire a passeggiare o a bere qualcosa. A Marzo, perturbazioni permettendo, la primavera arriva presto, prima della fine ufficiale dell’inverno. Le ultime giornate di freddo marzolino, accompagnate da cielo terso e sole abbagliante, farebbero pensare a Puškin: “moroz i solntse, den’ chudesnyj” (“gelo e sole, giornata stupenda”). In queste mattinate, lungo via Washington, quando la tramontana spazza la cappa di smog che avvolge perpetuamente la citta’, e’ possibile vedere le alpi ancora innevate. In questi momenti torna il sereno anche nell’animo di molti meneghini, sempre di fretta e dietro i loro affari.

Cio’ che pero’ piu’ amo e’ la vera e propria primavera di Milano, qualcosa che, ancora dopo tre anni di “esilio” in Friuli, continua a mancarmi fortemente. Tra fine marzo e inizio aprile, le temperature si alzano e la bella stagione combatte col freddo per un paio di settimane, lasciando i poveri cittadini o molto sudati o molto infreddoliti quando tornano a casa la sera, a causa del dilemma vestiario. “Cappotto e maglione o solo maglione?” questo il pensiero di qualche milione di persone ogni mattina in questo periodo. La scelta e’ difficile e il risultato della puntata e’ assolutamente aleatorio, quasi quanto quello di una giocata sul pari o dispari alla roulette. Finite le schermaglie climatiche tra inverno e primavera, ha finalmente inizio lo spettacolo floristico. Alberi spogli che per mesi hanno silenziosamente accompagnato il traffico a capo chino, umili come prigionieri di guerra che assistono alla marcia trionfale del nemico, urlano, scoppiettando boccioli e foglioline, la loro gioia per aver superato un altro inverno e per la ritrovata liberta’: e’ la rivincita del verde sul grigio, del movimento sull’immobilita’, della vita sul silenzio, di Chaikovskij su Brahms, della natura sul cemento e l’asfalto. Milano assiste al “green pride”. L’orgoglio verde si manifesta in ogni angolo della citta’ e contagia tutto. Il naviglio sembra meno sporco, la citta’ meno inquinata e la vita piu’ piacevole. Tra un gelato in via Marghera, una grigliata al Bosco in citta’, una partita di calcio al parco di Trenno, una pedalata lungo il Naviglio Pavese, una mezz’ora di riposo sulle panchine di Piazza Fontana dopo la passeggiata in centro e le serate alle colonne di San Lorenzo, questo mese e mezzo passa cosi’ velocemente da far fatica a stargli dietro. Lo smog, il rumore del traffico, la frenesia della gente, la tremenda e fastidiosissima parlata di milano-sud… tutto diventa tollerabile in queste settimane. In altre parole, se siete rimasti delusi da Milano, il mio consiglio e’ di tornarci in questi giorni di aprile-maggio, quando la temperatura consente passeggiate e le giornate sono sempre piu’ lunghe. Un aperitivo sul Naviglio grande o una bella mostra a Palazzo Reale potranno riconciliarvi con quella che nonostante i suoi difetti, non posso far altro che considerare la mia citta’.

Edoardo Da Ros
edoardo.daros@sconfinare.net

Alla cronaca dei fatti rimarrà sicuramente più il polverone pre-elettorale che non la Polverini vincitrice. Senza voler nulla togliere al neo Governatore della Regione Lazio, al contrario, si è avuta l’impressione che alla base si fosse partiti con un divario incolmabile tra le due fazioni rivali. I fatti che hanno portato alle dimissioni di Marrazzo (“almeno Berlusconi andava con le donne”, questo uno dei commenti che ho registrato in seguito ai fatti) e i suoi cinque anni di governo poco incisivi avevano già creato le condizioni di partenza per le quali qualsiasi candidato a destra sarebbe stato il nuovo Governatore. Per non sbagliare, il centro-destra ha presentato due novità: un candidato donna e, soprattutto, proveniente dal mondo sindacale. Mossa molto intelligente: sia per equilibrare i lasciti fatti alla Lega nel nord sia per convincere la gente di provincia che soffre più di tutti la crisi economica e che rappresenta il vero patrimonio elettorale della destra. Se poi si ha avuto modo di conoscere la Polverini dal vivo non si può tralasciare quell’accento burino che la fa sentire parte del volgo. La politica vicina alla gente.

Questo divario era importante tanto che il PD, dopo aver cercato nelle proprie carte degli assi mancanti, si è rassegnato ad appoggiare la Bonino ed i radicali. Insomma, per una volta non si è voluto giocare alla meno peggio come in occasione delle ultime elezioni municipali di Roma (in cui il PD si è presentato con Rutelli, spingendo la parte laica della sinistra ad astenersi e lasciando di fatto la vittoria ad Alemanno). Eppure, risiede forse qui il vero errore che sta commettendo il Partito Democratico al giorno d’oggi: “siamo l’unico partito in Italia ad aver organizzato elezioni primarie per scegliere i propri candidati”. Questo lo diceva Bersani in occasione delle primarie in Puglia. Ma se è vero che questa è la democrazia, allora il sistema delle primarie a sinistra andava forse allargato a tutte le regioni in cui si sarebbe andati al voto. Non solo quelle in cui vi sono problemi interni da risolvere, come è effettivamente successo in Puglia. Si perde credibilità e si può pensare che il partito sia democratico solo quando gli fa comodo.

In questo senso, la Bonino, politico di forte esperienza in Italia e all’estero, non è riuscita a convincere tutto l’elettorato di sinistra. Vi è la parte moderata, ricollegabile all’ex Margherita, che non è molto in sintonia con il percorso politico seguito dalla Bonino, così come i partiti di estrema sinistra non hanno mai visto di buon occhio i radicali. Come si è visto, purtroppo, è poi divenuto facile strumentalizzare il passato politico del candidato per farne opposizione. A 4 giorni dalle elezioni, Bagnasco ha preso parola invitando i fedeli a non votare i politici “pro-aborto”. Ci si chiede: può essere l’aborto strumentalizzato in funzione politica? Non sta facendo la Chiesa stessa l’errore madornale di ricollegare discorsi delicati riguardanti bioetica e diritti civili a quel porcile di opposizione chiamato partitismo? Forse non è solo la Chiesa a fare questo errore: in questi giorni stiamo vedendo come la questione delicata della pillola abortiva RU-486 stia diventando “di colore” – regioni rosse sì, regioni blu-verdi no.

Come se non bastasse, il clima si è scaldato con gli errori di presentazione delle liste e il tentativo trafelato di salvare il salvabile. Ma di questo se ne sono occupati abbastanza i giornali nazionali: quello spuntino di troppo, il quarto d’ora accademico e poi giù contro magistrati, questori, TAR, giornali. Ci si chiede se non sarebbe stato meglio dire “scusate” invece di andare avanti sul filo della politica dell’odio. Un Governo che discredita le proprie istituzioni è un governo che in primis riconosce di non aver fatto nulla per riformare gli aspetti che effettivamente non funzionano nel Paese. Ma prima di tutto che non si rende conto di quanto influenzi la società spingendola ancora di più verso un sistema parallelo a quello delle istituzioni, mafioso o anarchico che sia.

L’esclusione della lista del Pdl nella provincia di Roma ha fatto sì che alle elezioni molta gente sia andata in seggio, ha messo la croce sulla lista di Renata Polverini (ammessa senza merenda) scrivendo però il nome di candidati della lista Pdl. Sembrerebbe che nella sola Roma siano state annullate 30.000 schede di questo tipo. Con una differenza di voti tra le due candidate che, a risultato finale, è stata di 70.000 preferenze.

La sera stessa dello spoglio, la Polverini si è ritrovata in Piazza del Popolo a festeggiare mentre il comitato Bonino riconosceva la sconfitta e si augurava cinque anni di buon governo. “La Bonino è buona solo a protestare e non a governare” una tale affermazione la si aspetterebbe dall’opposizione. Invece è Antonio Di Pietro a rilasciarla quella sera stessa, dimostrando per l’ennesima volta (nonostante il risultato politico da parte del suo partito) che la sinistra non smetterà ancora per un po’ di darsi la zappa sui piedi. Proprio Di Pietro, a mio parere, è l’incarnazione della mediocrità di questa sinistra, simbolo di un anti-berlusconismo ad oltranza e vittima del ruolo subalterno rispetto allo sterile PD. Un po’ la crisi del secondo partito che ha toccato anche Casini dall’altro lato.

Una volta dato il risultato, non resta però che fare gli auguri di buon lavoro alla nuova giunta che si trova a dover far fronte a vari problemi di forte rilevanza: la cura di infrastrutture e trasporto urbano di Roma e provincie, la difficoltosa gestione della sanità, il rilancio industriale, agricolo e turistico. L’innovazione tecnologica e architettonica delle città. Sperando che la sintonia politica tra Governo, Governatore e Sindaco di Roma servano ora a fare qualcosa di grande per questa Regione.

Edoardo Buonerba
edoardo.buonerba@sconfinare.net

“La Bonino è buona solo a protestare e non a governare” Antonio Di Pietro, Italia dei Valori, dopo i risultati nel Lazio

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